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Sonnolenza

di Marcel Proust (Biografia)

Proposta di Giuliano Brenna »

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Pubblicato il 08/03/2008

A poco a poco il movimento del treno mi assopisce. La mia attenzione si oscura, e la mia immaginazione le bisbiglia alla svelta alcune cose che a lei appaiono ben consequenziali, ma che a me, se sono risvegliato da una fermata, sembrano non avere senso alcuno, o piuttosto essere niente. E risvegliato mi figuro di aver continuato a immaginare sonnecchiando, ma ingannandomi. E tuttavia continuo a fantasticare e con una velocità vertiginosa, ma su cose che alla luce del sole della piena coscienza sono tanto invisibili quanto le stelle allorché viene giorno, e nonostante questo sono ancora là. Disteso nel vagone mi lascio cullare dal rumore del treno al quale d'altronde io stesso do il ritmo a seconda di quale battito venga prescelto dal mio orecchio come 'tempo forte'. Poiché i rumori del treno sono simili al suono delle campane. Il nostro orecchio li compo¬ne gli uni con gli altri come vuole, tanto bene che se uno di essi comincia con un po' troppo anticipo, l'altro sembra precipitarsi su di lui perraggiungerlo. Da ciò nasce un umile accompagnamento ritmico con l'attesa di una percussione che torna sempre scuoterci nello stesso momento. A poco a poco la mia attenzione si abbassa, mi assopisco. Le narrazioni interiori che la mia immaginazione mi racconta certamente non cessano. Al contrario parlo a me stesso sempre più velocemente, solo anche sempre più basso, o così mi pare. E tutta questa concatenazione mi sembra perfettamente soddisfacente mentre sonnecchio. Ma se mi voglio risvegliare veramente per rendermi conto di cosa sia questa fantasticheria della sonnolenza, allora non c'è più niente; le ultime briciole di una reverie sonnolenta, che posso arrestare nel momento del passaggio all'entrata sotto la piena luce del risveglio, mi sembrano senza alcun significato. E però tutto quello che mi racconto mi pareva prima perfettamente soddisfacente. Ciascuna parola o idea ne richiama un'altra e tutto segue perfettamente. A dire il vero non appena la mia memoria e il mio ragionamento dormono non posso più domandare loro in questo stato cosa fosse quel piccolo vaneggiamento svelto e perfettamente consequenziale. Non ne sanno più niente. Ma alla mia attenzione crepuscolare in quel preciso momento esso pareva molto gradevole, molto ben legato, incessante. Ed era per me molto confortante, in quell'istante in cui le mie membra venivano intorpidendosi e sonnecchiavo, quel sussurrare a bassa voce dell'immaginazione che non voleva impedirmi di dormire, che si era subito adeguata alla mia nuova situazione e che comprendeva che la mia minima attenzione non desiderava altro che lo stesso vaneggiamento da lei peraltro perfettamente compreso. Ma alla fine io esigo di sapere cosa sia questa storia che lei mi racconta piano come a un bambino, e infatti mi risveglio. Ma nello stesso tempo anche il mio chiacchiericcio interiore si ferma. E tutto quel che diceva diceva diceva così svelta, mentre il treno eseguiva un accompagnamento di cui il mio orecchio aveva fissato il ritmo una volta per tutte mentre la mia spalla scossa dal movimento si assopiva sull' angolo del sedile - impossibile ritrovarne anche solo un frammento. Questa volta come un cattivo musicista ho perduto la misura del tempo nel pezzo monotono e sordo eseguito dal treno; e per recuperare l'appoggio di un tempo forte, eleggo un altro battito. E nella misura in cui questo torna a martellare il mio orecchio al momento previsto, il rumore dominante di adesso, rientrato nei ranghi a causa della negligenza e del capriccio del mio orecchio, non fa altro che prepararlo e seguire il suo successivo, sordamente, slanciandosi sulla sua traccia o accompagnandolo claudicante. E a poco a poco 1'attenzione, che mi sarebbe stata così utile per rendermi conto dei racconti della mia immaginazione durante il mio sonnecchiare, si abbassa. Ricomincio a dormicchiare e subito la mia immaginazione