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Amicizia fra cani

di Silvia Rizzo
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Pubblicato il 31/12/2010 12:14:02

A volte guardandoli penso che siano davvero padre e figlio. Il colore del pelame, che in entrambi sfuma dal biondo chiaro del grano maturo a quello più scuro delle foglie secche in autunno, con toni bruni verso la punta delle orecchie pendenti, la forma della testa, la macchia nera sulla parte superiore della coda.... Sì, si assomigliano terribilmente, solo che Igor è grande quanto un pastore tedesco e Piotr quanto un gatto, Igor è una massa compatta di muscoli di peso superiore ai quaranta chili, Piotr uno scricciolo che non arriva a cinque chili. Sicché, quando mi aspettano seduti l’uno accando all’altro fuori dei negozi, offrono un tale spettacolo che i passanti si fermano ad ammirare e talvolta a fotografare. Il motivo per cui potrebbero anche essere padre e figlio è il seguente. In un podere da tempo disabitato e mezzo in rovina, a una ventina di minuti di cammino da casa mia, il macellaio del paese, teneva oltre a pecore e galline, due cagnette. Quando una o l’altra delle due o tutte e due insieme andavano in calore Igor cominciava a smaniare, ululava, non mangiava più e passava le ore a fiutare quell’odore eccitante portato dall’aria. Spesso riusciva anche a scappare e spariva così a lungo che neanche tornava la notte a dormire. Erano per me notti di angoscia, nelle quali periodicamente mi affacciavo alla finestra chiamando «Igor» a gran voce e poi tornavo a letto ossessionata da visioni di lui col ventre squarciato dalle zanne dei cinghiali agonizzante in qualche angolo di bosco. Un giorno il macellaio mi disse: «Se il suo cane vuole andare dalle mie cagnette, lo lasci andare perché voglio fare una razza un po’ più grossa». Era letteralmente un invito a nozze per Igor, che del resto ci sarebbe andato comunque. Cominciava proprio allora ad essere un po’ anziano e ad avere qualche problema alle zampe ma il richiamo del sesso per i cani (e non solo per loro) non ha età. Una delle due cagnette era in calore e Igor approfittò di una passeggiata con me per scappare. Non tornò né per cena né per la notte. La mattina dopo l’andai a cercare al podere delle cagnette e lo trovai tutto ansimante che faceva sforzi per montare una delle due, coronati da poco successo data la sproporzione di taglia. Passarono due mesi e il macellaio mi disse che la cagnetta aveva partorito tre cuccioli, che a suo dire potevano essere figli di Igor. Ma io sapevo bene che al podere potevano esserci andati tutti i cani del paese e non mi sentivo altrettanto sicura. Uno dei cuccioli fu quasi subito regalato al proprietario di un altro podere più lontano e ne rimasero due. Circa un anno più tardi, quando nelle mie lunghe camminate con Igor mi capitava di passare davanti al podere delle cagnette, cominciarono a sbucar fuori due cagnolini biondi e identici fra loro (un maschio e una femmina), che percorrevano di corsa il lungo viale di accesso al podere e venivano a salutare festosamente Igor saltellandogli intorno e alzandosi sulle zampette posteriori per baciargli gli angoli della bocca. Igor era di solito un cane molto feroce con gli altri cani, soprattutto coi maschi, anche quelli piccoli di taglia. Con questi cagnolini invece si mostrava paterno e accettava benevolmente le loro feste. I due piccoletti presero a seguirci nelle passeggiate. Erano selvatici e inavvicinabili da me perché non avevano avuto alcun imprinting umano: il loro padrone infatti si limitava a portare al podere col suo furgone bianco gli scarti di macelleria e ripartiva subito. Lungo la strada per casa mia c’era un recinto con un gigantesco pastore tedesco. Quando arrivavo lì col mio seguito di cani, lui cominciava ad abbaiare furiosamente gettandosi con tutto il suo peso contro la rete. Allora i due fratellini voltavano le spalle e scappavano a gambe levate verso il loro podere natio. Una sera però scappò solo la