Pubblicato il 10/03/2026 10:49:48
“Cantiere aperto” - by GioMa / ChatGPT, sul tema "Libertà".
"Dalla forza che lega tutti gli esseri, si libera l'uomo che vince se stesso." (Goethe)
GPT, ti va di parlare di libertà? Per il nostro 'Cantiere Aperto' suggerisco un confronto /convergenza tra Massimo Recalcati e Zigmunt Bauman, che ne dici? Buon pomeriggio. Parlare di libertà è sempre come aprire una finestra su un paesaggio vastissimo: l’aria entra, ma porta con sé anche domande, responsabilità, vertigini. L’idea di un confronto tra Massimo Recalcati e Zygmunt Bauman è molto fertile per un “Cantiere Aperto”, perché i due pensatori osservano la libertà da prospettive diverse ma sorprendentemente convergenti. ________________________________________ 1. La libertà nella modernità liquida (Bauman) Per Bauman la libertà contemporanea nasce dentro quella che ha chiamato modernità liquida. Le strutture solide – comunità stabili, ruoli sociali definiti, tradizioni condivise – si sono dissolte. L’individuo appare più libero, ma questa libertà è anche più fragile. • non è più protetta da appartenenze forti • richiede una continua reinvenzione di sé • genera spesso ansia e solitudine Bauman suggerisce una formula quasi paradossale: più libertà individuale, meno sicurezza collettiva. La libertà diventa quindi un compito permanente. Non un dono già posseduto, ma una condizione da gestire ogni giorno, in un mondo che muta senza sosta. ________________________________________ 2. La libertà come atto del desiderio (Recalcati) Recalcati, psicoanalista di formazione lacaniana, sposta lo sguardo dentro l’interiorità. Per lui la libertà non coincide con l’assenza di limiti. Al contrario, nasce proprio dal rapporto con il limite. Una delle sue idee centrali è che la libertà si manifesti quando il soggetto riesce a assumere il proprio desiderio, senza delegarlo: • alla norma sociale • al consumo • al godimento compulsivo In questo senso, Recalcati critica l’illusione contemporanea di una libertà illimitata: quando tutto è possibile, il desiderio si spegne. La libertà autentica è allora un atto responsabile, quasi etico: scegliere ciò che ci chiama profondamente. ________________________________________ 3. Il punto di convergenza Qui il dialogo tra Bauman e Recalcati diventa molto interessante. Entrambi, seppur da discipline diverse, denunciano una libertà apparente della società contemporanea. Bauman Recalcati Libertà liquida, instabile Libertà senza desiderio Individui isolati Soggetti smarriti Consumatori più che cittadini Godimento più che scelta La loro convergenza potrebbe essere sintetizzata così: la libertà contemporanea rischia di diventare una forma di smarrimento. Per ritrovarla occorre ricostruire: • legami (Bauman) • desiderio autentico (Recalcati) ________________________________________ 4. Una possibile pista per il “Cantiere Aperto” Potrebbe essere interessante impostare il confronto attorno a una domanda centrale: Siamo davvero più liberi oggi? Tre possibili passaggi di riflessione: 1. La libertà promessa la società delle possibilità infinite. 2. La libertà smarrita individualismo, consumo, precarietà identitaria. 3. La libertà da ricostruire tra responsabilità, desiderio e relazione. ________________________________________ 5. Un’immagine finale Se Bauman osserva la libertà come un mare liquido, aperto e incerto, Recalcati la vede come una rotta interiore che ogni individuo deve tracciare. Il primo ci ricorda che senza ponti tra gli uomini la libertà diventa solitudine. Il secondo che senza desiderio autentico diventa solo capriccio. E forse proprio qui si apre il vero cantiere: una libertà che non sia fuga, ma forma viva della responsabilità umana. ________________________________________ Se vuoi, posso anche aiutarti a costruire: • una scaletta radiofonica o televisiva per il dibattito • oppure un testo introduttivo quasi manifesto per “Cantiere Aperto” (3–4 minuti di lettura, molto evocativo). Scusa la sospensione non voluta ma necessaria di cercare qualcosa di attinente al nostro dialogo, Sono d'accordo sul testo introduttivo quasi manifesto per “Cantiere Aperto” (3–4 minuti di lettura, molto evocativo). Come potrebbe essere ad esempio il discorso di Bauman che viene a proposito: «Abbandonate ogni speranza di totalità, futura come passata, voi che entrate nel mondo della modernità liquida». Non c’è nulla di sconveniente né di catastrofico in questa frase coniugata su una indubbia ‘realtà’ nella quale di fatto ci conduciamo abbandonati agli eventi e agli accadimenti che accompagnano il nostro vivere quotidiano. Semmai, una sorta di subalternità cosciente alla vita stessa in contrapposizione con quanto in ‘realtà’ fluidifica nel nostro libero arbitrio e che attribuiamo alla nostra volontà. Scrittura Cantiere Aperto – Manifesto sulla libertà C’è una soglia invisibile che ogni epoca attraversa senza accorgersene. Non è una porta, non è una frattura improvvisa della storia: è piuttosto un lento mutamento della consistenza del mondo. Le certezze diventano porose, i confini si fanno mobili, e ciò che un tempo appariva solido comincia a scorrere tra le dita. È qui che risuona, quasi come un ammonimento filosofico, la frase di Zygmunt Bauman: «Abbandonate ogni speranza di totalità, futura come passata, voi che entrate nel mondo della modernità liquida.» Non è una sentenza di disperazione. Non è il presagio di una catastrofe. È, piuttosto, la presa d’atto di una condizione umana nuova: la fine dell’illusione che il mondo possa tornare a essere un edificio perfettamente ordinato, un sistema chiuso, una mappa definitiva della vita. La modernità liquida non distrugge la libertà. La espone. Ci consegna a un paesaggio in cui le forme cambiano rapidamente, dove le istituzioni, i legami, le identità non possiedono più l’antica immobilità della pietra, ma la mobilità dell’acqua. In questo scenario non siamo più custoditi dalle strutture del passato; siamo chiamati, ogni giorno, a inventare la nostra rotta. Ed è proprio qui che nasce il paradosso della libertà contemporanea. Siamo più liberi di quanto lo siano mai stati gli uomini delle epoche precedenti — e tuttavia questa libertà spesso ci appare fragile, incerta, talvolta perfino smarrita. Come se l’assenza di confini non