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🖋 La vita nascosta a Udine il 1° febbraio 2023
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore č soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Se tutti i danesi fossero ebrei

Teatro

Evgenij A. Evtušenko
Lamantica Edizioni


Recensione proposta da LaRecherche.it

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Pubblicato il 25/11/2022 19:59:00

 

[Recensione di Assunta Cardile]

 

Pubblicata in Italia in prima edizione mondiale:

“Se tutti i danesi fossero ebrei”
L’opera teatrale postuma di Evgenij A. Evtušenko

 

 

Il poeta e scrittore del disgelo Evgenij A. Evtušenko, venuto a mancare nel 2017, lasciò inedita nel cassetto la sua unica opera teatrale, intitolata Se tutti i danesi fossero ebrei.

Ora la pièce è stata finalmente pubblicata in Italia, postuma, in prima edizione mondiale per i tipi di Lamantica Edizioni (Brescia, 2022, p. 243) nell’eccellente traduzione di Evelina Pascucci, a cura di Lorenzo Gafforini e con un saggio introduttivo di Francesco De Napoli.

L’opera, datata gennaio 1996, fece una fugace apparizione in quello stesso anno sulla rivista russa Druzhba Narodov, nel mentre veniva rappresentata nelle maggiori città di Danimarca e Germania.

In quel periodo Evelina Pascucci completò la prima traduzione italiana della pièce, il cui dattiloscritto fu inviato in lettura allo scrittore Francesco De Napoli, il quale, ottenuto il consenso dell’autore, si attivò immediatamente affinché anche a Cassino (FR) fosse realizzato l’allestimento scenico di Se tutti i danesi fossero ebrei. La rappresentazione ebbe luogo nel 2003 a cura del Centro Universitario Teatrale, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università. Da allora fino ad oggi, l’opera teatrale di Evtušenko era finita nell’oblio.

L’elegante edizione di Lamantica si apre con un superlativo saggio di Francesco De Napoli, il quale – come scrive il curatore Lorenzo Gafforini – è “autore dei più approfonditi e dettagliati studi che l’Italia abbia dedicato finora a Evtušenko”. Ciò che stava a cuore a De Napoli era recuperare la vera immagine di Evtušenko, un personaggio unico nella storia della Letteratura del Novecento al punto da cadere spesso vittima di feroci attacchi da parte dei suoi denigratori.

In effetti l’Enfant terrible della letteratura russa, sul quale è stato scritto tutto e il contrario di tutto, è un personaggio molto difficile da inquadrare. Consapevole di ciò, De Napoli ha compiuto uno sforzo eccezionale per onorare degnamente il suo caro amico Ženja - diminutivo di Evgenij -, sgombrando il campo da illazioni e accuse d’ogni genere. Invero, sono le medesime conclusioni alle quali potrebbe giungere qualsiasi lettore a condizione che sappia analizzare fino in fondo, con obiettività di giudizio, la produzione del Maestro siberiano.

Nel suo studio di circa un centinaio di pagine De Napoli esamina nei minimi dettagli Se tutti i danesi fossero ebrei, come se la pièce fosse il testamento spirituale del Poeta del disgelo, al punto da ritenere che con quest’opera l’autore abbia raggiunto l’apice della sua sterminata produzione: in Italia risulta pubblicata solo una minima parte delle opere di Evtušenko.

Attraverso tutta una serie di considerazioni, De Napoli conclude che in quest’opera teatrale Ženja, forse per la prima volta, non figura personalmente “presente” nel testo. Evtušenko aveva affermato più volte: “L’intera mia produzione non è altro che una interminabile confessione”. A conti fatti, è grazie ai due testi interamente autobiografici di Evtušenko che De Napoli riesce a districarsi nel ricostruire la vera identità del Maestro russo, vale a dire l’Autobiografia precoce. Postille marginali (1963) e Non morire prima di morire. Fiaba russa (1995). Era come se Evtušenko, poeta romantico dall’animo tormentato, non potesse prescindere dal raccontare sé stesso nel mentre testimoniava sulle vicende del suo tempo: lui e il mondo costituivano un tutt’uno inscindibile. Ma quelle “tentazioni rievocative” di tipo individuale tendevano ad appesantire il filo della creatività, e solo grazie alla sua vena enormemente estrosa riusciva a venirne fuori.

Ora, invece, siamo di fronte ad un Evtušenko pienamente maturo e disincantato, come scrive De Napoli:

“Fermo nella determinazione di superare le ragioni personali, Evtušenko cercò di stemperarle in verità oggettive e, se possibile, universali. (…) Come un semplice spettatore, l’autore si propose di estraniarsi dai quadri a cui dava vita, onde evitare un coinvolgimento diretto. Persino il luogo in cui è ambientato il dramma, la Danimarca, si direbbe scelto apposta per prendere le distanze dalle ossessioni legate alla terra natia.”

È sottinteso che Ženja rimane comunque “presente” nella pièce anche se, stavolta, in modo diverso, come del resto ogni autore è sempre parte della propria creazione artistica.

In sintesi, la trama dell’opera. Evtušenko immagina una spirale di eventi che, al di là della storia come viene comunemente intesa, s’intrecciano rispecchiando la perenne follia umana. Nella vicenda si fondono e confondono due tracce: la prima, di cui è protagonista un personaggio realmente esistito, la principessa Leonora Cristina (1621-1698), figlia del re di Danimarca Cristiano IV, perseguitata insieme con lo sposo dalla corte danese, infine catturata e rinchiusa per 22 anni in una torre del castello di Copenaghen; la seconda, ideata da Evtušenko e ambientata nel corso della seconda guerra mondiale sempre in Danimarca, al tempo del rastrellamento degli ebrei ad opera dei nazisti. Anche nel secondo caso la protagonista si chiama Leonora Cristina, ed è una studentessa decisa a salvare la vita a suo padre, un gioielliere ebreo catturato dai nazisti. Gli identici nomi delle ragazze hanno lo scopo di dimostrare la ripetitività della tragedia umana. Il titolo dell’opera riprende una frase del cinico colonnello nazista che dispone le operazioni di rastrellamento: “Se tutti i danesi fossero ebrei, noi sapremmo che cosa fare di loro”.  

Francesco De Napoli conclude la sua trattazione con alcune fondamentali riflessioni sul ruolo del poeta e dello scrittore:

“Cos’è che rende davvero grande un poeta, uno scrittore? Il talento, l’ispirazione e il valore contenutistico e formale di versi, romanzi, opere teatrali, da soli non bastano. Esistono migliaia di autori in possesso di queste qualità, eppure il loro mestiere resta ai margini della vita letteraria, al massimo potrà diventare oggetto di studio da parte di volenterosi accademici. È necessaria, ai livelli più alti, una predisposizione altra e diversa ma assai più rara: saper incarnare i fermenti culturali e vitali del proprio tempo interpretando le aspirazioni della gente comune con semplicità, sincerità, umanità e saggezza. Si tratta di eccezionali qualità intellettuali e dello spirito indispensabili per abbattere le barriere che ostacolano la comprensione reciproca e la fratellanza universale, sì da stabilire forti e duraturi legami con altre realtà, con altri mondi, dando voce ai sentimenti degli ultimi. In tutto ciò, l’Enfant terrible si dimostrò insuperabile.”

 


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