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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Buona fine e buon inizio: accendere una lampada e sparire


Testo proposto da LaRecherche.it

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Pubblicato il 01/01/2018 12:00:00

 

Incamminarci

di Antonio Porta

 

Al giro di boa ancora fiammeggiano le querce,
celebriamo il passaggio dell’anno, del fuoco
quello appena nato non può temere il gelo
tutte le foglie lo trattengono nel calore
fin che possa liberare le ali piumate
ruotare sopra di noi che dormiamo, incamminarci.

 

 

 

L’anno nuovo

di Gianni Rodari

 

Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?
Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.
Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.

 

 

 

Fine d’anno

di Jorge Luis Borges

 

Né la minuzia simbolica

di sostituire un tre con un due

né quella metafora inutile

che convoca un attimo che muore e un altro che sorge

né il compimento di un processo astronomico

sconcertano e scavano

l’altopiano di questa notte

e ci obbligano ad attendere

i dodici e irreparabili rintocchi.

La causa vera

è il sospetto generale e confuso

dell’enigma del Tempo;

è lo stupore davanti al miracolo

che malgrado gli infiniti azzardi,

che malgrado siamo

le gocce del fiume di Eraclito,

perduri qualcosa in noi:

immobile.

 

[Borges tutte le opere, I Meridiani Mondadori, a cura di Domenico Porzio]

 

 

 

Prontuario per il brindisi di Capodanno

di Erri De Luca

 

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,

a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,

a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.

 

 

 

Capo d’Anno

di Vittorio Sereni

 

Aggiorna sul nevaio.
Ad altro dosso di monte
un ignoto paese
mormorando mi va primavera
dalle sue rosse fontane,
da rivi scaturiti a giorno chiaro;
dove uscirono donne sulla neve
e ora cantano al sole.

 

 

 

Fine del ’68

di Eugenio Montale

 

Ho contemplato dalla luna, o quasi,
il modesto pianeta che contiene
filosofia, teologia, politica,
pornografia, letteratura, scienze
palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,
ed io tra questi. E tutto è molto strano.
Tra poche ore sarà notte e l’anno
finirà tra esplosioni di spumanti
e di petardi. Forse di bombe o peggio,
ma non qui dove sto. Se uno muore
non importa a nessuno purché sia
sconosciuto e lontano.

 

 

 

Il primo gennaio

di Eugenio Montale

 

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

 

 

 

Nulla due volte

di Wisława Szymborska

 

Nulla due volte accade

Né accadrà. Per tal ragione

Nasciamo senza esperienza,

moriamo senza assuefazione.

 

Anche agli alunni più ottusi

Della scuola del pianeta

Di ripeter non è dato

Le stagioni del passato.

 

Non c’è giorno che ritorni,

non due notti uguali uguali,

né due baci somiglianti,

né due sguardi tali e quali.

 

Ieri, quando il tuo nome

Qualcuno ha pronunciato,

mi è parso che una rosa

sbocciasse sul selciato.

 

Oggi che stiamo insieme,

ho rivolto gli occhi altrove.

Una rosa? Ma cos’è?

Forse pietra, o forse fiore?

 

Perché tu, ora malvagia,

dài paura e incertezza?

Ci sei – perciò devi passare.

Passerai – e in ciò sta la bellezza.

 

Cercheremo un’armonia,

sorridenti, fra le braccia,

anche se siamo diversi

come due gocce d’acqua.

 

[Opere, Adelphi, a cura di Pietro Marchesani]

 

 

 

Al mondo

di Andrea Zanzotto

 

Mondo, sii, e buono;

esisti buonamente,

fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,

ed ecco che io ribaltavo eludevo

e ogni inclusione era fattiva

non meno che ogni esclusione;

su bravo, esisti,

non accartocciarti in te stesso in me stesso.

 

Io pensavo che il mondo così concepito

 con questo super-cadere super-morire

 

il mondo così fatturato

fosse soltanto un io male sbozzolato

fossi io indigesto male fantasticante

male fantasticato mal pagato

e non tu, bello, non tu « santo » e « santificato »

un po' più in là, da lato, da lato.

 

Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere

e oltre tutte le preposizioni note e ignote,

abbi qualche chance,

fa’ buonamente un po';

il congegno abbia gioco.

Su, bello, su.

  

                            Su, münchhausen.

 

 

 

La gioia avvenire

di Franco Fortini

 

Potrebbe essere un fiume grandissimo

Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore

Una rabbia strappata uno stelo sbranato

Un urlo altissimo.

