Pubblicato il 27/11/2016 07:12:29
Tratto da Quaderni di Inschibboleth N5 'Figure dellinganno'
AGAMENNONE ..o la maschera ingannevole del mito.
Mi sono svegliato con questa testa di marmo tra le mani e non so dove posarla. (G. Seferis)
Kolophon, (cima, sommit).
Con laffermarsi dellindividualismo moderno molti legami del passato sono tramutati in principi cardine di talune relazioni sociali dando luogo a gerarchie dinamiche di accettazione e/o esclusione foriere di conformismo e/o oppressione, che si collocano nello spazio-tempo della storicit attuale. Sono entrate cio, gi in illo tempore, a far parte di quella storia universale che tutti noi andiamo scrivendo, vuoi per quella sorta di empatia che dalle origini dei giorni e, straordinariamente, dopo la liberazione della coscienza antropologica proiettata nel futuro della nostra era, giunge al pieno sviluppo dellimmaginazione collettiva. Sviluppo questo che dagli inizi sapienzali del pensiero umano, passando dai saperi locali (antropologici) legati alla terra e alle stagioni, ai legami comunitari (di razza, etnia, popolazione); come pure dalle pratiche sociali dei riti di passaggio, alla socialit conviviale delle azioni solidali come concepimento del pensiero unico, fino alla moralit associativa di un certo ordine e convogliato nellatto etico (politicamente corretto), giunto a noi attraverso la filosofia e la metafisica con la nascita del pensiero tragico e alllacquisita certezza di unautonomia sociale (solidariet ed economia alternativa), la cura dellambiente (sostenibilit ambientale), ecc. che avrebbero dovuto garantire nuovi ideali di libert e di giustizia individuale (utopia filosofica) a tutti gli esseri umani a livello mondiale. Allo stesso modo che oggi la globalizzazione avrebbe dovuto essere portatrice di unadeguata sobriet (comportamentale) come visione metafisica delle cose della vita, soprattutto per lidea di linguaggio come prodotto di interpretazione economico-politica allinterno di un codice sociale unico, per lappunto globalizzato. Quesiti che gi secondo Friederich W. Nietzsche (1) ..si possono considerare un capovolgimento della filosofia pessimistica di Schopenhauer organizzata intorno a due nuclei organicamente collegati: uno metafisico e uno razionale. Da un lato laffermazione della filosofia tragica dei Greci; dallaltro una sorta di scetticismo (di noi moderni) come arma di difesa e offesa contro la filosofia sistematica, in ogni caso di un rigore logico autoaffermativo che rende pensabile quello che non lo , cio la realt. Una realt in certo qual modo possibile ma non pensabile che ha contribuito alla diffusione di ideali generici sul piano etico-morale e che, una volta entrati nel lessico costitutivo delle politiche governative, oggi ci paiono piuttosto decontestualizzati per lavvenuta demarcazione messa in atto dalla globalizzazione stessa; vale a dire, avulsi da quella responsabilit e solidariet sociale che dovrebbero concernere a ognuno, sia a livello individuale, sia comunitario. E che altres corrisponde unaccertata deprivazione e vulnerabilit della realt che gi nella visione di Nietzsche pareva non avere pi alcuna sostanza; cio accolta in unetica dell inutile arresasi a una sorta di moralit fluida, altres svuotata dogni principio fondante lo sviluppo dellimmaginazione narrativa: Da ch la realt non pensabile perch non esiste una qualunque stabile costituzione delle cose scrive ancora Nietzsche sollevando cos unulteriore interpellanza: Che ne allora della ricerca della verit in quanto marca obliterata della realt, allorch sono venuti meno i legami col passato e che pure la storia attuale dimostra ampiamente? Ovvero: Quale declinazione attribuire alla forza che quotidianamente abbatte definitivamente quegli stessi valori che pure rendevano solidali i rapporti di responsabilit e di appartenenza che davano spessore alla originaria empatia antropologica, che pure aveva reso possibile il pieno sviluppo dellimmaginazione collettiva? A entrambe le domande si conviene con una sola presumibile risposta, fondante lidentit sia individuale che collettiva, determinativa sia del pensiero unico che della morale associativa, ambedue formative di quella che oggi riconosciamo come coscienza mitica della nostra societ: Certamente la modernizzazione dei costumi e delle idee