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Il vuoto

Romanzo

Serena Penni
Edizioni dell’Orso

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 01/10/2021 12:00:00

 

Un vuoto diviso in due metà parallele e complementari: Ilenia e Francesco, moglie e marito, quasi per caso, più per dire no a una serie di circostanze che non dire sì tra loro. La vicenda è divisa perfettamente a metà, nella prima è Ilenia a raccontare i fatti, nella seconda è il marito a offrire la sua visione. Ciascuna delle due versioni combacia, ovviamente, con l’altra ma mostra i fatti sotto una luce diversa e offre allo sguardo del lettore porzioni in ombra, costruendo così la vicenda nella sua interezza. Ogni parte è narrata in prima persona dal protagonista, che descrive anche l’antefatto e le origini di determinate scelte.

Ilenia proviene da una famiglia agiata, ma di umile provenienza, è apatica e insoddisfatta e sembra una bambina viziata, incapace di decisioni e scelte. L’unico suo momento di autentica indipendenza lo ha quando decide di sposare Francesco, inimicandosi immediatamente la famiglia e pentendosi nello stesso istante. Francesco, invece, proviene da una famiglia povera, ma con la sua volontà e determinazione riesce a crearsi una buona posizione sociale. Sarà proprio una sorta di reazione chimica fra i due ambienti di provenienza della coppia a innestare una fatale serie di reazioni a catena che porteranno all’epilogo, con conseguente ravvedimento di uno dei due.

Non voglio inoltrarmi nella trama, perché, trovandoci di fronte a una storia dal deciso taglio “noir”, potrei sottrarre al lettore il giusto grado di sorpresa nell’inoltrarsi nella narrazione. Quel che sembra risaltare della storia è un granitico arroccamento dei due sulle loro posizioni, Ilenia continua a fare la bambina viziata, e l’unica cosa che desidera è una risata e un poco di calore umano, anche se non sembra minimamente intenzionata a rinunciare agli agi e alle sue convinzioni per venire incontro al marito. Quest’ultimo, sebbene goda di una posizione favorevole dal punto di vista lavorativo, appare come profondamente insoddisfatto, in primis della moglie, ma anche di sé stesso, e scalpita per avere di più. La situazione di Francesco appare aggravata da una forma di aggressività immotivata e da disturbi del controllo dell’emotività; avere sposato una donna di cui non è innamorato e dalla quale si sente giudicato, per lo più negativamente, non lo aiuta di certo a evitare di perdersi in situazioni ambigue sino a mettere a repentaglio la sicurezza economica e fisica sua e della famiglia. Ilenia, dal canto suo, sembrerebbe soffrire di depressione e di una mancanza di entusiasmo e leggerezza nei confronti della vita, anche dal punto di vista sessuale non sembra molto stimolata dal marito, il quale, comunque, la ignora. Fanno da contorno le rispettive famiglie, grigia e silente, anche se agiata, quella di Ilenia, caciarona e dinamica quella di cui Francesco, in fondo, si vergogna. Il vuoto del titolo sembra essere la mancanza di incontro fra i personaggi: si muovono sfiorandosi, si sposano quasi da lontano, non avviene mai che lui cerchi di capire lei, o Ilenia faccia un passo verso Francesco. Sono immobili come due diorami posti uno di fronte all’altro nella sala algida di un museo. A tratti viene da pensare che la mobilità sociale sia un semplice esercizio del pensiero perché Ilenia e Francesco non riescono a scrollarsi di dosso l’eredità familiare, che pure odiano, per portarsi su di un terreno più congeniale che, forse, veramente si meritano. Solo nell’epilogo della storia di Ilenia c’è il vero incontro d’amore fra i due, il momento sublime, quasi mistico o messianico, capace di donare loro la redenzione e la salvezza.

Il romanzo rispolvera con garbo certi cliché della narrazione gialla e nera degli anni Cinquanta, con una voce narrante che regge l’esposizione dei fatti, poi avviene lo scambio col coprotagonista. Entrambi si attengono, piuttosto strettamente, allo svolgersi dei fatti e descrivono le proprie emozioni senza coloriture e senza digressioni. Forse senza neanche porsi tante domande, quasi che i fatti siano piombati loro addosso e non abbiano potuto fare di meglio che indossarli.

 


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