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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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di Michele Rotunno
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Pubblicato il 12/11/2010 20:01:58

“Che stanchezza, uffa! Non si arriva mai. Quest’anno, poi, la strada è peggiore, sempre più sconnessa”.
“Ogni anno dici sempre le stesse cose e sempre negli ultimi cento chilometri. Dì che sei stanco; ti fossi fermato a metà strada, come ti avevo suggerito…..”
La guardo indisponente, riconosco che ha ragione, non si possono fare più di mille chilometri in una sola tirata, eccetto qualche piccola sosta per fare rifornimento o per un fugace caffé. Ma l’ansia di arrivare al paese natio dopo un anno di assenza è tanta. Anche la strada, apparentemente la stessa e nelle medesime condizioni di come la ricordavo non invita, certo, a placarla, anzi…
Lei, però, appare distaccata e disinteressata alla mia ansia, eppure, proprio perché natia di un altro sperduto paesino del Veneto, il lungo viaggio con destinazione Lucania dovrebbe “romperla” parecchio. Così il suo totale rilassamento mi innervosisce, e non poco. Tra qualche chilometro abbandoneremo anche la statale per una stradina lunga e tortuosa, la vecchia provinciale, che porta direttamente al paese. Ironicamente la chiamano “scorciatoia” e, in effetti, accorcia il tragitto di una ventina di chilometri ma lo allunga di un quarto d’ora. Sarà, quindi, l’aria di casa o la naturale rassegnazione che mi induce a chiacchierare, conscio di farlo con un interlocutore totalmente maldisposto se non addirittura assente.
“Anche quest’anno saremo gli ultimi ad arrivare” affermo.
“Ti metteranno la multa per questo” risponde lei ironica.
“Vuoi che accelero, così in queste curve ti faccio star male?”
Lei sembra ignorare la mia sfida e con uno sbadiglio e uno stiracchiamento prima cambia posizione e poi, pacificamente risponde:
“Non te la prendere, lo sai che tutti gli altri di cui parli risiedono più vicini al paese e non devono certo sobbarcarsi un viaggio così lungo”.
“Non vedo l’ora di arrivare, sai, un anno è lungo da passare ed è come se gli amici del paese ti chiamassero a gran voce. Ma tu questo non lo puoi capire, uno perché non sei di qui e secondo sei una donna”.
“E terzo tu ti sei bevuto il cervello per dire certe cavolate. Cosa credi che io provi quando andiamo al mio paese? L’unica differenza è che di chilometri ne facciamo solo un centinaio, Oddio!, la strada è certamente migliore ma il resto è lo stesso.”
“Se è per questo dai tuoi ci andiamo almeno sei o sette volte l’anno”.
“Ma ci stiamo si e no un pomeriggio e non tre settimane. Tesoro!!”
“Ecco, ora hai detto la cosa giusta, quella che spiega il mio stato d’animo. “
“E sarebbe?”
“Che tu plachi i tuoi sentimenti più spesso, non importa quanto tempo ci stiamo, io invece accumulo per un anno intero. Tu le tue amiche le vedi più spesso e anche la vicinanza fa sì che, comunque, respirate la stessa aria. Io è come se vivessi mille anni luce lontano, un anno luce per chilometro, e le cose da raccontarci sono infinite”.
“Anche se poi sono sempre le stesse”.
“Ma perché sei così acida? Sembra che i miei amici ti stiano tutti sullo stomaco!”
“Tutti proprio no ma quasi. È quell’atteggiamento borioso di alcuni di loro che non sopporto. Lazzi e frizzi del tutto gratuiti, una confidenza esagerata che spesso si trasforma in maleducazione e arroganza bella e buona. Questo non sopporto dei tuoi amici e in qualcuna delle loro mogli. Ti giuro, quando siamo quaggiù, non vedo l’ora di ripartire, mi dispiace per i tuoi familiari ma è così, anzi, è sempre stato così”.
“Accidenti se hai svuotato il sacco una volta per tutte! E te le sei tenute dentro per tutti questi anni senza mai fartene accorgere?”
“Perché la tua ansia cos’è? I tuoi sentimenti sono tutti così spontanei e genuini come adesso dici? Non mi pare di sentire lo stesso registro quando siamo a casa nostra, o mi sbaglio forse?”
“Ma dai, lo sai benissimo che la nostra non è vera amicizia, semmai è il ricordo di una passata amicizia che ogni anno cerchiamo di rispolverare. E, per la miseria se ci riusciamo!”
“Tu confondi l’amicizia con il rapporto cameratesco tra compagni di scuola. Il tuo “gruppo” non è altro che questo.
“Non voglio contraddirti, proprio ora che manca poco alla fine del viaggio, ma in un qualche modo quel rapporto giovanile lo devo pur classificare. Chiamalo cameratismo o amicizia o come ti pare ma è pur sempre un serbatoio di sentimenti, e di ricordi….zitta non interrompermi, che non posso e non devo dimenticare. Sì, fa parte del passato ma è un passato innocuo”.