scrive Giulio de Martino (2) non approdata ad un risultato integrale ed esaustivo, si sempre dovuta misurare con fattori limitanti, con istanze individuali e sociali di tipo politico, religioso, artistico ecc. Di fronte ai mutamenti dei comportamenti innati e acquisiti, alcuni autori hanno rilanciato dottrine evoluzionistiche e adattive, hanno magnificato il nuovo tipo umano: luomo dellepoca della tecnica. Malgrado lindole pi profonda, lemozionalit e listintualit delluomo, siano rimaste largamente immodificate rispetto alle modalit arcaiche. (..) Tutto cambia, nulla cambia (dissoi, logoi dicevano gli antichi greci), e luomo moderno non altro che un travestimento non sempre riuscito delluomo arcaico. Travestimento che ha visto il trasformarsi dallorigine antropologica dellindividuo in una maschera artificiosa quanto ineluttabile che fin dallantichit stata assunta a effige del quotidiano in sostituzione della realt rappresentata dalla persona umana, il cui ruolo ha permesso lazione propedeutica alla mistificazione del teathron, ovvero dellinganno perpetrato dallattore sulla scena, entrato poi a far parte dellimmaginazione narrativa. Quella stessa che legata in origine alla rappresentazione tragico-sacrale degli antichi Greci, ha dato forma alla maschera teatrale cui gli antichi adducevano un'intrinseca dualit espressiva che simponeva e, al tempo stesso, si metteva in causa sulla scena, unica vera protagonista del dramma rappresentato. Ma se per un verso la maschera esaltava il lirismo poetico dei personaggi, sempre tesi tra la morale antica e la coscienza dei moderni, fra mitologia e realt storica; per altro verso, essa occultava le vere sembianze del volto che la sosteneva, per rivelarsi poi, dentro un divenire metafisico (metateatro), posto a met strada fra l'umano e il divino. Ad un'analisi speculativa degli elementi che la compongono la maschera si rivela di natura ontologica, in quanto chiave di lettura di quei simboli attivi che, posti in connessione luno con laltro, danno forma alla sintassi razionale di un concetto irrazionale: Una conseguenza della negazione della realt come negazione della verit, come di ci che per principio corrisponde alla realt. Che cos allora quella che noi chiamiamo la verit? La verit risponde Nietzsche lerrore di cui abbiamo bisogno per vivere o, forse aggiungo solo per accettare di dover morire (?). Allo stesso modo che Eros e Thnatos, cari agli antichi, oggi continuano a esercitare quel contrasto che tuttavia si afferma come costante dellodierna simbologia, in quanto rispettivamente emblematici luno della pulsione di vita e laltro della pulsione di morte che li tiene legati a quel dualismo irrisolto, tra mimesi e catarsi che Sigmund Freud (3) sintetizza come negazione della morale individuale (autolesionista), e negazione della morale sociale (in quanto crea caos nellordine universale). Se limmagine agisce come simbolo nella misura in cui raffigura cose ad un livello di astrazione pi alto di quello cui si trova il simbolo stesso(4), allora lastrazione il mezzo mediante il quale la rappresentazione interpreta ci che raffigura(5). Ecco quindi che la conoscenza dei simboli naturali, cio di quei simboli entrati nella concezione popolare e in seguito divenuti culturali, si rende necessaria per una lettura significativa dellorigine della maschera da attribuirsi allo stato inconscio della parola. Lettura questa, che consente di entrare in stretto rapporto con ci che la maschera rappresenta e penetrare nella sua arcana bellezza; sia anche di restare prigionieri del potere che la sua ingannevole immagine esercita sugli umani e sulle cose. Simbolismo che va necessariamente interpretato e che Carl G. Jung (6) ha posto fra gli archetipi di sua concezione, la cui conoscenza si rende necessaria per un'interpretazione strettamente inerente a una rappresentazione piuttosto onirica del mondo e della vita cui la collettivit attribuisce importanza psicologica e che, quasi a voler esorcizzare se stessa, esterna per mezzo della rappresentazione visiva. Tuttavia un'indagine del ruolo specifico della maschera tendente a conferire ad essa unidentit culturale archetipica pu risultare vana o quanto mai generalizzante, perch non connessa con la sua natura accidentale e mutevole, alla quale meglio si addice il gioco sottile