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Antologia proustiana 2021 [Invito a partecipare]
Premio "Il Giardino di Babuk" VII Edizione 2021: intervista a Davide Savorelli
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Davide Savorelli

Argomento: Intervista

Testo proposto da LaRecherche.it

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Pubblicato il 29/04/2021 12:00:00

 

L’autore qui intervistato è Davide Savorelli, prima classificato al Premio letterario “Il Giardino di Babuk – Proust en Italie”, VII edizione 2021, nella Sezione B (Racconto breve)

 

*

 

Ciao Davide, come ti presenteresti a chi non ti conosce? Qual è la tua terra d’origine?

 

Sono nato nel cuore della Pianura Padana, a cavaliere tra Lombardia, Veneto ed Emilia, in un nevoso giovedì di gennaio. Mi ostino a vivere tuttora ma poi, vittima come tutti del decadimento e dell’entropia, morirò. Ho scavallato la cinquantina e sono scioccamente persuaso che d’ora in poi la mia esistenza sarà tutta in discesa: un povero illuso, insomma. Dopo gli studi matti e disperatissimi nelle materie classiche, pur di non lavorare, ho optato per la professione giornalistica. Aduso ai piaceri di Bacco e Tabacco più di quanto sia lecito e più di quanto non voglia io stesso ammettere, mentre stendasi un velo pietoso sulle faccende di Venere, ho l’incomprensibile pallino di voler comporre racconti e romanzi. In tale attività ho ottenuto anche qualche soddisfazione, alcuni premi e perfino un paio di pubblicazioni. Proprio tali pubblici riconoscimenti, purtroppo, mi fanno illudere di essere un autore niente male, con tragiche ricadute sul mio ego e sulla mia ingiustificata vanità intellettuale. Pertanto, incoraggiato dall’eccessiva, condiscendente e forse anche pietosa benevolenza dei miei lettori, continuerò malauguratamente a scrivere, con grave nocumento per le patrie lettere e l’italica lingua.

 

 

Sei tra i vincitori del Premio “Il giardino di Babuk – Proust en Italie”, perché hai partecipato? Che valore hanno per te i premi letterari? Che ruolo hanno nella comunità culturale e artistica italiana?

 

Avevo già partecipato al concorso nel 2017, rientrando nella trentina con il racconto “I guitti”. Avevo preso parte alla cerimonia di premiazione a Trastevere e mi ero molto divertito, così ho deciso di riprovarci quest’anno. I premi letterari sono fondamentali: consentono a tutti di mettersi alla prova, di porsi in gioco, di essere valutati. Chiunque scriva, se la sua opera non è posta al vaglio di lettori/giudici, rischia di credersi grande d’una grandezza latente senza nessun riscontro oggettivo. A volte va bene, a volte male: non tutto ciò che realizziamo può piacere e anche una solenne “bocciatura” può essere un utile ammaestramento. Le competizioni letterarie, perciò, permettono a tutti gli autori di farsi conoscere e magari notare, far scoprire nuovi talenti e nuove voci che altrimenti rischierebbero di rimanere nell’ombra. Alcuni scrittori interessanti, infatti, vengono lasciati purtroppo e immeritatamente al di fuori dei canali letterari più blasonati e spesso autoreferenziali o, più semplicemente, preferenziali, in base a logiche che talora esulano dal reale valore artistico della singola opera.

 

 

Quali sono gli autori e i testi sui quali ti sei formato e ti formi, che hanno influenzato e influenzano la tua scrittura?

 

In generale sono un lettore onnivoro, senza preclusioni di genere. La mia rimane comunque una formazione classica che comprende fondamentalmente l’antichità e la letteratura occidentale con tutti i suoi giganti. Tuttavia gli autori che ho amato di più sono Gadda, Marquez, Amado, Bulgakov, Guareschi, Marai, Grass, Dickens e Joseph Roth, citandoli alla rinfusa. Alcuni per la lingua, altri per le trame e i personaggi, altri ancora per la capacità di creare atmosfere surreali e di grande fascino.

 

 

Secondo te quale “utilità” e quale ruolo ha lo scrittore nella società attuale?

