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La gallina Mata Hari

di Michele Rotunno
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Pubblicato il 07/04/2011 10:18:07

La gallina Mata Hari

Il guasto al cineproiettore dell’Ariston si riscontrò più grave del previsto e, invece delle due solite settimane, il cinema rimase chiuso per quasi due mesi. Per le bande di quartiere fu un periodo drammatico perché dopo neanche un mese cominciarono a frazionarsi in tanti gruppi e sottogruppi, alcuni dei quali composti di appena quattro o cinque elementi. L’anarchia divenne totale e liti e zuffe varie scoppiavano ogni momento e quando succedeva qualcosa la colpa era ovviamente di tutti, che c’entrasse o meno. A tal proposito vigeva un detto assolutamente rappresentativo. “La pipì bagna il letto e il culo le busca” .
Bisognava correre ai ripari ed allora i capi zona indissero un summit per analizzare la situazione. Il luogo prescelto fu lo spiazzo intorno al lavatoio pubblico, alla periferia del paese e nel mandamento del rione Fontana, il nostro per le precisioni. Lì, alle sei del pomeriggio, i sei capi zona vi arrivarono accompagnati dai relativi sottocapi e in tutto vi si radunò una piccola folla di circa trenta ragazzini. I sei capi si disposero a cerchio in un angolo tra il lavatoio e la fontana del leone (una sorgente vecchia di secoli) e, a circa dieci metri di distanza il semicerchio dei sottocapi.
Dopo un’ora di chiacchiere inutili ancora non si era trovata una soluzione, quando dal gruppo dei sottocapi si levò alto un grido di richiamo. Era Rocky Red, ovvero Rocco il rosso, chiamato così per la capigliatura e le tante lentiggini dello stesso colore che lo riempivano totalmente. Questi era anche lo sgobbone non solo del suo gruppo d’appartenenza ma anche di tutte le bande, almeno era così considerato, a torto o a ragione (più a torto però..). Aveva sì un’infarinatura complessiva, però faceva un’enorme confusione tra personaggi ed epoche diverse, ma gli andava spesso bene per la nostra totale ignoranza dovuta alla scarsa applicazione allo studio.
“La fortezza – gridò all’improvviso con il dito puntato verso l’alto – facciamo l’assalto alla fortezza!”
Di colpo il summit si zittì, tutti i capi stavano seguendo la direzione del dito del Rosso e ognuno di loro già iniziava a spremersi le meningi. In effetti, la soluzione proposta non era poi tanto malvagia, bastava solo elaborarla al caso.
Qui, però, bisogna inevitabilmente descrivere i luoghi della futura battaglia.
Alla periferia del paese vi era il lavatoio, a dieci metri di distanza e a dieci di maggior dislivello vi era la testa dell’aquila, una roccia enorme che spuntava da terra avente quella strana forma. Sotto la testa in una piccola caverna naturale noi del nostro quartiere vi avevamo fatto un personale rifugio dove ci andavamo a rintanare appena potevamo. Non è che vi facessimo chissà cosa, ci raccontavamo balle o giocavamo d’azzardo con le figurine o con i tappi delle bottiglie di birra sempre aventi come palio le figurine, (piccola spiegazione del gioco, consisteva nel posizionare sul palmo di una mano dieci tappi uno dietro l’altro e poi fare il “palmo-dorso-palmo” ovvero lanciare in alto i tappi tutti insieme farli ricadere sul dorso della mano, rilanciarli per riceverli sul palmo. Vinceva chi alla fine n’aveva salvato il numero maggiore. Era un gioco semplice ma non per niente facile.).
A trecento metri di distanza ma più in alto di una cinquantina di metri vi era la fortezza. Questa consisteva in quattro rocce come quella della testa dell’aquila, disposti a formare un quadrato. Tre di queste erano quasi uguali e una invece era più piccola delle altre, lo spazio racchiuso da questa naturale formazione era appena un centinaio di metri quadri che varie generazioni prima della nostra avevano provveduto ad appianare con terreno fresco fino a farlo diventare piatto con tanto di erba che vi cresceva spontaneamente. Arrivare alla fortezza non era per niente difficile perché lambiva una strada comunale, questo da un lato, ma dagli altri tre lati la faccenda era piuttosto complicata. Da est e da nord era pressoché impossibile per la proibitiva scarpata, da ovest si poteva anche attaccarla ma con la dovuta attenzione. Ovviamente era da questo lato che era sempre attaccata e di solito senza riuscirci, il successo dipendeva dal rapporto tra assedianti e assediati.