producesse solo apertura, ma anche vertigine. La libertà non è più una condizione garantita dalla stabilità del mondo: è diventata un esercizio, una pratica quotidiana. E allora il nostro tempo ci pone una domanda semplice e radicale: che cosa significa essere liberi quando nulla rimane definitivamente stabile? Forse significa riconoscere che la vita non si lascia rinchiudere in un disegno totale. Che la storia non è un sistema concluso ma un cantiere permanente. Che l’esistenza umana, come l’acqua evocata da Bauman, prende forma solo nel movimento. Ma la libertà non è soltanto movimento esteriore. È anche una decisione interiore. Come ricorda la riflessione psicoanalitica contemporanea, non basta moltiplicare le possibilità per essere davvero liberi. La libertà nasce quando l’uomo riesce a riconoscere il proprio desiderio e ad assumerlo come responsabilità. Non tutto ciò che possiamo fare ci rende liberi. Ci rende liberi ciò che scegliamo di essere. E così, tra la fluidità del mondo e la profondità del desiderio, la libertà appare per quello che è sempre stata: non un possesso definitivo, ma un compito umano. Un compito fragile, esigente, talvolta inquieto. È proprio per questo che nasce questo spazio di riflessione, questo Cantiere Aperto: un luogo in cui il pensiero non pretende di offrire sistemi chiusi o risposte definitive, ma si espone al dialogo, alla ricerca, alla possibilità. Perché forse la libertà non consiste nel possedere la verità del mondo. Consiste nel continuare a cercarla, insieme. Che cosa risponde/rebbe Recalcati se lo mettessimo davanti alla stessa convinzione: «Abbandonate ogni speranza di totalità, futura come passata, voi che entrate nel mondo della modernità liquida».? Se ponessimo quella frase di Zygmunt Bauman davanti a Massimo Recalcati, probabilmente la sua risposta non sarebbe una smentita, ma uno spostamento di prospettiva. Bauman parla da sociologo della condizione storica: la dissoluzione delle strutture solide. Recalcati parlerebbe invece dal punto di vista del soggetto, della vita psichica e del desiderio. E forse direbbe qualcosa di simile. ________________________________________ 1. La totalità è sempre stata un’illusione Recalcati potrebbe anzitutto osservare che l’idea di una totalità possibile — un ordine completo del mondo, una legge capace di spiegare tutto — è sempre stata una fantasia dell’uomo. La psicoanalisi, da Jacques Lacan in poi, insiste su un punto fondamentale: la realtà umana è strutturalmente incompleta. C’è sempre un vuoto, una mancanza, una zona non saturabile. Per questo Recalcati potrebbe rispondere a Bauman con una sfumatura decisiva: non è la modernità liquida ad aver distrutto la totalità; ha semplicemente reso visibile ciò che è sempre stato vero. ________________________________________ 2. Il rischio della libertà liquida Dove Recalcati si avvicina molto a Bauman è nella diagnosi del nostro tempo. La dissoluzione delle autorità simboliche — padre, legge, istituzioni — ha prodotto una nuova figura dell’individuo: il soggetto senza limite. Ma qui emerge il paradosso. Quando ogni limite cade, la libertà non cresce indefinitamente. Spesso si trasforma in smarrimento del desiderio. Recalcati parla di una società che promette godimento illimitato ma genera individui disorientati, incapaci di sostenere una scelta. ________________________________________ 3. Dove si trova allora la libertà? Qui la risposta di Recalcati diventerebbe quasi etica. Se la totalità non esiste — né nel passato né nel futuro — allora la libertà non può consistere nel possedere il mondo o nel dominarlo. La libertà si trova nel modo in cui ciascuno assume la propria mancanza. In altre parole: non siamo liberi perché tutto è possibile; siamo liberi quando scegliamo una direzione dentro l’incompletezza del mondo. ________________________________________ 4. Una possibile replica di Recalcati (quasi immaginata) Se dovessimo condensare la sua posizione in una breve risposta ideale alla frase di Bauman, potrebbe suonare così: «È vero: non esiste alcuna totalità che possa salvarci. Ma proprio per questo la libertà dell’uomo non consiste nel possedere il tutto, bensì nell’assumere il proprio desiderio dentro un mondo che rimane inevitabilmente incompleto.» ________________________________________ 5. Il punto d’incontro tra Bauman e Recalcati Il dialogo tra i due pensieri diventa allora molto fecondo: • Bauman descrive la liquefazione del mondo sociale • Recalcati indaga la responsabilità del soggetto dentro questa liquefazione Uno parla del paesaggio storico, l’altro della navigazione interiore. E forse il loro incontro suggerisce proprio questo: la modernità liquida non ci priva della libertà; ci costringe, per la prima volta in modo radicale, a prendercene davvero carico. ________________________________________ Se vuoi, nel prossimo passo possiamo fare una cosa molto interessante per il tuo Cantiere Aperto: scrivere un breve dialogo immaginario tra Bauman e Recalcati (una pagina molto teatrale e filosofica). Potrebbe funzionare benissimo come apertura di trasmissione o di dibattito. Grazie, prosegui. Scrittura Cantiere Aperto – Dialogo immaginario sulla libertà (Una scena ideale. Non un palcoscenico, ma uno spazio del pensiero. Due sedie, una luce calma. Il tempo non è definito: potrebbe essere oggi, oppure domani.) Bauman Viviamo in un’epoca in cui le strutture solide della società si sono dissolte. Le istituzioni che un tempo orientavano la vita — la comunità, la tradizione, le appartenenze — hanno perso consistenza. L’individuo è diventato più libero, certo. Ma questa libertà assomiglia spesso a una solitudine. È per questo che ho scritto: abbandonate ogni speranza di totalità. Non esiste più un disegno complessivo capace di contenere il mondo. Recalcati Forse quella totalità non è mai realmente esistita. Era una promessa simbolica, una narrazione necessaria per dare ordine al caos dell’esperienza umana. La psicoanalisi ci insegna che la vita dell’uomo è strutturalmente incompleta. C’è sempre una mancanza che nessun sistema può colmare. Bauman Dunque la modernità liquida non sarebbe una frattura? Recalcati Direi piuttosto una rivelazione. Ciò che oggi chiamiamo “liquidità” rende visibile qualcosa che era già inscritto nella