“Sei sicuro che non faccia male rispolverarlo?”
“Sì” le rispondo con un nodo alla gola e con la mente rivolta al passato. Anche lei si è addolcita nelle sue espressioni ed è per questo che mi metto a rivangarlo.
“Sai, c’è una cosa che abbiamo sempre fatto da ragazzi e che facciamo ancora oggi ormai cinquantenni suonati ogni volta che c’incontriamo. Quella nostra abitudine di recarci la sera tardi, verso notte, alla vecchia fontana dei “tre cannoni” come la chiamiamo noi…”
“Quale, quella in periferia?”
“Sì, proprio quella, una volta, e ti parlo di quando eravamo ragazzi, era totalmente fuori l’abitato ora è in prossimità della periferia e per fortuna che non è facilmente raggiungibile così resterà sempre intatta nel tempo”.
“Tu dici!, prima o poi ci faranno una bella strada asfaltata, qualche muro in cemento e vedrai se non sarà fagocitata dal paese”.
“No, questo non potranno mai farlo, la fiancata della montagna in quel tratto è troppo ripida, c’è uno strapiombo da far paura. Già è assai che hanno fatto un muretto in pietra a protezione, abbastanza alto da non farci precipitare qualcuno”.
“sì, qualche ubriaco” afferma lei ridacchiando.
“E’ la verità, lo hanno fatto apposta per quello. La sera più d’uno ci va a “sfumare” a rischio di precipitare giù per una trentina di metri di costone.
“anche voi andavate a “sfumare” come dici tu?”
“No, eravamo troppo giovani e squattrinati per permettercelo. Ci andavamo a fumare l’ultima sigaretta della notte. Sai, prima ci facevamo una bella bevuta d’acqua fresca e poi ci disintossicavamo con l’ultima cicca della giornata. Ci acquattavamo sul muretto in fila indiana con i piedi penzoloni nel vuoto e cominciavamo a parlare del più e del meno. Immancabilmente lo sguardo si proiettava su per il cielo stellato e dopo un po’ ce ne stavamo assorti a fissare quel magnifico spettacolo. Sai, inconsciamente ognuno aveva la propria stella, quella sua personale, scelta tra le tante, e su quella puntavamo il nostro destino. Ogni volta diverso ma in fondo sempre lo stesso. La fortuna, sai, è al singolare, magari si manifesta in mille modi ma, in fondo, è sempre unica.”
“I vostri sogni a occhi aperti erano così impossibili da realizzarsi?”
“Beh, qualcuno certamente sì. Quando sognavamo di diventare grandi calciatori senza saper tirare un solo calcio alla palla indubbiamente erano impossibili ma quando fantasticavamo il panfilo personale con a bordo le più belle donne del mondo non lo erano poi tanto, bastava azzeccare un buon tredici e …..”
“Bastasse quello…..!”
“Sì, ma toglierci anche quello….!”
“Dì, racconta, c’è mai stato qualcuno che ha visto realizzarsi qualche sogno?”
“Nessuno, mai. Anzi, sai cosa disse una volta Salvatore? quello che morì in quel tragico incidente sei anni fa.”
“Chi quello che stava guidando la macchina pur avendo una gamba ingessata?”
“Sì, proprio lui, una sera d’estate di trent’anni fa disse: <<le stelle nel cielo non sono altro che i nostri desideri irrealizzati, perciò ce ne sono tantissime.>>”
Mi aspetto un commento da parte sua ma non arriva. Mi volto a guardarla e la vedo assorta con gli occhi puntati lontano. Chissà cosa pensa! Vorrei chiederglielo ma non oso destarla, in questo momento è così bella da farmi rivivere l’attimo in cui l’ho vista la prima volta. Anche se siamo in pieno giorno forse anche lei starà fissando la propria stella. Sono però curioso di sapere se anche i suoi sogni sono rimasti irrealizzati. Un giorno lo farò e le chiederò se in un qualche modo io ne faccia parte integrante. Adesso, mentre guido, con la mano destra la sfioro carezzandole dolcemente un ginocchio. Non chiedo nulla, è solo un modo per dirle che le sono vicino, qualunque cosa stia pensando.
Il suo silenzio mi contagia ma non tanto da restare assorto a contemplare il nulla perciò allungo la mano alla ricerca del tasto di accensione dell’autoradio, un po’ di musica, da qualche parte, non può che far bene. L’ho quasi trovato quando la sua voce mi interrompe. È lontana, quasi un sussurro, quando dice:
“Sai, a proposito delle stelle, ti è sfuggita una cosa.”
“Cosa?” Le chiedo al colmo dello stupore.
Mi guarda sorridendo e mentre stavolta è lei a posare con dolcezza una mano sulla mia, risponde:
“Caro, ci sono anche quelle cadenti”.

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