I capi ci misero solo una decina di minuti per accordarsi e alla fine convennero di risolvere la questione in equo modo.
I sei quartieri del paese avrebbero sorteggiato cinque guerrieri ciascuno per comporre la squadra dei difensori e altri venti per quella degli attaccanti. In totale trenta difensori e centoventi assedianti.
Il rapporto era in verità giusto, le regole quelle solite e semplici. Quando uno dei guerrieri era ferito doveva gridare semplicemente “ferito” e defilarsi dal campo di battaglia, se invece catturato, bastava gridasse “prigioniero” e si defilasse anche lui per raggiungere le due zone specifiche dove si riunivano i prigionieri senza mischiarsi tra loro, questo per gli eventuali scambi. Mica facevamo le cose alla leggera noi! Giorno stabilito per l’attacco il primo sabato pomeriggio dalle sedici in poi. Nient’altro, tutto il resto era affidato alle varie strategie.
I giorni precedenti l’attacco, appena possibile i cinque capi del corpo assalitori si riunivano presso il nostro piccolo rifugio dell’aquila, che per l’occasione diventava fin troppo striminzito, e si studiavano le strategie. Come al solito era il Rosso che lanciava le idee, anche le più strampalate, come quelle di arrivarci col paracadute. Una di queste fu anche presa in considerazione per pochi secondi e poi scartata. Non era poi tanto malvagia, bisognava attaccare la fortezza dall’alto della montagna, con pietre e proiettili vari fino a farla capitolare, ma per questo bisognava avere almeno un giorno intero a disposizione, il tempo necessario per schierarci senza allertare i difensori per l’evidente assenza dalla strada di un centinaio di ragazzini sin dal mattino presto. A preoccuparci non erano le armi da utilizzare perché scriteriatamente era ammesso di tutto ma il ritorno a casa con i vestiti possibilmente integri perché altrimenti erano davvero guai. Ferite ed escoriazioni erano all’ordine del giorno, non destavano alcun pensiero sia in noi sia nei nostri genitori, semmai si preoccupavano vederci tornare a casa senza un graffio perché allora sospettavano avessimo combinato qualcosa di imperdonabile (vedasi Giacchino, il vasaio).
Tre giorni di spremute di meningi ma ancora non si era trovata uno straccio di strategia fin quando il diabolico Rosso ebbe quella geniale.
“Ducse! – esordì eccitato verso Lorenzo l’alianese, (questi era il capo della alleanza, era chiamato così perché il padre non era di Montepiano ma di un paese vicino, Aliano, il paese di Carlo Levi) – Ducse eureka, eureka!”
“Rosso, che cavolo dici? Cos’è questo ducse?” chiese Lorenzo, grande capo massimo ignorante.
“E’ il titolo dei romani al loro capo” rispose risentito il Rosso.
“Non me ne frega niente, chiamami Cesare!” ordinò indispettito.
“Allora ti chiamo il Magnifico, va bene?” disse speranzoso ed ostinato il Rosso.
“Ho detto Cesare e Cesare sia, se non vuoi che te le suono”
Debellata ogni ostinazione il Rosso passò ad enunciare la strategia. Non era male, si poteva fare, e alla fine si attuò. Consisteva nel dividere gli assalitori in due gruppi di sessanta combattenti ciascuno, uno avrebbe fatto finta di attaccare dal solito posto della roccia piccola a ovest e l’altro, invece, avrebbe attaccato dalla strada comunale, allo scoperto. Sembrava incredibile, ma si poteva fare, bastava far convergere tutta l’attenzione dei difensori verso le macchie di ginestre in basso quel tanto da consentire al secondo gruppo di avvicinarsi con circospezione lungo l’argine a monte della strada, quello alberato e con maggior possibilità di acquattarsi.
Furono sufficienti pochi minuti e la strategia, elaborata a puntino, fu approvata all’unanimità.
Mancavano solo due giorni all’attacco e l’unico problema era solo quello di mantenere il segreto. Ci riuscimmo in pieno, niente trapelò nonostante gli sfottò a cui eravamo sottoposti dal gruppo dei difensori, in un caso anche appartenente alla stessa famiglia di un assalitore.
