Pubblicato il 12/03/2026 11:12:54
Pipò, il puro
Bello. Si vedeva bello, Pipò, mentre si scrutava nel grande specchio con la cornice dorata della barbieria di Renato. La basetta di destra tendeva forse a gonfiarsi un poco sopra l’orecchio? Ma, bello era bello. Non c’erano dubbi. «Allora, Pipò? Che te ne pare?» «Un buon lavoro, Renato, ma la basetta di destra, non saprei.» Renato fece due passi indietro per osservarlo meglio e decretò: «La destra è identica alla sinistra.» «Non saprei», ripeté Pipò, poco convinto. «Adesso ti spiego, Pipò, la nostra faccia, le orecchie, la testa non sono mai perfettamente simmetriche. Prendiamo il tuo orecchio sinistro.» «Che problemi ha il mio orecchio sinistro?» «Niente di particolare, tranquillo, è solo un poco più alto del destro.» «Ma come?» «Come per tanti.» Come per tanti, rifletté Pipò. Si faceva presto a dire tanti. Tanti ma non tutti. Non lui. «Come che sia», tagliò corto Pipò, «tu assottigliala.» «E va bene, ma poi non venire a lamentarti se l’asimmetria la noterai di più», disse Renato, accingendosi ad accorciarla. Ma Pipò non mollava lo specchio e insisteva a osservare da vicino il taglio di ogni singolo pelo. Quand’ecco la forbice, sinuosa, lucida sfiorare il suo orecchio quel tanto che bastava a farne uscire un velocissimo zampillo di sangue. Per un secondo, Renato rimase forbici a mezz’aria poi, appoggiato un asciugamano sull’orecchio sanguinante di Pipò, andò a prendere con calma cotone e disinfettante. «Tieni fermo l’asciugamano, Pipò, sto arrivando.» «L’hai fatto apposta», disse Pipò, stizzito. Renato rise: «Ma che dici, Pipò? È tutta colpa dello specchio che ti sei appiccicato davanti. Ero scomodo e ti ho sfiorato». «Sfiorato? Guarda qua, è una fontana.» «Ma è soltanto un taglietto, non una ferita mortale.» «Sono senza parole, un professionista come te che fa un errore come questo. Spero che non ci siano conseguenze per la mia immagine, altrimenti sappi fin da ora che non te la farò passare liscia.» Il tono di Pipò s’era fatto serio e minacciava di trasformarsi presto in uno dei sui eccessi isterici. «E, allora, vorrà dire che se ti dovrò un risarcimento andremo in compensazione», disse Renato. «Cioè?» Pipò era sinceramente sorpreso. Invece, alla barbieria, i presenti scoppiarono a ridere di cuore, ma lo sguardo fulminante di Pipò li zittì e tutti tornarono a leggere i propri giornali. «Dunque, vediamo», disse Renato, prendendo il taccuino degli insoluti, «non paghi dal 2014. Settantadue tagli, più ventisette bottiglie di shampoo, quello buono, quindici di balsamo, quello buono, più svariate maschere, di cui ti farò omaggio, totale: milleduecentoventi euro di tagli e cinquecento di prodotti. Che fai, concili?» «Ma come osi parlarmi in questo modo?» Pipò s’era alzato dalla poltrona e strappato la mantellina intorno al collo gettandola a terra. Attenti, pensarono tutti, ecco la vena isterica. «Dopo tutta la clientela che ti ho procurato onorandoti della mia fiducia in questi anni, mi sfregi, te ne approfitti per rinfacciarmi qualche stupido debito e mi umili davanti a questi pezzenti. Ma con chi credi di parlare?» Renato aveva in faccia un’espressione serafica. «E allora?», insisté Pipò, «Avanti, con chi credi di parlare? Chi sono io?» «Chi sei? Pipò, ma veramente me lo stai chiedendo? Lasciamo stare, dai.» «Ah, no. Non lasciamo stare per niente, adesso voglio sentire che cos’hai da dire al mio riguardo.» Renato lo osservò quasi con tenerezza, sospirò e disse quel che sognava di dire da tanto tempo: «Pipò, a voler essere gentile, penso che tu sia un disgraziato che si tratta da re, un narciso che non fa nulla tutto il giorno, attento a non sciuparsi. Uno che ride di chi lavora. Perché è così che ci si riduce a rottami, secondo te. Gli stessi rottami dai quali prendi a credito.» «Io, un