e intelligibile della mimesi. E poich l'anima non pensa mai senza un'immagine (7), la maschera non pu che esistere nella misura della sua essenza metafisica, alla cui visualizzazione contribuiscono molteplici atti di formazione mutuamente interconnessi, selettivi, astrattivi e finanche creativi. In quanto tale la maschera quindi la complessa visione di unastrazione che attraverso l'esperienza della forma, s'impone come rappresentativa della persona tra le immagini archetipiche fondamentali: al tempo stesso figura dualistica e ingannevole perpetrata nella memoria collettiva mediante il confinamento di chi la indossa a un ruolo secondario. Pertanto la scomposizione dei singoli elementi che la compongono porterebbe inevitabilmente alla distruzione dell'archetipo che in s costituisce. Allo stesso modo che, una volta indossata, la maschera trascende il volto e/o la figura intera entro un tempo statico che agisce allinterno duna eternit, alquanto oggettiva/soggettiva, rappresentativo duna continuit virtuale della vita. Ne un chiaro esempio la maschera funeraria, ampiamente visualizzata nell'arte di molte popolazioni antiche, che si pone alla nostra attenzione per la complessa simbologia e la stupenda capacit di sintesi raggiunta, intesa a valorizzare quella che forse la sua pi affermata raffigurazione, catartica della vita oltre la vita. Rivestita di significato simbolico, la maschera che nel teatro antico svolgeva un ruolo apotropaico in cui l'attore diveniva oggetto dello straniamento in atto nel momento in cui il personaggio rappresentato s'avvicinava alla sacralit entrando in contatto con la divinit/eroe/eroina evocata. La necessaria catarsi agiva sullidentit di chi la indossava, lasciando posto a ..un io pi universale e al trascendimento all'autocoscienza, indicata come meta da conquistare attraverso lo sforzo, il rischio di morte e di prova(8). Come infatti ancora oggi avviene, ma ". .solo quando l'anima dell'ascoltatore vibra all'unisono con quella dell'autore; solo quando egli si trova in uno stato psicologico di tesa sospensione, in cui i limiti della propria personalit si annullano, si pu giungere a percepire la sublimit, che associa alla stessa esperienza il poeta che crea e il pubblico a cui si rivolge" (9). Subire il fascino della maschera significava entrare nell'entit incommensurabile dell'assoluto in cui la vita e la morte terrene infine si eguagliano, l'una compenetrata nell'altra. Una chiave di lettura questa che consente un pi stretto rapporto con l'immagine che la maschera rappresenta, onde penetrarne larcana bellezza ancor oggi significa restare prigionieri del potere che esercita sugli uomini e sulle cose. La sua funzione rituale risulta altres determinante allo straniamento delle parti in lotta, le quali si contrastano e si completano a vicenda, alfine di creare quella situazione drammatica da portarsi a compimento sulla scena. Condizione che l'immaginazione narrativa nel dramma o nella tragedia, si poneva come paradigma allo scopo di giungere a percepire, al suo fulcro, il sublime del messaggio dell'autore. Come anche scrive la nota studiosa di filosofia greca e romana Martha Nussbaum(10): Limmaginazione narrativa dunque uno strumento necessario per prepararsi ad affrontare correttamente linterazione morale. Abituarsi ad agire in maniera empatica e riflettere sullinteriorit di chi ci troviamo di fronte concorre alla formazione di un certo tipo di cittadino e di una certa forma di comunit: una comunit che approfondisca e sviluppi la sensibilit simpatetica nei confronti dei bisogni degli altri e che comprenda in che modo le circostanze orientano questi bisogni. (..) Si pu giungere a questo risultato grazie al modo in cui limmaginazione letteraria spinge ad interessarsi al destino dei personaggi e rende manifesta la loro ricchezza interiore, cosa non immediatamente visibile. Con ci siamo alle soglie di quel mondo interiore (nel subconscio freudiano), che ha condotto alla conoscenza del s improntata al raggiungimento di una pi completa consapevolezza sociale delluniverso antropico e di una visione sicuramente pi unitaria di quella catturata dalla rete delle immagini visibili e/o invisibili che hanno portato alla costruzione del pensiero mitico di Claude Lvi-Strauss (11) e delle strutture profonde, universali e