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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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L’equivoco

di Michele Rotunno
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Pubblicato il 24/01/2011 19:52:19

Che serata quella del tredici agosto per noi interisti, battere il Milan e la Juve e vincere il trofeo Tim, una serata iniziata bene ma finita in modo piuttosto strambo.
Non volevo parlarne ma, alla fine, preso il coraggio a due mani lo faccio, senza omettere nulla. In fondo non è successo niente, a patto che quanto vi racconto resti confinato tra noi. Lo avete giurato? Bene, allora ecco a voi la cronaca di una giornata a dir poco insolita.
Le premesse risalgono ad una decina di giorni prima quando Giulio, il mio medico di famiglia, un buontempone che avete già avuto modo di conoscere, lancia l’idea di andare a Bari per vederci il trofeo Tim 2010. ovviamente l’idea piace a tutto il gruppo, alias le altre due persone del famigerato quartetto degli ex compagni di scuola (Asilo. Elementari e medie), tutti patiti interisti.
Per Antonio, il meccanico che in passato si è sobbarcato trasferte anche lontane, come quella a Madrid per la finale di coppa campioni, quella di Bari è una scampagnata fuori le mura e per Rocco, consulente finanziario, l’idea è addirittura superba.
“Ragazzi, lo sapete che ho ancora un bilocale in via Roma? Dopo la partita ci prendiamo delle pizze a ce ne andiamo a casa mia. Ripartiamo sabato mattina con calma, che ne dite?”
Giulio, come al solito è quello che non si tira mai indietro e propone tutte le trasgressioni possibili immaginabili tanto che per la precarietà delle sue coronarie lo chiamiamo Cuore Matto, propone addirittura di ritornare la domenica pomeriggio.
“Tanto l’indomani della partita è sabato e non si lavora, poi viene la domenica e quindi…”
“Uhm, mica fesso Cuore Matto!” commenta Antonio, poi rivolto a Rocco, il padrone di casa chiede se si può fare. Risposta secca ed eccitata “ C’è bisogno di chiederlo?”
E vai! Alla grande! Fioccano i preparativi, ovviamente di tipo coniugale , che vengono accettati con mugugni, direi quasi di sollievo. “Così questi quattro rompiscatole si tolgono dai piedi!” è l’unanime consenso. Ho dei dubbi sul liberatorio consenso se avessero immaginato quanto sarebbe accaduto, ma che poi non accadde. Ma non anticipiamo.
La serata di venerdì, quella calcistica, andò liscia come l’olio, così come doveva andare. Ci siamo divertiti a vedere i nostri beniamini giocare bene e vincere il trofeo e, infine, dopo aver acquistato quattro pizze ben farcite di ogni condimento, ce ne siamo andati a casa di Rocco. A mezzanotte e mezza avevamo finito di cenare. Considerazione: nessuno ha sonno ma non si ha nemmeno voglia di uscire. Farlo a Bari di notte può non essere piacevole. Riflessione: cosa facciamo per ingannare il tempo? Trovata geniale (Antonio) perché non telefoniamo a….
“A….. chi?” gli chiediamo in coro.
“Ma come a chi? A una di quelle che….”
“Quelle che….?”
“Oh ma siete tutti scemi? A quelle che vengono a servirti a domicilio, no?”
“Vuoi dire a una Escort?” chiede Giulio, già con gli occhi bramosi.
“Tu statti calmo, che vogliamo portarti indietro intero” dice Rocco e intanto approfondisce.
“Ammesso che… a chi chiamiamo? Tu hai qualche numero?”
“Accidenti ma siete nati ieri? Basta prendere un giornale e spulciare l’elenco”
“Beh, se lo dici tu che sei un esperto di queste cose..”
“Chissà quante volte lo ha fatto il vecchio porcone” affermo strizzando l’occhio.
“L’ultima era una madrilena di Madrid…”
“Idiota se era madrilena per forza di Madrid doveva essere o no?” commenta Rocco.
“Ci sono anche le madrilene di provincia, cretino. Quella era di Madrid, Madrid. Chiaro?” risponde cantilenando Antonio.
“Sì, era spuntata fuori dal Manzanarre!” ridacchio io.
