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Un giorno memorabile

di Maria Musik
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Pubblicato il 02/08/2008 08:28:34

Si sentono i soliti rumori in questo giorno d'estate: il vento, le cicale, il ritmico tonfo delle pietre con le quali colpisco il tronco dell'albero.
Sto attento a non mirare dove ci sono i nidi. Gli altri ragazzi mi prendono in giro per questo e mi chiamano "femminuccia" A me non importa: non li ammazzo gli animali! Solo la faina perché viene a fare strage nel pollaio.
Entro nel capanno degli attrezzi per cercare un po' di fresco. Intanto, mastico una foglia di citronella.
Una folata più forte delle altre mi porta un odore diverso: è acre, cattivo, sa di fuoco.
Mi precipito fuori. Da lontano si vede una striscia giallo arancione, una retta esemplare che sembra l'abbia tirata con la riga e la squadra un gigante geometra.
Urlo: "Che succede?" Dal nulla una voce risponde: "Il vecchio scemo s'è ubriacato e ha incendiato l'erba secca!"
Mi prendono la paura e la frenesia. La linea viene avanti, perfettamente perpendicolare ai due filari di pioppi che fiancheggiano una lunga e larga lingua di terra che passa davanti alle fattorie.
Di fronte alla nostra c’è la vigna di Malvasia. È la più antica del nostro vigneto: la piantò il padre del padre di mio padre.
“Pa’, corri, corri. Il fuoco!”
Niente, pare che in casa non ci sia nessuno.
“Pa’. Il fuoco, arriva il fuoco!”
Mentre continuo a chiamare, corro dentro ed attacco un lungo tubo al rubinetto della vasca dove mia madre lava i panni. I manicotti grossi, quelli che pescano nel pozzo, li usano i grandi. Anche io, però, voglio fare la mia parte.
Adesso il miagolio lontano delle fiamme è divenuto un ruggito.
“Pa’, corri ti dico!”.
Apro l’acqua e mi precipito fuori.
Due colonne di uomini armati di pale costeggiano i filari d’alberi tenendo a bada la vampa con la terra e il fuoco gli ubbidisce. Va avanti lento, senza lasciare sbavature.
In mezzo agli altri c’è mio padre.
“Che fai lì fuori ad infradiciarti i piedi. Entra dentro, scemo, che il fumo fa male!”.
Gli altri contadini ridono. Lui, si tira su il bavaglio e ricomincia a spalare terra.
Ormai la vigna si contorce e geme. Rimango atterrito come se stessi guardando la pira che divora il corpo martoriato del prode Ettore. È come il disegno sul libro di scuola.
Mia madre, intanto, chiude l’acqua che continua a schizzare dal tubo che ai miei piedi si muove rapido come un serpente.
Mi prende per le spalle e, senza dire una parola, mi porta in casa.
Non riesco a calmarmi. Mi vergogno della magra figura che ho fatto: doveva essere un giorno memorabile, eroico, una specie d’iniziazione ed è diventato la giornata nazionale del babbeo. Questa sera, in osteria, avranno un altro zimbello. Ora siamo in due: lo scemo del paese ed io.
Ma anche l’orrore non mi abbandona. Serpi, topi, insetti schizzavano fuori di sotto i pampini come avessero visto il demonio in persona. Le foglie si accartocciavano, gli acini acerbi friggevano, le piante cadevano l’una sull’altra e tutti quegli splendidi colori si annientavano tingendo il rosso di nero.
Non mi accorgo che si è fatta sera. Mio padre varca la soglia, sporco come uno spazzacamino e soddisfatto come l’anno in cui, del raccolto, non si perse neanche una spiga.
“È fatta. Vado a lavarmi”. Mia madre annuisce e comincia ad apparecchiare la tavola. Non mi muovo: questa sera lascerò che faccia tutto da sola. Almeno in questo voglio prendermi la mia rivincita di uomo.
A tavola mio padre racconta mentre io, senza ascoltarlo, disegno circoli con la forchetta nel piatto che rimane pieno. Ad un tratto si interrompe.
“Non hai fame? Stai male?”.
Non rispondo, non alzo neanche gli occhi ma già so che i suoi sono diventati foschi ed il sangue gli è salito ad irrorare le guance.
“Ti ho fatto una domanda?”.
Ma riesco solo a rispondere con un’altra domanda. “Perché?”.
Mia madre lo guarda dritto negli occhi. Tace ma sa essere eloquente.
Ancora con l’ira che distorce la voce, inizia a spiegarmi che di lì passerà una grande strada, che tutti hanno preso bei soldi e che ora verrà tanta gente. Dovrà pure mangiare e dormire. Un funzionario della Regione gli ha promesso un contributo per aprire un agriturismo. Saranno altri soldi, soldi sicuri che non basta una grandinata per portarseli via.
Più calmo, riprende a mangiare.
Non ha capito, come sempre non ha capito. Credo di urlarglielo contro ma lo sto solo gridando a me stesso: “Perché non me l’hai detto? Perché mi hai trattato da imbecille davanti agli altri uomini? Perché non mi hai lasciato il tempo di dire addio a quel poco che rimane della mia infanzia? Non ti sei accorto che non sono più un bambino?”
Mia madre si avvicina, mi toglie il piatto da davanti e mi versa due dita di vino.
Alzo la testa fiero: lei lo ha capito che sono cresciuto.
Subito, però, la riabbasso paonazzo. “Certo che lo sa, cretino. È lei che cambia le lenzuola in cui dormi e ti lava le mutande!”

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