Pubblicato il 30/08/2017 19:19:07
Oggi ho incontrato la morte due volte. Il nostro corpo cambia, le cellule si rigenerano continuamente e bastano pochi mesi per essere una persona completamente diversa, almeno esteriormente. Ma dentro? Non legittimo pensare che anche la nostra anima, o quel che si suol definire tale, venga toccata da questo continuo rinnovamento? Un eterno ciclo karmico, con lunica pecca di farci ripiombare, ogni volta, sempre in noi stessi, almeno finch una parvenza di conclusione non arriva a togliere di mezzo gli ultimi brandelli di ci che siamo stati, per gettarci in una nuova esistenza. Sperando che il definitivo congedo non arrivi per consunzione, una lenta e definitiva erosione dello spirito. Il primo momento in cui ci siamo incontrati stato in ufficio. Aleggiava intorno a due colleghi, che per qualche motivo hanno cominciato a litigare furiosamente. Di ragioni per attaccarsi a vicenda in questo modo il posto ne abbonda: speranze di carriera, stress da superlavoro, superiori incapaci e poco, se non nullo, tempo per comunicare qualcosa che non faccia parte del programma quotidiano delle mansioni. Li ho visti cominciare a prendersi a male parole, ignaro di quale fosse stata la scintilla scatenante, mi sono alzato dalla sedia quando li ho visti prendersi per il colletto della camicia, le facce paonazze e le urla che coprivano il ticchettio snervante delle mani sulla tastiere. Quando un collega arrivato a dividerli mi sono accorto di essere ancora nel mio cubicolo, immobile, a guardare fisso davanti a me con le mani abbandonate lungo i fianchi; ero sicuro di essermi alzato per un motivo, ma ormai mi sfuggiva. Lho incontrata nuovamente mentre mi accingevo a tornare a casa, nel dedalo tortuoso dei corridoi della metropolitana. Era accanto ad un uomo inginocchiato, un cartello con una richiesta daiuto appoggiato vicino a lui, una piccola ciotola di porcellana a contenere le monete donate con la consueta parsimonia dalla gente di passaggio. Mi colp il suo aspetto: luomo indossava infatti un completo di buona fattura, era sbarbato e, non fosse stato per quella richiesta daiuto e per la posa insolita, lo si sarebbe scambiato per uno dei passanti che cercavano di evitare il suo sguardo. Il cartello recava, laconicamente, la frase Ho perso tutto. Aiutatemi a rialzarmi. Dopo averlo superato mi guardai le mani vuote, come se avessi dovuto fare qualcosa con esse, ma senza ricordare che cosa. Quando passai oltre sentii la stessa voce che mi aveva solleticato lorecchio in ufficio, le parole della morte dellanima. Non una mia responsabilit, dicevano, e la voce era la mia.
Sono le due del sabato pomeriggio, e finalmente posso rilassarmi un po. Fuori splende il sole, e laria primaverile mi invoglia ad uscire: ma io rifiuto linvito. Scarico un po di film, leggo un po, ogni tanto sonnecchio sul divano: Borges scriveva, a proposito del primo imperatore cinese Qin Shi Huang, che la sua paura della morte lo aveva portato a rinchiudersi nel suo palazzo, convinto che la morte non pu entrare in un orbe chiuso; so che limmortalit non ha arriso a colui che inizi la costruzione della muraglia cinese e diede alle fiamme i libri degli antenati, eppure col suo stesso spirito che faccio di queste quattro mura il mio santuario. Uscire significherebbe avere nuove occasioni per incontrare la morte, mentre qui non mi viene a trovare a meno che non la inviti. Rimango da solo, perlopi in silenzio, ed evito contati con chicchessia: cos mi tengo lontano dallindifferenza, dallodio, tranne quello che provo per me stesso. Non sono religioso, eppure continuano a venirmi in mente paragoni divini. La televisione non riesce a farmi smettere di pensare, non oggi; mentre scorrono le immagini di un film insignificante mi chiedo perch, se Ges ha perdonato una vita di sbagli al ladrone alla sua destra, egli non dovrebbe fare lo stesso con me. Quale inferno devo avere dentro per non essere capace di accettare i miei errori e passare oltre? Ma le mie colpe, forse risibili, sono dissonanti, nei momenti in cui la morte viene a visitarmi sento spezzarsi larmonia in stridii cos contorti che non esistono generi, metriche o scale atti ad unirli in una musicalit che possa essere appagante anche per un solo essere nelluniverso. La mia condanna allesilio non mi imposta, ma non riesco a vedere nel confronto con la morte un qualcosa da accettare: non ci riesco perch non ho amore da donare, ho un cuore dalla linfa inaridita, e questa mancanza mi impedisce di essere completo. Come vorrei essere come Prometeo, che ha amato tanto lumanit da sacrificarsi per lei, facendosi straziare le carni allinfinito; o come Atlante, che si fa carico del peso del mondo perch la sua sofferenza nulla se confrontata alla grandezza del suo compito. Metto il film in pausa, un pensiero mi colpisce allimprovviso. E se Prometeo, invece dellumanit, amasse laquila che lo tortura? Avrebbero pi senso, allora, lamore e la vita stessa, che apprezziamo solo nei brevi momenti in cui ci culla e ci riscalda: ma lamore non pu essere slegato dalla morte, non ci sono n onore n infamia senza il rischio; forse, mentre vede arrivare la sua pena su possenti ali, un senso dinfinito affetto lo avvolge, amore per ci che cerca invano di distruggerlo ed invece lo completa. Spengo il televisore. Mi sono ingannato per troppo tempo, la morte qui con me ora pi che mai. Non smetter mai di portarla dentro, ma posso portarla a conoscere lamore: esco di casa titubante, mentre inadatto al mondo mi inoltro per le strade in cerca di un po di piet per le mie mancanze. Ho un fuoco nuovo che mi riscalda, ma ancora una debole fiammella: temo un vento che non spira che per me, ma proteggo con tutte le mie forze quel piccolo alito caldo di speranza.
