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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Urlo

di Michele Rotunno
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Pubblicato il 13/10/2010 22:58:49

Sono le diciotto e trenta e finalmente in casa sono solo. I figli, uccelli di bosco, moglie e suocera, una volta tanto fuori casa insieme, forse per qualche visita, magari ci restano fino a tardi. Non so che fare, la tv trasmette ovunque repliche già abbondantemente replicate. Mettermi a leggere qualche libro, non ne ho voglia così come dedicarmi all’enigmistica a schema libero, la mia preferita.
Accendo il pc ma non ho molta voglia di starci, comunque faccio un salto su facebook. Che noia! Non c’è un amico in linea, nemmeno i miei cugini all’estero. Così vado sul sito della mia radio preferita dove ascolto le ultime note di un concerto per cornamuse, una specie di musica celtica. Appena dopo ha inizio un altro brano di musica religiosa con tanto di coro.
Ritento su facebook, potrei mandare dei poke a qualche amico che immagino sta sul sito ma desisto, so che li disturberei, fanno parte della tribù che passa il tempo su farmville, il passatempo per me più inconcepibile, e non aggiungo altro sperando di non urtare la suscettibilità di alcuno.
Nel frattempo la musica si sta facendo tambureggiante. Le note penetrano nel cervello coinvolgendomi in un’atmosfera irreale.
Qualcosa di positivo, in tutti i sensi, la potrei, fare come scrivere qualcosa. Per la verità qualche idea già da qualche giorno che mi sta frullando in testa ma non è ancora giunta a maturazione, è ancora un frutto acerbo, necessita di ulteriore maturazione. Allora che faccio?
Ecco, improvvisamente la soluzione! Stamattina mia figlia mi ha chiesto cosa sapessi del Grido, un famoso quadro. Le ho risposto che sebbene il nome mi dicesse qualcosa non riuscivo a collegarlo a nulla di preciso. Ora posso benissimo documentarmi. Non ci vuole molto, una paio di clic.
Ecco, ci sono, pochi istanti e … la memoria mi sovviene. Il quadro apparso sul monitor mi riporta indietro di circa quarant’anni, quando frequentavo le superiori. Ricordo perfettamente che con i compagni ci abbiamo scherzato su, disegnandoci affianco, dopo averlo riprodotto, le caricature dei professori.
Oggi, nell’intimità del mio studio, lo rivedo sotto un’ottica certamente più matura. Mi soffermo sul volto della figura in primo piano, da esso traspare un sacro terrore. Leggo le poche righe di spiegazione. Non mi interessano le due figure degli amici in secondo piano e nemmeno il rosso tramonto che avrebbe scatenato nell’autore angosce e terrore. Quella figura quasi spettrale mi irretisce, mi costringe a fissarla e, solo allora, mi pongo la domanda su cosa realmente abbia scatenato quella reazione.
La musica alla radio è cambiata, ora trasmette una saga medievale, altra variante di musica celtica. L’atmosfera nella stanza si fa più soggiogante.
Mi soffermo su quella sconvolgente espressione dell’uomo del quadro. Cosa hai visto realmente?
Gli chiedo come se potesse rispondermi. In qualche modo lo fa, il quadro mi sta ipnotizzando. Compio un volo nello spazio tempo, mi immedesimo in quell’essere, mi guardo intorno, cosa vedo?
Nulla di materiale o di tangibile, ma allora cosa?
Chiudo gli occhi, penso a cosa mi potrebbe atterrire. Cosa? Forse la morte. Si penso proprio ad essa.
Impercettibilmente, quasi senza rendermene conto i battiti del cuore accelerano mentre il fiato sembra soffermarsi davanti la bocca. Intanto intensifico i pensieri sulla morte. Lo so, è il destino di tutti. Un giorno arriverà per tutti. Chiuderemo gli occhi e, già mi pare di vedere i volti piangenti dei cari, poi una bara, un funerale e poi, poi più nulla.
La musica accelera il ritmo, anche il mio cuore lo fa a dispetto dei polmoni che sembrano non volerne sapere di ingoiare l’aria.
Morire, chiudere gli occhi per sempre. Sparire, senza lasciare alcuna traccia del nostro passaggio. Immergerci nel nulla dell’eternità,
Il nulla! Questa parola mi penetra lentamente nel cervello costringendomi a pensare all’estremo momento della vita. Un attimo e non saremo più nulla. Il corpo si dissolverà e precipiteremo nell’eternità, Eternità, la parola mi sconvolge. Il nulla mi sconvolge.
Nulla, nulla, nulla. Non sarò più nulla.
Dio! Non sarò nulla, non penserò.
La mente no! Quella no! Non posso accettarlo. Ora il cuore impazza e la mente è in completo subbuglio.
No, accetto il corpo ma la mente no, quella NO!.
NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!
Ora è la mia mente che urla. È un istante. Non esisto più nella stanza. Mi sento perso. So di non avere alcuna via di scampo. Ferma tutto Dio, ferma tutto, non voglio morire. Mai, non lo voglio. Ancora un istante e irrompe il vero urlo “NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!
È l’istinto di conservazione che sblocca i polmoni. L’aria irrompe come un’esplosione dando tossine al cervello. Tanto basta a farmi ritornare rapidamente in me. Mi serve un’ancora. Afferro il tavolo del pc, poi la spalliera della sedia più vicina ma nella mente ancora il grido che si va rapidamente strozzando.
NO! NO! NO! NO!, è sempre più debole, è la resa definitiva e incondizionata.
Il cuore batte all’impazzata, si placherà più lentamente del respiro. Il cervello riprende a fatica il suo lavoro. Coscientemente tendo le orecchie a percepire eventuali segni al di fuori dell’abitazione del mio urlo. Niente, nessun trambusto. È passato inosservato. Nessuno ci avrà fatto caso e poi, è durato solo due o tre secondi.
Ripenso alla causa scatenante e mi ritrovo a pensare ancora alla morte ma ormai l’incubo è passato. Sebbene il pensiero tende a ritornarci sopra il dramma non si ripete. Intanto mi accorgo di essere tutto sudato e sulla testa avverto i capelli ispidi, come quelli di una spazzola, i battiti si sono regolarizzati, solo il respiro rimane ancora un po’ affannoso.
Infine avverto il rumore di una chiave nella toppa della porta d’ingresso, poi la stessa che si apre e dei passi con dei vocii. Qualcuno della famiglia è rientrato in casa. Non importa chi, l’importante è il calore che porta con se, che dà conforto. In pochi secondi, altri interminabili secondi, riprendo il totale controllo della mente. Sì, adesso tutto è passato. Almeno per questa volta!

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