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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Rosa purpurea

di Michele Rotunno
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Pubblicato il 14/11/2011 11:15:36

“Squadrone..alt!”
Al perentorio comando i cinquantadue soldati componenti il reparto delle nuove reclute provenienti dal CAR si fermarono all’unisono e restando sull’attenti. Poco dopo, un secondo ordine ordinava loro di mettersi in posizione di riposo. Sulla ghiaia che rappresentava il piano di calpestio dello spazio antistante gli uffici del distaccamento di artiglieria contraerea il rumore degli scarponi veniva maggiormente amplificato e più di qualche birba, come già venivano scherniti dal loro sbarco dai camion, non abituata a quel particolare piano stradale, sembrò comicamente sbandare provocando ancor più ilarità tra la dozzina di “veci” che bigollonavano nei dintorni pronti a inquadrare le future prede degli scherzi da bullismo a cui saranno sottoposti nell’immediato futuro.
Lo spazio in cui lo squadrone si era fermato era quello delimitato dai vari uffici del distaccamento, Fureria, Amministrazione, Sala riunione, Comando distaccamento, Comando di batteria, Magazzino, Dispensa, Cucina, ed infine OATIO, il secondo per ampiezza dopo quello delle riunioni. Era, quest’ultimo, l’anima dell’intero distaccamento, qui veniva ospitato il centro pianificatore di tutte le attività militari, esercitazioni varie, vi aveva sede il centro degli avvistatori PAO (pattuglie di avvistamento ottico) nelle varie esercitazioni, il centro NTBS (l’apparato radar di primo avvistamento aereo) ed infine quello delle trasmissioni radio.
A gestire tutte le attività dell’OATIO era un maresciallo capo, ma essendo sempre introvabile (dicasi grande imboscato) il tutto era sotto il ferreo controllo del sergente maggiore Loddu Enrico, per tutti “capo” e solo per pochi intimi Rico. Alto un metro e ottanta e con oltre novanta chili di peso, quasi tutti muscoli eccessivamente malriposti, incuteva più che rispetto un vero e proprio timore fisico convalidato da una maschera impressionante che rappresentava il volto, zigomi sporgenti e naso distorto e schiacciato erano solo alcuni dei tratti più caratteristici. A ciò si aggiungeva una voce rauca, quasi cavernosa e uno sguardo penetrante e quasi sempre minaccioso.
A troncare le sghignazzate dei “nonni” fu proprio l’apparizione di Loddu che, fermatosi sul vano della baracca, a gambe larghe e mani sui fianchi, dopo aver squadrato con la solita autoritarietà le pallide reclute, con la voce più rauca del solito gridò:
“Chi di voi, bestie, è capace di disegnare?” e mentre i “nonni” restavano in perplesso silenzio chiedendosi quale diavoleria stava escogitando il sergente l’intero reparto delle reclute, temendo anche loro trattarsi del solito trucco per appioppare agli sprovveduti qualche lavoro pesante o poco gratificante, non fu da meno, rimanendo nel più rigoroso silenzio.
“Allora siete sordi? Ho chiesto chi voi sa tenere in mano una matita, se anche sapete cosa sia una matita. Non costringetemi a spulciare l’elenco con i vostri dati personali” precisò con un ghigno feroce Loddu sventolando un fascio di fogli, ovvero l’elenco che aveva citato. Passarono alcuni secondi e infine dal fondo del gruppo una timida voce si fece a malapena sentire.
“Io so disegnare, signore” disse uno sbarbatello dall’aspetto più da collegiale che militare.
“Non sono un ufficiale, imbecille, non ti hanno insegnato che il signore non si da ai sergenti?”
“Signornò sergente…cioè..sissignore” Questa volta nulla potè la minacciosa presenza del “capo” a trattenere l’ilarità dei “nonni” ma subito repressa dal sergente maggiore con il solo sguardo, poi rivolgendosi al soldato disse:
“Come ri chiami artigliere?”
“Artigliere Bruno Rossi..di Brescia, sig..sergente!”
“Uhm, che sai fare?” interpellò con voce più normale e poggiandosi allo stipite della porta dopo aver abbandonato la posa plastica.
“Disegnare..”
“A mano libera o con righello?”
“A mano libera”
“Che scuola hai fatto?
“Terzo liceo artistico”
“Ok, fuori dalle righe e vieni qua” Pochi secondi dopo quando l’artigliere Rossi fu a pochi passi dal sergente questi, osservandolo con malcelata ironia, gli chiese se per caso l’avessero arruolato alla scuola elementare spacciandolo per maggiorenne.