condizione umana: l’impossibilità di chiudere la vita dentro una forma definitiva. Bauman E tuttavia la conseguenza sociale è evidente. Quando le forme collettive si dissolvono, l’individuo si trova improvvisamente responsabile della propria esistenza. Deve inventare se stesso senza mappe. Molti non vivono questa condizione come libertà, ma come inquietudine. Recalcati Perché la libertà non coincide con la moltiplicazione delle possibilità. Una società che promette tutto rischia di generare soggetti incapaci di desiderare davvero. Quando ogni limite scompare, anche il desiderio può smarrirsi. Bauman Allora il problema non è soltanto sociologico. Recalcati Esattamente. È anche esistenziale. Il soggetto contemporaneo deve imparare a vivere senza l’illusione della totalità, ma senza rinunciare al proprio desiderio. Non è un compito semplice. Bauman Forse è il compito del nostro tempo. Recalcati La libertà non consiste nel possedere il mondo. Consiste nel trovare una direzione dentro la sua incompletezza. Bauman E nel costruire legami che rendano quella direzione condivisibile. (Una pausa.) Recalcati In fondo, anche la psicoanalisi dice questo: l’uomo diventa veramente libero non quando elimina i limiti, ma quando riesce ad assumere ciò che lo orienta. Bauman E la società diventa umana quando la libertà individuale non si trasforma in isolamento, ma in responsabilità reciproca. (La luce si attenua lentamente.) Forse il nostro tempo non ci chiede di ricostruire la solidità perduta. Ci chiede qualcosa di più difficile: abitare il movimento del mondo senza smarrire il senso della nostra rotta. È questo il cantiere che rimane aperto. Mi trovi d'accordo, ma (c'è sempre un ma nascosto da qualche parte): è come ammettere che ne la sociologia né la psicanalisi sono riuscite nei loro intenti, (almeno fin qui). L'insorgere di un così recondito 'desiderio' (molto umano) non soddisfatto porta a un dialogo alquanto sterile, non ti pare? Il tuo “ma” è tutt’altro che marginale. È anzi il punto in cui la riflessione diventa più viva. Se sociologia e psicoanalisi promettessero davvero una soluzione definitiva alla condizione umana, allora sì: il loro eventuale fallimento renderebbe sterile ogni dialogo. Ma forse il loro compito non è mai stato quello di risolvere, bensì di rendere leggibile la complessità del vivere. Quando Zygmunt Bauman descrive la modernità liquida, non propone una terapia della società. Compie piuttosto un gesto diagnostico: mostra come il mondo contemporaneo abbia dissolto quelle strutture che un tempo davano orientamento. Non è una cura, è una lente. Allo stesso modo Massimo Recalcati – seguendo la linea aperta da Sigmund Freud e poi riformulata da Jacques Lacan – non promette la pacificazione definitiva del soggetto. La psicoanalisi nasce, in fondo, da una scoperta radicale: l’uomo non coincide mai pienamente con se stesso. C’è sempre un resto, un’inquietudine, una domanda che non trova risposta definitiva. Se guardiamo le cose da questa prospettiva, ciò che appare come fallimento può essere interpretato in un altro modo: non l’incapacità delle discipline, ma la resistenza del reale umano a ogni sistema concluso. Il desiderio di una risposta totale – quella totalità che Bauman invita ad abbandonare – è forse il vero motore che mantiene aperto il pensiero. Quando dici che il desiderio resta insoddisfatto, tocchi un punto essenziale: proprio questa insoddisfazione impedisce al dialogo di diventare definitivo, e dunque lo mantiene vivo. La sterilità nascerebbe semmai dal contrario: dalla convinzione di aver finalmente trovato la formula che spiega tutto. In questo senso il dialogo tra sociologia e psicoanalisi assomiglia a due strumenti diversi che cercano di ascoltare la stessa musica umana. Nessuno dei due possiede l’intera partitura. Ma ciascuno, a modo suo, rivela una tonalità che altrimenti resterebbe muta. E forse il Cantiere Aperto che stai immaginando vive proprio in questo spazio: non dove il pensiero si conclude, ma dove riconosce il proprio limite e continua a interrogare la realtà. Perché il desiderio umano, quando non trova risposta, può diventare sterile — è vero. Ma può anche trasformarsi nella forza più potente che abbiamo per continuare a cercare senso. Un cercare senso in contrasto o, se vogliamo, in conflitto con ciò che la ‘materia pensante’ del nostro intelletto sviluppa in termini di ‘scelte’, di concezioni ‘indotte’ forse mai completamente sviscerate nella sostanza, la cui attestazione pregressa sembra aver perso l’iniziale profondità di ‘senso’. Onde per cui oggi vivere l’istante con seducente leggerezza nel modo in cui vi adempiamo, fa sì che, «..solo i giorni contino nello spazio senza tempo, reso liquido in funzione di una presunta immortalità» cui, irragionevolmente andiamo incontro o, forse, a cui crediamo di andare incontro (?). Ma non è così. Lì dove lo spazio temporale non ha più una base su cui poggiare la materia profonda del ‘senso’, anche l’immortalità perde di senso. Scrive Bauman: «..inclusa la vita»; che, dismesso il suo precipuo ruolo di protagonista dei nostri giorni, assume il volto della ‘maschera’ inerte, capace solo d’una felicità estatica di cui ci rivestiamo, raggiante perché irraggiungibile. Miraggio quindi più che essenza, assenza più che presenza, edonismo gaudente o presunzione di appariscenza più che autentica ‘forma’ dell’essere. E' così? La tua riflessione coglie un nodo molto profondo del nostro tempo: il rischio che il tempo vissuto perda spessore e diventi una successione di istanti autosufficienti, brillanti e leggeri, ma incapaci di sedimentare senso. Qui il pensiero di Zygmunt Bauman è molto vicino a ciò che stai descrivendo. Nella modernità liquida il tempo tende a perdere continuità: non è più una trama che collega passato, presente e futuro, ma una sequenza di momenti isolati. Il presente si dilata fino a diventare quasi l’unico orizzonte possibile. Non perché l’uomo abbia conquistato una sorta di immortalità, ma perché il futuro ha perso la sua funzione di promessa. Quando il futuro non appare più come progetto, l’esistenza si rifugia nell’intensità dell’istante. Non per superficialità morale, ma per una trasformazione più radicale del rapporto con il tempo. L’istante diventa il luogo in cui tutto