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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Storia di un’amicizia

di Michele Rotunno
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Pubblicato il 04/12/2010 11:31:50

Questa è la storia di due personaggi vissuti in un piccolo paese della Lucania fino a qualche anno fa, il primo di nome Vittorio e l’altro di nome Firmato. È una storia un po’ bizzarra e il nome stesso di Firmato è appunto indice di bizzarria.
Il primo è stato un avvocato senza mai patrocinare alcuna causa essendosi dedicato fin dall’università alla politica, è stato prima assessore poi sindaco quindi consigliere provinciale e infine vice presidente del Consiglio regionale, sempre nelle fila del partito socialista.
Il secondo è stato un ciabattino fin dalla nascita in quanto ciabattino lo era anche il padre, analfabeta e costante frequentatore delle osterie paesane.
Il primo si chiama Vittorio perché il padre, insegnante elementare, ha voluto onorare sua maestà Vittorio Emanuele mentre il secondo si chiama Firmato perché il padre, ignorante, ha voluto onorare il generale Diaz, vincitore a Vittorio Veneto. Infatti leggendo il famoso proclama della vittoria che si concludeva con la dicitura “Firmato Diaz” ha creduto che firmato fosse appunto il nome dell’illustre generale.
Anche Firmato si è dato alla politica con la passione che di solito contraddistingue i puri e sanguigni militanti. Anch’egli tra i primi iscritti al partito socialista è riuscito a diventare un semplice consigliere comunale nel cinquantacinque ed è stato questo l’apice della sua carriera politica.
I due personaggi così diversi tra loro hanno moltissimo in comune. Sono nati entrambi nel venticinque, addirittura sotto lo stesso tetto, quello di un vecchio palazzo nobiliare, Vittorio negli appartamenti al secondo piano e Firmato in un misero stabile al pianterreno. I due, da ragazzi hanno condiviso le vita nelle strade del rione, da grandi quella nelle campagne elettorali e politiche. Sono andati d’amore e d’accordo fino a quando Vittorio ha spiccato il volo, nel settantacinque, diventando consigliere provinciale. Allora le loro strade si sono definitivamente separate e Firmato, che già aveva iniziato a seguire le orme del padre circa la frequentazione delle osterie, è rimasto il solito sentimentale amante della pura lotta sociale.
Dal settantacinque in poi e ogni volta che Vittorio era in sede Firmato ha preso l’abitudine, dopo aver fatto il pieno all’osteria, di fermarsi, rincasando, davanti il palazzo e di cantare la serenata all’amico.
Ovviamente parlare di serenata è un eufemismo, meglio sarebbe dire di cantargliele tutte.
Dapprima Vittorio e i suoi familiari hanno protestato anche energicamente poi, seguendo saggi consigli, hanno fatto orecchio da mercante accettando il fatto come il male minore.
Tutto questo fino a un giorno non ben precisato del marzo del novanta quando gli eventi hanno preso una piega insolita e della quale anche il sottoscritto ne è stato involontario testimone, sono infatti un dirimpettaio dei due personaggi.
La mattina di quel giorno di marzo il vice presidente Vittorio di buon ora è partito per Potenza per i suoi impegni politici, dovendo tra l’altro presiedere una seduta del Consiglio Regionale ma verso le dieci dello stesso mattino si è sentito male, subito soccorso è stato portato all’ospedale San Carlo dove, però, vi è giunto senza vita, stroncato inesorabilmente da un infarto. La notizia della morte è piombata come un fulmine anche in paese e la famiglia, dolorosamente compattata sì è subito messa all’opera per allestire la camera ardente e sistemare il salone principale della casa per accogliere i previsti notabili della politica regionale che sarebbero venuti per la veglia funebre.
Questa è la premessa poiché è da questo punto in poi che tutta la vicenda prende una strana piega in cui si andranno ad intrecciare vari interessi più o meno nobili sia personali che politici.