“Ho diciannove anni compiuti da poco..” precisò ingenuamente Rossi, strappando una divertita risata al sergente.
“Beh, ora sei arruolato alle mie dipendenze, raccogli i tuoi stracci e vieni dentro. Ehi, Voialtri dov’è finito il vostro capo?” chiese rivolto alle altre reclute.
“Sono qui, arrivo, disse un suo pari grado spuntando dalla fureria. Ma ne manca uno… non è che te lo sei già preso tu?”
“Ti dispiace forse?”
“Cazzo..Loddu, lo sai che poi gli altri fanno storie, non puoi aspettare una benedetta volta?”
“A me serve un disegnatore, mi sai dire cosa se ne farebbero i meccanici o i capo-pezzi?”
“Sì, fingi sempre di cascare dalle nuvole tu, lo sai che vogliono sentirselo chiedere per accampare punti sui favori”
“Cosa? Ripetilo di nuovo, sacco di merda, mettetevelo in testa che qui sono io che faccio i favori, e nessun altro, e adesso portami via dalle scatole questo branco di ricchioni, te compreso!” Sbuffando e incassando l’altro sergente ordinò alla truppa prima l’attenti e poi l’avanti marsh e, in testa al reparto, si incamminò verso il piazzale di smistamento, che poi era l’unico piazzale di degne dimensioni presente nell’intero distaccamento.
“Imbecille!” esclamò sottovoce Loddu, accompagnando con gli occhi il reparto che si allontanava poi, rivolgendosi al soldato Rossi lo invitò a entrare nella baracca.
“Su, avanti, non stare lì impalato a raccogliere mosche, butta da qualche parte lo zaino e facciamo meglio la conoscenza” dopo di che andò a sedersi sull’unica poltroncina presente dietro una degna scrivania zeppa di scartoffie. L’artigliere Rossi, dopo essere entrato titubante nella baracca, si fermò a pochi passi dalla scrivania e furtivamente iniziò ad esplorare quello che già prefigurava come l’anticamera dell’inferno. Anche il sergente, stravaccato nella poltroncina e con le mani in panciolle osservava divertito il soldato immaginando ciò che gli passava per la testa. Inoltre, almeno in questa situazione che già riteneva straordinaria, l’aspetto del soldato riusciva a intenerirlo, e ciò in passato non era mai successo. Osservandolo meglio ancora si meravigliava dei tratti adolescenziali del suo volto, di militaresco non aveva nulla ma del collegiale, perbacco, tantissimo!
“Allora..soldato, hehehe!, cosa non ti convince di questo posto?” gli chiese, divertito.
“Oh, niente, o meglio..non so..è il tutto..”
“Ah, capisco! Non ti par vero di stare in un posto che sembra più una topaia che una caserma. Immagino che al CAR stavate in una bella struttura moderna con vialoni alberati e asfaltati mentre qui, invece, strade in ghiaia e baracche tipo accampamento da Corea, come in MASH. Ma se allunghi lo sguardo di qualche centinaio di metri, oltre il reticolato, c’è il campo dell’aviazione, e lì è tutt’altra cosa. Ma anche questa sistemazione ha i suoi vantaggi, come ad esempio sotto i nostri piedi, lo spazio sotto il pavimento è stato occupato interamente da legna da bruciare per quella stufa lì al centro che d’inverno resta accesa anche di notte e la baracca si trasforma in bisca clandestina dei sottufficiali”
Il soldato Rossi abbozzò un sorriso accentuando ancor più i lineamenti del volto, e volgendo lo sguardo intorno sembrava chiedere al superiore dettagliate informazioni sull’ambiente interno della baracca. Il sergente, intuendo, riprese la spiegazione.
“Qui dentro c’è tutto ciò che occorre per far diventare operativa una sala comando. Lì il tavolo da disegno, a fianco due tabelloni in plexiglas per disegnare le rotte degli aerei avvistati, in quell’angolo l’apparecchiatura radio e telefonica che ci portiamo dietro nelle varie esercitazioni e dall’altra parte l’angolo eliografico. Ti avverto che quello è il punto cruciale di tutto l’appararato, ne capirai l’importanza nel tempo, diciamo che serve soprattutto ad allontanare dalle scatole gli ufficiali. Cosa c’è? Perché mi guardi così? Ah, sappi solo che vi maneggiamo l’ammomniaca, che non emana certo un bel profumo hahahaha! Ma non pensarci troppo, siamo nel ’75 e queste sono diavolerie di fine secolo.