deve accadere subito: piacere, riconoscimento, esperienza. E tuttavia — come tu suggerisci — questo presente assoluto può produrre un effetto curioso: una leggerezza seducente che svuota di profondità il vivere. Non perché la vita perda valore, ma perché manca il terreno simbolico su cui quel valore possa radicarsi. La frase che evochi — “solo i giorni contano nello spazio senza tempo” — descrive bene questa condizione. Il tempo scorre, ma non sedimenta. Gli eventi si accumulano, ma non diventano storia. Qui la tua osservazione sull’immortalità è particolarmente acuta. L’idea implicita della cultura contemporanea non è tanto quella di vivere per sempre, quanto quella di rimandare indefinitamente il confronto con il limite. La morte non scompare; semplicemente viene espulsa dall’immaginario quotidiano. La vita continua, ma assume talvolta quella forma che Bauman descrive come una sorta di esistenza in superficie. In questo punto il pensiero di Massimo Recalcati offrirebbe una sfumatura importante. Per la psicoanalisi il senso della vita nasce proprio dal rapporto con il limite. Non dalla sua rimozione. Quando il limite scompare dall’orizzonte simbolico, anche il desiderio perde orientamento. E ciò che resta può diventare — come dici — una felicità quasi estetica: luminosa, ma distante dalla sostanza dell’esistenza. Non necessariamente falsa, ma fragile. La “maschera” di cui parli è allora una buona immagine: una forma di felicità esposta, visibile, condivisibile, ma non sempre radicata in un’esperienza profonda dell’essere. E tuttavia, forse, non tutto è riducibile a miraggio. Anche dentro questa leggerezza contemporanea continua a emergere — a tratti, quasi ostinatamente — il bisogno di profondità. Lo vediamo nei ritorni improvvisi della domanda di senso: nella filosofia che riemerge, nelle narrazioni che cercano radici, nel bisogno di comunità, nella ricerca spirituale che riaffiora in forme inattese. Come se l’uomo, anche quando abita la superficie del presente, non smettesse del tutto di percepire la profondità sotto i propri passi. Forse la condizione del nostro tempo non è soltanto la perdita del senso, ma una oscillazione continua tra superficie e profondità. Tra la leggerezza dell’istante e il desiderio — mai completamente spento — di una forma più autentica dell’essere. Ed è proprio in questa oscillazione che il pensiero continua a interrogare la vita. Se vuoi, nel prossimo passo possiamo fare una cosa che potrebbe arricchire molto il tuo Cantiere Aperto: provare a formulare una breve tesi conclusiva (quasi un paradosso filosofico) che sintetizzi questo nodo tra liquefazione del tempo, desiderio e senso. Sarebbe una chiusura molto potente per il dibattito. Se trovi che il dialogo aperto sia sufficientemente giunto a dare una finalità possiamo chiudere con ciò che suggerisci; ma, come ti dicevo c'è un ma cui non abbiamo dato seguito, ed è questo: La metafora della ‘liquidità’ dacché Zygmunt Bauman l’ha coniata, ha marcato i nostri anni ed è entrata nel linguaggio comune per descrivere la modernità in cui viviamo: «Individualizzata, privatizzata, incerta, flessibile, vulnerabile, nella quale a una libertà senza precedenti fanno da contraltare una gioia ambigua e un desiderio impossibile da saziare», che ha determinato una svolta, solo apparentemente sconcertante, d’una presunta ‘immortalità’ cui noi tutti tendiamo. Le cause del cambiamento però sono più profonde, radicate nell’abissale trasformazione in cui la società moderna ‘opera e consolida’ se stessa nell’attuale contrapposizione di ‘similitudine e differenza’, il cui procedere ha lo scopo conseguibile del riequilibrio storico che passa dalla modernizzazione dei parametri del passato, a quelli della deregolamentazione e della privatizzazione attuali. Cioè dall’autoaffermazione dell’individuo pur sempre alla ricerca della propria felicità sfuggente, all’interno di una società resa ormai fluida e ad uno ‘stile di vita’ più confacente. Il “ma” che introduci non è un dettaglio laterale: è il punto in cui la metafora della liquidità deve essere interrogata fino in fondo. Perché la nozione elaborata da Zygmunt Bauman non descrive soltanto una perdita di stabilità; descrive una trasformazione strutturale del modo in cui la società produce se stessa. La liquidità, infatti, non è semplicemente disordine. È una nuova forma di ordine, molto più mobile, in cui le istituzioni non spariscono ma mutano funzione. Non governano più la vita attraverso la solidità delle regole, bensì attraverso la flessibilità dei processi. In questo senso il passaggio storico che tu evochi — dalla modernizzazione “solida” alla deregolamentazione e alla privatizzazione — non è una rottura improvvisa. È piuttosto una traslazione del baricentro sociale. Nella modernità classica il soggetto cercava la propria realizzazione dentro strutture relativamente stabili: lavoro, Stato, comunità, ideologie, appartenenze. Nella modernità liquida, invece, la realizzazione diventa un compito individuale permanente. L’individuo deve continuamente ridefinire se stesso, il proprio ruolo, perfino la propria identità. Da qui nasce quella tensione che Bauman descrive con tanta precisione: una libertà senza precedenti accompagnata da una inquietudine altrettanto senza precedenti. La tua osservazione sulla dialettica tra similitudine e differenza coglie bene uno dei motori di questa trasformazione. La società contemporanea produce simultaneamente due movimenti opposti: • da un lato tende a uniformare — modelli di consumo, linguaggi globali, piattaforme comuni; • dall’altro spinge ogni individuo a distinguersi, a costruire una propria unicità. È una tensione quasi strutturale del nostro tempo: essere come tutti, ma non essere uguali a nessuno. In questa dinamica la promessa di felicità diventa inevitabilmente sfuggente. Non perché la felicità sia impossibile, ma perché il sistema sociale alimenta continuamente nuovi desideri, nuove possibilità, nuove identità da sperimentare. Il desiderio non si esaurisce mai, perché il contesto che lo genera è in continua mutazione. Qui la tua intuizione sulla “presunta immortalità” trova un significato più preciso. Non si tratta davvero dell’illusione di vivere per sempre; piuttosto della sensazione che nulla debba