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La Vipera e il Diavolo

Narrativa

Luigi Barnaba Frigoli
Meravigli Edizioni

Recensione di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 11/10/2013 12:00:00

 

“La Vipera e il Diavolo” - Edizioni Meravigli 2013 Se volessimo perseguire una, tra le molte chiavi di lettura di questo ‘romanzo storico’ (oggi diremmo di fiction), ambientato nel Medioevo alla fine del ’300 e riferito alla dinastia dei Visconti, in cui si narra lo scontro, senza esclusione di colpi, tra lo spietato tiranno Bernabò e lo scaltro Gian Galeazzo, suo nipote, per la conquista del trono di Milano, certamente finiremmo per soffermarci (per ovvio piacere della lettura), alla manierata immagine in cui Gian Galeazzo: “Fermo sul sagrato, si fregò la barbetta appuntita, richiamando alla mente i versi di Giacomo da Lentini: «Meravigliosamente un amor mi distringe …» ”. A voler sottolineare, per così dire, quel sentimento che, posto in chiusura del delizioso capitolo dedicato all’ ‘amor cortese’, narra dell’improvvisa infatuazione del giovane nipote per sua cugina Caterina, figlia di Isabella e Bernabò Visconti. L’avverbio, in incipit al ‘sonetto’, (che si vuole inventato dallo stesso G. da Lentini), è tipico della produzione letteraria della Scuola Poetica Siciliana, improntata, quasi esclusivamente, sulla poesia d’amore che verosimilmente veniva ‘cantata’ o quantomeno ‘intonata’ dai cantastorie girovaghi per le Corti d’Europa, dedicata, con tecniche di linguaggio spesso sofisticate, alla ‘dama / donna / madonna del castello’ in epoca feudale. Tuttavia il tema ‘amoroso’ che pure ricorre qua e là nel romanzo, e che ritroviamo in quasi tutte le ‘biografie’ della grandi famiglie (Borgia, Gonzaga, Sorza, solo per citarne alcune), tale da far pensare sia la causa del loro disfacimento, non è affatto quello dominante. Ben altri temi lo sovrastano e va detto che i signori viscontei non sono da meno degli altri negli intrighi di corte, tantomeno sono avulsi dalla caparbia sete di potere che li trasforma in strenui oppositori del Papato che ne contrasta l’operato, soprattutto l’estensione geografica dei loro possedimenti. La produzione letteraria, fin qui molto esigua sui Visconti di Milano, ce ne dà un’immagine che assume conoscenza di cronaca, di fatti feudali legati più a spartizioni familiari e intrighi di corte, eresie e scomuniche che non illuminano i cosiddetti ‘secoli bui’ della storiografia italiana se non, per quel gusto che hanno certi storiografi d’incedere nei ‘misfatti’ (leggi scelleratezze e nefandezze oltre che agli abusi di potere) rintracciabili in tutte le epoche e in tutte le ‘società’ dall’antichità al medioevo ad oggi. A differenza d’altri, in questo libro, l’autore aggiunge però alcunché che lo distingue, per dire di una qualche cosa che fa la ‘diversità’, inquadrando la ‘storia’ in ambito quotidiano e popolare con riferimenti presi sia dalle cronache storico-letterarie, sia dalla memoria più o meno ‘orale’ delle leggende e dei racconti folcloristico – tradizionali. E non è poco, se si pensa che molto spesso ciò che definiamo ‘storia’ è credibilmente ripresa dalla tradizione orale dei popoli che l’hanno ‘reinterpretata’, verosimilmente da coloro che l’hanno vissuta e trasmessa alle generazioni successive al periodo storico in cui (la storia) si è verificata. Una doppia lettura quindi che man mano si arricchisce di aneddoti cruenti e talvolta succulenti, che si colora di sentimenti anche contrastanti, che più spesso sollecita la nostra curiosità verso un progressivo avanzamento all’interno della conoscenza di un’epoca (tristemente ritenuta buia) e tuttavia illuminata da strali luminosissimi di eccezionalità: si pensi ai nostri scrittori e poeti di laudi e sonetti amorosi, allo svilupparsi delle arti che anticipano il Rinascimento italiano, alle consuetudini religiose, al flagello dell’eresia, all’inquisizione. E perché no ai condottieri, ai prezzolati avvocati e banchieri, al potere dei Signori feudali, al dominio spirituale della Chiesa di Roma e dei suoi Papi, ma anche a quei