Allora, ti mostro il tuo compito, devi sempre e solo disegnare ciò che ti ordino e, quando inizierà l’inverno dovrai recarti al deposito legna a rifornirti. Tutto chiaro?”
“Ma qui sotto non è pieno di legna?”
“Ah,ah, acuto il ragazzo! Quella è la nostra scorta segreta, per i tempi delle vacche magre e, in questo dannato buco di culo, d’inverno ti si gelano anche i coglioni se non stai attento a dove pisci, ok? Ora va, la tua camerata è la baracca dodici, in fondo a sinistra. Dopo che ti sarai sistemato ritorna qua. Ah, se non ci sono io vi troverai altri due imboscati, un caporale e un soldato, dì loro che hai già parlato con me”
“Sissignore!” scandì Rossi scattando sull’attenti.
“E lascia perdere queste fregnacce, riservale ai damerini ufficiali. E ora via dal cazzo!”

L’autunno quell’anno arrivò precocemente, e con esso i primi freddi. La stufa nella baracca venne anzitempo accesa e, come aveva preannunciato il sergente, una volta accesa non veniva più spenta. Rossi, nel frattempo, era riuscito ad ambientarsi benissimo, totale armonia con i commilitoni e, in fondo, anche con il sergente, che poi aveva pian piano scoperto che non era affatto quell’orco che gli era sembrato di primo acchito. Spesso si era soffermato ad osservarlo impegnato nel lavoro, era coscienzioso, brusco con i colleghi seccatori e nemmeno servile con gli ufficiali. Questi a volte invadevano l’ufficio alle ore più impensate pretendendo di studiare utopistici piani di battaglia spesso non accorgendosi che si faceva tardi, allora Loddu facena un cenno al caporale che con discrezione versava un dito di ammoniaca in una piccola bacinella che faceva scivolare inosservato sotto il tavolo da disegno. Entro pochi minuti nella baracca non si riusciva più a respirare e, con gerande sollievo di tutti, gli ufficiali se la davano a gambe subito seguiti da tutti loro dopo aver rimosso la bacinella, con l’accortezza di lasciare le due finestre aperte ma la stufa accesa. Un’ora dopo l’aria ritornava salubre e l’ambiente pronto per trasformarsi in bisca clandestina. Ma non sempre ciò avveniva, a fine settimana nella baracca restavano solo loro due, gli unici lontani da casa e quindi obbligati a rimanere per forza di cose.
Era in quelle circostanze che i due, accovacciati nei pressi della stufa, approfondivano la loro conoscenza. Loddu era sempre più meravigliato dalla semplice bravura di Rossi come disegnatore, a mano libera faceva di tutto, una volta a sua insaputa si era prodigato a fargli un ritratto e un sabato sera glie lo mostrò.
“Accidenti, sei davvero bravo!” disse complimentandosi con lui. “Quando l’hai fatto, non me ne sono accorto”
“Mi basta cogliere i tratti principali di un volto, poi li memorizzo nella mente, e su quelli ci lavoro nei ritagli di tempo”
“Quindi non è qui che l’hai fatto?”
“Sì, invece, solo che non te ne sei mai accorto”
“Infatti non me ne sono mai accorto, almeno se me l’avessi detto mi sarei messo in posa”
“Ma lo sei stato continuamente”
“Cioè quando?”
“Spesso ti scoprivo a guardarmi ed allora aggiungevo qualche tocco”
“Allora avrai cancellato spesso il tuo lavoro, dico..era sempre frutto della occasionalità”
“No, sai..ogni volta vedevo nei tuoi occhi sempre lo stesso sguardo e questo mi aiutava parecchio”
“E’ lo stesso che hai disegnato?”
“Sì, lo stesso”
“E’ così che mi vedi, dunque?”
“Così..come?”
“Beh, un ritratto dovrebbe essere fedele come lo è uno specchio”
“Questo non lo è?”
“No, sono diverso, oppure non so, questi occhi sono i miei?”
“Sì!”
“Ma il volto non è il mio”
“E’ come io ti ho visto e..ti vedo..sempre..”
“Anche ora?”
“Sì, anche ora. Il tuo viso è segnato dalla sofferenza ma gli occhi lo rendono più dolce”
“Sei riuscito a vedere questo?”
“E’ ciò che vedo, sempre, almeno quando tu mi guardi”
“Credevo di incutere timore nella gente”
“Io non sono la gente e quello che vedo in te non mi fa nessuna paura”
“Sai, anche io ti vedo in un certo modo”
“Come il collegiale che hai semre detto?”