femmina, mentre il maschio si immobilizzò restando a osservare. Io e Igor avevamo ormai oltrepassato il recinto quando incuriosita mi voltai e alla luce incerta del lampione all’angolo del recinto vidi che il piccoletto, dopo un attimo di esitazione, metteva cautamente una zampina dopo l’altra e, come camminando sulle uova e sogguardando di continuo verso il recinto col mostro urlante, stava venendo dietro a noi. Così si instaurarono nuove abitudini e seguì un periodo abbastanza lungo in cui il cagnetto ci seguiva nelle nostre lunghe passeggiate e poi veniva a casa con noi. Qui passava il suo tempo in giardino con Igor e mangiava, quando io non ero nei paraggi, i croccantini che mettevo anche a lui in una ciotola. L’amicizia tra il cane grande e vecchio e il cane piccolo e giovane, entrambi maschi, si era fatta intanto davvero commovente: stavano sempre insieme sdraiati sul prato uno accanto all’altro e il piccolo a volte baciava teneramente gli angoli delle labbra del grande, come sono soliti fare i cuccioli di canidi quando corrono incontro ai genitori di ritorno dalla caccia per far rigurgitare loro il cibo. Se qualcosa gli incuteva timore il piccolo correva a rifugiarsi fra le zampe del grande. Quando noi tornavamo a Roma il cagnolino tornava al suo podere, salvo ripresentarsi puntualmente quando riaprivo la casa di campagna. Il macellaio del paese cominciò a seccarsi perché temeva che, percorrendo la strada asfaltata che conduceva dal paese al podere, il cagnolino finisse col causare qualche incidente e toccasse a lui pagare i danni. Così qualche volta trovai il povero cagnolino rinchiuso per causa mia in una stalla, lui che era lo spirito della libertà in persona. Igor stava invecchiando, come ho detto, e io pensai che questa amicizia gli avrebbe reso più lieve la vecchiaia. Così dissi al macellaio che volevo acquistare il suo cagnolino. Naturalmente lui fu ben felice di regalarmelo ed io ricambiai con alcune bottiglie di vino. Andai al podere, dove il povero cagnolino era rinchiuso nella stalla, tolsi la pesante spranga che chiudeva la porta ed entrai. Lui scappò a rifugiarsi dentro la mangiatoia, ma in un ambiente così limitato non mi fu difficile acchiapparlo. Lo sollevai dalla mangiatoia come Gesù bambino. Si irrigidì tutto e dal piccolo pene gli zampillò per la paura un rivolo di pipì. Tolsi il guinzaglio a Igor, lo legai intorno al collo del cagnetto e provai a trascinarmelo dietro. Lui si buttò sulla schiena e si lasciava tirare a zampe all’aria come una bambola di pezza. Mi toccò prenderlo in braccio e farmi i venti minuti di cammino in salita fino a casa con lui che a ogni passo mi sembrava più pesante. I primi tempi ogni tanto mi scappava di nuovo e provavo invano a riacchiapparlo inseguendolo per tutto il giardino e cercando di metterlo nell’angolo. La prima volta che volli farlo uscire a passeggio con noi e gli misi un collarino e un guinzaglio comprati apposta per lui, si buttò di nuovo sulla schiena. Lo lasciai lì e me ne uscii con Igor. Ma il giorno dopo, quando agganciai il guinzaglio al collare, ci seguì tranquillo come se non avesse mai fatto altro in vita sua. Gli detti come all’altro cane un nome russo, Piotr, un nome breve e rollante di r come lui quando pretendeva di ringhiare minacciosamente a qualcosa. Un amico mi regalò una medaglietta a forma di osso col nome e il telefono. Non aveva ancora visto il cane e la medaglietta si rivelò comicamente grande rispetto al suo minuscolo portatore. Quando lo portai la prima volta con me a Roma mi preoccupai per giorni all’idea del piccolo selvaggio trasferito di colpo in una macchina, in un appartamento, in città. Invece si adattò immediatamente con estrema naturalezza. Si installò da signore sul materassino di Igor, mentre quest’ultimo si ridusse a dormire sul pavimento. Quando eravamo in campagna, Igor, vecchio cane robusto e dal pelo foltissimo, era avvezzo a dormire fuori con qualsiasi tempo, anche nella neve, mentre Piotr, delicatino e viziato nonostante