Ore 14,30 – durante un frugale pasto consumato in cucina dai famigliari del defunto qualcuno, ripassando ad alta voce tutte le incombenze circa i preparativi della camera ardente ha chiesto verso che ora presumibilmente la salma sarebbe stata esposta e quando, di conseguenza, ci sarebbe stata la massima affluenza degli ospiti di riguardo. Considerando che la salma, dopo aver espletato tutte le legali formalità, sarebbe arrivata in tarda sera, si è prevista la massima presenza dei big politici verso mezzanotte, appunto.
“Come la mettiamo con Firmato?” questa domanda, detta quasi come una profonda riflessione, ha gettato nel panico l’intera famiglia. Il solo pensiero dei soliloqui a ruota libera del vecchio ciabattino ha fatto accapponare la pelle a tutti, bisogna correre assolutamente ai ripari, ma come?
“Bisogna impedire ad ogni costo che quel vecchio pazzo si metta a farneticare qui sotto” suggerisce, terrorizzato uno di loro.
“Sì, ma come? Come facciamo a impedirlo?” risponde un altro.
“Dobbiamo trovare un sistema per mantenerlo lontano da qui” consiglia un altro ancora.
“Non possiamo mica sequestrarlo” commenta anche la vedova.
“Sequestrarlo no ma trattenerlo sì” annuncia convinto il figlio maggiore.
“Sì, ma come?” chiedono in coro tutti.
“Un modo ci sarebbe. Lasciate fare a me, ci penso io”
“Per carità di Dio non farai mica qualche sciocchezza?” chiede atterrita la madre.
“No, nessuna sciocchezza, sarà tutto legale, vedrai” rabboniti, i congiunti gli lasciano campo libero.

Ore 14,50 – Il telefono nella fureria della locale stazione dei carabinieri squilla già da un po’ quando la svogliata voce di un appuntato si decide a rispondere.
“Pronto, desiderate? Come? Siete… ah, subito vi passo il maresciallo”
“Maresciallo, sulla linea uno vi è il figlio del defunto presidente, chiede di parlare direttamente con voi”
“Sì, passamelo subito”
“Prontooo, carissimo, le faccio subito le condoglianze dell’Arma, una perdita davvero grave, ma ditemi cosa posso fare per voi?
“Ecco maresciallo, dovrei parlarvi di una faccenda piuttosto delicata, ma non voglio farlo per telefono dove potremmo vederci?” a questa strana richiesta le antenne del maresciallo si sono subito rizzate, di qualunque cosa si tratti è sicuramente poco ortodossa.
“Uhm, non potete proprio anticiparmi nulla? Vede, in questo momento, qui in caserma ci sarebbe parecchio da fare!” è una bugia bella e buona che non ingannerebbe nemmeno un bambino e anche il maresciallo lo capisce da solo ma non sa dove aggrapparsi. Nella sua lunga carriera ne ha viste e sentite tante che fiuta lontano un miglio le rogne.
“No maresciallo, come vi dicevo è una faccenda delicata, anzi delicatissima”
“Allora se non volete parlarne per telefono venite qua che ne parliamo di persona!” è l’ultimo appiglio.
“Maresciallo, data la delicatezza della, uhm .. faccenda, sarebbe opportuno non rendere la mia visita lì da voi ufficiale eh… nemmeno ufficiosa” a questo punto il maresciallo capitola, oltretutto è roso dalla curiosità di sapere cosa preoccupa così tanto la famiglia del defunto.
“Va bene, facciamo così, dovrei fare un’ispezione dalle parti dell’emittente SuperMonteRadio sulla Serra Antica, potremmo vederci sulla statale, al bivio con la strada comunale. Va bene?”
“Perfetto, ci vediamo lì tra un quarto d’ora”