 

Non ho molta simpatia per gli scrittori engagés, raramente leggo qualcosa di loro. Credo che il ruolo del narratore, in una società che comunica prevalentemente per slogan e immagini, sia quello di cantastorie, far sognare tramite l’insolito o anche il grottesco, con un pizzico di poesia, magari, e anche quello mantenere viva la nostra lingua, contrastando un vocabolario che si sta impoverendo e imbastardendo d’inutili anglicismi. Seppure comprenda l’utilità di una koinè internazionale, trovo che barattare l’identità dell’italiano, la sua ricchezza e peculiarità per adattarsi a modelli in voga, sia un terribile errore che ci omologa e appiattisce verso il basso.

 

 

Come hai iniziato a scrivere e perché? Ci tratteggi la tua storia di scrittore, breve o lunga che sia? Gli incontri importanti, le tue eventuali pubblicazioni?

 

Credo di aver cominciato perché mi riusciva quasi spontaneo, fin da piccolo. Forse ambivo all’applauso silenzioso del lettore o a un pulpito da cui affascinare e stupire. Da tanti anni scrivo in maniera professionale come giornalista, ma la modalità di comunicazione è altra rispetto alla scrittura creativa. Così, verso la fine degli anni ‘90, mi è venuta voglia di esprimermi altrimenti, come passatempo, e, per mio diletto, di comporre testi totalmente diversi da quelli che ogni giorno realizzavo per lavoro. Forse avevo bisogno di disintossicarmi, ma da allora non ho più smesso: evidentemente la terapia ha avuto successo e continuo a curarmi anche ora. Ho all’attivo diverse pubblicazioni di racconti all’interno di antologie, ma solo due romanzi: “I giorni prima” e “L’anno di Silla”, entrambi per i tipi di Porto Seguro Edizioni. Il primo racconta una vicenda ambientata nella Pianura Padana all’epoca del devastante terremoto del 1077. Il secondo si svolge all’interno di una casa di riposo nel secondo decennio degli anni 2000, dove gli anziani scoprono potenzialità e rischi dei social media nonché l’impatto devastante delle fake news sull’opinione pubblica contemporanea che, nel nostro Paese, hanno terreno fertilissimo a causa del preponderante analfabetismo funzionale.

 

 

Come avviene per te il processo creativo?

 

Non esiste una regola in generale, ma, di solito capita che, al mattino presto, mi svegli con in mente il finale di una storia: quindi non mi resta che percorrere a ritroso le tappe che, messe in fila l’una dopo l’altra, conducano all’esito che avevo preventivamente immaginato. Lo so che può sembrare strano, ma questo mi consente di avere sempre presente, e a priori, dove voglio arrivare.

 

 

Quali sono gli obiettivi che ti prefiggi, se ci sono, con la tua scrittura?

 

Divertire, stupire, resuscitare lemmi desueti e creare costruzioni inaudite. La mia vuole essere una scrittura d’intrattenimento, se possibile: mi piacerebbe che il lettore provasse lo stesso piacere, condividesse la stessa allegria e leggerezza che sento io quando redigo un testo.

 

 

Secondo il tuo punto di vista, o anche secondo quello degli altri, che cos’ha di caratteristico la tua scrittura, rispetto a quella dei tuoi contemporanei?

 

Secondo gli altri non lo so dire. Mi piace mescolare, intrecciare l’alto con il basso, dall’espressione dialettale al costrutto aulico, dal termine raro a quello più terra terra per conferire un movimento continuo allo scritto: questa forma di espressività mi è congeniale e trovo che sia una mia caratteristica, non unica, certo, ma quantomeno piuttosto inusuale.

 

 

Si dice che ogni scrittore abbia le sue “ossessioni”, temi intorno ai quali scriverà tutta la vita, quali sono le tue? Nel corso degli anni hai notato un’evoluzione nella tua scrittura?

 

Non parlerei di “ossessioni”, ma di temi che mi sono molto cari e ricorrenti, che evocano mondi fantastici in cui posso spaziare con familiarità: la cultura contadina, i detti popolari, le tradizioni della campagna, la religiosità semplice e, in qualche modo, sincretistica dell’universo rurale, le dinamiche delle piccole comunità, la provincia con i suoi valori e anche con il suo provincialismo, il patrimonio di leggende e miti rusticani, una volta così radicato e ora in via di estinzione. Insomma una passione inesausta per la demologia padana e il suo folklore lungo il corso del Grande Fiume.