le sue origini plebee, dormiva in casa. Al mattino quando mi svegliavo e aprivo la porta-finestra sul giardino, Piotr scappava fuori e subito correva sul retro, dove si trovava Igor, che da lì sorvegliava il cancello d’ingresso. Dopo poco Piotr ricompariva insieme con l’amico ed io distribuivo biscottini per colazione: il primo, nel rispetto delle gerarchie, lo davo ad Igor, che lo afferrava delicatamente coi denti e poi lo lasciava cadere a terra e aspettava che Piotr lo prendesse; solo dopo mangiava un secondo biscottino avuto da me. Passarono così poco più di due anni e mezzo. La vecchiaia di Igor progrediva sempre più in fretta. Le zampe lo reggevano sempre meno, finché dovetti rassegnarmi a fare le passeggiate più lunghe col solo Piotr e, poi Igor non ce la fece più neppure a venire in paese con noi e ci aspettava dietro al cancello. Era diventato sordo e spesso era Piotr a dare l’allarme per qualcosa e Igor si univa col suo abbaiare, un tempo possente e ora pietosamente roco, ma aveva negli occhi uno sguardo incerto, da cui capivo che abbaiava solo perché abbaiava l’altro, ma non sapeva il perché. Ma per Piotr il gran vecchio restava sempre l’amico mitico, la sicurezza, il saldo punto di riferimento. E anche per me. Venne infine il tanto temuto momento del congedo definitivo. Igor, vecchio ormai di quindici anni e mezzo, aveva un tumore al testicolo e cuore e reni non erano in perfette condizioni. Un giorno non riuscì più a sollevarsi sulle zampe posteriori. La luce nei suoi occhi cambiò. La sua vecchiaia era stata un esempio di dignità, aveva sempre lottato e si era continuato a godere la vita sempre più limitata che l’età avanzata gli consentiva, noncurante dei dolori che pure lo torturavano al punto che si era procurato coi morsi un granuloma ad una delle zampe malate. Ma quando subentrò all’improvviso la parlalisi completa del posteriore e per spostarsi fu obbligato a trascinarsi penosamente, il suo sguardo mi fece capire che il momento era giunto. Il veterinario lo addormentò dolcemente, a casa, accanto a me. Non durò che un attimo. Piotr era in giardino. Chiesi al veterinario se era bene mostrargli l’amico morto e lui disse di sì. Uscii, lo presi in braccio e lo deposi accanto al muso di Igor. Schizzò via immediatamente fuggendo fuori. Quella sera non toccò cibo. La mattina dopo quando aprii la porta-finestra uscì fuori d’impeto come sempre, ma si fermò subito tutto smarrito e tornò di corsa dentro a rifugiarsi sul materassino. Seguì un lungo periodo in cui Piotr, che era sempre stato un essere lieto, buffo e sicuro di sé, si spense completamente: passava le ore steso sul materassino che era stato di Igor, e non si faceva vedere da me se non al momento delle passeggiate. Lui che prima correva confidente incontro agli altri cani, di qualunque taglia fossero, cominciò ad aver paura e a tenersi alla larga dai suoi simili. In quel periodo mi accorsi che io e lui non avevamo un rapporto, che il nostro rapporto era sempre stato mediato da Igor, perché Piotr «era il cane del mio cane», come ero solita dire. Ora entrambi piangevamo sconsolati la perdita del nostro amico senza trovare alcun conforto l’uno nell’altra. Io rimproveravo a Piotr di non essere un vero cane. E’ passato più di un anno. Forse Piotr ed io stiamo riuscendo a costruire un rapporto fra noi. Lui è molto indipendente, esce con me, ma se lo lascio libero se ne va per i fatti suoi e si ripresenta quando lo ritiene opportuno, chiedendomi di aprirgli la porta con un abbaiare breve e caratteristico. Ogni tanto viene a fare e chiedere coccole dando colpetti col muso e colle zampette anteriori ed emettendo strani grugniti che mi inducono in questi momenti di affettuosità a chiamarlo «porcellino». Ma quando vedo un cane di taglia grande dallo sguardo pieno di sentimento sono trafitta da acuta nostalgia e mi domando se non sarebbe meglio per Piotr e me tornare ad avere fra noi un grosso cane. 30-31 dicembre 2010


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