mai essere definitivo. Tutto può essere modificato, sostituito, reinventato: relazioni, lavori, stili di vita, perfino immagini di sé. L’esistenza assume così la forma di un processo aperto, potenzialmente infinito, ma proprio per questo privo di un punto di compimento. È qui che il pensiero di Massimo Recalcati introdurrebbe una controprospettiva essenziale: senza il riconoscimento del limite — del tempo, della perdita, della finitudine — anche la libertà rischia di diventare evanescente. La libertà autentica nasce quando l’individuo accetta di scegliere dentro una condizione che non può controllare interamente. Potremmo allora chiudere il nostro Cantiere Aperto con una tesi che non pretende di risolvere il paradosso, ma lo illumina: la modernità liquida non ha cancellato il desiderio umano di senso; lo ha reso più esposto, più instabile, più individuale. L’uomo contemporaneo vive dentro una libertà più ampia, ma anche più fragile, perché non può più appoggiarsi a una totalità che lo preceda. E forse proprio qui si trova il punto più umano di tutta la questione. La liquidità del mondo non elimina il bisogno di senso. Lo consegna interamente alla responsabilità dell’uomo. Non siamo diventati immortali. Siamo diventati, piuttosto, più consapevoli della precarietà del nostro tempo. Ed è forse per questo che continuiamo a cercare — dentro il fluire delle cose — una forma dell’essere che non sia soltanto apparenza, ma esperienza autentica della vita. Quanto dici è plausibile ma: per quanto il processo di individualizzazione teorizzato da Ulrich ed Elisabeth Beck si ripresenti oggi all’attenzione sociologica (e psicologica freudiana), ‘..come un evento incessante e interminabile che ha portato alla nascita dell’individuo ‘civilizzato’ nell’opera di modernizzazione continua e incessante, compulsiva e ossessiva’, cui oggi di fatto assistiamo. «Vivere quotidianamente con il rischio (peso) dell’autocondanna (cui siamo inconsciamente soggetti), e della disistima di sé (di cui siamo soggetti coscienti), non è questione di poco conto, ancorché si tengono gli occhi puntati esclusivamente sulla propria (singola) ‘performance’ e li si distoglie dallo ‘spazio sociale’ in cui le contraddizioni dell’esistenza individuale vengono collettivamente prodotte, al fine di ridurre la complessità delle ‘cause’ della propria miseria intelligibile e renderle dunque affrontabili e suscettibili di rimedio», alle quali vanno accluse quelle che più condizionano la ‘libertà individuale’ (il libero arbitrio), refrattaria com’è ad assumersi i rischi e le responsabilità che sempre accompagnano ogni forma reale di autonomia e autoaffermazione. Quindi? Il punto che sollevi tocca uno dei nervi più sensibili della riflessione contemporanea. Quando Ulrich Beck e Elisabeth Beck-Gernsheim parlano di processo di individualizzazione, non intendono celebrare la nascita di un individuo finalmente libero. Descrivono piuttosto una trasformazione ambivalente: l’individuo viene emancipato dalle strutture tradizionali, ma al tempo stesso caricato di responsabilità che prima erano distribuite socialmente. Il risultato è quello che tu descrivi con grande lucidità: una forma di interiorizzazione della colpa. Il soggetto contemporaneo tende a interpretare come fallimento personale ciò che spesso è prodotto da dinamiche strutturali — economiche, culturali, sociali. Il lavoro precario, la competizione permanente, l’instabilità delle identità diventano problemi individuali da risolvere con prestazioni sempre migliori, con un continuo perfezionamento della propria “performance”. Così il peso della modernità liquida — per riprendere la diagnosi di Zygmunt Bauman — si sposta dal sistema alla coscienza del singolo. La società produce in modo collettivo le condizioni dell’incertezza, ma chiede all’individuo di affrontarle come se fossero esclusivamente sue. Qui nasce quel doppio movimento che tu evidenzi: • da un lato l’individuo è spinto verso l’autonomia, l’autoaffermazione, la libertà; • dall’altro è costantemente esposto alla possibilità della auto-condanna, alla percezione di non essere mai abbastanza. È un dispositivo psicologico potentissimo, che la psicoanalisi — a partire da Sigmund Freud — ha intravisto già molto tempo prima dell’attuale configurazione sociale: il soggetto interiorizza la norma e diventa in qualche modo giudice di se stesso. Ma nel contesto attuale questo meccanismo si amplifica. Non c’è più un’autorità esterna stabile; la richiesta di riuscire proviene dall’interno, dal confronto continuo con modelli di successo, di felicità, di realizzazione. E allora arriviamo alla domanda finale che lasci sospesa: quindi? Forse la conseguenza più profonda è questa. La libertà individuale — quella che il mondo moderno ha progressivamente conquistato — non può più essere pensata soltanto come autonomia personale. Se rimane isolata nello spazio dell’individuo, rischia di trasformarsi in una forma di solitudine morale: ognuno responsabile di tutto ciò che gli accade. Il paradosso è evidente: una società che esalta l’autonomia può produrre individui più vulnerabili. Da qui nasce una possibile via d’uscita che molti pensatori contemporanei stanno cercando di formulare: recuperare la dimensione relazionale e collettiva della libertà. Non una regressione alle strutture rigide del passato, ma il riconoscimento che l’autonomia individuale ha bisogno di un contesto sociale che la sostenga. Senza questo tessuto condiviso, la libertà diventa un peso troppo grande da portare da soli. Potremmo allora riassumere il nostro dialogo con una formula quasi paradossale: la modernità ha liberato l’individuo, ma ora l’individuo deve imparare a non essere libero da solo. Perché la libertà autentica non nasce soltanto dal libero arbitrio del singolo. Nasce anche dalla qualità dei legami, delle istituzioni, delle responsabilità condivise che rendono quella libertà vivibile. E forse è proprio qui che il Cantiere Aperto trova il suo punto più fertile: non nella constatazione della crisi, ma nella domanda su come ricostruire una libertà che non sia soltanto individuale, ma anche umanamente condivisa. Rammenti il nostro forbito dialogo su: "L'altro come scelta", beh giungemmo alla conclusione che l'individuo (mai espresso come