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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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La Voce

Racconti

Maria Ferrara Taglioni
Guida Editori

Recensione di Teresa Nastri
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Pubblicato il 28/08/2015 12:00:00

 

1 -   Quando mi è stato dato il libro chiedendomi di partecipare a questa presentazione ho avuto un attimo di incertezza: non l'avevo mai fatto prima, e i libri che ho letto li ho sempre discussi fra me e me, in un processo - come dire - di metabolizzazione intrapsichica, un esercizio di tipo dialettico in cui l'interlocutore era ogni volta il libro stesso.

Dissi che mi sembrava naturale conoscere prima anche l'autrice. Le circostanze non lo hanno consentito. Sono stata sul punto di telefonarle per chiederle di prendere un thé insieme. Ma non l'ho fatto. Ho cercato invece di concentrarmi sull'oggetto concreto, solido e autosufficiente che avevo dinanzi. Un libro è infatti un'entità autonoma, una presenza viva fra noi, e fa parte del mondo che abitiamo allo stesso titolo di ciascuno di noi.

2 - Mi ha subito attratta  la foto in copertina. L'insieme fa tanto belle époque, ma lo sguardo della donna raffigurata sembra ammiccare a qualcuno che si trovi altrove. Il suo sorriso è spiazzante, scivola oltre, quasi dribblando l'osservatore... Riguardando quell'immagine dopo aver letto il libro, mi sembrò un anticipo del gioco a due che avevamo messo in atto, ma che per me, all'inizio, non era ancora cominciato. Questo, ripeto, lo pensai solo dopo - come dire: quando i giochi erano fatti, perché il mondo che il libro proietta - un mondo di pensieri, di sentimenti,  di emozioni, di relazioni - in qualche misura si era già intrecciato col mio. E' questa la magia operata dall'atto di lettura. Quasi un travaso osmotico da cui nessuna delle due entità a confronto - il libro e il lettore - esce immutata.

Tornando alla copertina, all'inizio mi chiedevo anche: ma sarà lei? Poi lessi: "foto d'epoca di famiglia". Dunque non era lei - e tuttavia man mano che andavo avanti nella lettura, continuavo a pensare che in quello sguardo e in quel sorriso - dolce e vagamente canzonatorio - erano già inscritti i caratteri più rilevanti di quella scrittura: impeccabile nella forma, apparentemente trasparente per la chiarezza concisa delle descrizioni. Era l'immagine che mi sembrava aderire naturalmente alla persona capace di  "sdrammatizzare” i fatti dolorosi della vita, di osservare il mondo - e se stessa  con la lente dell'ironia... l'antidoto agrodolce contro le amarezze della vita, stillato da un intelletto vigile e interattivo. Voglio aggiungere subito che, a mio avviso, l'ironia - una qualità rara della scrittura letteraria -  è in primo luogo indizio di una speciale disposizione dello spirito. Perciò la mia immediata ammirazione per questo aspetto della scrittura di Maria Ferrara - tanto più che mi sento continuamente rimproverare di essere priva  di humour e di autoironia, e non solo quando scrivo.

Maria Ferrara ha realizzato una metafora dichiarata fin nel titolo del libro, e ne ha fatto un'arma per esorcizzare il silenzio. Perché quando la voce corporea viene meno, oppure è impedita, è la nostra stessa essenza spirituale che prende la parola e s'incarna nella scrittura.

E qui faccio una piccola divagazione: nell'affettuosa prefazione di Gianpaolo Rugarli leggiamo che  "il silenzio non è meno rispettabile della voce". Giustissimo, quando il silenzio sia scelta premeditata e consapevole. E' un po' come la solitudine, che può essere una condanna o una conquista, a seconda delle circostanze. E c'è un'altra differenza. Mi perdoni Rugarli, secondo il quale un filo di voce può bastare a esprimere i concetti essenziali; ma chi decide cos'è l'essenziale per una donna aperta al mondo e agli altri? Tanto aperta da avere scelto di insegnare a una classe di minori con problemi relazionali...

Il bisogno di comunicazione è una specificità caratteristica del femminile, troppo spesso stigmatizzata come attitudine alla "chiacchiera". Mentre l'uomo tende per lo più a isolarsi coi suoi problemi, la donna si guarda dentro e si apre come uno scrigno. E' una tendenza naturale ad uscire dalle angustie del sé, per andare verso gli altri.

Non è una differenza da poco quella che porta le donne in genere a cercare il dialogo come momento di confronto e di autochiarificazione, laddove all'uomo basta spesso uno sguardo per decidere se valga o no la pena di impegnarvisi. Perché la donna è da sempre abituata a dialogare innanzi tutto con se stessa - rimettendosi in gioco, ogni volta. E raccontarsi è una delle pratiche principali in cui il gioco si risolve. Maria Ferrara tutto questo lo dice quando parla di "silenzio forzato" e della sua esigenza di ascoltare la "voce interiore". Una voce che ci parla solo per rispondere a un'interrogazione, e che assume intonazioni diverse a seconda del carattere e della sensibilità culturale ed emotiva di chi la pratica. Ricontestualizzando opportunamente una nota espressione del grande Eduardo, direi che le "voci di dentro"  parlano solo a chi sa interrogarle... e ascoltarle.