atemporali, che soggiacciono al pensiero umano. Strutture che gi mile Durkheim (12) aveva dimostrato ..non essere spiegabili come fenomeni socio-culturali a se stanti, o frutto di scelte individuali volontarie e consapevoli, ma in termini di rappresentazioni collettive, non in ultimo, concernenti proprio un certo modo di fare teatro come di fatto avveniva nella tragedia attica. Successivamente, con la proiezione dell'inconscio che diventa per Sigmund Freud uno degli strumenti pi importanti per la comprensione dei sogni, limmaginazione narrativa compie un passo fondamentale per il raccordo mitico fra antropologia e psicoanalisi, o meglio fra struttura psicologica e compagine culturale. Secondo Freud infatti, il sogno traduce i movimenti profondi dell'inconscio, evidenziando limportanza del linguaggio onirico usato nellimmaginario sia analogo a quello dei miti e quindi la necessit di decifrarne il particolare simbolismo. Il mito qui di seguito attribuito ad Agamennone va letto in funzione di una paradossale ..manifestazione collettiva altamente elaborata dello spirito umano, di cui rivela e, al tempo stesso dissimula, certe tendenze inconsce (13). Prigioniero di un preconcetto invalicabile e tuttavia rivisitato attraverso la lente dingrandimento dellinvenzione letteraria, Agamennone il cui culto attestato in et storica in diverse localit dellAttica, si pone allevidenza in questo testo in cui si fa uso del linguaggio teatrale, il solo capace di riaccendere i riflettori sui luoghi storici che un tempo hanno idealmente significato, allorch la Grecia tutta era il faro della civilt e della cultura del mondo intero. Linguaggio tragico dunque anche se qui di seguito scomposto, per cos dire, destrutturato dalla sua funzione primaria allorch protagonista di unazione drammatica empirica che di colpo lo investe da un accadimento post-mortem, allorch Agamennone si presenta al giudizio di noi moderni spogliato dei suoi poteri divini. Al tempo stesso decisamente diverso da quello pi conosciuto di comandante supremo dell'esercito greco che Omero ci presenta nell'Iliade e da quello delleroe che nell'Odissea fa ritorno in patria e affronta le vicende tragiche che intersecano la sua famiglia. Dissimile inoltre dalle molte narrazioni riprese successivamente nei Cataloghi esiodei o le Ciprie di Stasino, dall'Orestea di Stesicoro alla Pitica 11 di Pindaro e dall'Aiace di Sofocle; nonch diverso dalleroe che Eschilo ci presenta nellOrestea, e da quello che Euripide pone al centro dellIfigenia in Aulide; nonch decisamente discorde dall'Agamennone di Seneca. In questa specifica piece (tratta da un inedito di chi scrive) leroe di Ilio si mostra con il volto nascosto dietro la maschera doro (a lui attribuita), che lo designa dellidentit regale e che, al tempo stesso, stigmatizza, gi al suo apparire sulla scena, la condanna dei posteri per linganno che dietro di essa si cela. Una sorta di decostruzione del mito che lo contempla, relegandolo al ruolo dellimpostore mendace, nellaffrontare il sacrificio dello sdoppiamento che dietro la maschera lo rivela, per immolarsi infine nella dimensione antropica della sua figura umana:
Chi pu sapere se vera (luce) o se inganno di di?
TRAGODIA (Cronache della Grecia antica)*
Mi duole d'aver lasciato scorrere un s vasto fiume fra le mie dita senza averne bevuto neppure una goccia. (G. Seferis)
_______epithaphion (epitaffio)
Nella pausa (del viaggio) non pi lunga di un istante, tutto sembra che improvvisamente si taccia, ogni umano fermento trova in questo luogo toccato dal mito una battuta d'arresto. Un ch d'inaspettato che dal presente si spinge a ritroso nel passato remoto, quasi il propagarsi duna lontana memoria che ritorna improvvisa. Allorch avvolta nell'astratta sospensione del momento, lio (che in me) assista al materializzarsi sulla scena dello svolgersi d'un dramma che non conosce appieno, e che forse trascinava con s, attraverso quegli stessi luoghi che passo dopo passo andava rivisitando, quale ultimo confuso accolito per un autore segretamente amato: Eschilo. _______epitasis (tensione, intensit) Quand'ecco, fra il repentino accendersi e spegnersi dei riflettori e il via vai affrettato dei tecnici e delle maestranze, s'ode il frastuono delle assi gettate in terra onde preparar la scena che di Micene gi rammenta