predicatori che attraversavano l’allora nascente Europa inveendo contro l’arroganza e gli abusi dei suoi governanti. Si pensi alla ‘stregoneria’, alle ‘danze macabre’, all’esistenza spaventosa del ‘diavolo’, alla ‘magia’ e all’alchimia capaci di sconvolgere la mente e l’esistenza dei potenti della terra e che daranno luogo alle nefaste liturgie settarie, ai ‘roghi’, prevenendo con molto anticipo quelli che saranno gli ‘scismi’ e le guerre di religione. E ancora, per non chiudere il cerchio in chiave di negazionismo, vanno ricordati i grandi maestri dei ‘cicli’ pittorici, che sempre in quegli anni illustravano, decoravano, scolpivano, costruivano i fondamenti dell’arte; quella stessa che dalle nostre città si spalancava al mondo intero e della quale dovremmo (al contrario di quanto succede oggi) andare orgogliosi. Non è un caso che l’autore del romanzo-cronaca-fiction ci regala un’immagine strepitosa di quella che sarà la costruzione ‘immaginifica’ e superba della principale costruzione dell’allora Mediolanum, il grandioso Duomo a compimento di un ciclo di ‘cattedrali bianche’ che invero, malgrado gli accadimenti accorsi ai loro ‘sponsor’, ancora oggi imperlano il Nord Italia a testimonianza del grande impegno economico-culturale di un potere che puntava ‘non solo allo scettro ma anche alla gloria eterna’. L’autore, riprendendo una leggenda diffusa, narra che Gian Galeazzo Visconti decise di fondare il Duomo di Milano dopo aver sognato il Diavolo. Egli però, non chiarisce quale demonio gli si sia presentato in sogno per tormentarlo al punto da spingerlo a esorcizzarlo attraverso l’edificazione della più famosa e maestosa cattedrale del mondo. È andato da sé, dunque, che a turbare i sonni del futuro duca di Lombardia sia stato Belzebù. Ma se, invece, non fosse stato Satana, re degli inferi, a terrorizzare il sovrano? Se fosse stato, ad esempio, il suo più acerrimo nemico? Ovvero, Bernabò Visconti. Il fratello di suo padre Galeazzo II, che, esattamente un anno prima dell’inizio della costruzione del Duomo (il 6 maggio 1385), lo stesso Gian Galeazzo aveva fatto arrestare, con un tranello in piena regola, e rinchiudere nel castello di Trezzo sull’Adda, per poi, si dice, avvelenarlo. Fin qui la ‘cornice’, ma veniamo alla ‘tela’ e successivamente alla buia ‘parete’ che sostiene la storia. «Siamo a Milano, seconda metà del Trecento. Un solo trono, due pretendenti: Gian Galeazzo, ambizioso, scaltro e risoluto rampollo della famiglia Visconti, e Bernabò, suo zio, il terribile e spietato ammazza preti e fustigatore del popolo, entrambi pronti a tutto per conquistare il potere, indiscusso e totale. Le cronache dell’epoca descrivono Bernabò, che governò su Milano dalla metà del XIV secolo, come un despota feroce e vendicativo tiranno, assetato di potere. Un Diavolo, appunto, che, sempre secondo la leggenda, eliminò il fratello, padre di Gian Galeazzo, dando il via a una vera e propria sfida per lo scettro lombardo. (..) Una rivalità destinata a diventare scontro senza esclusione di colpi, tra congiure e intrighi, esecuzioni e duelli, incantesimi e tradimenti, invidia e sangue, amore e odio. Trame oscure scandite da antiche leggende intessute nell'ombra. (..) La resa dei conti, tra ‘Vipera e Diavolo’ (da cui il titolo del romanzo), non tarderà ad arrivare. E sarà per la vita o per la morte. In palio, oltre allo scettro, la gloria imperitura, o l'eterna dannazione. La fine della guerra fratricida è nota: fu Gian Galeazzo a trionfare, lo dice la storiografia. Ma in che modo? E a che prezzo? Non è chiaro, ma a ben dire il senso della vittoria si basa su un motto: "… convinci il mondo che non stai spodestando un parente rivale, bensì liberando la cristianità da una piaga. Da usurpatore diventerai messia …".» Altro aspetto accattivante lo si riscontra nella ricostruzione ‘virtuale’ dei dialoghi che intercorrono fra i personaggi storici e quelli letterari re-inventati all’uopo dall’autore, restituiti cioè a una scrittura attenta e concisa di quello che doveva (o poteva) essere il linguaggio dell’epoca, scarno e manchevole di