 (Un'altra possibile metafora è quella del passaggio dalla civiltà fondata sull'oralità alla civiltà della scrittura. Un tema che solo per economia di tempo non ci è dato di approfondire e che propongo come un'ipotesi di lettura per ulteriori riflessioni.)

 

***

 

Prima di leggere la “Prefazione” e le note autobiografiche dell'autrice, mi sono  chiesta se il personaggio che parla in prima persona fosse veramente la scrittrice o una creatura della sua immaginazione.

Qui Rugarli mi è venuto in aiuto, col riconoscimento di una sincerità di cui si fa garante perché conosce la persona che sta dietro la scrittrice e ne sa cogliere gli accenti più intimi. Ed è all'amica Maria che va il suo più alto apprezzamento, quando dice: "un'ammalata che trova la voglia di sfottere è una gran donna". Concordiamo, ma io che Maria la incontro oggi per la prima volta, insisto su un punto: ci sono qualità umane che chiamo transitive, perché capaci di trasferirsi nella scrittura (soprattutto quella narrativa) e di restituirci un'immagine di noi stessi più ricca e complessa, una volta che l'abbiamo fissata, come su una tela: perché allora noi possiamo osservarla con la lucidità calma che ci deriva dalla distanza ermeneutica, che il parossistico trascorrere dell'esistenza non ci consente. Fra queste qualità transitive, annovero appunto l'ironia, la capacità di mescolare le carte sullo scacchiere della vita - trasformando in commedia o farsa ciò che altri leggerebbero come un dramma elisabettiano - e il consapevole rispetto della legge che domina la nostra finitezza: l’esistenza ha il senso che noi sapremo conferirle.

 

In “Cesira” nome della madre nonché titolo del racconto iniziale - Maria riconosce un modello ineliminabile all'origine della sua identità personale.  Dice infatti che essa "è riuscita a trasmettere dei valori senza i quali la mia vita non sarebbe stata quella che è stata". E aggiunge: "Non so dare un giudizio della mia splendida madre, dei suoi comportamenti  a volte contraddittori". Ma questo giudizio lo aveva già dato il cuore, che la ricorda "splendida, eccezionale..."

Del padre Maria ci dice solo che era amato e amava, e che aveva "occhi di gatto". La madre invece è subito in primo piano, perché quei valori tradizionali - amore per la casa, per la famiglia - non sono la sola eredità che le ha lasciato. C'è quella descrizione all'inizio che dice molto: "forte, energica, arguta, ironica".

Anche qui viene in mente una frase, questa volta di Wittgenstein, che si può adattare al nuovo contesto discorsivo; e Cesira, nel racconto di Maria, diventa  "lo sfondo da cui ho ereditato, sul cui fondo distinguo tra vero e falso".

 

“La voce” è una svolta narrativa, oltre che un salto esistenziale: la scoperta di una grave malattia. Un cambiamento di prospettiva nei confronti della vita e dei rapporti umani, perché - con l'irruzione del repentino - l'essenziale balza di colpo in primo piano. Maria perde la voce con cui ha "dominato il mondo"... "Come farò a mettermi in relazione con gli altri?... a far capire le mie emozioni, le mie sensazioni alle persone più care?"  (p. 24)  E ancora: " fino a quando  riuscirò a dare di me questa immagine " eroica  di serenità?  La malattia si è trasformata in "una maschera pirandelliana" (pp. 24-25)

Un "cambiamento repentino", afferma Ludwig Binswanger, crea nell'esistenza una rottura "del suo accordo col mondo". Il mondo stesso cambia - il suolo frana sotto i nostri piedi, e non ci offre più le basi solide sulle quali ci sentivamo stabilmente installati.

Dall'accordo iniziale, osserva Aldo Masullo nel suo bellissimo libro Il tempo e la grazia, passiamo all'esperienza del "sentirci mancare il terreno sotto i piedi".

Un'esperienza "è sempre vissuta", perché è "immediato contatto" con le cose, con l'evento o il fatto in cui ci troviamo presi. Solo dopo essere "passati attraverso la prova", ci diamo il tempo di "posare nel riflessivo e stabile giudizio sulla cosa provata". Anche questa è esperienza, ma "non impegna più l'affettività, bensì l'intelletto". E' la fase del processo che trasforma un pezzo di "vivente vita" in "vita vissuta" - che possiamo guardare in faccia, scrutare, interrogare... perché l'abbiamo resa "oggetto cognitivo" elaborandola "attraverso la concorrenza di elementi immaginativi e concettuali".  Siamo passati dalla durezza di un fatto bruto all'idealità di una rappresentazione, caricandola di significati. Abbiamo trasformato l'esperienza vissuta in senso vissuto.