“Il tuo viso è semplice e in esso traspare ingenuità e debolezza”
“Spesso è così, e tu, senza saperlo, mi offri ciò che intimamente chiedo?”
“Sarebbe?”
Non so...la tua forza..mi infonde sicurezza..”
“Vieni, avvicinati. Dal primo momento il tuo viso mi ha colpito, hai dei lineamenti delicati e i tuoi occhi, poi, sembrano quelli di un cerbiatto in fuga”
“Oh..perchè tu hai visto dei cerbiatti da qualche parte?”
“Dai, stupido, non farmi ridere”
“Tu, invece, mi hai messo una fifa addosso la prima volta che ti ho visto..”
“Davvero ti ho fatto tanta paura?”
“Lo sai benissimo, perché me lo chiedi?”
“E poi?”
“Poi, te l’ho detto, con te mi sento protetto. Mi ha sempre incuriosito il tuo naso, perché è storto?”
“Violenze del passato”
“Cosa vuoi dire?”
“Fino a qualche anno fa ho fatto pugilato, militare dilettante”
“Davvero? Perché non hai continuato?”
“Perché mi hanno rotto il naso, e ne ho avuto abbastanza”
“E prima com’eri?”
“Più bello di te”
“Che ridere, e dovrei crederci?”
“Sciocco, tu sei bello come un angelo. Cos’hai, perché tremi?”
“Non sono un angelo. Gli angeli sono buoni”
“Lo sei anche tu, Bruno. Non lo sai ma lo sei”
“No, tu sei troppo buono, io so solo disegnare, nient’altro”
“Però disegni anche l’anima delle persone”
“Tu non sei una persona..”
“No? E cosa allora?”
“Tu sei Enrico”
“Oh, piccolo…!”
“Sento freddo, tanto freddo, per favore..”
“Vieni, piccolo, vieni!”
Il resto della sera passò così con i due, ormai amici, abbracciati. Bruno, con gli occhi chiusi del tutto abbandonato tra le braccia di Enrico e questi a sfiorargli con le dita l’ovale del volto.
“Bruno..Bruno…Bruno..”
“Sì, Enrico…”
“Ti voglio bene”
“Anche io, Enrico!”
Timidamente Enrico accostò il volto a quello di Bruno e infine, quando le labbra di lui si schiusero, delicatamente le sfiorò, ricambiato, con le sue. Fu il loro primo bacio, tenero, quasi ingenuo, sacro di sicuro.

“Cos’è questo” disse una sera Enrico, notando quella che sembrava una medaglietta al collo di Bruno. Questi, sorridendo, gli rispose..
“Oh, una sciocchezza che ho creato una volta”
“L’hai fatta tu? È bellissima, cos’è”
“E’ una rosa!”
“Una rosa rossa!”
“No purpurea”
“Purp..cosa?”
“Purpurea, una rosa purpurea” precisò Bruno divertito.
“Cosa vuol dire purpurea?”
“Una tonalità di rosso”
“Allora mi prendi in giro? Come l’hai fatta?”
“Con il filo di rame, poi ho usato lo smalto”
“Oddio, e per usare tutti questi colori?”
“Con un pennellino sottile, e con una lente d’ingrandimento”
“Accidenti, è un’opera d’arte”
“Ti piace Enrico?”
“Sì, è bellissima!”
“Voglio regalartela, così mi penserai sempre”
“Cosa dici? Intendi forse lasciarmi?”
“Io mai, ma tu forse sì, un giorno troverai un altro angelo”
“Sei tu il mio angelo”
“Stringimi Enrico, stringimi forte, ho paura. Non lasciarmi mai, no saprei vivere senza di te”
“Questa rosa mi ricorderà di te, sempre”
“Attento, non stringerla forte, è delicata. Stringi me semmai!”

Un mese dopo Bruno ricevette da Enrico la brutta notizia, era stato trasferito presso un altro distaccamento. Venne sopraffatto dalla disperazione, temeva di non vederlo più e a nulla valsero le rassicurazioni di Enrico perché il destino, spietato, non volle farli più incontrare.
Una mattina i funzionari della Polizia Militare vennero allertati dalla notizia di un militare trovato senza vita nella stanza dì un alberghetto. Aveva ingoiato un intero flacone di pillole che gli avevano procurato anche una lunga agonia. Era rannicchiato su un fianco, non fu facile distenderlo, aveva inoltre le mani serrate a pugno e in una di esse stringeva con forza una minuscola rosa purpurea.






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