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I sonni notturni d’un tempo

Narrativa

Marcel Proust (Biografia)
Via del Vento Edizioni

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 08/07/2011 12:00:00

Una prosa inedita


Chi non ha ben impresso nella mente (e nel cuore) il celeberrimo ed immortale incipit della Recherche:Longtemps, je me suis couché de bonne heure. Parfois, à peine ma bougie éteinte, mes yeux se fermaient si vite que je n’avais pas le temps de me dire : « Je m’endors…”? Ma a questa precisa formulazione, in cui le edizioni a stampa l’hanno immortalata, Proust è giunto dopo vari tentativi, dopo diverse prove cui tutta la Recherche è stata sottoposta durante i lunghi anni della sua stesura. Questo prezioso volumetto color ocra raccoglie varie versioni inedite dell’inizio di Dalla parte di Swann e conseguentemente dell’intera Recherche, proposte in modo quasi vertiginoso, una di seguito all’altra. Questa composizione è stata studiata dalla curatrice del volume Susanna Mati proprio per dare l’idea di come le idee nascevano e si sviluppavano nella mente, e sui cahiers, di Proust nel corso del tempo. Le frasi hanno il tipico andamento circolare, ma anziché dipanarsi lungo un discorso si avvitano su loro stesse, i concetti vengono ripresi ad ogni stesura, ed arricchiti di nuovi particolari. La lettura sembra il volo di un falco, a cerchi concentrici sempre più precisi sul bersaglio, così le varie stesure si avvicinano sempre di più alla forma finale, arricchendosi di dettagli, di impressioni e di suggestioni. Alcuni concetti o frasi della Recherche sembrano essere presenti nella mente di Proust da molti anni prima che l’Opera prendesse forma, nelle corrispondenze o negli scritti giovanili vi sono infatti episodi o concetti, in embrione, singole frasi ripiegate su loro stesse, ma pronte a sbocciare all’interno del capolavoro proustiano, piccoli abbozzi di frasi, si schiudono, lavorate e cesellate con pazienza nelle lunghe notti insonni di Proust, sino a mostrare la loro inaudita bellezza, ricchezza di colori e sfumature. Nei vari abbozzi proposti nel volumetto di cui stiamo parlando assistiamo allo svilupparsi di quelle descrizioni delle ore passate nel caldo delle coperte, al sicuro dal curato (o dallo zio) che vuole tirare i boccoli, o assistiamo al rapido trasformarsi delle stanze col loro vertiginoso movimento di mobili e suppellettili, sino a rendere all’eroe appena svegliato l’esatta immagine della stanza in cui si trova, sovrapponendola a tutte quelle in cui si era trovato nel corso della sua vita. La creatura che come Eva prende corpo dalla posizione di una coscia del dormiente, oppure il fischio del treno che misura la campagna immersa nell’oscurità, in queste brevi pagine cominciano a mostrarsi, sono in fase, diremmo, progettuale, eppure già gravide della loro forza evocatrice, ma con quella piccola nota fuori posto, che sarà destinata ad essere sostituita con quella perfetta che Proust saprà trovare nell’ultima stesura per rendere la sua Opera immortale una sinfonia perfetta, senza sbavature, o particolari di troppo, pur nella ridondanza di precisioni, infatti, ogni particolare sembra stare al posto giusto, e anche il minimo accenno riveste una importanza notevole nel complesso della Recherche. Le parti che iniziano con “Sono nella camera del castello di X…”, inoltre, raccontano di tutti i luoghi dove Proust ha soggiornato per brevi o lunghi periodi: castelli di amici in Normandia, la casa dei nonni alle porte di Parigi, l’albergo della località termale dove passava le vacanze con la mamma, sino alla camerata della caserma dove trascorse il servizio militare, luoghi che poi hanno lasciato il posto ad altri, ma non sono scomparsi, si sono trasformati, un castello è diventato Réveillon (nel Jean Santeuil), oppure alcune stanze d’albergo hanno unito i loro tratti a quelli della stanza del Grand Hôtel di Cabourg per dare vita all’Hotel di Balbec e così via. La sensazione che si ha da questa lettura è – lapalissianamente – quella che si potrebbe avere visitando l’atelier di un sarto, in cui accanto a tessuti e fili ancora informi vi sono bozzetti e abiti per metà cuciti e poi abbandonati, e, finalmente, trionfante in vetrina, su di un altero manichino, l’abito appena terminato, perfetto, unico, su tutti i materiali ed i modelli abbandonati via via dal sarto ma che è facile scorgere nella sua sinuosa linea. Così è per questi Sonni notturni di un tempo, rammentati da Proust, e dal suo io narrante a distanza di anni: l’addormentarsi, lo svegliarsi e rammentare le ore di sonno o le ansiose improvvise veglie, trasformati in parti di un ampio racconto, sono brandelli di tempo perduto da cui l’autore comincia la sua ricerca ma, se per molti potrebbero apparire già perfetti, a Proust questa perfezione non bastò e vi lavorò sino ad ottenere le bellissime pagine iniziali della Recherche



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