Caro Pierpaolo mi rivolgo a te in questo non-accademico tono poiché sono arrivato con un po' di sconforto alle considerazioni finali accalcate nei furibondi studi che ho macinato nella tua poetica, soprattutto quella cinematografica.
Nei giorni che mi antecedono alla preparazione di questa tesina per l'esame riguardo ad uno dei temi dell'idea dei tuoi "cinemi e fonemi", mi giunge spontaneo chiedermi cosa ne penseresti tu oggi dei tanti elementi che nella tua vita (e nella tua morte) hai così profondamente dedicato discussione.
Primo fra tutti e, andando a ritroso, da una sorta di punto d'arrivo tuo, è il discorso intorno alla buona vecchia considerazione di classe sociale.
La borghesia che tanto disprezzavi, con i moralisti in seno ad essa, oggi è divenuta un’evoluzione di quella falsa tolleranza permissiva degli anni ‘70, che ti fecero abiurare dal tuo cinema della vita e ti fecero arrivare all’estremo intellettualismo radicale con Salò.
Il capitalismo non solo ha modificato i corpi, come tu hai previsto, ma ha creato un simulacro dei pensieri facente parte il sistema dominante. Il moralista è divenuto ipocrita più che mai e la ragione dominante ha subito la sua più inquietante metamorfosi: il così detto “politicamente corretto”.
Pierpaolo, il virgolettato di quest'ultima aberrazione della società non lo devi reperire come termine improprio o privo di etimologia specifica; la mia punteggiatura è dovuta al inappropriatezza sintagmatica di collegare quei due termini. Non vi è alcuna espressività se non l’imbarbarimento lessicale nell’associare due parole con uno sputo disintellettuale come questo.
Ebbene, questo politicamente corretto ha raccolto il pensiero capitalistico-borghese e l’ha trasformato in ipocrisia quotidiana allestita in tutte le possibili diramazioni del privato, del pubblico e persino del riflessivo.
I macrotemi che orbitano attorno al politicamente corretto riguardano l’identità; ai tuoi tempi - mi autocorreggo con nostri tempi ucronicamente - hai vissuto per riflettere riguardo alla perdita di ciò che era autentico per le varie realtà culturali particolari, e per la vitalità delle persone. Ora, i personaggi alienati del tuo Teorema, perdenti delle loro certezze, sono la regola in cui vi si è data l’eccezione in coloro che rivendicano non tanto i loro diritti e l'indipendenza riflessiva quanto la loro naturale appartenenza ad un genere e ad una filosofia di pensiero e di vita che fa parte del simulacro che dicevo poc’anzi! Forse è anche peggio: lo stesso simulacro rende possibili quei modelli che alimentano il conformismo e la falsa tolleranza.
Non c’è più un contraddittorio né validi confronti di rassicuranti posizioni intellettuali differenti. E con questo arriviamo ad un altra terribile eredità metaforica che ci hai lasciato: l’omologazione fascistica che regola questi conformismi automatici e sistemici anche nel dibattito della vita quotidiana. La polarizzazione d’intento, come io la chiamo, è una chiara volontà di incattivire gli aderenti al sistema comunicativo corrente su un estremo piuttosto che un altro.
Il diritto di scandalizzare ed essere scandalizzati è divenuto oggi ansia frenetica di partecipazione ai discorsi solo per poter incastonare la propria disperata necessità di rendersi conto che si esiste a galla di un sistema egemonico.
Mi riferisco ai social network, all’interconnessione dell’epoca digitale, nata una decade dopo la tua morte e resa massiva dopo un’altra ancora. Il principio ideologico tecnocratico è quello che per te ha aiutato la modernità a piegare le coscienze; io mi sono sentito parte di questo perché ho valutato la connessione digitale e la sua crescita furente come la base distintiva della mia generazione. Ho poca memoria prima della acquisita familiarità all’utilizzo di un computer (o di una videocamera che ho usato fin da bimbetto borghesuccio) e quindi ho pensato, nella mia istintiva vitalità generazionale, che fosse giusto affidarsi alla tecnica del mezzo che ci avrebbe collegati tutti.
Crescendo, studiando ed acquisendo (viva il gerundio) la saggezza esperienziale di un borghese medio ho acquisito consapevolezza che il mezzo tecnico è un medium da cui derivano determinati usi. La cultura propagandistica televisiva che hai cercato di contrastare si è trasformata in "cultura propagandistica del web”.
Quando hai parlato di mercificazione dei corpi, oltre che del loro deturpamento, da parte del capitalismo, hai spaventosamente previsto la digitalizzazione del pensiero.
Il pensiero oggi è talmente veloce e poco profondo che non può essere non usato come metafora contenutistica da cui è generato. Le immagini si sono svuotate di ogni significato originale e la loro risemantizzazione avviene a dei livelli spaventosamente repentini.
La merce è divenuta immagine, l’immagine è divenuta corpo, il corpo è divenuto merce. E’ come se nel tuo Salò i giovani seviziati andassero ad offrirsi spontanei per la bieca tendenza di ricavo. Non avviene la loro morte biologica ma la morte della coscienza.
Che dire del cinema? Mi sono sforzato di capire perchè la maggior parte dei corsi monografici accademici non sono incentrati su autori del contemporaneo. Il cinema era discussione delle immagini e dei loro bias, le teorie del cinema impazzavano a rigore di registi ed autori. Nel tuo tempo mettere in discussione le immagini voleva dire mettere in discussione la visione del mondo e, accidenti, probabilmente oggi rimpiangeresti quei critici che secondo te “non avevano il diritto di non capire”. La settima arte è divenuta simulacro, saresti andato d’accordo con Godard riguardo all’addio al linguaggio (non che per te lo fosse mai stato davvero, ricordando il tuo diverbio con Metz).
Autori contemporanei non se ne studiano poichè intellettualmente e massivamente non si reputano tali autori contemporanei come capaci di messa in dubbio di un sistema.
La pratica di rimettere in dubbio convenzioni semeiologiche è svanita per sempre; ora gli autori sono concentrati in cortometraggi di animo indipendente, dove per indipendente si intende sempre indipendente dai circuiti produttivi canonici ma, spesso, inconsapevolmente non indipendenti da codici visivi stantii.
I pochi che sperimentano non incidono sul pubblico poiché il pubblico è ormai plastificato nelle logiche catalogatori di oggi. Tutto è catalogato secondo degli algoritmi che rendono incestuose le visioni di sempre più film uguali. La televisione ha rubato la scena al cinema di messa in discussione, di visione ed onirico.
E’ doloroso studiare il tuo cinema Pier Paolo, per la consapevolezza che oggi pensare alle immagini e alle figure retoriche non è più pratica comune, come non lo è l’attenzione sistemica alla visione del film.
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