disgraziato? Ma come ti permetti? Sai benissimo che dopo l’incidente alla fabbrica dove lavoravo…» «Un giorno solo ci hai lavorato, e hai avuto l’incidente che ti ha fruttato milioni di risarcimento.» «Ma sono quasi morto quel giorno.» «Qui la parola chiave è quasi, perché in effetti tu non sei morto per niente. Ti sei ripreso, hai incassato i soldi e poi hai sperperato tutto in pochi anni. E, sperperato per la bella vita, caro mio. Ti piacque assai, la bella vita.» I giornali degli avventori calarono tutti giù, ad altezza del naso, con le bocche nascoste e atteggiate in espressioni di stupore, di divertimento, di sarcasmo. In qualche caso di soddisfazione. L’interesse per quello scambio affilato era palpabile all’interno del negozio. Infatti non c’era uno solo fra quei clienti che non fosse stato rampognato da Pipò per questo o quel futile motivo, nel corso degli anni. Perché bisognava che tutti capissero che, al suo cospetto, si aveva a che fare con l’integrità fatta persona. Lui, il puro, il condottiero senza macchia che aveva combattuto per ogni singolo grande ideale, e tutto senza mani, dal divano di casa sua. Lui, il mai-sceso-a-compromessi e con una concezione talmente alta di se stesso e della propria dignità che tutti avevano capito benissimo di quale orgoglio smisurato fosse fatto e se ne tenevano, per quanto possibile, alla larga. E adesso tutti lo guardavano e attendevano immobili in un tempo sospeso – interrotto solo dal fruscio dei fogli di giornale che cominciavano a piegarsi fra le mani – il suo fuoco d’artificio. Pipò li fissò, l’uno dopo l’altro, un Clint Eastwood, ritto nella stanza, che fa scivolare le mani sui fianchi, sfiora l’invisibile poncho di lana e si accerta della rassicurante presenza del calcio delle pistole. Ma non avrebbe sparato fuoco, lui. Gli bastava la sua lingua tagliente, armata di una delle sue memorabili battute, per farli a pezzi. E invece stavolta le parole non gli venivano. La lingua era secca, la bocca riarsa. Qualcuno, visto che i colpi non arrivavano, riprese a leggere e via via gli altri fecero lo stesso. Tutti pensarono che Renato, tirando fuori quei conti, avesse spezzato un incantesimo. Era bastata la semplice realtà dei numeri ad annientare quel pallone gonfiato. Ma, accidenti, perché nessuno aveva mai trovato il coraggio di farlo prima? Pipò doveva dei soldi a tutti. D’altra parte, un uomo come lui aveva certe necessità. Non era un problema di scarpe bucate, comunque, ma piuttosto una questione di etichetta. E, poi, i suoi piedi non avrebbero tollerato di calzare una scarpa qualunque. Oltretutto erano delicatissimi, ne sarebbe stato storpiato inesorabilmente. E così funzionava per il resto. Per tutto il resto. Abbigliamento e accessori, tecnologia di ogni tipo, ristoranti e alberghi. Di tutto, soltanto il meglio. Ma non era stato sempre così. Pipò, era figlio di brava gente ed era stato un giovanetto senza pretese fino al diploma di ragioniere, quando il padre lo aveva fatto assumere alla fabbrica. E, dato che per comprendere per benino il lavoro doveva prendere dimestichezza con la sua mansione, si pensò di farlo cominciare il primo giorno come controllore di carico e scarico dei cementi. Doveva cronometrare i secondi che passavano fra una movimentazione e l’altra annotando i dati su un grafico. Era un lavoro facile, un po’ noioso, richiedeva tutt’al più concentrazione e sguardo attento al cronometro. Quando poco prima della fine del turno arrivò la figlia del principale, Pipò ebbe una folgorazione: la visione di se stesso nella villa di lei. Perché era bella lei, ma soprattutto avrebbe ereditato un mare di milioni. E allora, sì, spiagge dei Caraibi, champagne all’ultimo piano della Tour Eiffel, Porsche con cui correre lungo le strade di L.A., feste in Côte d’azur. E un transpallet non ti