il varco, nel momento in cui una folata di repentino vento che dell'estate ravvisa ormai la fine, fa stormire le fronde degli alberi, sollevando una nuvola di polvere che acceca per un istante lo spettatore attonito, e un brivido lo coglie, una sorta di furente affanno che incombe, come di ansia, come di fame . . . La tomba a thols quasi si disconosce immersa com' nel paesaggio, coperta di secche sterpaglie e qualche insolito fiore di campo. Un solco netto nella terra e le pietre verticalmente esposte formano l'entrata: un limite invisibile che s'oppone al passo con un brusco arresto della luce che si posa per un ultimo istante sulla soglia, oltre la quale, il buio del baratro savviene. Come di cecit che improvvisa colpisce gli occhi di chi entra e ch, nel ricordo e nel rammarico di essa, s'arresta in bilico a poter cadere, nel vuoto. Filigrane d'argento e d'oro come bave di ragni ascosi, tengono i blocchi di pietra, sporgenza sopra sporgenza a formare gli infiniti anelli concentrici della volta espandendo lo spazio interno, s da farlo sembrare un emisfero in moto che ruota vorticosamente, sottratto all'incessante mutare della luce, per rivendicare al buio l'utopia di ci ch' per sempre . . . Il passo indugia nel pietroso spazio della tomba, l dove una cieca presenza s'aggira e lo sguardo vaga in cerca di unombra, o forse di un'anima che in s prenda forma per identificarsi col vissuto. Come di potenza ignara che si manifesta al compimento d'una vicenda che si colora della luce empirica del mito, come corpo nel corpo stesso del buio, quasi parvenza dell'oscura vaghezza che si leva precaria entro una realt vana: _______epos (poema epico narrativo)
Micene tutta, restava muta come lo ora, chiusa nel cerchio di pietra delle sue possenti mura. Sconvolta e inorridita davanti al fatto di sangue che avrebbe segnato la sua rovinosa caduta. S'apprestava a celebrare, senza sfarzo, le esequie del proprio re Agamennone di ritorno da Ilio con la vittoria in pugno. Vivo e tenace nel suo giungere lieto. Sfigurato e trafitto sul suo letto di morte. Non in battaglia ucciso, ma per mano di Clitennestra, sua sposa e madre dei suoi figli, che aveva diviso con lui il regale talamo di Atreo. Il rito funebre, celebrato davanti alla folla attonita avvolta nei lugubri panni, si svolgeva in un giorno sferzato dal vento, e grida e lamenti striavano il plumbeo cielo. Colonne di fumo si levavano dai bracieri accesi, e il mirto e l'incenso bruciati appesantivano l'aria dun acre inesprimibile odore di morte. . .
Aglinni invocanti gli dei di placare l'ombra vagante dell'ucciso affinch fosse accolta nell'Ade, si aggiunse il compianto dei figli e degli amici, e di quanti avevano combattuto al suo fianco. Quando, atterrita, al di sopra di tutti levossi la voce delle donne in accorato pianto:
_______choros (coro/recitativo)
Ecco colui che torna, quel poderoso Atreo, acclamato e tenace, che gli Atridi condusse alla vittoria. Colui che ordunque giace sotto il cumulo delle macerie, dei massi sconnessi, delle porte abbattute, il cui inquieto silenzio fa riaffiorare all'evidenza del presente, la mostruosit d'un perpetrato inganno: Agamennone! Alla stregua dun cadavere violato, sconvolto dalla mano sacrilega che ne ha turbato il sonno, carico delle ferite sanguinanti del sangue versato, Agamennone avanza con la spada in pugno, lentamente, attraverso l'oscurit della tomba. I suoi occhi ardono come fuoco che splende, dietro la maschera d'oro che gli ricopre il viso . . .
"A imitazione del re scarnificato, donne e guerrieri e sacerdoti (..) si levano dalle lontane tombe e vengono a lui incontro (..); hanno immutabili visi d'argento, di ferro, di rame, di legno, di stoffa; la fiamma rosea e porpora che irraggia dalla bronzea grata (..) del braciere acceso, fa brillare le maschere dei volti (..) e solo la maschera d'oro del re maestosa, e veramente regale." (14)
Improvviso, s'ode un calpestio di piedi, un fragore di spade; qualcuno grida nelle segrete stanze ricche a oltranza d'agili scarabei. Poi, tutto tace, e come per l'addensarsi d'una ambiguit palpabile, s'accende di tonalit drammatiche la finzione della messinscena:
_______parodos (canto)
Choros: Funesto presagio, quando Bora sferzante e impetuoso ammassa le nubi nel cielo e le sospinge, le aggroviglia, le dipana; quando solleva le navi nel golfo e le scuote, e le sbatte con violenza contro la scogliera. Acci, la sconfitta dopo la vittoria, lo scoramento che segue alla pena, al prevalere incerto che spetta all'eroe dall'oltraggiosa morte che all'Antica Madre rimena. Ordunque, una tragica sorte t'aspetta o Micene, il pianto dei tuoi figli e il tumulto delle anime in pena: ch il sangue versato non altri germogli a te condurr, ma ortica e gramigna, sulle tue terre spoglie. Che gi s'ode un fragore di legni alla deriva, e il frastuono che abbatte le tue poderose mura. Ieratiche nell'ombra si stagliano le figure delle Coefore pronte ad agitar le mani, e degli umani il biasimo annunciano per quegli eroi che degli dei or hanno il favore inviso. Egli dunque s'avanza, protagonista e sovrano, entro le spoglie austere, ma un segreto tormento lo insidia, il timore ispido e incessante di dover perdere davanti all'ipostasi suprema, la sua ineludibile finitezza d'uomo . . . _______stasimo (pausa, intervallo)
Un peccato d'orgoglio nel tentativo di sottrarsi al proprio destino, di impadronirsene e produrlo (..) all'unico esperibile Tutto che la propria vita individuale, l'esistenza concreta e irripetibile che a ciascuno data nella incerta durata di una certa finitezza" (15); "quella promessa di autentica libert e di potere, che avrebbe consegnato alla storia l'eco della sua umana avventura." (16) Nella lucidit del risveglio dallebbrezza della morte Agamennone ..vede intorno a s latrocit o lassurdit dellesistenza umana, e non chiede di tornare a vivere. Una siffatta richiesta sarebbe vile per un eroe. Avvolto nella tenebra egli rivela una doppia natura: due aspetti contrastanti di un medesimo s, segreto a quellio che talvolta s'infiamma e grida dal profondo. Loscuro che del proprio essere egli cela dietro l'apparente mutismo d'una maschera doro, segnano i limiti della propria condizione umana: "In virt della quale egli rinuncia alla sua identit pi propria, e al disagio della finitezza che l'accompagna, nell'illusione di poter accedere all'onnipotenza divina, integrandosi e annullandosi nel genere, sanzionandosi come mera replica di una presunta essenza umana" (17): ". . non tutti gli uomini hanno la consapevolezza innata di ci che giusto. (18)
Una sorta d'orgoglioso sgomento traspare dai suoi occhi socchiusi, il cui inesorabile sguardo, vuoto nella terribile fissit dell'oro, conduce al di l d'ogni umano intendimento, oltre il quale, la verit degli uomini non ha pi ragione d'essere. La sua maschera doro si leva in splendida solitudine al di sopra d'ogni altra, su tutte le altre, configurazione di un io idealizzato, imprigionato dentro l'essenza stessa della morte, sublimazione e trasfigurazione d'una dannazione eterna, o forse, dunestasi divina (?). Sotto la maschera regale, riflesso dorato di quell'essere impetuoso che mai si arrese alla divina sorte, si cela un volto sfigurato, che si raccapriccia all'idea di dover "considerare l'incomprensibile, la mancanza di senso, come condizione preliminare di tutto ci che pu aver valore" (19) e "in cui ciascuno attinge valore in s, invece di scoprirsi irrimediabilmente gettato in un ruolo che vale come destino naturale, come articolazione organica di una cosmica volont fisica." (20) S, egli s'avanza nella recuperata memoria del presente dentro la morte, come un'ombra senza sembiante, che non un vero castigo opprime, ma a cui, la mancanza di una vera fede toglie il conforto d'ogni possibile speranza e lo induce a fuggire dalla realt . . .
_______Mythos (mito - recitativo)
Agamennone: S beffarda la notte, quando chetati gli spiriti inquieti, s'affacciano le ombre dei vissuti a reclamare il bronzo del riscatto. Perch, mi chiedo, di questa morte oltraggiosa, che non reca vanto ad alcuno? Perch s tanta crudelt e il dispregio degli di, per questo figlio d'Atreo che ad essi non rifiut il sacrificio estremo? Di chi, per voler loro, condusse la propria spada in Ilio? Perch? Perch di s orrendo delitto s' macchiata la mano di Clitennestra? Oh! quali e inquietanti istanze affollano i miei pensieri, quanti angosciosi perch, premono alla mia mente, quale sorta di rabbia mi logora dentro e mi spinge all'astio, alla vendetta estrema.
E gi la parola accresce il suo furore, l'incita alla vendetta, e un brivido percorre la sua mano . . .