Più che un’evoluzione, direi che c’è stata un’involuzione, ma in senso positivo, ritengo. Fin dall’inizio mi sono espresso con le modalità che adotto attualmente, ma c’è stato un periodo in cui avevo abbandonato questa forma di scrittura per andare incontro ai lettori: tanti mi dicevano che proponevo testi supponenti, zeppi di termini incomprensibili e intrisi di una sorta di tracotanza verbale, quasi che avessero come unico scopo quello di mettere in difficoltà o in soggezione i fruitori. In realtà mi sono reso conto che quello era solo il mio modo più genuino di raccontare e quindi ho deciso di andare à rebours: non voglio più semplificare per piaggeria o per una specie di captatio benevolentiae. Se al lettore va, stia con me al mio gioco per divertirci insieme.

 

 

Hai partecipato al Premio Babuk nella sezione Racconto breve, scrivi anche in versi? Se no, pensi che proverai?

 

Mi è capitato di scrivere poesie, come a tutti gli adolescenti. Confesso che i miei versi erano meno che mediocri. Oggi lo faccio assai di rado e solo quando mi viene l’ispirazione, ma si tratta di un lavoro molto intimo che ha solo me come destinatario, anche perché è una vena espressiva che non mi appartiene. Però mi piace parecchio leggere i poeti: hanno una forza che io non possiedo, pertanto non posso fare altro che ammirarli e invidiarli.

 

 

Quanto della tua terra d’origine vive nella tua scrittura?

 

Praticamente tutto, sia per temi che per ambientazioni. D’altro canto ciascuno scrive solo di ciò che conosce e io, nonostante una patina di cultura, rimango un figlio dei campi. Come dice Zucchero nella sua canzone “Bacco Perbacco”, anch’io “c’ho l’anima nel fondo del Po”.

 

 

Qual è il rapporto tra immaginazione e realtà? Lo scrittore si trova a cavallo di due mondi?

 

Non direi che lo scrittore sia una sorta di anfibio tra immaginazione e realtà. Entrambi i mondi, se vogliamo, confluiscono in un’unica dimensione, condividendone la natura pur differente. Forse è proprio grazie a questo connubio, nella terra di mezzo del possibile, delle potenzialità in divenire, che possono concretizzarsi o meno, che nasce il racconto: proprio qui matura il nuovo che sfonda l’orizzonte dell’aspettativa, l’insospettato che si invera e che, nelle parole o nella fantasia, crea una diversa interpretazione del reale o, quantomeno, uno sguardo inusitato su di esso.

 

 

Chi sono i tuoi lettori? Che rapporto hai con loro?

 

Non saprei delineare un identikit dei miei lettori. Mi auguro solo che per loro i miei testi costituiscano una simpatica e stimolante parentesi, quando decidono di donarmi il loro tempo per ascoltare quanto ho da dire, e spero che non siano critici troppo severi, qualora si accorgano di averlo sprecato nel seguirmi.

 

 

“Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”. Che cosa ne pensi di questa frase di Marcel Proust, tratta da “Il tempo ritrovato”?

 

Forse lo scritto è davvero una sorta di cartina di tornasole per il lettore, magari uno specchio, anche distorto, attraverso il quale comprendersi meglio. Di sicuro ognuno interpreta un testo alla luce di se stesso, di ciò che conosce, delle sue esperienze e la stratificazione dei significati è penetrata in modo direttamente proporzionale dalla capacità del fruitore di interpretarla. Di certo ogni lettura è un viaggio soggettivo e personale, pertanto può addirittura accadere che il lettore dia un senso altro al messaggio dell’autore e che va al di là delle sue intenzioni. Sotto questo specifico aspetto trovo che la definizione di “strumento” sia senza dubbio la più calzante.

 

 

Quali sono gli indicatori che utilizzi nel valutare, se così ci è permesso dire, un testo? Quali sono, a tuo avviso, le caratteristiche di una buona scrittura? Hai mai fatto interventi critici? Hai scritto recensioni di opere di altri autori?