“Era per caso il cinque maggio?” chiede di nuovo Rocco.
“Beh, sentite, mi avete rotto. La facciamo o no questa telefonata?”
“Ok, falla, vediamo cosa sai fare”. Affermiamo in coro.
Per prima cosa Antonio prende un vecchio quotidiano trovato in casa, assicurandosi che non lo fosse di qualche anno, per non fare brutte figure, e dopo scorso l’elenco degli annunci improvvisamente esclama euforico di averlo trovato.
“Cos’hai trovato di preciso?” Chiede Giulio.
“L’indirizzo che cerchiamo. Ragazzi questa fa proprio al nostro caso”
“Su, leggi cosa dice!”
“Ecco: << Animalista esperta offresi per terapie anche domiciliari >> Capito? Questa fa anche le cose più scabrose” spiega tutto eccitato Antonio.
“Scusa, da dove lo deduci?” chiede dubbioso Rocco.
“Animalista esperta, non ti dice niente? Offresi anche a casa, che vuoi di più, che ti faccia anche la descrizione dei lavoretti?”
Nessuno gli risponde, in effetti siamo degli scolaretti al suo cospetto, avevamo sempre avuto il dubbio che tutte le trasferte fatte con gli Interclub fossero state solo per il piacere corporeo. Anche perché ad ogni ritorno la cronaca della partita era più veloce della sintesi di Rai Tre mentre quella dei piaceri durava anche delle settimane. Ci guardiamo l’un l’altro senza sapere cosa obbiettare, ammesso che le nostre coscienze avessero di cha farlo. Eravamo tutti già peccatori in pectore.
“Ok, allora chi chiama? Lo fai tu?” gli chiede Rocco, piuttosto titubante. Noi pensavamo a un probabile imbarazzo intimo invece quello si preoccupava del buon nome del suo bilocale. Antonio, allora, senza farselo ripetere, materializza nella mano il cellulare e compone il numero della porcona dagli istinti bestiali, come dice lui.
“Pronto? Ehm, signorina, buonasera” inizia lui mentre in sottofondo Giulio bisbiglia “cictuci..” facendo il verso ad una vecchia canzone di Jonni Dorelli degli anni sessanta. Ma Antonio non lo sente e continua.
“Ecco, signorina, noi abbiamo letto il suo annuncio e…come? Quanti siamo? Beh siamo in quattro, perché ci sono problemi per lei…. Ah, vista l’ora sarebbe,, impegnativa… beh, dipende dalla sua bravura… Come dice…? Se sono tutti della stessa… grandezza..?... un attimo per favore…” e messa una mano sulla cornetta si rivolge a noi dicendo:
“Questa vuole sapere quanto l’abbiamo grosso? Che gli dico?” ci informa strabiliato.
“Come sarebbe? Si fa pagare per la lunghezza?” chiede sconcertato Rocco.
“Dov’è un righello?” esclama eccitato Giulio, provocando grasse risate strozzate.
“Un momento – intervengo io – non ha detto lungo, ha detto grosso. E diversa la questione”.
“Già è vero – conferma Antonio, che togliendo la mano parla di nuovo alla cornetta – Ehm, signorina..” Riprende imbarazzato mentre Giulio canticchia sommessamente << buonasera….cictuci >> mentre io e Rocco ci mettiamo le mani davanti alla bocca per reprimere le risate.
“Signorina – ripete Antonio che questa volta ha sentito Giulio e lo guarda in tralice – lei capirà che non è facile ne attendibile una misurazione fatta così all’improvviso… come dice?... “
A quel punto Rocco, gesticolando, fa intendere ad Antonio di inserire il vivavoce. Questi, facendo segni di aver inteso preme un tasto giusto in tempo di ascoltare la signorina dire…
“.. per così dire… avvolgendolo nel palmo della mano e constatarne la grossezza, almeno indicativamente. Sa è per la scelta degli strumenti idonei”
Ehhh?, ci guardiamo l’un l’altro a bocca aperta mentre Giulio con la mano aperta messa in orizzontale all’altezza dovuta mimando di soppesarlo fa ampi cenni di soddisfazione. A questo punto mi viene spontaneo, rivolgendomi ad Antonio, portare l’indice all’altezza della tempia e battercelo più volte. Lui capisce e con una scrollata di spalle ci fa intendere che ne sa meno di noi. Poi parlando ancora al telefono tende di saperne di più sul caso, prima però minacciando con la mano Giulio a non rifargli il verso canticchiando.