Choros: Di che ti lagni Tu, che ingiustamente uccidesti Tantalo, e che il suo giovane figlio strappasti dalle braccia di colei che poi prendesti in sposa? Di lui tinsegue la maledizione estrema, che mai lav il subto affronto. Tu, che d'Artemide l'ira placasti con l'immolare la tua diletta figlia Ifigenia, sappi che il sangue dei propri figli giammai pu essere lavato. Tu, che coi nemici mai fosti pietoso, dell'empiet dei molti rispondere or devi, e della suprema vendetta dei giusti, la pena eterna paghi. _______stasimo
Quand'ecco la voce ferma del re erompe sotto la volta e fa tremare per un attimo la fiamma che nel braciere improvvisa divampa:
Agamennone: Triste il tempo di chi non s'aspetta piet. O si, questo son io, queste le colpe, ma ben pi il castigo divino che mi danna a questa sopravvivenza di larva, morto alla vita, nella consapevolezza angosciosa di ci che accadr. O Ipnos, o Thanatos, o Ermete fraterno, giungete vi prego. O vaghe parvenze dell'invisibile, venite a colmare l'incolmabile attesa. Conducete, vimploro, la mia anima inquieta verso quell'ultima silenziosa meta, dove io possa infine posar le stanche membra da s cotanto affanno che mi strema . . . Meschina l'esistenza di chi oltraggiato, ignorato dalle amicizie d'un tempo, deluso dall'affetto dei cari, inviso agli impietosi dei, obliato nella memoria dei posteri. Ognuno di me conosce le colpe di cui mi macchiai un tempo, ordunque nessuno sa, invece di quale precipizio io sono sull'orlo, ch questo mio volto d'oro s'infrange contro lo specchio gretto dell'invisibile sorte. O, perch dunque, chiedo, l'autore di s funesto dramma non reclama per s il riscatto della pena e di un s cotal destino? Le anime dei trapassati si fanno in disparte e indietreggiano lentamente verso il fondo, nel mentre lautore del dramma, invocato, incede attraverso il buio nella piena luce della fiamma . . .
Eschilo: Caro agli dei gi fui e ai mortali che della tragedia danno a me la palma. Qui giungo che Eolo mi chiama e riconduce a me il pianto d'uno dei miei eroi s nobile e sovrano, che giammai mi dolgo di riaprire il canto. O Melpomene, o Musa alla memoria cara, ascolta questo prode figlio d'Atreo, che d'Agamennone oggi qui si discute il vanto. Per la sua morte il pianto leva tutta Micene, colpita da s grave lutto, e del re ucciso declama or gi l'orrore, ma non dimentica le subite offese, e del figlio suo, per i colpevoli, degli dei sovrani, la vendetta estrema chiede. E tu, prode Agamennone, riponi ors la spada, che di s tale fardello ancor la terra lagna. Io non cos ti volli. Nella memoria dei molti or tu riposi da quel grande che fosti, come colui che alla sacra Ilio vincitor condusse gli Achei. Parlami, dunque, che chiedi? Quale verit nascondi dietro la maschera d'oro ch'io non ti diedi? Quale enigma? O, quale inganno? Che . . . "..rispetto a tutte le altre, una sola cosa preferiscono i migliori: la gloria eterna rispetto alle cose caduche" (21)
Agamennone: Quell'io non sono al quale inneggiasti un tempo, quel guerriero impavido assetato di gloria, vittorioso forse, morto di niente. Dietro la maschera che vedi, teatro del disordine, si cela un altro io che non conosci, che urla, che s'agita e mai mi capita di scorgere me stesso; come se insieme al mio corpo, avessi io perduto la sostanza stessa della mia anima. No, quell'io non sono, bens l'ombra di me. E solo mi data la parola e l'angoscioso affanno. Allorch il re, con gesto remissivo, ripone la spada levata.
Eschilo: Non biasimarmi ora per ci ch'era scritto, nulla io posso contro il supremo giudice divino, ch la storia non tollera l'inganno di chi presume sostituirsi ad essa . . .
"Colui che giace in gravi pene abbia coraggio, e domandi lo scampo agli di immortali" (22)
La tragedia, vero, pretende lo spargere del sangue, l'affronto, la vendetta, l'annientamento dei nemici sul campo, i suoi tristi esecrabili lutti; ma nulla, al dunque, pu cambiare il suo volgere al fato . . .
Agamennone: Poich giammai vengo ricordato per l'essere stato re, ma per il funesto destino che mi hai dato, ti chiedo di lasciarmi l'arbitrio della scelta: che non altro io chiedo che d'essere ci che non fui mai, mortale fra i mortali, senza l'onore d'appartenere al mito. No, non so che farmene di questa veste regale, di questa eternit che d'una sola giustizia s'avvale. No, non so che uso fare di questa spada, di quest'armatura che mi costringe il petto. A te, del comando cedo volentieri lo scettro.
Eschilo: Di rinunciare chiedi d'essere stato un prode? Rifletti prima di pronunciare simile bestemmia che rivolgersi potrebbe contro te stesso. E sappi, che ben poca cosa la vita dei mortali che tu cos ambitamente reclami. Ma proprio quella morte che tu abiuri, t'ha consegnato al mito, al quale ora appartieni . . .
Agamennone: Quale illusione l'eternit, quale congiura contro l'umana esistenza. Di quali angosce segnato il cammino di chi come me persegue un'ingiusta sorte, meglio sarebbe stato per me morire a fil di spada.