Ore 15,20 – presso l’incrocio con la via comunale. All’arrivo della Ritmo dell’Arma il figlio primogenito, di nome Alfredo, del defunto don Vittorio è già da quasi cinque minuti sul posto attendendo con una certa ansia. Dopo l’arrivo del maresciallo Pantone tra i due vi è uno scarno scambio di convenevoli e subito il giovane Alfredo arriva al nocciolo della questione.
“Dunque maresciallo ciò che vi chiedo è per conto di tutta la mia famiglia, noi siamo infatti preoccupati per questa sera”
“Preoccupati per cosa signor Alfredo?”
“Maresciallo, siete qui in paese da …quanto tempo? Circa otto anni se non erro? Quindi siete certamente al corrente della strana abitudine di mastro Firmato, il ciabattino, voglio dire degli sproloqui notturni sotto le finestre di casa nostra ogni sera al suo rientro sempre ubriaco fradicio!”
“Sì, sono a conoscenza della cosa ma non ho mai preso provvedimenti perché sin dal mio primo giorno il defunto vostro padre mi pregò di lasciar perdere. Mi disse che ormai nessuno ci faceva più caso a quei sproloqui e, poi, non voleva arrecare alcun danno a quel poveraccio”
“In effetti maresciallo questo è ancora il desiderio della famiglia ma, vedete, questa sera sul tardi ci sarà la veglia funebre con le più importanti personalità politiche della regione e non vorremmo che il ciabattino rovinasse tutto con i suoi sproloqui”
“Capisco la situazione ma non capisco cosa posso fare io per evitarlo”
“Ecco maresciallo, se voi, preventivamente tratteneste in caserma il ciabattino, giusto il tempo necessario per il funerale, noi saremmo più tranquilli”
“Come, come? Trattenerlo? E come? Questo significa arrestarlo, e senza alcun motivo poi! È assolutamente illegale!” Il maresciallo ha infine compreso quanto gli viene chiesto e ne è preoccupato.
“Ma no, che dite arrestare? Non ho detto questo ma solo trattenere! Non diciamo per l’intero funerale ma almeno per la veglia funebre!”
“Signor Alfredo, non si può fare. Non posso trattenere per la notte in una cella un innocente cittadino”
“Signor maresciallo si tratta solo di poche ore. È la famiglia che ve lo chiede!”
“Voi non capite a cosa vado incontro. Basterebbe una denuncia… ma nemmeno, che dico… una segnalazione alla tenenza ed io mi ritroverei chissà dove” implora il maresciallo atterrito.
“Maresciallo, non vi sarà nulla del genere. Tutta la popolazione capirebbe!”
“No, assolutamente no!. È un rischio troppo grosso.”
“Mio Dio, che guaio, maresciallo. Voi non immaginate il disonore della famiglia se costui stasera si presenta sotto casa con le sue dannate filippiche!”
“Vi comprendo ma, davvero, non posso fare proprio nulla” afferma un po’ rincuorato il maresciallo.
“No, un momento, una cosa forse si può fare. Sì, sì, si può fare e non apporterebbe nessun rischio per voi e darebbe alla famiglia un minimo di tranquillità”
“Cosa?” chiede di nuovo sulle spine il maresciallo.
“Si tratta di questo: il ciabattino verso le sei chiude bottega e va direttamente in osteria fino alla mezza quando chiude, voi potreste, diciamo convocarlo in caserma e in un modo o nell’altro trattenerlo con qualche scusa senza permettergli di andare all’osteria. Quando non beve Firmato se ne sta docile come un agnellino e non trova nemmeno la carica per i suoi sproloqui”
“Dovrei trattenerlo per sei ore senza motivo?” la resistenza del maresciallo pare incrinarsi.
“Maresciallo di motivi se ne possono trovare a iosa, basta una piccola volontà. D’accordo allora?”
“Vedrò cosa posso fare ma, non vi prometto nulla, se la situazione diventa insostenibile…..”
“Ma certamente, non sarebbe nemmeno il casi di dirlo! Maresciallo, tutta la famiglia vi sarà sempre riconoscente” E così i due si lasciano. Uno è soddisfatto per aver raggiunto il suo scopo e l’altro per aver promesso senza giurare e con l’assicurazione di non correre alcun rischio per la propria carriera.
Ciò che non sanno è che il loro incontro non è avvenuto senza occhi indiscreti.

Ore 16,00 – Abitazione del Compagno segretario del Partito Comunista. Il telefono squilla una mezza dozzina di volte fin quando una voce femminile, dal tono piuttosto seccato, risponde scortese.
“Pronto, ma chi è a quest’ora?”
“Signora devo parlare con il Segretario. È urgente. Passatemelo per favore”
“Che c’è di tanto urgente?” è chiaramente il tono di chi è stato inopportunamente interrotto.
“Signora, devo parlarne personalmente con suo marito”
“Va bene, chi siete? Almeno questo me lo potete dire?”
“Sì, sono l’addetto al cimitero”
“Uhm, Madre di Dio! Te lo passo subito!” e facendo gli scongiuri ella chiama il marito.
“Pronto Placido, di che si tratta di così urgente?”
“Segretario, ti devo dire una cosa che ho visto, forse non è importante ma te la devo dire lo stesso”
“Avanti, di che si tratta?”
“Ecco, un quarto d’ora fa all’incrocio con la strada comunale il maresciallo dei carabinieri si è incontrato con Alfredo, il figlio di don Vittorio buonanima. Mi sono chiesto cosa potrebbero mai dirsi a quest’ora e in quel posto, Sai sembrava che si fossero dati un appuntamento. Che dici è importante?”
“Non lo so ma hai fatto bene a chiamarmi, cercherò di saperne di più”
<Davvero strano, qui c’è qualcosa sotto!> esclama tra sé il Compagno segretario non sapendo che il becchino Placido è di nuovo al telefono e sta raccontando la stessa notizia al vice sindaco, nonché segretario della Democrazia Cristiana locale.

