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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Novelle anni ’60. IV. Ne faccio un bel falò

di Silvia Rizzo
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Pubblicato il 28/12/2010 08:20:15

Erano ormai due mesi che non vedeva più nessuno e andava in giro da sola fissando le cose come allucinata. Vagava per le strade della città guardando avidamente ciò che aveva intorno e cercando di assorbirlo, di imbeversi della luce di un pallido sole invernale, di cavare un succo di poesia da intonaci scrostati e marciapiedi dissestati, dall'odore mattutino della segatura bagnata con cui si pulivano i pavimenti dei bar, dal silenzio grave e raccolto di piccole chiese in cui si fermava a meditare seduta su una delle panche. Si chiudeva in camera al buio e metteva su sempre gli stessi dischi lasciando che sotto l'onda di vecchie musiche molto amate si ridestassero sensazioni dimenticate, odori, sapori, desideri d'altri tempi. Pur non avendo più obblighi precisi, continuava a farsi svegliare alle sette perché le sembrava un delitto sottrarre tempo dormendo a quella che credeva la sua missione nella vita. La sera andava a letto prestissimo per stare lì, sotto le coperte, a occhi chiusi, a pensare e a rimuginare. Si era imposta di passare ogni giorno molte ore a tavolino e scriveva febbrilmente pagine e pagine.
Ma più passava il tempo e più cresceva lo scontento e l'inquietudine. Quella mattina improvvisamente tutto si era inceppato. Le capitavano di questi arresti improvvisi. Diveniva incapace di svolgere anche la più piccola attività e girava cupamente per casa con le mani affondate nelle tasche dei jeans senza proferire parola. Andava nella sua camera, prendeva un libro e cominciava a leggere, ma il pensiero correva altrove, le righe le ballavano davanti agli occhi, non coglieva il senso di quel che leggeva. Allora chiudeva il libro con un colpo secco, e si rimetteva a camminare. Andava alla finestra e restava con la fronte appoggiata al vetro a guardare la strada, i radi passanti e qualche macchina, finché il freddo del vetro non le penetrava nella fronte come una lama. Si sedeva al tavolino, provava a scrivere e dopo una riga cancellava rabbiosamente e abbandonava. Metteva su un disco, ma neppure la musica calmava l'ansia che la rodeva. Invece della musica ascoltava lo scorrere vano del tempo struggendosi per l'impossibilità di uscire dall'inerzia. Quella mattina poi ci si era messo pure quel cielo uniforme, il disco del sole dietro le nuvole pallido come una luna, le case tutte grigie e livide per la pioggia da poco cessata. Il monotono ronzio della fabbrica di fronte stava diventando ossessionante. Tutto si era fermato per lei, solo il pensiero continuava a fare il suo lavorio sordo e a distruggere dal di dentro. Sì, erano ormai due mesi che faceva quella vita e aspettava che nascesse l'opera grande maturata in un silenzio di anni, amorosamente vagheggiata in segreto fra le gioie e le sofferenze del periodo più importante e turbinoso della sua vita. Si era lasciata alle spalle i turbamenti e i sussulti dell'adolescenza, gli sbandamenti, gli errori, gli entusiasmi e le delusioni del primo doloroso e contrastato contatto col mondo degli 'altri'. In tutto quel tempo non aveva scritto più nulla. Almeno nulla che avesse ambizioni letterarie. Solo continuava a riempire di annotazioni un quaderno dalla copertina ricoperta di tela a fiorellini verdi, scelto con grande cura e dopo molta ponderazione in una delle più fornite cartolerie del centro. Vi annotava riflessioni, sentimenti, frammenti lirici, impressioni di paesaggi veduti o sognati. Ma se qualcuno le chiedeva: «Scrivi ancora?» «No, non scrivo più» rispondeva. E aggiungeva con un sorriso: «È finita ormai. Lo scrivere era un capriccio di bambina e se n'è andato insieme coi sogni della fanciullezza. Non scriverò mai più». La prima parte della risposta era forse vera, perché quel che annotava sul suo quaderno per lei non era "scrivere". Quella era materia grezza, il sostrato da cui avrebbero dovuto sbocciare fiori di poesia. Ma la seconda parte della risposta era solo la trepida difesa con cui teneva gli estranei lontani dal suo segreto: il segreto di quell'opera che maturava nel silenzio, cresceva insieme con lei e si nutriva dei succhi dei suoi affetti e delle sue emozioni, degli studi e delle scoperte di quegli anni. Aveva deciso che una volta terminati gli studi universitari, nei quali si era lanciata febbrilmente divorando il cammino a grandi tappe, si sarebbe presa uno spazio di tempo esclusivamente per sé e avrebbe cominciato a scrivere. Avrebbe trovato un linguaggio nuovo, diverso da tutto ciò che aveva scritto fino ad allora, fermentato in quegli anni di studi intensi e di molteplici esperienze. Dopo il lungo silenzio avrebbe ripreso a cantare con altra voce, come un soprano passato il periodo della pubertà. Il pensiero di quell'opera l'aveva costantemente sorretta: del dolore di cui la vita è larga ad ognuno lei si sarebbe vendicata scrivendo; tutto ciò che la faceva soffrire era benvenuto perché arricchiva l'opera di cui quel patire sarebbe un giorno diventato materia; le disarmonie del vivere si sarebbero risolte e dissolte nelle sublimi armonie della parola.