va a depositare una tonnellata di cemento su Pipò che, con gli occhi al suo probabilissimo, anzi certissimo, ricchissimo futuro non s’era scansato dalla traiettoria del veicolo? Il conducente non l’aveva proprio visto. Ed eccolo in ospedale, Pipò, tra la morte e la vita, attaccato a dieci macchine, le ossa del bacino, delle gambe, delle tibie, dei piedi fratturate in mille pezzi. E così le spalle, le braccia, le mani. L’assicurazione aveva pagato le operazioni e la riabilitazione e, in seguito, il risarcimento per il danno permanente, che era stato di tale entità da mettere Pipò al riparo da qualsiasi minaccia lavorativa, per il resto dei suoi lunghi giorni a venire. Era giovane e si era ripreso completamente, salvo portare come ricordo un’andatura un poco dinoccolata come di chi è appena sceso da cavallo, e che in molti erano pronti a giurare avesse anche prima dell’incidente. Il giorno in cui era entrato in possesso di quei soldi se lo ricordavano tutti in paese. Nemmeno la festa del santo patrono era mai stata così scintillante. «Ottimo», disse Renato, riportando tutti al presente, «se non c’è altro tornerei al mio lavoro.» Pipò lanciò un ultimo sguardo infuocato all’intorno, ma non trovò niente di meglio che rinculare verso l’uscita e andarsene. Non era da lui, la scena muta. Ma le parole di quell’insulso lo avevano atterrato. Me la pagheranno, pensò, mentre attraversava le vie del centro rabbuiato da idee di vendetta. Poi, notando la scintillante vetrina di Swarovski, ne fu attratto. Gioielli di cristallo elegantemente posati su vassoi di velluto nero erano in mostra dietro al vetro trasparente, e il suo viso perfettamente rasato e le basette perfettamente affilate gli apparvero d’incanto riflesse. Tirò su la testa, con il profilo di tre quarti e gonfiò il petto. Fece due passi indietro per riflettersi a figura intera, rimirando il suo outfit perfetto. Pantalone a piombo, corto sulla caviglia, mocassino Gucci, rigorosamente senza calze, occhiali Dior, e il taglietto sull’orecchio neanche si notava. Era profondamente soddisfatto della sua immagine, orgoglioso dell’opera d’arte che aveva fatto della sua vita e il mondo intorno a lui tornava a essere solo un brusio lontano di voci ed esseri insignificanti. «Forma, Pipò», si disse, «la forma è ciò che più conta, nella vita. E me la pagheranno», si ripeté, rasserenandosi del tutto, «tutti quanti». Poco di lato, l’autista del camion della nettezza urbana, in ritardo sulla tabella di marcia, diede un rapido sguardo allo specchietto retrovisore per portare a termine la manovra di carico della spazzatura. Per un attimo gli sembrò di vedere qualcosa riflesso sulle vetrine alle sue spalle, ma un secondo dopo non c’era più. Pensò a un abbaglio, a una di quelle sciocche forme prive di sostanza che appaiono e scompaiono come innocue illusioni ottiche e, azionato al massimo il compattatore, arretrò con decisione verso il marciapiedi inghiottendo tutto quanto vi si trovava. Poi, ingranò la prima e ripartì a tutto spiano, fischiettando.
« indietro |
stampa |
invia ad un amico »
# 0 commenti: Leggi |
Commenta » |
commenta con il testo a fronte »
I testi, le immagini o i video pubblicati in questa pagina, laddove non facciano parte dei contenuti o del layout grafico gestiti direttamente da LaRecherche.it, sono da considerarsi pubblicati direttamente dall'autore Samuela Cittadini, dunque senza un filtro diretto della Redazione, che comunque esercita un controllo, ma qualcosa può sfuggire, pertanto, qualora si ravvisassero attribuzioni non corrette di Opere o violazioni del diritto d'autore si invita a contattare direttamente la Redazione a questa e-mail: redazione@larecherche.it, indicando chiaramente la questione e riportando il collegamento a questa medesima pagina. Si ringrazia per la collaborazione.
|