Ore 16,08 – Abitazione del dottor Franco Abbondanza, sindaco socialista. Il telefono squilla anche qui una mezza dozzina di volte finché don Franco in persona solleva la cornetta.
“Pronto, chi parla?” chiede in tono naturale.
“Pronto Franco, sono Giovanni, il tuo vice, ti ho disturbato?”
“No, lo sai che tu non mi disturbi mai”
“Grazie per la gentilezza. Ascolta Giovà, non so se ti hanno già informato ma mi hanno riferito di un incontro, diciamo privato, tra il maresciallo Pantone e Alfredo Boccia, il figlio di don Vittorio”
“No, non ne so niente, ma … con ciò?”
“Non ti sembra una cosa fuori dalle norme?”
“No, e perché poi? Probabilmente sarà per via del funerale domani, immagino vi sarà un casino di gente, e molti verranno anche da fuori”
“E secondo te, per questo, è necessario incontrarsi su alla “Temparella”?
“Alla Temparella? Perché è lì che si sono incontrati?” chiede ormai interessato il sindaco.
“Sì, una mezz’ora fa ….sì, sì sono stati visti.”
“Uhm, allora c’è qualcosa sotto, cerca di saperne di più. Io tra mezz’ora sono in ufficio”

Ore 16,20 – Caserma dei carabinieri. Il maresciallo Pantone è appena rientrato dall’incontro con Alfredo e si avvia a mettere in atto il piano concordato. Chiama nel suo ufficio il brigadiere Rasulo.
“Brigadiere, io mi devo assentare di nuovo, vado giù alla fiumara, pare che un trattore si sia cappottato, non so come stanno le cose ma sembra che qualcuno si sia fatto male.”
“Portate con voi qualcuno, maresciallo?”
“Sì, con me viene Randò, se c’è da fare qualche schizzo lui è la persona adatta, essendo bravo in disegno”
“Bene, maresciallo, se avete disposizioni da dare…”
“Sì Rasulo, devo lasciarti una consegna .e ….guarda che si tratta di una cosa delicata. Non la posso sbrigare di persona perciò….”
“Dite pure maresciallo, potete stare tranquillo!”
“Uhm, ascolta, conosci il ciabattino, Firmato?”
“Chi, Firmato Diaz? È così che lo chiamano in paese. Sì, lo conosco, perché cos’ha fatto?”
“Niente, non ha fatto niente, solo che voglio parlarci e… vorrei trovarlo qui in caserma al mio ritorno”
“Tutto qui? Che problema c’è?”
“Rasulo, stammi bene a sentire, non voglio complicazioni, chiaro? Lui alle diciotto chiude la bottega e se ne va in osteria. Ebbene, non ci deve arrivare in osteria, perciò al mio ritorno me lo devi far trovare qui, hai capito?”
“Come comandate, maresciallo. Al vostro ritorno qui lo troverete”
Il maresciallo Pantone, congedato il brigadiere e prima di prepararsi a uscire di nuovo, si lascia sprofondare sulla poltroncina con un lungo sospiro, intanto pensa di aver avuto una geniale idea, anche ringraziando il caso che gli è venuto incontro con l’incidente del trattore.
“Sicuramente non sarò di ritorno prima delle sette, perciò per un’ora buona il ciabattino sarà bloccato in caserma. Perfetto tempismo” esclama tra se convinto di aver risolto brillantemente la situazione.
Appena, cinque minuti dopo, esce dalla caserma con la Fiat campagnola, in compagnia dell’appuntato Randò, il telefono del suo ufficio squilla ma a vuoto. Risponde poco dopo dal centralino il carabiniere di turno comunicando allo sconosciuto richiedente che il maresciallo è appena uscito per recarsi alla fiumare per un incidente.

Ore 16,41 - Ufficio del sindaco. Don Franco Abbondanza, il sindaco socialista, fa il suo ingresso nel proprio ufficio trovandovi il suo vice Giovanni Normanno, anche segretario della DC del paese. Questi sta riponendo la cornetta del telefono. Si alza dalla poltrona cedendo il posto a chi di diritto mettendolo al corrente della telefonata appena fatta.
“Ho appena chiamato la caserma dei carabinieri – dice visibilmente sollevato – il maresciallo non c’è. È appena uscito per recarsi alla fiumara dove c’è stato un incidente con un trattore”
“Di chi si tratta? S’è fatto male qualcuno?”
“Non credo, non so di chi si tratta, il piantone non me l’ha detto, ma non pare sia grave”
“Grazie a Dio! Meglio così! Quindi di quell’altra faccenda…?”
“Nulla! Probabilmente si saranno incontrati per caso sulla strada, niente di più”
“Visto? Cosa ti dicevo? Tu vedi complotti dappertutto”
“Ma no! È che mi sembrava strano un incontro da quelle parti!”
“Senti, passiamo alle cose serie. Come Amministrazione dobbiamo ordinare una corona per il funerale e disporre anche che siano in servizio tutti i vigili. Domani ci sarà parecchio traffico in paese”
“Non ti preoccupare, me ne occupo io”