Ed ecco che il momento era giunto e lei si ritrovava arida e vuota. Continuava a riempire febbrilmente il quaderno verde di inutili annotazioni. Aveva comprato un altro quaderno più grande per la sua opera. Aveva ricominciato a scriverla più e più volte. Ma i personaggi restavano pallidi ed evanescenti, appesantiti da un tale carico di materia autobiografica non digesta che le loro misere spalle non lo reggevano; sicché l'autobiografia finiva per schiacciare come insetti quei poveri personaggi, che cadevano ad uno ad uno sfiniti dopo poche pagine. Invano cercava di farli muovere e parlare, di infondere loro un po' della vita che sentiva ribollire dentro di sé come acqua che cresce senza avere una via di uscita. Quelli la fissavano e restavano muti scuotendo mestamente il capo mentre il loro viso dai tratti incerti minacciava di dissolversi. Allora per schivare l'autobiografismo inventava situazioni strane e lontane dalla sua esperienza, sentimenti complicati e raffinati che non aveva mai provato nella realtà. Ne venivano fuori personaggi freddi e odiosi, che lei avrebbe voluto trafiggere con la penna ad ogni frase che gli faceva pronunziare e che dopo grande agitarsi a vuoto si afflosciavano come le marionette quando lo spettacolo è finito. Tornava al suo quaderno verde, rileggeva quello che aveva scritto, scriveva ancora, scavava nelle sue memorie, risuscitava paesaggi lontani, colorati di nostalgia, riviveva tutto ciò che aveva vissuto fino a farsi sanguinare il cuore. Ma tutto quello che riusciva a produrre con questi sforzi erano bei frammenti descrittivi senza significato tenuti insieme dal filo grosso e rozzo dell'effusione diaristica. Alla fine anche le parole si ribellavano e le frasi cominciavano ad andare qua e là per conto loro. Dalla penna sgorgava una prosa asmatica e saltellante oppure gonfia e tronfia come quella di un secentista.
A tutto questo ripensava quella mattina di improvvisa inerzia con la fronte appoggiata al vetro della finestra. Confusamente salivano su dal profondo onde di pensieri, di ricordi, di sogni, una risacca fragorosa di desideri indistinti, di disperata nostalgia di ciò che era stato e non sarebbe stato mai più. Tutto ciò che aveva di proposito costretto ad affiorare in quei giorni nella speranza di farne materia del romanzo e così liberarsene dandogli un senso, turbinava ora confusamente e inutilmente dentro di lei e non avrebbe mai trovato uno sfogo. Mai: questo le apparve improvvisamente chiaro. Non era nata per scrivere, la sua era stata un'illusione e quel lungo silenzio non era qualcosa di passeggero, era definitivo. Aveva mentito a se stessa rinviando di giorno in giorno il momento di riprovare a scrivere, creandosi alibi per potersi illudere che qualcosa di grande le maturasse dentro. Lo aveva fatto perché le era troppo duro vivere senza quell'illusione. Ma il momento era giunto di guardare in faccia la realtà. Doveva accettare serenamente la propria vita così com'era, senza più quell'orpello fittizio dello "scrivere". Era tempo di tornare fra gli altri e di smetterla di credersi diversa per quella vocazione segreta. Aveva peccato di orgoglio. Non aveva saputo liberarsi dai sogni dell'infanzia: l'ultimo, il più tenace e il più ingannevole aveva continuato a falsarle la vita. Era tempo ormai di diventare adulti. Così pensava e cercava di strapparsi dal cuore quell'illusione fino alla più piccola e nascosta radice. Ripercorreva la vita passata per vedere cosa ne restava tolto quel sogno, spingeva lo sguardo nella vita futura per cercare di immaginarla senza più quella luce.
