[ Intervista a cura di Vera Lcia de Oliveira (fotografia reperita in internet) ]
Lintervista che segue stata realizzata nellambito degli incontri di Poesia a Palazzo dei Priori, di Perugia, che il Gruppo di Sperimentazione e Ricerca Poetica Il Merendacolo ha organizzato dal 1989 al 2009. Pi precisamente, stata fatta il 7 dicembre 2000, dopo unintensa serata in cui Antonella Anedda ha parlato della sua poesia e ha letto versi della raccolta Notti di pace occidentali (Donzelli Poesia, 1999), allora pubblicata da poco.
Queste e altre interviste da me fatte a vari poeti italiani contemporanei, come Andrea Zanzotto, Mario Luzi, Franco Loi, Valerio Magrelli, Paolo Ruffilli, Gianni DElia, Vivian Lamarque, Maurizio Cucchi e Giuseppe Conte sono state pubblicate nella rivista brasiliana Insieme (So Paulo, dal numero 7 al 9, 1998-2001) e sono inedite in Italia. Debbo allamico Paolo Polvani e al suo interesse per queste interviste il fatto di essere andata a ricercarle, accorgendomi che oggi, pi che mai, in un momento in cui lItalia vive una crisi profonda, le parole dei suoi poeti, ancorch poco ascoltate, illuminano il presente e suggeriscono percorsi di ricomposizione etica e sociale sui quali varrebbe la pena di riflettere.
Quando hai cominciato a scrivere? La scoperta della poesia il risultato di un processo, o avvenuta per rivelazione, per illuminazione?
Ho iniziato a scrivere presto, ma ho pubblicato le prime poesie tardi, dopo i trentanni. La scoperta della poesia come tu la chiami avvenuta attraverso la lettura verso i dodici, tredici anni di una poesia di Aleksandr Blok. Ricordo che quei versi Ha portato il vento di lontano... hanno avuto su di me leffetto di uno spalancamento. Cera una porta tra il paesaggio esterno e quello interiore che a volte la poesia poteva aprire. Cera uno spazio con buone correnti dove mi potevo mettere come un uccello o un pesce. Al liceo ho letto i classici alla luce di questo spalancamento: laria che trema di claritate di Cavalcanti aveva alle spalle il Cantico del Pentateuco e davanti Blok.
Qual il tuo percorso, che poeti hai letto, che scrittori ti hanno segnato?
Lelenco complicato e naturalmente cambia un po nel tempo. A caldo: Dante, Foscolo, Puskin, Hopkins, Mandeltam Cvetaeva, kavafis, Gertrud Kolmar Zbignew Herbert. Ho amato e amo moltissimo Cecov e Dostoevskij (soprattutto da LIdiota ai Fratelli Karamazov) e Leskov e dei contemporanei mi piacciono Victor Pelevin e Ludmilla Ulickaja. Sulla corrente di Blok ho letto subito dopo Guerra e Pace di Tolstoj e Le anime morte di Gogol. Ero giovane, ma credo che questa lettura mi abbia dato la misura del respiro, limportanza che ha nella scrittura lampiezza. Da allora non temo la solitudine: mi basta aprire un romanzo... Per ci sono molti altri scrittori non solo poeti o romanzieri che penso mi abbiano segnato: Flaubert, Proust e Beckett (per il quale ho un vero e proprio culto) Kierkegaard, Wallace Stevens e Marianne Moore, Paul Klee, gli scritti di Mondrian. Fra i poeti contemporanei stato importantissimo Philippe Jaccottet.
Oggi sento il bisogno di contenere lattrazione per i russi, ma anche per i mistici: da Giovanni della Croce a Maria Zambrano. Mi sono riavvicinata alla poesia in lingua inglese, ma non amo la poesia confessionale americana. Da qualche tempo ho riletto con attenzione Elizabeth Bishop (che infatti prende le distanze dalla poesia confessionale). Capita di leggere un poeta, di ammirarlo magari, ma non di vederlo davvero. Mi capitata la stessa cosa con Pascoli.
Hai affermato che la poesia sostituisce talvolta una stretta di mano, che atto di comunicazione, un ritrovarsi con laltro. Ma il poeta solo quando scrive e spesso solo perch non pu stare dove si compiono i riti della volgarizzazione della vita e anche della morte. La solitudine una condizione e la poesia il ponte per uscirne?
La poesia come una stretta di mano unaffermazione di Paul Celan altro poeta per me importante che mancava allelenco. Questo per non esclude la solitudine che una condizione non necessariamente negativa, almeno per me. Anzi.
Il nome anche raggiungere se stessi, hai scritto in una poesia. Ma allo stesso tempo conviviamo con lappiattimento della lingua, con nomi che non significano, che non riportano pi n alle cose n agli esseri, talmente sono logori e generici. Pu il poeta, da solo, reinaugurare la lingua, rifondare un nuovo rapporto fra il nome e le cose?
Il verso se nome anche raggiungere se stessi mi stato suggerito da una riflessione di Giacoma Limentani nel suo libro Il Midrash, quando nota che in ebraico Shem (nome) e Sham (luogo, ma nel senso di andare verso un luogo, moto a luogo) hanno la stessa radice. Raggiungere il proprio nome come se fosse un luogo mettersi in cammino verso se stessi, non solo diventare se stessi, ma smettere di essere ci che si era accettando di attraversare la propria aridit, il proprio deserto. Non penso per che il poeta debba o possa rifondare un nuovo rapporto tra il nome e le cose. Le cose sono qui e le parole possono essere logore, anzi logoro una parola molto bella. Limportante provare a non essere generici, ma questo un problema di attenzione, di sforzo. C la tentazione a volte di lasciar perdere, di abbandonarsi al suono della propria poesia, alla genericit (che anche abilit).
In un verso hai scritto: di forma al buio. quello che resta al poeta di oggi? Perscrutare, modellare, ordinare il buio?
Intendevo proprio un gesto concreto. Plasmare il buio come una materia, come si fa nella scultura. Alla poesia restano" in realt molte cose, ma le fa guardando, pensando, ascoltando e scrivendo e riscrivendo.
Ogni poeta ha un concetto di poesia, ne da una diversa definizione. Per te, che cos la poesia?
Una cosa terrena, un dono e un lavoro, provando ad andare avanti e invece magari tornando indietro. Insomma un fare molto precario, come la vita.
Scrivi spesso? Lo fai metodicamente, come tanti poeti? O per te la poesia quel lampo, quellilluminazione che avvolge e coinvolge tutto lessere nel momento del suo manifestarsi?
No, non scrivo spesso, soprattutto a tavolino. Leggo e appunto qualche verso sui libri alla fine delle pagine. A un certo punto, a volte c non un lampo, ma un fuoco che si accende e poi si spegne. Allora lo seguo e divento metodica. Oppure in certi periodi sono cos metodica che accendo con i miei rami quel fuocherello.
Come vede la poesia italiana in questo secolo? Ci puoi tracciare un breve panorama?
Non sono in grado di tracciare un panorama o una mappa: il Novecento italiano una terra sterminata, mi sembra per che sia fra i coetanei che fra i pi giovani ci siano molte brave poetesse e molti bravi poeti. Lelenco sarebbe lungo, ma comprenderebbe orientamenti diversi senza recinti di scuole. Minteressa moltissimo la poesia dialettale, la leggo come leggerei una poesia straniera, ma forse essendo di origini sardo-corse leggo anche gli italiani cos.