 

Ma anche una minuscola erba per i ritorni

Il crollo d’una pigna nella fiamma

Una mano che sfiora al paesaggio

O l’indecisione fissando senza vedere.

 

Qualcosa comunque che non possiamo perdere

Anche se ogni altra cosa è perduta

E che perpetuamente celebreremo

Perché ogni cosa nasce da quella soltanto.

 

Ma prima di giungervi

Prima la miseria profonda come la lebbra

E le maledizioni imbrogliate e la vera morte.

Tu che credi dimenticare vanitoso

O mascherato di rivoluzione

La scuola della gioia è piena di pianto e sangue

Ma anche di eternità

E dalle bocche sparite dei santi

Come le siepi del marzo brillano le verità.

 

 

 

1 gennaio

di Giovanni Stefano Savino

 

I

 

Non è la prima resa dei conti il ritorno

al primo in calendario, ma una rete

vuota di pesci, che viene tirata

in alto. Uomini e donne chiamati

per nome con amore e con rabbiosa

voglia di distruzione, anche dell’ombra

che accorciata o allungata li segue,

non vedo che in album malridotti,

in foto conservate. La memoria

delusa gioca spesso brutti tiri

riduce o aumenta, fa giovane il vecchio,

gli rende il rosa della pelle, il biondo

del capello, gli aggiunge lo stupore

di essere colto al nulla della fine

 

II

 

E nulla cambia anche se cambia il giorno

e l’anno; San Silvestro nell’agenda

è solo una illusione, coi petardi

che scoppiano a intervalli, con la sera

che tinge l’aria di grigio e riporta,

senza il soffitto stellato, la notte,

col tocco così piano della pendola,

che sembra una carezza di bambino

al volto o alla mano della madre,

frufrù di seta su un tappeto turco,

e riconduce rimasta per strada

la mezzanotte nella casa cieca;

e in pubblico e in privato non ha ascolto

la voce forte sulle unite rive.

 

 

 *

di Mariella Bettarini

 

la vita è questa che se ne va

a soffi, che persino un vecchio a 80 anni

dice che gli sembra di essere stato a scuola

ieri.

      Che resta?

Sublimazione zucca lessa – naturamore dentro la testa

la finta la facciata la mascella di ferro che sorride

– tutto attraverso i vetri

con uno sfondo di rumore di bar

con tazzine bicchieri rotolare di bocce.

 

 

 

Saluto e augurio

di Mariella Bettarini

 

No: non occorre

niente

         né abbiamo bisogno

del ragazzo che difende

conserva prega.

                       Ciò che va avanti

si difende

              ciò che vive

si conserva.

                  Non occorre

niente: né vittima

né carnefice

                  né pazzo

né savio.

             La rima

è rotta per sempre

in fondo alla mia gola

di figlio che invecchia.

 

 

 

*

di Mariella Bettarini

 

ma il futuro è

s/bucato

              la asimmetria

rimane

           il vagare conduco

sino a una porta

che serrata permane

 

dunque la libera abitabile

parvenza è una pieve/campagna

una verde (rotabile)

impazienza

 

 

 

La felicità

di Mariella Bettarini

 

I

 

attendo passi – sassolini – ossa –

fruscii – silenzi – scricchiolii – la fossa

delle beltà – attendo amore

dalla molle mossa

 

è proprio questa la felicità?

 

II

 

oh gioia gioia! gioiosità

s/costante – puro gesto – puro gesto

di gioia quando si è pronti

a seguire l’amante

                           felicità in cui destino

si fa scelta (scelta si fa destino)

ma soprattutto in cui destino e scelta (incidenti)

coincidono (rosse montagne)

e gioia ben essere non è bensì essere cosapevoli –

sapere d’un malessere – è sapere

di sé – passione d’un sapere d’essere cosapevoli (di vita

o morte – vita e morte – che vita è morte)

sapere che si è talmente poveri – privi talmente

di povera gioia che è poi questo il giorno trionfante –

si fa poi questo il giorno lenitivo: come si è – dove si è

(e si muore di pura morte): questo chiàmasi gioia – chiàmasi

felicità: perché si ama – per chi si ama – perché perché

felicità viva – poi morta

                                     perenne brama

 

 

 

883

di Emily Dickinson

 

Accendere una lampada e sparire –

questo fanno i poeti –

ma le scintille che hanno ravvivato –

se vivida è la luce

 

durano come i soli –

ogni età una lente

che dissemina

la loro circonferenza –

 

[Dickinson tutte le poesie, I Meridiani Mondadori, a cura di Marisa Bulgheroni]

 

 


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