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Frigoriferi

di Vincent Darlovsky
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Pubblicato il 20/05/2026 09:06:17

Gli amici e i conoscenti perdevano tempo a corteggiarle.

Gelati, cene, passeggiate in centro, regali ecc... Soldi buttati nella speranza di arrivare al dunque.

 

Li chiamava "i cazzoni del sistema".

Lui, infatti, preferiva la bacheca degli incontri on line.

Dava una sbirciatina e andava subito al sodo. Meno stress. Niente impegni.

Aveva 45 anni, era single e lavorava. Perciò, se sentiva il bisogno di stare con una donna, se ne sceglieva una e la pagava.

 

Una domenica si era svegliato presto perché si era ripromesso di spolverare la casa.

Aveva invece trascorso la mattinata sdraiato sul divano. Toccandosi mentre guardava video per adulti sullo smartphone.

All'ora di pranzo tirò fuori dal frigorifero una mela e un panino con mortadella che aveva preparato e cellofanato il giorno precedente. Mangiò.

Dopo compose un numero preso dall'annuncio di una ragazza dell'Europa dell'Est. La tipa prometteva di farsi adorare tutta. Sulle foto sembrava carina.

Quando arrivò alla via che quella gli aveva indicato al telefono, la richiamò per farsi dire l'indirizzo. Giunse al portone. Era socchiuso. Lo aprì ed entrò.

Sì trattava di un monolocale al piano terra.

Lei era meglio che in foto. Una statua di 175 cm, bianca come il latte. Camminava nuda e scalza; aveva occhi azzurri, capelli neri e ondulati. Le tette erano piccole e a pera.

 

 

Le propose che cosa desiderava farle con 50 euro.

Lei annuì. «Vado a farmi un bidet», gli disse.

Lui si tolse i vestiti e li poggiò su una sedia.

La stanza era pulita e illuminata; vi si sentiva un profumo di detersivo al limone.

Lei tornò dal bagno e si stese sul letto.

Lui iniziò dalle piante dei piedi e continuó andando più su. La pelle era insapore. La carne, fra le cosce, aveva un odore di fettina cruda di vitello e gli lasciava in bocca un retrogusto di ferro.

«Facciamo un sessantanove», chiese lui mettendosi supino.

Mentre si posizionavano, una coscia di lei gli passò davanti agli occhi. Poi lui si sentí avvolgere dalla guaina in lattice.

Lei lavorava con la bocca. Alzava ed abbassava la testa e, con una mano, manteneva il preservativo disteso e aderente.

Poi smise, si giró e gli chiese: "Perché non è duro?".

"Un po' di pazienza. Un paio di minuti e finiamo".

 

Ripresero.

Lui la teneva per la nuca e guardava il soffitto mentre veniva. Dopo lei si alzò per metà e allungò il braccio per prendere un pacchetto di salviettine sul comodino, ne sfilò due, lo pulí e si levò su.

Lui si rimise in piedi per infilarsi i boxer e i pantaloni, la canottiera, il maglione e il giubbino. Infine mise le scarpe e si inginocchiò per riallacciarsele.

Si rialzò e cercò la sua mano. Gliela baciò.

Poi si volse verso l'ingresso, fece tre/quattro passi ed aprì il portone.

Uscì lasciandoglielo socchiuso.

Mentre si allontanava, lo sentì sbattere e poi udì lo scatto di una serratura.

 

Girò l’angolo del palazzo. Sul marciapiede incrociò una coppia sulla trentina.

Camminavano tenendosi per mano. Lei indossava i jeans stretti e parlava ridendo verso il tipo, che era più alto e faceva di sì con la testa.

Quando gli passarono di fianco, lui si voltò a guardarle il culo. Che era piccolo e compatto.


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