 

Personalmente utilizzo due parametri: la capacità della trama di avvincermi e di rapirmi, tenendomi incollato alla lettura, e la qualità della lingua utilizzata. Non è necessario che debba essere sempre particolarmente elaborata, ma congruente rispetto al tema trattato. Io stesso, raccontando determinate storie, ho usato un linguaggio lineare oppure crudo, a seconda di quelle che ritenevo fossero le caratteristiche narrative del testo. Non mi sono mai occupato di interventi critici, anche perché non credo di avere le competenze per farlo, mentre ho recensito volentieri le opere di amici che me ne hanno fatto richiesta.

 

 

In relazione alla tua scrittura, qual è la critica più bella che hai ricevuto?

 

Una volta mi hanno detto che certi passaggi erano poetici. Mi ha fatto molto piacere, anche perché, non occupandomi di poesia, mi gratifica sapere che talora la mia prosa è profonda e rivelatrice al pari di un’opera in versi.

 

 

C’è una critica “negativa” che ti ha spronato a fare meglio, a modificare qualcosa nella tua scrittura al fine di “migliorare”?

 

Critiche negative ne ho avute parecchie, soprattutto, come ho già detto, a causa della supposta complessità del mio vocabolario. Per un certo periodo mi sono sforzato di semplificare il mio modo di esporre, ma poi ho dovuto rinunciare: non mi veniva naturale e non amo scrivere in maniera sorvegliata, se l’argomento che tratto non lo richiede. Un conto è un articolo di giornale e un altro è un testo letterario: hanno finalità differenti e richiedono, credo, stili diversi. Quindi i giudizi sfavorevoli non mi hanno fatto migliorare, ma piuttosto mi hanno confermato che, per come intendo io la letteratura, ero sulla strada giusta e ho dovuto tornarci.

 

 

A cosa stai lavorando? C’è qualche tua pubblicazione in arrivo?

 

Al momento sto scrivendo un romanzo ambientato nel 1873 nella provincia di Mantova. Si tratta di un episodio storico poco noto che vide i parrocchiani eleggersi da soli il sacerdote, rifiutando quello nominato dal Vescovo. Ovviamente ci sono parecchia ironia e molte libertà rispetto al reale svolgimento dei fatti, ma credo che sia un esperimento divertente. Tra pochi giorni, per Ivvi Editore, uscirà un mio romanzo breve che si intitola “Karhu”: ha per protagonisti un padre, un figlio e un orso. Una storia dura, scabra come la terra dove si svolge: le gelide distese della Carelia, al confine tra Finlandia e Russia. È il racconto di un salvataggio che aspira alla redenzione, al riscatto ad ogni costo, con tutti i mezzi. Spero possa avere una buona accoglienza presso i lettori.

 

 

Quali altre passioni coltivi, oltre alla scrittura?

 

Naturalmente la lettura, che pratico in maniera massiccia. Poi c’è la cucina: un universo pieno di attrattive per una buona forchetta come me. Mi diletto anche a fare il cuoco: ritengo di essere bravino, ma il giudizio sui miei piatti spetta senz’altro ai miei commensali, anche se ora non posso invitare nessuno a causa delle restrizioni per la pandemia. Mi auguro di poter ricominciare presto a preparare pranzi e cene per stare in compagnia, così come di poter tornare a uscire per andare nei ristoranti e nei bar: un’altra passione inconfessabile.

 

 

Hai qualcosa da dire agli autori che pubblicano i loro testi su LaRecherche.it? Cosa ne pensi, più in generale, della libera scrittura in rete e dell’editoria elettronica?

 

Il web consente a tutti la massima libertà di espressione e proporre i propri testi nel mare magnum della rete è sempre un’opportunità, non solo per farsi conoscere, ma anche per avere uno spazio nel quale condividere le proprie produzioni. Se queste sia poi gradite o meno, è un altro paio di maniche, ma intanto, così come accade con LaRecherche.it, si spalanca un palcoscenico per tutti e quindi il mio pensiero a tal proposito è ampiamente positivo e favorevole.

 

 

Vuoi aggiungere qualcosa? C’è una domanda che non ti hanno mai posto e alla quale vorresti dare una risposta?

 

Sì: perché lo fai? Perché mi piace et de hoc satis.

 

 

Grazie.


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