aggettivazioni, (certamente meno di quelli che io stesso utilizzo in questa recensione), e tuttavia farcito dalle contaminazioni del ‘volgare’ del parlato quotidiano, sul ‘latino’ di uso ecclesiastico in uso fin oltre il medioevo. Il latino, va qui detto, era comunque la lingua della ‘cultura’ dell’epoca, per così dire dei regnanti, dei letterati, degli speziali e ovviamente del Cristianesimo ufficiale, più o meno come è sopravvissuto fino ai giorni nostri. Da cui la struttura ontologica del linguaggio utilizzato, sebbene lontano da certi formalismi neoplatonici, aiuta il lettore a fondersi tutt’uno con il ‘tempo’ di cui narra la storia. Riscopriamo così molti ‘nomi propri’ in uso all’epoca come, ad esempio, quelli delle armi e delle armature utilizzate nei duelli, di palafrenieri e istruttori di equitazione, di oggetti d’uso comune, di manieri e castelli, di carceri e metodi di tortura, nonché di artifici ‘magici’ e successivi roghi di streghe, di alchimisti e aromatari (erboristi) che, coi loro ‘veleni’ risolvevano talvolta le diatribe dei potenti. Di non poca rilevanza l’aspetto ‘metafisico’ di tutta la vicenda narrata, incorsa alla famiglia Visconti, da cui il ripetersi di eventi peculiari all’umanità da quando questa viene raccontata in tutte le sue sfumature e nella sua atroce realtà. Se ci immergiamo per un istante in quelli che sono gli eventi accorsi nella Storia fin dai suoi albori, riscontriamo che l’avidità del potere, la smania di possedere, la stoltezza degli ottusi, da sempre crea mostri di cupidigia all’interno di ‘faide’ familiari, le cui vicende ‘personali’ talvolta, hanno stravolto l’esistenza di antichi popoli, coinvolgendo regni e nazioni. Questa, purtroppo la buia ‘parete’ che sostiene il quadro della storia che, nel bene e nel male, ci accomuna alla stragrande anomalia che perseguita l’umanità. La tela presenta una trama di ‘tragedia’ in corso dai tempi di Omero fino a Shakespeare, da Tolstoj a Tommasi di Lampedusa e oltre fino ai giorni nostri, in cui i dissapori e la discordia tra gli uni e gli altri, aumentano di generazione in generazione, e sembra che non possiamo farci niente, anche se ci accorgiamo che a scrostare il vello di muffa dell’inettitudine con cui abbiamo ricoperto la ‘parete’ della storia, viene giù l’intonaco e a nulla è servito aver ricoperte le malefatte con cui l’abbiamo innalzata. Il tempo della ‘tragedia’ è sempre presente ieri come oggi – sembra dire l’autore del romanzo, e l’aver riportato (riletto) alla luce dei giorni nostri un così funesto passato possa essere di futuro impedimento a ché ciò si ripeta nel tempo. Anche se oggi assistiamo a un capovolgimento della situazione tragica (di un Vincenzo Monti ad esempio) quando la tragedia classica rivelava una sua ‘sacralità’ di fondo che riscattava l’empio misfatto della storia: "Libertà che stolta / in Dio medesmo l'empie mani adopra". L’incipit del romanzo è folgorante: «Bartolomeo, in che guaio ti sei andato a ficcare!» cui risponde uno scrittore del tempo, certo Franco Sacchetti: «Credi tu sempre, maledetta serpe, regnar vivendo pur de l’altrui sangue, a tutti velenoso tarlo? Tu se’ iniqua e maligna sterpe; chi più ti serve, più doglioso langue.» Ed ancora l’autore avverte: “Tutti gli aneddoti inseriti in corsivo nel romanzo, così come molti degli elementi narrativi che ne compongono la trama, sono liberamente ispirati a novelle originali incentrate sulla figura di Bernabç Visconti, signore di Milano. Si tratta di leggende diffuse tra il popolo lombardo e toscano sin dalla seconda metà del XIV secolo, giunte fino a noi drazie a cronisti e autori minori attivi tra la fine del Trecento e l’inizio del Cinquecento. Un patrimonio letterario pressoché sconosciuto e, per questo, da riscoprire. “La vipera e il Diavolo” è il primo romanzo di Luigi Barnaba Frigoli, giornalista, ex redattore di Cernusco in Folio, che ha deciso di tentare la difficile avventura di scrittore. Nato a Milano si è laureato in Lettere Moderne sulla Storia economica e sociale del Medioevo.

 

 


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