All'improvviso si chiese cosa avrebbe fatto di tutto quello che aveva scritto finora, di quei quaderni che riempivano un intero cassetto. Le venne voglia di rivederli e li andò a tirare fuori ad uno ad uno. Quaderni delle elementari con le righe grosse, quaderni a quadretti, quaderni con modesta copertina nera o con civettuole copertine in tela o in carta di varese, alcuni scritti con calligrafia infantile e ornati da disegni, altri nella bella corsiva inclinata che aveva elaborato più tardi, alcuni con fiori disseccati fra le pagine, uno con l'inchiostro disciolto e la scrittura quasi illeggibile perché se l'era scordato un giorno in un prato e ci era piovuto sopra. C'erano vari capitoli di un romanzo avventuroso che aveva concepito prima ancora di imparare a scrivere e che era vergato dalla mano di sua madre a cui l'aveva dettato. C'erano i romanzi infantili scritti di sua mano, che parlavano tutti di animali; in uno, nell'idea di farlo diventare così un vero libro, aveva scritto sulla prima pagina, sotto il suo nome e il titolo, «Casa editrice Marzocco», come aveva visto nei frontespizi dei libri per ragazzi che divorava avidamente. C'era un interminabile romanzo che occupava più di un quaderno e che l'aveva accompagnata nel lungo e travagliato passaggio da un'infanzia immaginosa a un'adolescenza solitaria e ispida; era cominciato come un romanzo di animali, ma accanto agli animali erano presto apparsi dei ragazzi e suo malgrado alla fine ne era venuta fuori una storia d'amore, che poi, quasi vergognandosene, aveva concluso facendo morire tragicamente quasi tutti, animali e uomini. C'erano i diari con gli avvenimenti della sua vita che le erano sembrati importanti, fedelmente annotati e commentati: si cominciava con nascite di gattini, di cui registrava scrupolosamente data, numero dei nati e loro progressi, venivano poi la prima comunione, un'eclissi di sole, viaggi e gite, vittorie in gare sportive e tempi e misure di corse e salti. C'era il quadernetto delle poesie che cominciava con buffe filastrocche infantili e terminava con componimenti di tono elevato, a volte tragico, aspiranti al sublime. C'era un abbozzo di poema cavalleresco in ottave, il cui protagonista era Sacripante, e un quaderno con la sola prima pagina scritta, contenente una dozzina di nobili endecasillabi alfieriani sotto il titolo Cambise - tragedia. C'era una grandiosa enciclopedia sugli animali, che aveva cominciato a comporre da bambina incollando fotografie e ritagli di scritti a stampa completati da notizie pazientemente raccolte e scritte in bella grafia ordinata. Più recenti erano i quaderni di novelle con in mezzo giornaletti scolastici su cui alcune di esse avevano visto la luce. Non mancava nulla, c'erano anche abbozzi e brutte copie, non c'era una sola parola scritta che lei avesse osato buttar via. La mattinata trascorse lenta fra quei quaderni. Li riguardava ad uno ad uno fermandosi a leggere qua e là. Le sembrava che lì fosse racchiusa tutta la sua vita.
Mentre chiudeva l'ultimo e lo posava sul mucchio degli altri le venne un pensiero improvviso e bizzarro: «Ne faccio un bel falò». Vi indugiò sopra attratta da una sorta di orrore. Da bambina, quando immaginava improvvise catastrofi - guerre, incendi, alluvioni - e si domandava cosa avrebbe portato in salvo, il pensiero le correva subito a quei quaderni. Ora per la prima volta le veniva in mente che avrebbe potuto distruggerli lei stessa. Forse solo così, pensava, avrebbe potuto veramente lasciarsi alle spalle quei sogni infantili. Provò a immaginare come avrebbe bruciato in fretta tutta quella carta secca, il crepitio delle fiamme che lingueggiavano vigorose, i quaderni via via lambiti che si accartocciavano e annerivano lasciando forse intravedere per l'ultima volta, evidenziata dalla vampa, qualche riga di scrittura, e che infine si dissolvevano. Sarebbe rimasto solo un mucchietto di ceneri calde, lei lo avrebbe spazzato via e si sarebbe sentita nuova e diversa, forse solo un po' triste e stanca.
Stava immobile accovacciata a terra in mezzo ai quaderni sparsi intorno, spossata come se il falò ci fosse già stato. Passò molto tempo senza che si muovesse dalla sua posizione; e intanto il freddo del pavimento le penetrava nelle ossa. Improvvisamente si alzò di scatto, andò allo scrittoio, sedette, afferrò un foglio e la penna e cominciò a scrivere: «Erano ormai due mesi...».

Scritta il 6 novembre 1966 (con la stilografica, nel quaderno con i fiorellini verdi), copiata nel computer e ritoccata il 13-16 luglio 2003, al Poderuccio, in una calda giornata estiva.

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