Sentire l’odor della terra senza paura né tregua,
il piccolo legno a segnarla su radura selvaggia accucciata:
sorvolando fantastici mondi, facendola mappa.
D’intorno l’ascolto di schiocchi, senza un chi e un dove,
nel mistero che s’alza alla brezza e l’attimo tacita
alle cicale, il canto volto al ritorno.
E grida festose sui fianchi che entrano in testa,
i giochi sulle macerie come posto di festa
con l’erba comune attaccata anche in faccia.
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Intanto passava la strada, qualche gatto randagio a carezza,
il branco che andava alla macchia.
Vicina, la cava del mare emanava barbagli:
del prima , del dopo, del niente, legati a una piccola bambola
che tra le braccia non c’era.
Ma credevo il mio corpo immortale
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