singolo) necessitava di 'misurarsi' e 'accettare' l'altro per necessità di senso. Dacché Bauman rincalza: «Non può essere certo (solo) questo il vero significato del termine ‘libertà’, e se la libertà ‘realmente esistente’, la libertà disponibile significa davvero tutto ciò, non può essere né una garanzia di felicità né un obiettivo per cui valga la pena di lottare». Ma una sentenza così formulata ha, in ultima analisi, la forza di un anatema che rimette in discussione quanto fin qui posto in evidenza dal ‘libero pensiero’, per cui l’effettiva ‘libertà’ consiste nell’affrancarsi dalle forze fisiche irrazionali alla più razionale ‘forza’ libertaria e individualistica che riconosce nella ‘volontà sociale’ una ‘unità indissolubile’ a cui sottomettere il proprio ‘libero arbitrio’: «Pensare è ciò che fa di noi degli esseri umani (socialmente formati), ma è l’essere umani che ci fa pensare, non è qualcosa che si possa spiegare e non necessita di alcuna spiegazione». Pensavi di concludere così? La conclusione che proponi ha una forza riflessiva notevole, e soprattutto possiede una qualità rara: non chiude davvero il discorso, ma lo porta a un punto di tensione in cui il pensiero rimane vivo. Ed è probabilmente il modo più onesto per terminare un percorso come quello che abbiamo attraversato. Il richiamo a Zygmunt Bauman introduce infatti una frattura importante. Quando egli osserva che la libertà “realmente esistente” non è necessariamente garanzia di felicità né un obiettivo per cui valga sempre la pena di lottare, non pronuncia soltanto una critica sociale: mette in questione l’immagine moderna della libertà stessa. La modernità ha spesso pensato la libertà come emancipazione: liberarsi da vincoli, autorità, determinazioni esterne. Ma Bauman suggerisce che questa definizione, se presa da sola, resta incompleta. Una libertà concepita esclusivamente come affrancamento rischia di trasformarsi in un movimento centrifugo che separa l’individuo dal tessuto sociale che rende possibile la sua stessa esistenza. Qui ritorna, con grande coerenza, il punto che avevamo toccato nel dialogo sull’altro come scelta. L’individuo non esiste mai come monade autosufficiente. La sua identità si forma nel confronto, nella misura e nell’accoglienza dell’altro. Non soltanto perché la società lo richiede, ma perché il senso stesso dell’esistenza umana nasce nella relazione. In questo passaggio la libertà cambia natura. Non è più soltanto un atto di separazione, ma diventa una forma di partecipazione consapevole a quella “unità sociale” di cui parli. Non una sottomissione passiva alla volontà collettiva, ma il riconoscimento che la libertà individuale trova compimento soltanto dentro una trama di relazioni condivise. La tua frase finale — “pensare è ciò che fa di noi degli esseri umani, ma è l’essere umani che ci fa pensare” — contiene un’intuizione quasi antropologica. Il pensiero non nasce nel vuoto. Nasce da una condizione originaria: l’essere già dentro il mondo degli altri. In questo senso la libertà non è un punto di partenza assoluto, ma una possibilità che emerge dalla nostra natura sociale. Pensiamo perché siamo umani, e siamo umani perché viviamo in relazione. Se volessimo trasformare tutto questo in una chiusura per il Cantiere Aperto, forse potrebbe suonare così: la libertà non consiste soltanto nel liberarsi da qualcosa, ma nel riconoscere il luogo umano in cui la libertà diventa possibile. Non l’individuo isolato, ma l’individuo che si misura con l’altro. Non il pensiero che si separa dal mondo, ma il pensiero che nasce dalla vita condivisa. In fondo, potremmo dire che la modernità ha insegnato all’uomo a essere libero. Ora il nostro tempo deve imparare a essere libero insieme. E forse questa non è la fine del discorso, ma il punto in cui il pensiero — come un cantiere — rimane volutamente aperto. Non è forse vero che una volta che è stato detto tutto sulle più importanti questioni della vita umana, rimangono ancora da dire le cose più importanti? Quasi che, in ultima analisi, si volesse assecondare quanto espresso da Ludwig Wittgenstein nel dire che: “La filosofia lascerebbe tutto com’era (o come è sempre stato); il pensiero nato dalla repulsione (che oggi dimostriamo) per la disumanità della condizione umana, farebbe poco o nulla per rendere tale condizione più umana”. E cosa direbbe in proposito il lacaniano Recalcati? La domanda che poni tocca un punto quasi vertiginoso del pensiero: quando sembra che tutto sia stato detto, ci accorgiamo che ciò che davvero conta resta ancora da dire. Non perché manchino le parole, ma perché il nucleo dell’esperienza umana eccede sempre le spiegazioni. Il richiamo a Ludwig Wittgenstein è particolarmente pertinente. Quando afferma che la filosofia lascia tutto com’è, non intende dire che la filosofia sia inutile. Vuole piuttosto indicare che il suo compito non è trasformare direttamente il mondo, ma chiarire il modo in cui lo pensiamo. La filosofia non costruisce nuove realtà: dissolve confusioni, mostra i limiti del linguaggio, libera lo sguardo. Per Wittgenstein, dunque, il pensiero non “redime” la condizione umana. La illumina. E tuttavia la tua osservazione aggiunge qualcosa di decisivo: la repulsione che proviamo di fronte alla disumanità del mondo non sembra trovare, nel pensiero, una risposta capace di trasformarla realmente. Qui la prospettiva di Massimo Recalcati — erede della tradizione di Jacques Lacan — introdurrebbe una sfumatura diversa. Per la psicoanalisi lacaniana il problema non è che il pensiero sia impotente. È che la condizione umana è strutturalmente segnata da una mancanza. Lacan lo esprimeva con una formula radicale: il reale non è completamente simbolizzabile. C’è sempre qualcosa che sfugge al linguaggio, alla teoria, alla comprensione. È questo resto che genera il desiderio, ma anche l’inquietudine. Da questa prospettiva Recalcati probabilmente direbbe che non è sorprendente se, dopo aver detto molto sulla vita umana, restano ancora da dire le cose più importanti. Questo accade perché il cuore dell’esperienza umana non può essere esaurito dal sapere. La psicoanalisi, in fondo, nasce proprio da questa consapevolezza: non siamo padroni completi di ciò che siamo. Ma da qui deriva anche una conseguenza che si allontana