Ore 17,14 – Davanti la bottega di Firmato, (poiché l’interno è così piccolo che a stento ci entra il solo ciabattino). Il brigadiere Rasulo con l’appuntato Antonazzi, contravvenendo alle disposizioni del maresciallo ha anticipato di una buona mezz’ora il fermo del ciabattino.
“Sei tu Firmato Diaz?” chiede ironicamente al ciabattino.
“E tu chi sei, il generale Cadorna?” gli risponde questi senza alcun timore riverenziale.
“Ehi, non facciamo gli spiritosi qui!” intima punzecchiato il brigadiere.
“Appunto, è quello che dico anch’io!”
“Chiudi la bottega e vieni con noi” ordina il brigadiere autorevolmente.
“E’ presto, mancano ancora tre quarti d’ora”
“No, tu adesso chiudi subito e ci segui in caserma”
“Perché, chi lo dice?” Firmato è un vecchio combattente, indomito e rotto a tutte le astuzie.
“Perbacco lo dico io”
“E chi sei tu? Te l’ha ordinato qualcuno che devo chiudere anzitempo?”
“Il maresciallo vuole parlarti. Perciò adesso mi segui in caserma”
“Ce l’hai il mandato?”
“Ma quale mandato! Non occorre un mandato, è solo una convocazione”
“Il mandato è per chiudere prima, sai è per i clienti che vengono e trovano chiuso, poi si lamentano”
“Dopo ti farai rilasciare un certificato dal maresciallo”
Sbuffando e imprecando il ciabattino mette a posto le sue cose, poi chiude la porta della piccola bottega e si avvia trai due carabinieri.
Considerato che la bottega si trova nel mezzo di una lunga scalinata pubblica i due militi hanno dovuto lasciare la Ritmo sulla strada principale pertanto tutto il tragitto, a piedi, si svolge sotto gli occhi curiosi del vicinato. In men che non si dica si sparge per tutto il paese la notizia che il ciabattino “Firmato Diaz”, come viene chiamato, è stato arrestato dai carabinieri. Per cosa non si sa.

Ore 17,35 – Abitazione del compagno Giuseppe, segretario del locale PCI. Il telefono questa volta squilla solo due volte e a rispondere è Giuseppe in persona.
“Pronto chi parla?”
“Compagno Stalin sono Giovanni Normanno”
“Uè, amico bacchettone, da quanto tempo! Dimmi tutto caro papista!”
“Senti, ti può interessare sapere cos’è successo cinque minuti fa in piazza?”
“Avanti sputa”
“I carabinieri hanno arrestato Firmato Diaz – pausa per ascoltare la reazione, che non avviene – hai capito cosa ho detto?”
“E allora?” Il compagno Giuseppe in poco più di un’ora ha sentito già due volte la parola carabinieri e qualche campanellino gli trilla in testa. Peccato che dall’altra parte vi è uno che certamente fesso non è.
“Oh niente! Volevo solo dirtelo. Ti saluto…”
“Aspetta! Aspetta, che vai di corsa?”
“Allora dimmi ciò che sai!”
“Ma io non so niente, e di che poi?”
“Peppì, smettila di fare il furbo con me, con chi credi di avere a che fare?”
“So solo che un’ora e mezza fa circa il maresciallo si è abboccato con Alfredo, tutto qui!”
“Quindi lo sapevi anche tu! Allora il fatto che hanno preso Firmato non ti dice nulla?”
“Perché tu pensi che le due cose sono collegate?”
“Sveglia Stalin, la rivoluzione è finita! Ancora non ci sei arrivato?”
“No, veramente no” questa volta il compagno Peppino è sincero, sospetta qualcosa ma nulla più.
“Allora seguimi. Prima Alfredo parla con Pantone poi, prima che Firmato chiude bottega, lo vanno a prelevare i carabinieri, secondo te per impedirgli cosa? Che si fa stasera in casa Boccia?”
“Cristo! La veglia funebre! Sarà piena di gente che viene da fuori”
“E tu saresti disposto a perderti lo spettacolo?” sobilla malizioso il democristiano.
“Ma nemmeno per sogno!” esclama bramoso compagno Peppino.
“Allora ci vediamo in caserma…diciamo tra dieci minuti?”
“D’accordo, ma aspettami, tu abiti più vicino”
“Ma certamente, non ti dice niente il detto: l’unione fa la forza?”
“Ah ah ah ah, ma… mica hai avvisato il sindaco?”
“Fossi scemo, quello è di casa!”