sognante, che non attende che quel momento come se non volesse essere osservata, e come se quel racconto che mi recita fosse segreto e non dovesse essere ascoltato né dalla mia attenzione, né dal mio ragionamento, riparte e comincia a parlarmi piano, veloce. Non so cosa lei mi raccontasse in questo modo, ma so che in quell'istante m'interessava molto, che la facilità con la quale io la comprendevo la faceva andare più veloce come l' ammirazione di chi ascolta eccita la verve di un chiacchierone, ed io la spronavo ad andare sempre più veloce mentre le mie gambe si distendevano sul sedile di fronte e la musica veemente e mutata di tempo del treno continuava a cullarmi. Questa volta voglio assolutamente sapere cosa mi stia dicendo. E messo in guardia dal disappunto precedente, sapendo che una volta risvegliato non mi ricorderò di niente, al momento in cui mi sento entrare sotto il pieno giorno del risveglio, tiro il freno e immobilizzo nella mia memoria il fantasticare che ancora bisbiglia e che sta per fermarsi. Ma le ultime due parole così raccolte sono assurde, non hanno senso alcuno, e decisamente è stato il sonno a farmi credere che stavo seguendo un racconto concatenato. Ma no, mi riaddormento ancora una volta. E questa volta tento di risvegliarmi progressivamente, di mescolare con dolcezza alla mia attenzione crepuscolare la sonnolenza e giorni di luce fievoli d'attenzione desta per non intimidire la mia vecchia raccontatrice notturna, e di fermare nel passaggio tutti i suoi discorsi come coloro che vanno in provincia a raccogliere dalla bocca di un' antenata una tradizione preziosa che vada scomparendo. Ma non posso essere insieme sveglio e dormiente: quando m'introduco nel giorno dell' attenzione il racconto svanisce. Ma se non posso percepirne niente, nondimeno ho il sentimento che non sia stato un racconto del tutto incoerente. E allora sento che mi ero sbagliato al risveglio, credendo di aver pensato solo cose interamente incoerenti, e se non ho potuto vedere alla luce progressiva del risveglio ciò che non si può vedere di giorno, ho sentito però tutta una coerenza narrativa che si fermava, tutta una concatenazione non percepibile allo spirito sveglio, ma ancora percepibile a ciò che resta addormentato nello spirito che si risveglia, e questo racconto era il ragionevole della ragione assopita, che ha bisogno di lei per aver luogo ed essere compreso. Esse non si possono separare; al posto della ragione dormiente mettete la ragione desta, e non c'è più immaginazione sognante e sembra non ce ne sia mai stata. Bisogna che ci siano entrambe, che si incastrino e nel semi-giorno di questa nuova concavità canterelli svelto svelto, basso basso, l'incomprensibile racconto. Allora quando il treno mi riaddormenta e la mia attenzione crepuscolare veglia da sola, in quel momento la mia immaginazione sonnecchiante la porta con sé.
“Si tu veux faisons un réve”.
E il cicaleccio comincia a farsi sempre più rapido, sempre più tenue, sempre più impercettibile alla coscienza. E osservando che non c'è più niente quando mi risveglio, mi domando se questo chiacchiericcio non prosegua, ma senza più un orecchio abbastanza fine per percepirlo nel tumulto delle sensazioni e dei pensieri che rientrano in moltitudine nella coscienza di nuovo aperta, come in pieno giorno le stelle sono ancora presenti nel cielo mentre [non sono] più visibili dal nostro hio inondato di luce. Mentre nella notte della coscienza che s'addormenta, nel silenzio creato dall' assopimento di tutte le facoltà intelligenti, noi prestiamo orecchio a quella musica che non aveva taciuto ma che abbisognava della calma della coscienza chiusa, mentre noi sonnecchiamo col dorso appoggiato all'angolo della porta del treno, per ascoltare la nostra coscienza crepuscolare appoggiata su se stessa come una conchiglia al nostro orecchio, il nostro orecchio voluttuosamente schiacciato in quell' istante contro l'imbottitura dura e semovente del treno è colpito sordamente dal tempo forte e intermittente della cadenza smorzata del treno.

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