Ma un tale cambiamento nella dimensione dell'esperienza non lascia immutati neanche noi stessi, perché l'irruzione di un repentino che investe la nostra affettività - "il pàtico", secondo un'espressione cara al Professor Masullo - si inserisce come un elemento di accelerazione nell' "irriducibile divenire, in cui ogni vita consiste".

   Maria si dà invece il tempo per un percorso nuovo di ricerca e di autoidentificazione, col soccorso della scrittura. E' la "via lunga" della conoscenza di sé, come dice Paul Ricoeur, un altro filosofo che mi è molto caro. Il presupposto fondamentale è la messa a distanza di ciò che ci coinvolge più inestricabilmente: la malattia - i disagi che ne conseguono, ma soprattutto, il nostro modo di interagire con una realtà nuova con cui non avremmo mai immaginato di doverci confrontare.

Scrivere è al tempo stesso un processo di chiarificazione e un esercizio di comunicazione di quel senso vissuto in cui l'abbiamo trasformata. La viva voce soddisfa questo bisogno in modo naturale, così com'è naturale il respiro. Ma non arriva oltre la soglia di casa e raggiunge solo una ristretta cerchia di amici, colleghi e conoscenti. Un libro è un discorso che si indirizza a tutti. Una voce che continua a parlare a tanti e così a lungo per quanta forza e sapienza è capace di sprigionare. E non conosce barriere, neanche quelle imposte dal mercato, perché si può sempre prestarlo o regalarlo. E può raggiungere un numero imprecisabile di lettori, rinnovandosi ad ogni nuovo atto di lettura. Ed è questa l'esperienza destinata a far lievitare la voglia di scrivere ancora. Perché la scrittura diventa il megafono dell'anima.

Inoltre, l'identità personale è sempre un'identità narrativa, e anche in questo Maria, scrittrice esordiente, ha centrato una delle verità che spesso sfuggono: solo l'ordine che la narrazione imprime al caos del reale, fa apparire un senso comprensibile in qualunque storia. Anche quella della esistenza individuale. Infatti, l'identità personale non è mai fissa e stabile come si tende a credere; perché una storia, ogni storia, è fatta di eventi e di accidenti, spesso contraddittori, che s'intrecciano fra loro. Uno specchio letterario - come il libro di Maria Ferrara - ci rende un'immagine più nitida, anche se più complessa, di noi stessi. Ed è uno degli aspetti della forza etica del racconto. Perché su un'immagine chiara noi possiamo sempre lavorare per renderla più accettabile...  “La voce” è perciò anche un racconto di iniziazione, alla scoperta di tanti aspetti del sé, che occorre disvelare, per conoscere e conoscersi. E' la verità in ombra che bisogna portare alla luce... " Infatti, dice la protagonista , "l'oralità -  è la più ingannevole fonte di malintesi  e fraintendimenti ").

 

“Un'amica diversa”: non è chiaro se la rivelazione di una dimensione fin'allora ignorata della personalità dell'amica sia avvenuta dopo quella della propria malattia. La collocazione del racconto (subito dopo "La voce") non credo sia casuale; mi fa pensare che sia stata voluta e ragionata dall'autrice - una volta  divenuta lettrice di se stessa. La scoperta o l'improvvisa comprensione della diversità di un'amica di lunga data, ci si propone perciò come conseguente alla "svolta" che ha modificato i rapporti della protagonista col mondo - in perfetta consonanza col percorso di iniziazione...

 

“Il quadro” : 3  persone, 3 letture diverse - sarà così anche per il libro? La soggettività del lettore - o del singolo fruitore di qualunque prodotto del fare artistico - è, per fortuna, ineliminabile.

 

Conclusioni personali

Nella breve nota formulata in prima persona dall'autrice, sull'ultima di copertina, solo l'inizio è una dichiarazione d'intenti azzardata e che apparirebbe ingenua senza l'informazione che questo libro è "il suo lavoro d'esordio". Maria scrive, infatti, che non ha "velleità letterarie, né la pretesa di essere una scrittrice". Forse sarà stato così all'inizio, ma il fare artistico sa far ricorso a tutte le astuzie della ragione per diventare "vizio", e  quasi "legge di natura", una volta che se ne siano sperimentate le gioie e le angosce che attanagliano, i dubbi che paralizzano all'improvviso. Sono certa che di lei leggeremo altri libri... Perché ogni vero comunicatore è uno scrittore potenziale. E scrittori si diventa - mentre la viva voce, questo sì, rischia spesso di confondersi col cicaleccio che fa da colonna sonora della nostra quotidianità.

                                                                                        


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