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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Resurrezione

di Michele Rotunno
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Pubblicato il 19/10/2010 21:53:07

L’uomo giaceva supino sul freddo impiantito della piccola caverna immersa nel buio totale. L’unica entrata era sbarrata da un grosso macigno e non vi erano altre fonti di possibile luce, nessuna finestra né uno sfiatatoio che immettesse aria dall’esterno. L’uomo giaceva esanime in quella posizione già da molte ore. Era alto più della norma, quasi un gigante, aveva capelli lunghi sciolti e il corpo martoriato da profonde e numerose ferite. La schiena, poi, portava i segni di una lacerante flagellazione. La punizione che aveva subito, secondo le usanze del posto, era stata dolorosa e di indicibile sofferenza.
Esternamente alla caverna l’aria notturna era fredda e umida, senza vento e quasi senza luna, sembrava immersa in un cupo silenzio, anche gli animali notturni tacevano come soggiogati e atterriti di far sentire la propria voce.
All’interno l’aria si era fatta stantia e pesante e ancora non era sfumato l’odore acre delle lampade a olio spente molte ore prima e il silenzio, già cupo e innaturale dell’esterno, ora appariva ancor più opprimente. Sebbene la temperatura non fosse del tutto invernale tutta la fauna e gli insetti che popolano la notte sembravano essersi volatilizzati quasi a presagire un incombente evento.
Nella caverna l’unica presenza era rappresentata dall’uomo che giaceva immobile e privo di vitalità disteso orizzontalmente sull’impiantito a secco posizionato sulla naturale levigatura della roccia.
Come da migliaia di cateratte improvvisamente apertesi l’aria inondò i polmoni dell’uomo ridandogli la vitalità perduta.
Con essa il sangue riprese a circolare impetuosamente e pochi istanti dopo anche la mente si risvegliò.
L’uomo, come colpito sul viso da un getto di acqua ghiacciata aprì gli occhi trovandosi ancora immerso nel buio. Ingoiando aria a pieni polmoni tentò invano di muovere il corpo, imprigionato nel sudario che lo copriva interamente davanti e dietro per tutta la sua lunghezza dalla testa ai piedi. Inoltre larghe fasce esterne girando intorno al corpo lo avvolgevano strettamente impedendogli qualsiasi movimento.
Preso da istintivo terrore, divincolandosi invano, l’uomo lanciò un urlo agghiacciante che riuscendo a oltrepassare le pareti della grotta, benché attutito, si sparse nei dintorni squarciando, unico segno vitale, il silenzio della notte.
Con gli occhi sbarrati, per alcuni interminabili secondi, la mente dell’uomo si perse nel nulla mentre i polmoni inspiravano ed espiravano aria a ritmo frenetico. Il terrore, comunque, durò solo pochi secondi, una luce bianchissima si sprigionò da ogni millimetro del suo corpo e irradiandosi in ogni direzione. Un istante dopo l’uomo si ritrovò ritto e tremante al centro della grotta. Un freddo intenso lo pervase, si strinse in sé avvolgendosi nelle proprie braccia, cercò di rannicchiarsi poi lo sguardo gli cadde su dei logori cenci abbandonati in un angolo. Febbrilmente li raccolse e li indossò. Infine si guardò intorno più attentamente per capire dove si trovasse.
Prima la vita ora la coscienza, ovvero la consapevolezza di sapere dove fosse, come ci fosse arrivato, quando e perché. Chiuse gli occhi rilassato mentre anche il respiro si normalizzava. Ora sapeva tutto quel che c’era da sapere.
Sapeva di trovarsi in una tomba, dopo la crocifissione la madre e le altre donne avevano liberato il corpo dalla croce, avevano faticato non poco ad estrarre i chiodi incurvati dai colpi, poi lo avevano lavato ed unto ed infine disteso nel sudario e avvolto nelle fasce, completamente, come si usava fare per i lebbrosi e gli appestati. Quindi, così sistemato per evitare che il corpo venisse fatto oggetto di ignobile accanimento da parte dei suoi nemici, era stato trasportato nella tomba di Arimatea, uno dei più autorevoli dei suoi seguaci.
Sì, ora sapeva tutto, ogni senso era rinato, vigile e cosciente, guardò il sudario e le fasce che lo avevano avvolto, distese per terra svuotati del suo corpo, li lasciò dov’erano. Con gli occhi della mente vide i due soldati romani messi a guardia della tomba che dormivano profondamente, poi si avviò verso l’entrata ostruita dal masso rotondo. Allungò il braccio e questi rotolò di fianco liberando l’ingresso, l’aria umida e fredda della notte invase la grotta ed anche i suoi polmoni producendogli brividi liberatori.
Sul punto di varcare la soglia rivolse un ultimo sguardo ai panni mortuari, aprì le braccia e vide i fori dei chiodi sulle mani e poi, chinandosi, sui piedi, aprì la logora tunica e osservò l’intero suo corpo con il segno lasciato dalla lancia nel costato. Con una mano sfiorò la fronte, toccando anche lì altre piccole croste di cicatrici.
Rivisse allora ogni minuto dal momento della sua cattura, ai patimenti subiti, le frustate, la corona di spine, il lungo e doloroso calvario, la crocifissione, la lunga e straziante agonia, infine la morte.
Deglutì profondamente poi alzò lo sguardo al cielo esclamando:
“Mai più! Padre mio, mai più!”
Rilasciò un ultimo brivido, poi, non più uomo, il figlio del Signore, varcò quella soglia.

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