Ore 17,55 – Presso la caserma dei carabinieri. Compagno Peppino e papista Giovanni già da cinque minuti stanno invano cercando di parlare con qualcuno che “comanda” ma il piantone, inspiegabilmente non li fa nemmeno accomodare nella saletta d’attesa all’ingresso. Afferma che il maresciallo è stato avvisato via radio della loro presenza e ha riferito che sta per arrivare.
Intanto il brigadiere Rasulo, che sta sudando le sette fatidiche camicie, cerca di non far entrare nessuno dentro le mura della caserma. Vediamo perché.
Firmato, è risaputo, con la testa dopo le otto di sera, non ci alloggia più. In effetti gli bastano pochi cinquantini (così vengono chiamate le dosi di vino in osteria, un bicchiere corrisponde a cinquanta lire) per andare su di giri, ma fino a quell’ora, soprattutto se ancora a secco non è affatto uno stupido. Si sa già che ne ha passate di cotte e di crude per via della politica e quindi nulla ormai gli fa più impressione. Peraltro, rinchiuso in una cella senza apparente motivo, intuisce che qualcosa non va per il verso giusto.
Allora che fa un vecchio militante socialista in simili circostanze? Semplice! Canta a squarciagola e ripetutamente l’Internazionale alternandola con Bella Ciao.
In caserma gli sprovveduti carabinieri non ne possono più. Inoltre temono che venga sentito al di fuori e non potendo giustificare il suo fermo stanno in totale apprensione. Non bastasse si sono presentati al portone il vice sindaco con il segretario del PCI. “Che casino!” esclama il brigadiere, senza rendersi conto che il maggior danno l’ha provocato proprio lui.

Ore 18,15 – Sempre presso la caserma dei carabinieri. Ormai vi si è radunata qualche dozzina di persone, tutti militanti dei due partiti di Peppino e Giovanni, i quali sono i primi a scalpitare e a imbonire a dovere i propri accoliti, col solo gusto di mettere in imbarazzo i militi dell’Arma. Bisogna dire che ci stanno riuscendo brillantemente.
Finalmente arriva rombando la Fiat Campagnola del maresciallo che, evitando la piccola folla entra direttamente nell’autorimessa. Come una furia il maresciallo si precipita in fureria dove per prima cosa fa un cazziatone di quelli al brigadiere poi, dopo essersi passato più volte le mani nei capelli, ordina di lasciare libero il ciabattino il cui fermo è durato meno di un’ora. Quindi da ordine di far passare i due rappresentanti politici rabbonendoli e invitando loro a sciogliere l’improvvisata adunata davanti la caserma. Alle loro rimostranze afferma che la convocazione, e non il fermo, del ciabattino era per una questione di natura del tutto estranea ai loro sospetti e che lo stesso era già stato congedato.
Visibilmente sollevati e con uno sguardo di complice intesa i due furbastri si congedano anche loro.
Intanto il maresciallo solleva la cornetta del telefono.

Ore 18, 26 – Abitazione di Alfredo Boccia. Al terzo squillo la cameriera di casa risponde al telefono e appena appura che a chiamare è il maresciallo dei carabinieri prima incolla il palmo della mano sulla cornetta poi cerca con gli occhi il Giovane Alfredo e, appena scortolo, gli fa ampi cenni per attirare la sua attenzione. Questi si avvede quasi subito dell’insistente gesticolio e, interrotta la conversazione che stava tenendo, raggiunge la donna.
“Che c’è Carmela?” chiede con naturalezza all’agitata donna.
“C’è il mrsrsiscalo di cabrinnghiri” mormora incomprensibilmente la donna.
“Che cosa? Parla bene!”
“C’è mrssslllooo cribbiionier” riconferma sempre agitata. Alfredo allora perde la pazienza.
“Ma che cavolo dici, alza la voce e parla chiaro” Per tutta risposta la donna gli si avvicina all’orecchio e a bassa voce scandisce:
“C’è il ma-re-scia-llo dei ca-ra-bi-nie-ri!”
“Oh santo Iddio, passa qua!” esplode spazientito Alfredo.
“Pronto maresciallo, ditemi pure!”
“Ecco signor Boccia, si tratta di quella faccenda di cui abbiamo parlato oggi”
“Tutto a posto, immagino?”
“Veramente no! Ecco, c’è stato più di un contrattempo e la cosa non si è potuto fare.”
“Oh Signore Iddio! Volete dire che Firmato è libero?”
“Sì, e a quest’ora sarà già in osteria. Ma non preoccupatevi, vi garantisco che farò tutto il possibile perché non dia alcun fastidio”
“Santo Cielo, come?” Alfredo si sta facendo assalire dal panico.
“Gli starò dietro come un’ombra. Mi metto in borghese e appena lascia l’osteria non lo mollo un istante”
“Maresciallo, voi capite che siamo tutti nelle vostre mani”
“Tranquillizzatevi, vi do la mia parola che questa sera non accadrà nulla”

Ore 18,30 – Firmato entra trionfante in osteria.

