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🖋 Intervista a Pedro Eiras
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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I 75 fogli

Narrativa

Marcel Proust (Biografia)
La nave di Teseo


Recensione proposta da LaRecherche.it

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Pubblicato il 09/07/2022 12:00:00

 

Incipit ars nova

Note a margine a “I 75 fogli” di Marcel Proust

 

Donato Di Stasi

 

1. Cronaca di una scoperta annunciata. Il 2 gennaio 2018 muore Bernard de Fallois, professore/critico/editore, scopritore nei primi anni Cinquanta (dalle carte manoscritte di Proust) del Jean Santeuil e del Contre Saint-Beuve. Il suo metodo di lavoro, intuitivo e genialmente disordinato (assembla e apporta tagli del tutto soggettivi), non piace ovviamente agli accademici che, per la ripubblicazione delle due opere nel centenario della nascita di Proust (1971), scalzano de Fallois e impongono il loro mantra ordinatissimo e rigorosamente filologico.

Per Bernard de Fallois all’epoca è un colpo al cuore durissimo, eppure gli rimane un asso nella manica: 75 fogli di grande formato, il più antico abbozzo della Recherche, databile tra la fine del 1907 e il 1908, che decide di tenere per sé (per una sorta di ricompensa e per vendetta), e di contemplare lui solo, come in un piccolo eden privato, fino alla sua morte, in prossimità della quale assegna ai suoi eredi l’incarico di consegnare il manoscritto alla Bibliothèque Nationale de France. Finalmente tornano a disposizione di studiosi e lettori le carte tanto a lungo cercate. La loro trascrizione e il commento vengono affidati a una valente studiosa, nonché pronipote di Proust, Nathalie Mauriac Dyer; la pubblicazione avviene per i tipi di Gallimard nel 2021. L’edizione qui al vaglio ermeneutico vede la curatela dell’esperta Daria Galateria e la traduzione dell’ottima Anna Isabella Squarzina.

  

2. L’anello mancante, ovvero l’Ur-Recherche. I 75 fogli costituiscono il gheriglio, il nucleo più segreto e incandescente del futuro romanzo proustiano. Al loro interno prendono vita i personaggi, le metafore, i temi-architrave, le impressioni che risalgono dai recessi remoti dell’inconscio senza la mediazione della volontà e della ragione.

Il manoscritto proustiano si compone di pagine attese e necessarie, nelle quali si prepara il passaggio dal mimetismo-simbolismo, perseguito fino a quel momento, a una nuova strategia diegetica: avvolgente, ipnotica, capace di deliziare i lettori migliori e di inebriarli.

Marcel Proust è il ragno enciclopedico e tesse la sua tela, i cui fili sottilissimi delineano in nuce il continuo intersecarsi di biografia e opera.

Nei 75 fogli compare per la prima volta un tono diverso, nulla a che fare con il tentativo di narrazione asettica in terza persona del Jean Santeuil, scritto senza grande convinzione a partire dal 1895 e abbandonato verso la fine del 1899. In questi fogli manoscritti arriva un’eco del vero tono di Proust: confidenziale e riflessivo, pacato e vertiginoso, drammatico e ironico, anzi fortemente autoironico.

L’abbozzo più antico della Recherche contiene sei capitoli indipendenti l’uno dall’altro: Una serata in campagna (l’episodio del tanto atteso bacio serale in un luogo che non è ancora Combray); La parte di Villebon e la parte di Meséglise (compaiono i due côtés, ma non i Guermantes); Soggiorno al mare e Fanciulle (antesignani di Balbec e delle fanciulle in fiore); Nomi nobili (la sofisticata e anticonvenzionale poesia dei nomi come strumento di accesso alla verità); Venezia (la magia dei luoghi dove l’anima può risorgere).

La scrittura riflette l’entusiasmo per il grande progetto intrapreso, ma anche i dubbi per una narrazione che soffre, al momento, di un eccesso di biografia e che si avvicina appena a quell’idea di perfezione che spingerà Marcel a chiudersi nella stanza di sughero e a dedicare al werk tutto se stesso.

 

3. La Wunderkammer. I 75 fogli sono le prime sentinelle messe a sorvegliare e a esplorare il magma interiore, la geografia dei desideri, lo spazio e il tempo esteriori che sfuggono alla percezione distratta della quotidianità. Fin dal primo episodio (Una serata in campagna) il lettore esperisce l’estasi spazio-temporale: avverte di essere fuori dalla linearità dei luoghi e dalla meccanicità del tempo progrediente. Si sente sbalzato in un extra spazio (un’indefinita campagna) e in un extra tempo, risalente all’infanzia e riemerso con le sue sensazioni, le sue angosce, le sue piccole e trascurabili gioie. In particolare l’estasi temporale riguarda la dimensione cognitiva e fisiologica, poiché coinvolge il corpo e la sua memoria degli eventi passati.

La Recherche: sette parti, o sette romanzi. Tremila pagine e ottocento personaggi, eppure la camera delle meraviglie, la stanza delle curiosità si trova in questi 75 fogli, nei quali si profila una concezione aristocratica della letteratura, secondo il bisogno di salvare la scrittura di invenzione e di riflessione dal piano inclinato (verso il baratro) della nascente società di massa (l’omologazione del gusto) e dell’incipiente industria culturale (la trasformazione dell’opera letteraria in prodotto).

  

4. Le due parti della vita. Il castello di Villebon e la parte di Meséglise corrispondono a una situazione geografica precisa, ma sarebbe inutile cercarli in mezzo a luoghi reali, essendo così potente la trasfigurazione proustiana.