“Ecco, signorina, ma è proprio necessario fare questa misurazione?” chiede quasi implorando.
“Ebbene sì, serve per stabilire la tariffa” risponde lei con tono deciso mentre noi, trasecolati (anche Giulio) incassiamo la nostra virilità nelle spalle.
“La tariffa? Perché lei si fa pagare per quello?” chiede disperato Antonio.
“Ma sì. È fondamentale, come devo ripeterglielo. Senta, facciamo così, lei li ha davanti?”
“Sì, certo, sono tutti qui davanti a me, perché cosa dovrei fare?”
“Allora mi dica, quanto sono pelosi?”
“Co… co… come? Come dice, scusi?” balbetta Antonio mentre stiamo tutti a bocca aperta meravigliati.
“Si, le chiedo. Sono pelosi?” Antonio, che ormai boccheggia peggio di un pesce fuori dall’acquario, non sa più a quale santo voltarsi facendo un ultimo tentativo di chiarimento.
“Scusi signorina – chiede senza l’accompagnamento ironico di Giulio che, per la sorpresa, non ha badato affatto a ripetere il ritornello – non capisco cosa intende dire. In che senso devono essere pelosi?”
“Ma come in che senso? Sono tutti ispidi e a pelo corto?”
“A pelo corto? Ispidi? Signorina, francamente non capisco…”
“Mi scusi lei, ma come pretende che le applichi una tariffa senza le necessarie indicazioni. Non mi ha nemmeno detto per quanto tempo intendete servirvi delle mie prestazioni”
“Ah, beh, su questo sì, diciamo una mezz’ora a testa, va bene?” afferma Antonio, confortato dai nostri assensi. Finalmente un argomento che conosciamo bene. Però come sono difficili queste Escort di città!
“Mezz’ora, per così poco. Dovrei scomodarmi per tanto?”
“Perché lei cosa proporrebbe?”
“Un periodo di almeno una settimana, sarebbe il minimo!” Questa volta siamo davvero sconcertati.
“Una settimana?, no, non è possibile domani dobbiamo ripartire. Siamo solo di passaggio, sa per le partite del trofeo Tim”.
“Perché non erano sufficienti quelli statali?”
“Quelli statali cosa?” chiede Antonio mentre un dubbio comincia a insinuarsi nelle nostre menti. Ma a chi abbiamo telefonato?
“I reparti cinofili, no?” afferma più che scocciata la voce.
“I repar, cosa? Che c’entrano i cani adesso?” chiede stupefatto Antonio.
“Ma allora perché mi avete chiamato?” il tono ora è abbastanza irritato.
“Mi scusi lei, ma che mestiere fa?” ormai è chiaro a tutti che si tratta di un equivoco e Antonio, alquanto sollevato, riprende sicurezza nella voce.
“Mestiere? Ma come si permette, io sono una professionista seria. Sono animalista terapeutica io, per chi mi ha preso, cafone che non è altro?” e al colmo dell’irritazione ci sbatte offesa il telefono in faccia.
Dopo un momento di indiscutibile smarrimento in cui ci guardiamo increduli un sorriso liberatorio si impadronisce di noi e piano piano si fa largo dalle viscere fino a sbellicarci dalle risate.
Sfiorando più volte la tragedia con le risate incontrollate abbiamo passato tutta la notte in piedi. E quando sembrava tutto acquietarsi ecco che nel silenzio più assoluto riemergeva dapprima un piccolo sussulto, poi un brontolio mal controllato e infine di nuovo la sghignazzata con tanto di lacrime, tanto irrefrenabile quanto contagiosa.
Beh, quello stato di ilare delirio è durato per tutta la notte e, ancora, come uno sciame sussultorio, per tutto il giorno successivo. Ancora oggi, evitiamo di incontrarci in pubblico per paura di riaccendere le sopite braci della risata.


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