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Le campane di Bicêtre

Romanzo

Georges Simenon
Adelphi

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 24/03/2009 15:55:00

Un uomo si sveglia in un letto di ospedale, completamente incapace di compiere il minimo movimento così come di proferire parola. È stato colpito da una emiplegia mentre si trovava nella toilette di un lussuoso ristorante dove si incontra con gli amici il primo martedì di ogni mese. Nei primi momenti della malattia l’uomo si ritrae completamente in sé stesso sino quasi rifiutare le cure, diventa come un bambino, si spaventa per un nonnulla, fa i caprici, non vuole parlare, poi lentamente comincia il percorso verso la guarigione, per tornare nel suo mondo abituale. Ma la sosta forzata e le lunghe ore solo con sé stesso consentono all’uomo di fare un impietoso bilancio della sua vita, riuscirà a vedere la sua esistenza, dall’inizio, senza veli, sino a ripercorrere il cammino che lo ha portato ad essere il redattore del principale quotidiano di Parigi, a vivere una esistenza agiata circondato da amici ricchi e potenti. Il primo sentimento dell’uomo quando si comincia a rendere conto di essere paralizzato ed afasico, è quello di voler restare così, non ravvisa lo scopo di tornare com’era prima, di rientrare nel suo invidiabile ambiente, preferirebbe restare così, al riparo dal mondo, nel suo stato di paralisi ed incomunicabilità col mondo esterno. Ma la voglia di vivere è più forte di tutto il rammarico che il protagonista può avere accumulato in tanti anni di esistenza; e la guarigione fisica può procedere solo di pari passo con quella dell’anima, il suo riconciliarsi con il mondo e con sé stesso, accompagna la ripresa delle funzioni motorie. L’uomo si interroga a fondo sul senso delle esistenze delle persone, dei malati, mentre il suo mondo si riduce a quello che può vedere lasciando correre lo sguardo, cioè la sua stanza d’ospedale e un tratto di corridoio, poi, quando il suo orizzonte si allarga riesce a focalizzare gli aspetti della sua vita, aspetti da sempre accettati ma che non aveva mai avuto modo di analizzare, prendendoli con rassegnato fatalismo. Nel corso della malattia riuscirà a capire a fondo il suo rapporto col padre, con la ex moglie, e le ragioni profonde per cui la figlia lo odia. Soprattutto l’uomo troverà dentro di sé l’amore verso la giovane moglie che la routine di una vita agiata ma senza momenti di vero dialogo sta conducendo a passi spediti verso l’alcolismo. Inoltre nella sua condizione di malato l’uomo si accorgerà di come i suoi privilegi sociali siano pressoché nulli, sarà costretto a fare la fila, cosa che non gli capitava da anni, e sorprendentemente ne trarrà un sottile piacere, da ciò si sentirà ancora vivo e partecipe del consorzio umano. Man mano che la guarigione procede l’uomo ritrova i suoi ritmi di sempre ma qualcosa gli è rimasto dell’esperienza e soprattutto avrà fatto tesoro delle riflessioni fatte durante la degenza.
Simenon, come sempre insuperabile narratore, riesce a trasmettere al lettore il senso di una vita in bilico, nelle prime pagine del libro, in cui nella mente del protagonista si confonde il suono delle campane della sua infanzia con quelle che sente risuonare nell’aria, e le vede come anelli concentrici sonori che si espandono nell’azzurro del cielo. Poi nel corso della narrazione l’autore cambia registro, portando il lettore nei recessi della mente del protagonista che via via si schiarisce, diventa più cosciente di sé. Con leggere pennellate di colore Simenon ci fa vedere il desiderio del protagonista per l’infermiera di notte, o rivive nella sua mente una nuotata nel Mediterraneo sotto un sole implacabile. Simenon mette a nudo le paure e le incertezze di un personaggio importante, che altro non sono che le paure di ciascuno di noi.

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