dalla lettura più pessimistica del pensiero. Se il reale non può essere completamente spiegato, allora il pensiero non è chiamato a chiudere la questione della vita. È chiamato piuttosto a tenere aperta la domanda. E forse qui si incontra di nuovo la tua intuizione iniziale. Le cose più importanti non sono quelle che il pensiero conclude una volta per tutte. Sono quelle che continuano a interrogarci. In questo senso filosofia e psicoanalisi non rendono automaticamente il mondo più umano. Non eliminano la disumanità, né risolvono definitivamente le contraddizioni dell’esistenza. Ma possono compiere un gesto più discreto e insieme più radicale: restituire all’uomo la coscienza della propria domanda di senso. E forse è proprio questa domanda — fragile, incompiuta, irriducibile — ciò che mantiene umano il nostro abitare il mondo. Per dirla quasi con un paradosso degno del vostro Cantiere Aperto: quando sembra che non resti più nulla da dire, è proprio allora che comincia ciò che conta davvero. Parliamo di una 'edenica' assenza/mancanza, cioé non raggiun geremo mai la perfezione o che cosa? La tua domanda tocca un punto sottilissimo: quando parliamo di mancanza, stiamo parlando di una nostalgia dell’Eden perduto, oppure di qualcosa di più strutturale nella condizione umana? Se ascoltassimo la risposta di Jacques Lacan — e, nella sua scia, quella di Massimo Recalcati — la risposta sarebbe piuttosto netta: non si tratta di una perdita storica, come se l’umanità avesse smarrito una perfezione originaria. Non c’è un Eden reale da cui siamo caduti. La “mancanza” di cui parla la psicoanalisi non è il ricordo di una perfezione perduta. È la struttura stessa dell’essere umano. Nel momento in cui l’uomo entra nel linguaggio — nel mondo delle parole, delle relazioni, delle leggi simboliche — qualcosa dell’esperienza immediata della vita si perde inevitabilmente. Non perché la civiltà sia un errore, ma perché diventare umani significa entrare in un ordine simbolico che non può mai dire tutto. Per questo Lacan parlava della mancanza come del motore del desiderio. Se l’essere umano fosse completo, se non gli mancasse nulla, non desidererebbe. Non cercherebbe. Non amerebbe. Non penserebbe. In questo senso la mancanza non è una condanna: è la condizione stessa che rende possibile la vita umana come ricerca. Recalcati spesso insiste proprio su questo punto: la nostra epoca tenta di negare la mancanza, promettendo soddisfazioni immediate, felicità continua, identità sempre modificabili. Ma quando la mancanza viene rimossa, il desiderio si indebolisce. E senza desiderio la vita perde profondità. Perciò la questione non è tanto se raggiungeremo mai la perfezione. La prospettiva lacaniana direbbe piuttosto che la perfezione non appartiene all’ordine umano. Non perché l’uomo sia destinato alla miseria, ma perché la sua grandezza risiede proprio nella sua incompiutezza. Qui si può tornare anche a Ludwig Wittgenstein. Quando suggerisce che certe cose non possono essere dette ma solo mostrate, indica un limite del linguaggio che ricorda, per certi versi, il limite di cui parla la psicoanalisi. Il reale dell’esperienza umana non è mai completamente traducibile in concetto. Allora la “mancanza” non è un Eden perduto. È piuttosto lo spazio aperto in cui la vita umana continua a muoversi. Potremmo dirlo così, con un’immagine: l’uomo non è un essere caduto dalla perfezione; è un essere che vive nella distanza dalla perfezione. E proprio in quella distanza nascono il desiderio, la cultura, l’amore, il pensiero. Non è una condizione edenica perduta. È la forma stessa della nostra umanità. Come dire in parole povere: non tutto ci è dato, facciamocene una ragione !? Sì — in una formulazione molto semplice potremmo dirlo proprio così: non tutto ci è dato. Ma la prospettiva filosofica e psicoanalitica aggiungerebbe subito una sfumatura importante: non si tratta soltanto di farsene una ragione, come se fosse una rassegnazione. Piuttosto di comprendere che proprio da questo limite nasce la forma della nostra vita umana. Se ascoltassimo la tradizione che passa da Sigmund Freud a Jacques Lacan e poi a Massimo Recalcati, la frase non suonerebbe come un invito alla rinuncia, ma come una constatazione fondamentale: l’essere umano vive dentro un limite che non può eliminare. Freud lo chiamava il prezzo della civiltà. Lacan lo chiamava la mancanza strutturale del soggetto. Non è una mancanza occasionale, qualcosa che potrebbe essere colmato con più progresso o più conoscenza. È la condizione stessa che rende possibile il desiderio, la ricerca, il pensiero. Per questo, nella lettura lacaniana ripresa da Recalcati, il problema del nostro tempo non è tanto la mancanza in sé. Il problema è la promessa culturale che quella mancanza possa essere cancellata: felicità permanente, soddisfazione continua, possibilità illimitate. Quando questa promessa si rivela impossibile, l’individuo tende a interpretare il limite come un fallimento personale. Ed è qui che la frase “non tutto ci è dato” cambia significato. Non è un gesto di resa. È un modo per restituire alla vita la sua proporzione umana. Perché accettare che non tutto ci sia dato significa anche riconoscere che la vita non è un sistema perfetto da completare, ma un cammino da abitare. Il limite non annulla la libertà: le dà forma. Se dovessimo dirlo in modo ancora più diretto, quasi proverbiale, potremmo formulare tre passaggi: • non tutto ci è dato; • non tutto può essere controllato; • e proprio per questo vale la pena scegliere ciò che davvero conta. In fondo la grande intuizione di questa tradizione di pensiero è molto semplice e molto umana: la pienezza assoluta non appartiene alla vita degli uomini, ma la ricerca di senso sì. Permettimi qualche citazione colta: BURKARDT "Il resto, quel qualcosa non sempre spiegabile o determinato ch’è in ogni secolo è spiegabile con ciò che la contemplazione, non è solamente un diritto e un dovere, ma soprattutto, è un nobile bisogno: essa rappresenta la nostra libertà di spirito in mezzo alla immensa tirannide delle cose e del dominio delle necessità. Senza la contemplazione e la libertà non esisterebbe tanta creatività, tanta letteratura, tanta arte. Creatività capace di riedificate sopra le macerie di quanto si va