Camminare per le strade un tormento continuo. Ho pensato spesso, negli ultimi mesi, agli hikikomori, persone che si seppelliscono in casa impaurite dal mondo esterno, ed ora eccolo qui, il loro pi grande timore. Ho abbandonato la soglia di casa con lintenzione di trovare accettazione, di alimentare il fuoco che ho sentito per un attimo scaldarmi, ma ad ogni passo sento solo un senso di inadeguatezza. La mia rivelazione, cos forte fino a qualche attimo fa, mi sembra ora solo una di quelle epifanie che puoi avere leggendo una frase su facebook, o aprendo un biscotto della fortuna in un ristorante cinese: illuminazione tanto improvvisa quanto flebile. Cosa ci faccio qui? Perch il mondo dovrebbe avere bisogno di me, perch dovrebbe volermi? Mi sento gli occhi addosso di ogni passante, ogni faccia che evita lincrocio coi miei occhi mi sembra farlo con sdegno, trovo un rifiuto in qualunque gesto della folla che mi ritrovo attorno. Eppure avanzo, riesco a capire che, se dovessi tornare indietro, diventer anche io come quei disperati che hanno chiuso fuori il mondo per amare od avvilire solo s stessi. Ma non per preservarmi che mi rinchiuderei nella mia gabbia tuttaltro che dorata, no: per preservare il mondo da me che eviterei ogni contatto. Non si pu amare il mondo amando solo s stessi: lo si pu fare forse amando tutti gli altri? No, perdonare le loro colpe solo una patetica scusa per autogiustificare i miei errori, per difendermi strenuamente di fronte ad un tribunale universale che ha me come unico imputato. Persino Ges nel tempio si scagliava con veemenza contro i torti: un amore come il mio rasenta il freddo tanto da vicino che mi chiedo come possa quella fiammella scaldare il mio cuore, farlo ardere abbastanza per farmi provare finalmente qualcosa di reale. Ora solo uno specchio della societ, che non condanna solo per non indossare veramente i panni degli altri: ma la santit di chi ama profondamente tutto il creato in egual misura, ed al contempo ama il singolo allo stesso modo, sembra sempre l ad un passo. Chiss poi perch mi vengono in mente tutti questi esempi religiosi, io che mi sono sempre professato fieramente agnostico. Passo accanto ad un locale da cui sento provenire una musica nota, qualcosa che scava nelle pieghe di un passato felice e mai dimenticato. Oggi assomiglia pi ad un lieve invito che ad un triste rimpianto, e titubante decido di entrare ed accomodarmi al bancone. Una birra forse mi aiuter a trovare il coraggio di affrontare questa sfida che nessuno pu intuire, a scalare le vette inviolate delle mie paure pi profonde.
Come sia finito qui non lo so. La musica rimbomba mentre una band si esibisce sul palco, palline da flipper che schizzano da una parte allaltra della pedana al pari del pubblico. Ci sono anche io, l in mezzo, e la fiammella ora non rischia pi di essere spenta. Mi sento parte di qualcosa, appagato, e non sono le birre bevute ad avermi procurato questa sensazione di beatitudine: anzi, mi sento lucido come non mai. Ti incontro per caso al bancone, il concerto finito ma la musica non smette di risuonare dalle casse. Dici che assomiglio a qualcuno che non conosco, ed cos che cominciamo a parlare. Mi racconti un po di te, io ascolto e parlo poco: il fuoco che ora dovrebbe ardere ancora di pi si sta pian piano spegnendo; la mia morte mi sussurra allorecchio, attendo il momento in cui ti stancherai di me ed andrai altrove, a prendere un altro cocktail o a conversare con un amico. La tua mano si avvolge alla mia con naturalezza mentre mi trascini via, tanto che non ho tempo per stupirmene. Ho perso il senso dei gesti che portano ad un fine, ma se il fine sei tu vorrei mandarli a memoria per perpetuarli allinfinito. Mentre ci chiudiamo una porta alle spalle e ci baciamo io non vedo cosa ho attorno, dove siamo e quando: non ho occhi che per te. Potremmo essere a contorcere i nostri corpi sulle vette dellHimalaya e non sentiremmo il gelo, n lo temeremmo, poich il freddo lo portiamo solo dentro di noi: ora c un fuoco che ci unisce, e potr scaldarci o consumarci; limportante che ci faccia sentire vivi. Restiamo qui per sempre. Rendiamo infinita unora, un attimo, nutrendoci di noi, santi e cannibali, carni fameliche e voraci intrise di spiriti quieti ed assoluti. Saziamoci dei nostri organi finch non rimangano pi corpi da esplorare, ed alimentiamo linfinito con larmonia dei nostri pensieri indissolubilmente legati.
Forse domani non ti ricorderai di me. La morte mi sussurra allorecchio, ma non lascolto. Basta un solo momento a giustificare mille sofferenze, e quel momento ora: non lo perder nei miei tortuosi abissi.
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