Il narratore ci fa varcare un Oltre immaginifico, indefinito, un altro modo di abitare il mondo, per fortuna (per noi) ancora poetico.

Si tratta di luoghi imporporati e velati, difficilmente in piena luce, poiché la vera luce appartiene solamente all’arte.

Luoghi dove iniziano altre vite, dove ciò che accade riesce a emozionare profondamente, agita le viscere, sconvolge l’anima.

Poche notazioni, per esempio una passeggiata per sentieri di campagna e ci sentiamo spinti verso realtà sconosciute che accendono davanti ai nostri occhi la lampada della loro ineffabile presenza (“Là era un filo d’acqua stagnante che si attraversava su un ponte di legno, e nel quale un ragazzino era sempre intento a tuffare una caraffa che si riempiva di girini e di vaironi, tra le ninfee e i ranuncoli della riva”).

Con Villebon e Meséglise Proust dà espressione a emozioni lontane con l’intento di indicare almeno una direzione significativa nel cammino della vita: un ricordo ne suscita un altro fin quasi a toccare “quella realtà divina” sperimentata nell’infanzia come un dato immediato e naturale, e ora rievocata con la mediazione leggera e epifanica della scrittura.

Villebon (la passeggiata lunga) e Meséglise (la passeggiata breve) figurano come gli opposti di un conflitto dialettico che però non sembra ammettere soluzione.

  

5. Nel cerchio magico di Eros. Non solo inconciliabilità degli opposti, ma anche impenetrabilità della sua essenza: la vita non lascia scampo dunque, eppure quanto fascino spande intorno a sé e quante energie riesce a scatenare. In queste pagine l’indescrivibile assume la forma di ragazze altere, incuranti dei bagnanti e dell’universo intero, divinità marine dal sorriso contagioso ma irraggiungibile, esseri puri di una specie mai vista al mondo.

Sono i segni esteriori di una nobiltà che sa conquistarsi una sia pur momentanea eternità, un assoluto a propria misura: solamente in questa dimensione di bellezza lancinante il l’Io narrante riesce a sentirsi “meno perso nell’immensità dell’ignoto”.

Si comprende allora la strana immagine del carapace che il Narratore avverte come presenza ingombrante fra sé e la realtà. Egli sa di non poter esser come tutti, anzi di non volerlo essere: ha terrore di figurare come quegli industriali arricchiti che hanno rinchiuso in soffitta le gramaglie della nobiltà tradizionale, sostituendole in società con la sciatteria e la volgarità, ossia quanto di più superficiale e antitetico si possa riscontrare rispetto allo sguardo estetico, capace al contrario di scendere nel sottosuolo della coscienza e di trovarvi valori metastorici di umanità e spiritualità.

  

6. Un campo di forze mitiche. Se la cultura ai primi del Novecento è vittima di un inarrestabile meccanismo corrosivo che la domina senza pietà, Proust non si sottrae a questa sventura, anzi coniuga la sua malattia fisica e quella storica collettiva, impegnandosi a maturare una progressiva consapevolezza di sé e del suo tempo. E tutto questo attraverso la verità minima, ma esemplare, dei nomi.

I nomi spogliano il silenzio e lo frantumano, impetuosi, impulsivi, dominanti.

I nomi dispongono, secondo Proust, di una vitalità primordiale, in quanto archetipi, paradigmi che accolgono ogni lembo particolare della realtà (“le preziose poltrone di vimini”, “quando non svettavano ancora le torri della cattedrale di Chartres e sulla collina di Vézlay non c’era nessuna abazia”, “con sottobraccio il plaid da buttarmi sulle spalle in gondola e i libri di Ruskin”).

Nello spazio delle loro sillabe i nomi reclamano di essere ascoltati ripetutamente (Bayeux, Saint-Pierre-sur-Dives, Falaise, Città del Capo, la Normandia”): richiamano il lettore a esperienze di commozione e di ineguagliabile autenticità, così sincera appare la forza intrinseca che li muove.

Nomi nobili, evocativi, armoniosi, precisi, carichi di significato (di sicuro uno degli aspetti più originali e coinvolgenti dei 75 fogli e della futura Recherche).

Attraverso l’energia poietica dei nomi Proust coglie il valore della conoscenza, la purezza silenziosa e stupita delle cose, la comune preghiera che sale dai luoghi e che si può portare nell’animo come una speranza (“questa corrente misteriosa che il Nome, questa cosa anteriore alla conoscenza, mette in azione, diversa da tutto ciò che conosciamo come a volte in sogno”).

Una dolcezza consolatrice e rapinosa investe la memoria, raccoglie il passato che non si prosciuga mai, come un lago perenne, come un deposito preistorico da cui attingere “la bellezza, l’incanto della natura, la felicità della vita”.

È questa la potenza dell’oggettivazione: la capacità di osservare la realtà come un oggetto di cui non smettere di parlare. Da qui la contro obiezione a chi obietta l’illeggibilità delle pagine barocche proustiane: per Marcel-Narratore non esistono né il troppo, né il vano nella scrittura, quando si è immaginato un’architettura compositiva capace di sorreggere il peso del mondo.

  

7. Explicit. Per quanto non perfettamente risolti, per quanto gravati da un eccesso di autobiografismo, questi 75 fogli lasciano intravedere il futuro capolavoro. Sono pagine che esprimono già una totalità, un’essenza dinamica, una verità senza chiodi nelle mani: antepongono la sopravvivenza di un discorso umano in un tempo storico in cui la macchia nera del disumano dilaga, sporca le cose, imbratta i fogli come a voler coprire con un unico velario l’intera realtà.

 


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