Eschilo: No, la morte non n giusta n ingiusta, ma soltanto la fine d'ogni cosa umana. Il fato che alla morte conduce strettamente soggetto alle forze soprannaturali che lo regolano, e a quegli astiosi di ch'ora dispongono della salvezza o della rovina dei mortali. Or io, non posso qui cogliere l'immanenza del tempo che scorre, e una livida sensazione di sconforto prevale, precaria sul tuo destino d'uomo. Poich la morte, costantemente connessa con l'oblio, conduce dall'esistenza al nulla . . che solo agli dei ed agli eroi del mito l'eterno afflato dato. Or che mi chiami quale giudice di parte, io ti ascolto, ma nulla pu il voler mio, poich altro non sono che l'autore di versi, e come tale posso soltanto scandagliare l'ignoto ch' in te, e non cambiare il corso degli astri che gi determinarono il fato Ors, venite, vi prego, che gi l'ora c'inganna . . .
Agamennone: Ci nulla ha a che vedere con quell'eternit cui tu inneggi. E questa maschera d'oro, riverbero arcano di una luce che non potr essere mai, penetra e scalza l'immagine mia reale, opaca e nera, che l'oscurit profana di questa tomba a s reclama. E un brivido spaventoso sovente mi coglie, e sempre presente in me l'attimo che viene. Dietro la fissit ascosa nell'oro, si cela il volto mio mortale, la cui misera sembianza va ben oltre lo sfinimento e l'aberrante nullit dell'umana sorte. Ci che chiedo infine cos'? Nulla di pi che di riaffermare il mio essere uomo.
Eschilo: Chi mai oserebbe contrastare tale diritto, l'importanza duna s nobile motivazione? Tuttavia, ci che tu chiedi, attiene al tragico dissidio fra lordine umano delle cose e quello divino che lo sovrasta. Una duplice casualit incorre sul tuo destino e ha comunque un colore funereo di morte. Sia che tu possa tornare a essere uomo e accrescere la tua regalit, sia che tu rinunci allessere leroe, la scelta non cambia il verso delle cose, soltanto porta all'abbandono estremo . . . ". . come varca la stagione il suo confine, allora essere morti meglio che la stessa vita." (23)
Che solo all'eroe dato di conseguire il divino afflato, l'entrare nel mito che ad alcuno dato. E ci fin quando anch'egli, tornato a essere mortale, per traghettare l'anima sua sull'altra sponda, pagare infin dovr l'obolo a Caronte. No, non ti fu data scelta, come neppure io l'ebbi nel consegnarti alla tragedia antica. E, poich tale era il prezzo della tua ambizione, non con la spada incontrerai oggi il favore che non avesti allora. N l'astio placher la tua anima pregna. . .
Agamennone: Com'altro potrei? Cosa s'addice al guerriero quando nell'immanenza del trionfo che lo attende, sente avvicinarsi l'ora ineludibile della fine? Cos'altro mi resta se non di brandire questa spada, che la volont degli di mi ha data, quegli stessi di ch'io servii senza esitazione alcuna? Avrei io potuto fare altrimenti? Ascolta, le anime dei senza onore s'agitano in mezzo a noi. Sono le anime spoglie che come me chiedono una morte degna del loro valore, e in cuor loro una sol cosa bramano: vendetta! Non s indegnamente muore un figlio d'Atreo!
_______stasimo Le ombre dei trapassati si fanno a lui d'intorno, cercano di afferrarlo, ne bramano le spoglie, poi, si ritraggono confuse, agitate entro il sortilegio che l'infiamma. Provenienti dal fondo s'odono i loro lugubri lamenti, le loro ombre s'intravvedono appena in controluce, mosse dalla tenue luce della fiamma. Urla sgomente si levano dal profondo buio della tomba. Agamennone nell'udirle preso da cieco furore e brandita la spada l'agita con fendenti il vuoto . . .
Eschilo: Aspettate! Non come supremo giudice sono dinnanzi a voi. Ma, acci d'un prevalere irrevocabile che a ognuno acconsente la vita e l'onore della morte, io venni in quella di spettatore, che come voi si lascia coinvolgere nellevolversi delle parti. E nullaltro chiedo se non che la giustizia faccia la sua parte. E se non la piet, ad egli ancor pi s'impone dei giudici la speranza di ritrovarsi un giorno fra i mortali. Ordunque venite o sacre ombre della notte ad accomiatar colui che questo buio accoglie, che un'altra soluzione chiede consenso al dramma.
Quandecco si levano le fosche dee ctonie, regolatrici dell'umane sorti, a ravvisare Eschilo di non dare ascolto al reo, ch un deplorevole inganno egli trama . . .
(Continua nella 2a Parte)
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