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Emma

di Teresa Cassani
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Pubblicato il 12/11/2018 09:13:07

EMMA

 

Sul portone era stata posta l’onoranza funebre.

Arrivavano alla spicciolata, salivano le scale, si fermavano al primo piano dell’albergo dove era collocata la salma.

“Condoglianze”.

La testa del morto sporgeva dalla bara . La pelle levigata, il naso aquilino, grande sul viso minuto, sigillavano l’ultimo ricordo di lui.

Un secolo di vita era una benedizione passata tra quelle mura: braccia buone a lavorare, figlie a studiare  dalle suore.

Nell’ordine naturale, le cose: quell’anno il mese di dicembre era stato particolarmente freddo in laguna.

Il paese aveva recitato  il rosario, stringendosi a circolo attorno al prete intirizzito che diceva i Misteri nella sala grande dell’albergo.

Emma si era vestita di scuro e anche le sorelle.

“ L’eterno riposo dona a lui, o Signore, risplenda a lui la luce perpetua, riposi in pace il nostro fratello Emanuele. Amen”.

Mai più dietro la porta a vetri a guardare i passanti sulla via, mai più a spiare le faville del fuoco nel camino, mai più a rammendare le reti biascicando le conte, mai più seduto col bastone in mano appoggiato tra i sandali.

Riposa in pace. Babbo.

Le colleghe erano arrivate con aria di partecipata commozione.

Le vocine flautate degli alunni avevano rotto il brusio dei conoscenti.  

Grazie. Grazie a tutti.

Era arrivato anche lui: si era fermato all’ingresso con altri del paese.

Occhi al pavimento e braccia conserte.

Cappotto blu. Colore dell’equilibrio.

Le aveva stretto la mano e mormorato qualcosa.

 

Erano passati molti anni da quando lui, occhi socchiusi, le aveva detto di un viaggio a Cuba e di quanto Hemingway avesse amato la loro laguna, con gli spazi tra i canneti che sembravano eterni, i silenzi dolcissimi, il fruscio delle foglie appena mosse dal vento, il richiamo degli uccelli migratori.

Lei gli aveva chiesto, sommessa, di prendere la barca e di risalire i canali, per sentire l’odore dell’acqua placida e un po’ salmastra, i tonfi dei remi che affondavano regolari e le grida dei gabbiani in cielo.

Ma solo alla sera, davanti alla fiamma, i sogni prendevano forme reali e il futuro si faceva presente agli occhi del padre che, seduto in disparte a rammendare una rete, benediva la risata della figlia più bella.

Poi lui, per molti anni, non era più venuto.

Aveva preso il mare. Non per andare in America, di cui tanto parlava, ma in un altro paese di canali dove c’era un’osteria e, tra le siepi stracolme di fiori, i tavoli all’aperto con le tovaglie a quadretti , le panche di legno e un vecchio bancone per la mescita del vino sfuso.

Lì aveva raccontato ad altri dei suoi rapimenti . Il volto carico di intense espressioni, avvolto nel fumo della sigaretta.

E a quella ragazza, di scolpite e potenti voluttà, aveva fatto tenerezza il tipo un po’ smarrito, vulnerabile e variabile, che collezionava passioni umane , andando in cerca di leggende e di storie d’acqua da scrivere sul giornale.

Si erano sposati.

 

Il giorno del funerale nevicava.

Dall’albergo al cimitero la strada in salita compiva una larga esse sinuosa, come il corso del Canal Grande, e il corteo silenzioso e ordinato sotto gli ombrelli si avviò a occupare quelle anse.

Una fila bianca di gente si mostrava alle facce del paese.

Oltre ai parenti, ai mariti e ai figli delle sorelle sposate, c’erano quanti avevano mantenuto relazioni con la famiglia o spartito affari.

Lui, in chiesa, si tenne sul fondo di una navata laterale e, al cimitero, a ridosso della tomba più lontana.

Era arrivato il momento formale delle condoglianze.

Sfilavano per porgere la mano a Emma.

“Mi dispiace”. “Emma”..”Professoressa”. “A lunedì”. “Emma”.

Grazie. Grazie. Siete gentili.

La calma della neve, che cadeva , toglieva il respiro.

Si fermarono a pochi metri dall’antica storia , sapendo che non avrebbero trovato le parole.

Sotto la nuvola grigia di capelli, le rughe avevano scavato solchi nel volto di entrambi.

Anche per lui la principale compagna era stata la solitudine, nonostante le pubblicazioni e i riconoscimenti.

Lei, la più bella delle figlie, aveva consacrato la sua vita alla scuola, al padre, alle zie anziane, sforzandosi, in quei trentanni, di non pensare ad altri che a lui.

Ma non sempre c’era riuscita perché sapeva che, al di là dei canali, qualche volta anche lui la pensava.

Mettevano i mattoni a sigillare il loculo col cemento fresco.

Sciamavano fuori dal sacro luogo.

Lei, spalle girate, aveva già preso la curva della strada per tornare a casa.


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