Ore 20,00 – 23,00 – In casa Boccia fervono gli ultimi ritocchi per la veglia funebre. Il salone è stato riempito con le più disparate sedie, e il tavolo è stato messo da parte in un angolo. Nello studio, grande abbastanza per ospitare la bara sono state anche lì messe una ventina di sedie già occupate da alcuni parenti stretti e una mezza dozzina di donne del paese vestite tradizionalmente a nero. Per ora nessuno fa caso a loro poiché i parenti hanno altro a cui pensare. Si scoprirà dopo che sono le préfiche, di cui nessuno ha richiesta la presenza. Queste si sono messe tutte insieme in un angolo della stanza e hanno già cominciato a snocciolare in un coro sommesso un lungo rosario coinvolgendo senza alcuna difficoltà la vedova di don Vittorio.
Prima che cala del tutto la sera con le sue ombre e le sue angosce si ode un piccolo trambusto proveniente dall’esterno, un rumore di macchina e sportelli che si aprono e qualche pianto che scoppia improvviso. È arrivato il carro funebre. Qualcuno sale trafelato le due rampe per avvisare la famiglia e intanto i serventi del carro funebre tirano fuori il carrello porta bara piazzandolo davanti il portellone aperto. Alfredo scende solerte dabbasso e comincia a dare le disposizioni circa l’alloggiamento della bara. Nella mezz’ora che segue la bara viene trasportata in casa, nello studio, e vengono predisposti gli addobbi del caso, portacandele ai quattro lati con vari cestini di fiori finti e, ai piedi della bara un ventilatore a colonna che dovrà servire più in là per mantenere fresca la temperatura della stanza, sebbene nella sola stanza sia stato interrotto il riscaldamento acceso in tutta la casa.
Appena finito il posizionamento le préfiche hanno ripreso posto e improvvisamente parte un pianto dirotto con tanto di grida e urla strazianti subito interrotte dall’accorrere di Alfredo che mette fine perentoriamente alla consumata usanza. Le stesse donne, gentilmente vengono ringraziate ma accompagnate fermamente alla porta, non prima di aver loro offerto in segno di ringraziamento qualche migliaio di lire.
Nel paese l’argomento di ogni discussione è, scontato, la morte del vicepresidente Boccia non ancora raggiunto dalla vecchiaia. Molti commentano se il pronto soccorso prestato sia stato veramente tempestivo come si dice e qualcun altro il fatto che don Vittorio non si è mai sottoposto ad alcuna visita medica preventiva asserendo di sentirsi sano come un pesce.
Più di qualcuno, invece, commenta a bassa voce quello che sicuramente potrà essere l’atteggiamento di Firmato e tutti si chiedono cosa mai si lascerà cacciar fuori il ciabattino in quella che sarà la sua ultima filippica rivolta a don Vittorio e già stanno architettando su quale sia la posizione migliore, nei vicoli circostanti la casa, per meglio assistere in prima persona all’evento.
Verso le dieci e mezza, come previsto, cominciano ad arrivare alla spicciolata ma distanziati di pochi minuti gli uni dagli altri i maggiorenti del partito e della politica regionale in generale. Alle undici in punto arriva anche il presidente socialista della giunta regionale insieme al segretario regionale del partito. Sono questi i pezzi da novanta del partito socialista in tutta la regione. Al loro arrivo scambi di convenevoli non si contano, infine, poco dopo, può iniziare la veglia funebre.

Ore 23,30 – Firmato viene invitato con una scusa a lasciare l’osteria. Non è ancora del tutto ubriaco e lo si evince dal passo sì malfermo ma ancora spedito con cui si dirige verso casa. Il suo cammino avviene in un silenzio assoluto nemmeno disturbato dalle decine di persone che come indiani in agguato seguono il ciabattino andandosi a nascondere negli angoli più bui dei vicoli circostanti il palazzo Boccia bramosi di sentire l’ultimo sproloquio di Firmato al defunto.
Anche il maresciallo Pantone, in borghese, ha seguito con discrezione il ciabattino ed è andato a rintanarsi nell’unico portone socchiuso dirimpetto al punto di arrivo del ciabattino, quello di casa mia dove già ci sto appostato io con la non gradita compagnia del vice sindaco e di Peppino Stalin, che pochi minuti prima hanno fatto letteralmente irruzione e lasciando il portone socchiuso per meglio osservare e sentire. A questi ora si è aggiunto il maresciallo dei carabinieri. Che dire? Sono in ottima compagnia!