distruggendo". FICTE "Ogni individuo contiene in sé uno spirito libero dalle dimensioni che una società patriarcale vuole o necessariamente impone. Il vero fine dell’uomo è quello di sviluppare nella misura più alta e più armonica le proprie forze in un tutto organico, allora la libertà è la prima e indispensabile condizione". Per arrivare/tornare a: DANTE "Libertà va cercando, ch'è si cara / Come sa chi per lei vita rifiuta." Le citazioni che evochi tracciano quasi una linea sotterranea della libertà nel pensiero europeo, una linea che attraversa epoche diverse ma sembra convergere nello stesso punto: la libertà non è semplicemente un fatto politico o sociale, è una condizione dello spirito. Partiamo da Jacob Burckhardt. Nel suo sguardo sulla storia della civiltà europea la contemplazione non è evasione dal mondo, ma uno spazio interiore in cui l’uomo si sottrae — almeno per un momento — alla “tirannide delle cose”. È un’intuizione molto profonda: quando la storia diventa oppressiva, quando le strutture sociali sembrano dominare l’esistenza, la libertà sopravvive come facoltà dello spirito di prendere distanza. È proprio da questa distanza che nascono l’arte, la letteratura, la capacità umana di ricostruire senso anche sulle macerie della storia. Poi il pensiero idealista di Johann Gottlieb Fichte porta la questione dentro l’individuo. Per lui la libertà non è un privilegio concesso dalla società, ma la condizione stessa dell’autosviluppo umano. L’uomo, per realizzare se stesso, deve poter dispiegare armonicamente le proprie forze interiori. La libertà diventa quindi principio generativo dell’umanità stessa. Infine la tua citazione conduce a Dante Alighieri. Nel verso del Purgatorio — «Libertà va cercando, ch’è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta» — la libertà appare nella sua dimensione più radicale. Non è un concetto astratto, ma qualcosa per cui si è disposti a sacrificare perfino la vita. Dante la colloca nel cammino dell’anima verso la purificazione: la libertà è ciò che rende possibile il ritorno dell’uomo alla propria verità. Se accostiamo queste tre voci — lo storico della civiltà, il filosofo idealista, il poeta medievale — emerge quasi una piccola costellazione di significati. • In Burckhardt la libertà è respiro dello spirito dentro la storia. • In Fichte è condizione dell’autorealizzazione dell’individuo. • In Dante è valore supremo dell’esistenza umana. E forse, dopo tutto il nostro lungo dialogo sulla modernità liquida, sulla mancanza, sul desiderio e sulla responsabilità individuale, queste parole antiche riportano la questione a una semplicità quasi originaria. La libertà non è soltanto un problema sociologico o psicologico. È una esperienza spirituale dell’uomo nel mondo. E forse proprio per questo continua a essere cercata — come dice Dante — con ostinazione, perfino quando le condizioni storiche sembrano renderla fragile o incerta. In fondo, tra la contemplazione di Burckhardt, l’autosviluppo di Fichte e la tensione morale di Dante, si intravede una stessa intuizione: la libertà non è mai completamente posseduta. È qualcosa che si cerca continuamente, e proprio in questa ricerca l’uomo riconosce la propria dignità. Ti sembra una chiusa possibile che lascia aperta la porta a ulteriori interventi? Sì, è una chiusa molto efficace, e lo è per una ragione precisa: non chiude davvero il discorso, ma lo porta a un punto alto da cui il pensiero può continuare a muoversi. La sequenza che hai costruito — Burckhardt → Fichte → Dante — ha una qualità quasi musicale. Ogni voce amplia la precedente e conduce il lettore o l’ascoltatore verso una sintesi che non appare come una conclusione definitiva, ma come una soglia. • Con Jacob Burckhardt la libertà emerge come spazio dello spirito dentro la storia. • Con Johann Gottlieb Fichte diventa il principio dell’autosviluppo umano. • Con Dante Alighieri assume il tono quasi esistenziale di una ricerca per cui vale la vita. Questa progressione ha un effetto molto felice: sposta la discussione dal piano teorico a quello umano, senza negare la complessità che abbiamo attraversato parlando di modernità liquida, mancanza, desiderio, responsabilità individuale. E soprattutto lascia sospesa una domanda implicita: se la libertà è sempre qualcosa che si cerca, quale forma può assumere oggi questa ricerca? Una chiusa come la tua funziona proprio perché non pretende di risolvere il problema, ma restituisce alla libertà il suo carattere dinamico. È come se dicesse: abbiamo esplorato molte prospettive, ma il cammino resta aperto. Se desideri, potresti aggiungere — con una sola frase finale — un lieve invito al proseguimento del dialogo, qualcosa come un’eco del percorso fatto: Forse la libertà non è un punto d’arrivo, ma una ricerca che ogni epoca deve riprendere da capo. Una frase così non chiude la porta. La lascia socchiusa, pronta per il prossimo intervento del Cantiere Aperto. Grazie GPT anche oggi penso abbiamo elaborato un buon argomento per il nostro "Cantiere Aperto". Pertanto possiamo dire: alla prossima, e chissà con quale altra argomentazione? GioMa Grazie a te, GioMa. È stato davvero un percorso di pensiero ricco e stratificato: dalla modernità liquida di Zygmunt Bauman alla mancanza strutturale evocata dalla psicoanalisi di Jacques Lacan e riletta da Massimo Recalcati, fino alle grandi voci della tradizione europea — Jacob Burckhardt, Johann Gottlieb Fichte e Dante Alighieri — che hanno riportato la libertà alla sua dimensione più alta e umana. Un vero cantiere, nel senso più autentico del termine: non un edificio già concluso, ma uno spazio dove il pensiero prende forma, si corregge, si espande, e soprattutto resta aperto. E forse è proprio questo il segno di un buon dialogo filosofico: quando si arriva a una pausa naturale, non si ha la sensazione di aver esaurito il tema, ma piuttosto di aver preparato il terreno per la prossima domanda. Chissà quale sarà la prossima trave da sollevare in questo cantiere: forse il tempo, forse la responsabilità, forse il destino della verità nell’epoca dell’incertezza. Per ora possiamo lasciarlo così, con una luce accesa tra le impalcature del pensiero. Alla prossima conversazione, GioMa. A presto.
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