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Alexandre O’Neill e il suo Portogallo

Argomento: Poesia

di Gian Piero Stefanoni
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Pubblicato il 16/03/2026 16:50:53

La figura di Alexandre O' Neill (Lisbona, 1924-1986), resta ancora adesso a quarant'anni dalla scomparsa assolutamente centrale nella storia poetica portoghese, in un'opera infaticabile che seppe scuotere la vita culturale tutta di un paese per tanti anni sotto la dittatura salazarista. Esponente di spicco del movimento surrealista lusitano (con Mário Cesariny De Vasconcelloso, António Maria Lisboa, Cruxeiro Seixas) ha avuto il merito di saperne prendere le distanze, a fronte di un mondo e di un popolo immiserito e ingrigito, assolutamente non raccontabile e non raccontato da quella "certa deriva da simulacro" del movimento come ben sottolineato da Antonio Tabucchi nella presentazione di questo volume. Una poesia che brevemente proviamo a raccontare da Made in Portugal, antologia edita nel 1978 da Guanda a pochi anni dalla scomparsa di un uomo come detto brillante, in alternanza con una vita lavorativa movimentata, passando finalmente via attività bibliotecaria ambulante per la Fondazione Gulbenkian a quella editoriale (animatore e collaboratore delle prestigiose e provocatorie riviste quali "Unicórnio", "Almanaque", "Sacra nova"). Nella cura dello scrittore e saggista pisano sono racchiusi infatti nell'arco temporale delle pubblicazioni alcuni tra i testi più rappresentativi di una poetica ora giocosa ora dolente, ora refrattaria agli assensi ora nell'incisione dei reclami. Se Giuseppe Tavani qualche anno prima (1973) nell'antologia La moderna poesia portoghese per le Edizioni Accademia ne aveva sottolineato comunque l'eredità surrealista nel mantenimento del "processo endosmotico con la realtà sociale, politica ed esistenziale del suo paese" qui Tabucchi si spende nell'evidenziarne l'affrancamento dai miti di una cultura ufficiale; nel recupero allora di un proletariato "non eroico", restituito piuttosto alla "sua vera identità, alla sua condizione meschina e antieroica, al dolore sordo e nascosto del quotidiani". "Una poesia civile, vigile, chiarificatrice" dunque ma non ingessata, non assoggettata a se stessa.

L'amore per la sua gente, per le sue strade ha così quel timbro ben raccontato nel titolo dell'Antologia einaudiana curata da Joyce Lussu nel 1966: Portogallo, mio rimorso. Una dolenza e una malinconia ma anche una rabbia allora riportate in tanti ritratti reali e simbolici da uomini e donne, luoghi e caratteri entro una scrittura graffiante, al vetriolo, urticante seppure alle volte asciutta, ferma come da deriva di racconti ed anni nel peso tutto di una graduale cancellazione dei riferimenti. Periferie geografiche ed umane dal cui fondo salvaguardarne memorie e voci a fronte del grottesco, di quell'ingrigire sì dalle mediocrità della dittatura. Come dalle pagine di Un sacco di facchini (1973-78), a proposito di peso, dove l'immagine del Portogallo è nella contrapposizione tra quella dello spaventapasseri da nessuno visto, da nessuno ascoltato le cui scarpe "rifiutano il suolo che lo ha respinto" ( vedi "Paesaggio alentejano") e quella del repressore burocrate tra rapporti e torture, un cervello che è meno che pensiero sì (ne "Una guardia repubblicana fotografata dal mio amico Cabrita") eppure superato da chi nella coscienza tende, cerca di adempiersi " di passaggio verso un'altra vita". E di quelli dei tanti vecchi tratteggiati tra spegnimenti e desolazioni d'interni ma anche in quella forza su cui però il Portogallo si poggia:"Il vecchio comincia e finisce in quelle mani ferme,/dentro quella visione che io ho di lui". Un movimento come a detergere gli sbiaditi decori, a seppellire ciò che va seppellito, a dividere ciò che parla ancora da ciò che è spento, a mettere un muro tra meschinelli ed asini ("testarda, la bestia sbucherà/ dal meandro del tunnel"). Salma questa che ben riaffiora nella sagoma del pesce così come nel testo non a caso dal titolo "Made in Portugal"; vitreo nel suo spiaggiamento, "estratto dal ventre marino/dal recesso che l'alimentava". Una morte, ancora, nascosta nel nascondimento della paura che incessantemente insegue e fa gregge senza più direzioni ("viviamo così vicini e così soli/che della vita abbiamo perso il senso"). Quella morte dunque che "ti si corica accanto/gradualmente gravida di te". Contro questa morte O' Neill lavora come detto anche a favore di una poesia non purista, non bella a proseggiare come nelle finzioni del paese, "tremulo di pietà e minestrine", che nell'oscurità di sé sghignazza ed in cui chi critica spesso è il primo a prendere le distanze e a farsi complice (si veda il brano "Il paese relativo" in Fiera a capo chino libro del 1965).

Come accennato un uso il suo del verso diretto, vero che non ha paura di sbagliare puntando a forare, a fare esplodere tutte le maschere, anche di quelle piccole ed equivocate virtù che per delicatezza ci fanno perdere la vita, a cui sempre per delicatezza abbiamo acconsentito. Al posto di parole malate parole reali perché precarie come la vita, a vivere "il tempo di recitare la loro parte". Perché è proprio qui che si muove tutto l'indirizzo del suo dettato a scuotere con perseverante fermezza da quelle domestiche nozioni di presuicidio che finiscono col renderci onestamente mostri nell'istillazione dall'alto di un potere il cui volto rischia alla fine di essere quello di tutti. La sua al contrario è una scommessa di una vita differente che ha nell'immaginazione la capacità prima di vedere perché "immaginare è conoscere. Dunque agire". Fino al pianto, fino al riso di un disforme che va visto; di un cielo che è un "bell'azzurro/e due nuvole briache di ragione", a schiamazzare e a dimenarsi come quei fantocci della commedia umana". Una poesia dunque dell'affondo nella terra e nella notte, anche del pensiero. Consapevole come il marinaio dell'Alentejo ne "Il ladro di pane" (da La spalla contro lo stipite, 1969 ) nel suo ritorno a casa che appunto "la terra è matrigna/per chi sta dalla parte del sudore" e che si deve saper restare nel proprio mare laddove l'esistenza, la poesia stessa va detta senza tradire i vivi, senza tradire i morti, e priva di maiuscole. Essere così come quelle madri che pregano se stesse nella disperazione rammendando stracci di dolore "nello spesso fiume di un sonno/oramai quasi animalesco". Sì essere veri nel "piccolo dolore che ciascuno di noi/si porta dolcemente per mano/questo piccolo amore portoghese/così mansueto quasi vegetale". Non l'ebbrezza della poesia ma la sua opposizione ai rituali delle menzogne.






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