Ore 23,40 – Sotto le finestre illuminate e semiaperte di casa Boccia. Firmato, senza alcuna fretta ha raggiunto il lampione dove solitamente si appoggia per caricarsi nelle sue filippiche. Anche stasera fa la stessa cosa poi, come un fulmine a ciel sereno squarcia il silenzio ad alta voce.
“Vittorio, compagno Vittorio, bugiardo in vita e bugiardo anche nella morte!”
Un simile attacco davvero nessuno osava immaginarlo, infatti tutti, nessuno escluso, si sono stropicciati le mani pensando “se questo è l’inizio figuriamoci ora il seguito!”,
Anche in casa Boccia l’improvvisa irruzione fonetica del ciabattino ha procurato più di un brivido sulla schiena dei presenti, in particolare i parenti del defunto, con Alfredo in testa.
“In vita sei stato un grande bugiardo Vittorio. Quando mi dicevi che le lotte si fanno sempre insieme. Ed ora mi hai escluso proprio dall’ultima, la più grande! Sì, non mi hai voluto al tuo fianco. Cos’hai pensato? Che forse questo miserabile non è capace di darti una mano proprio quando ce n’è più bisogno?
Vigliacco, hai dimenticato le tante lotte che abbiamo sostenuto insieme, sin da giovani? Quelle per dare le terre ai poveri braccianti contro i ricchi padroni? Quelle contro la corruzione dei tanti compagni deviati? Le hai dimenticate tutte? Eppure io non ti ho mai lasciato solo! E tu invece, cosa fai? Mi lasci qui da solo contro tutta questa marmaglia! Avevi ragione. Hai sempre avuto ragione, non sei stato tu a lasciarmi ma io a non seguirti. E per questo non mi sono mai dato pace. Ma cosa potevo mai fare io per te? Io, un misero ciabattino mezzo analfabeta? Se non darti calore e incoraggiamento? L’ho fatto, Vittorio mio, ma senza farmi mai vedere. Quante volte ho pregato Dio per te affinché desse a te la forza di mantenerti onesto in questo mondo di disonesti! E Dio mi ha ascoltato Vittorio perché tu sei sempre stato l’uomo più corretto e onesto che ho mai avuto l’onore di conoscere. Vittorio, amico mio, te ne sei voluto andare da solo, perché? Non potevi chiamarmi? Vittorio, compagno mio! Mi hai lasciato qui ma non pensare di avermi abbandonato ancora perché ti prometto che presto ti raggiungerò. Noi siamo stati sempre insieme e sempre insieme resteremo. Addio, amico mio!”
Firmato non ha ancora concluso la sua speciale omelia che la quasi totalità degli “indiani” asserragliati nei dintorno ha già defluito commossa e delusa. Anche il maresciallo rivolgendosi ai due poco graditi ospiti del mio portone chiede loro: “Soddisfatti, signori?” al ché a capo chino, come due bricconi si eclissano nella notte.
In casa Boccia, dopo le prime parole di Firmato, i sentimenti sono cambiati di colpo. La vedova, in un angolo dello studio, ha tirato fuori uno stropicciato fazzoletto e si è messa ad asciugare copiose lacrime tra un singulto e l’altro.
Il presidente della giunta regionale, la massima autorità civile presente alla veglia, chinandosi verso Alfredo gli chiede chi sia la persona che hanno ascoltato.
“Un brav’uomo, Presidente, un brav’uomo!” mormora lui con voce roca e gli occhi umidi dalla commozione.
Firmato ha finito la sua evocazione e, apparentemente svuotato di ogni energia, si affloscia sorretto dal palo del lampione. Il maresciallo allora viene fuori dal portone e gli si avvicina. Firmato lo scorge e gli chiede ironico:
“Un’altra convocazione, maresciallo?”
“No, Firmato, voglio solo augurarti la buona notte”.
“Hai ragione, maresciallo, bisogna andare a letto. È tardi, e domani sarà una lunga giornata” quindi si fa docilmente accompagnare fin sull’uscio di casa.
Una promessa, però, Firmato ha fatto al suo grande amico quella notte e l’ha mantenuta perché esattamente settantuno giorni dopo lo ha raggiunto per sempre.





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