Arrivò il gran giorno, i finti assalitori riuscirono ad attirare tutta l’attenzione su di loro, mentre la colonna dei veri attaccanti lentamente procedeva lungo la strada. Per riuscire nell’impresa bisognava sferrare l’attacco allo scoperto ad una distanza di venti metri, non oltre, per non consentire ai difensori di organizzarsi. Dalla strada sentivamo gli sberleffi a cui la prima colonna era sottoposta, anche al lancio intimidatorio di qualche sasso dall’alto. Tutto stava procedendo nel migliore dei modi, ma. non avevamo fatto i conti con un solo grande imprevisto: la presenza sulla strada a pochi metri dalla fortezza di una grigia gallina ruspante che beccava nei dintorni.
Eravamo arrivati ad una trentina di metri dalla meta, quando improvvisamente la gallina si bloccò, alzò la cresta e rimase col becco rivolto verso di noi immobile a fiutare il pericolo. Noi facevamo lo stesso acquattati tra i cespugli. Dopo un interminabile minuto lei riprese a beccare e noi ad avanzare ma, fatto sì e no due o tre metri ecco che la maledetta si animò.
Dapprima rimase di nuovo immobile e poi squarciò il silenzio con un poderoso “Coccodè, coccoccodè!”
Noi ci acquattammo il più possibile, ma ella, infingarda, continuò: “Coccoccodè, coccoccodè!” a questo punto allargando le ali e mettendosi a salterellare.
Infine alcuni difensori, incuriositi, volsero l’attenzione verso la strada finché non si accorsero della nostra presenza. A quel punto si scatenò l’inferno. Fummo presi di mira da una gragnola di proiettili d’ogni tipo e dimensione ed essendo il nostro fronte d’attacco frazionato per una lunghezza eccessiva, quasi cinquanta metri, ci fu impossibile compiere la benché minima sortita, cosa che invece riuscì alla perfezione ai difensori che, lasciando di guardia alla scarpata una mezza dozzina di loro si catapultarono su di noi costringendoci a rovinosa e impietosa fuga.
Un’ora dopo stavamo tutti riuniti davanti il lavatoio sottoposti allo scherno dei difensori esultanti e deridenti dall’alto. Dopo lo smacco bisognava trovare un capro espiatorio. Per la verità ce lo avevamo già: la gallina infame e traditrice.
“Tutta colpa di Marta Cara” sentenziò Rocco il rosso e la maggior parte di noi a fargli il coro con assensi d’ogni tipo.
“Marta chi?” chiese uno dei capi, maldisposto verso la cultura di Rocky.
“Marta Cara” ripropose questi con l’atteggiamento del saputello.
“Mai sentita, e chi sarebbe?” chiese più ostinato l’altro.
“Una famosa spia che poi fu giustiziata” specificò il Rosso con supponenza.
“Cretino, quella era Mata Hari” disse una voce tra la piccola folla, quel tanto da far scoppiare a ridere tutti e a far diventare cremisi il Rosso.
“Non ha importanza chi è, quella maledetta gallina deve pagarla, ci state?”
Come no! C’era bisogno di chiederlo? La risposta fu unanime.
Mezz’ora dopo la rea fu catturata e legata per la gola con dello spago ad un albero. Fu un processo bulgaro, senza una corte, senza una giuria, soprattutto senza un avvocato difensore. In dieci minuti venne letta la sentenza: condanna a morte tramite… già, come?
Piccolo, supplementare summit, la decisione: fiondata da trenta passi da un plotone di cinque elementi, uno per ogni rione della coalizione. Detto fatto, tiri imprecisi, gallina starnazzante ma viva, anzi nemmeno sfiorata. Esecuzione ripetuta ben tre volte, gallina impazzita e quasi suicida con lo spago alla gola ma viva e vegeta. Incazzatura generale dell’alto comando e uno di loro che si avvicina, tira lo spago e impicca la gallina che grida ad ali aperte a più non posso.
“Così sta ferma, tirate ora” esorta il geniaccio. Ultimo tiro, mira da schifo, gallina ormai silenziosa e dondolante come pendolo.
“Giustizia è fatta!” esclama trionfante Lorenzo, che doveva essere il magnifico. “Andiamo via”
Detta così poteva sembrare la soddisfazione di chi ha ottenuto giustizia, ma a me parve invece un frettoloso “diamocela a gambe prima che ci prendano”. Nel defilarci chiesi al compagno più vicino, uno del mio quartiere, chi mai fosse il proprietario della gallina.
“Non preoccuparti è Zi Teresa la Zellosa!” tanto bastò a rasserenarmi non poco. Teresa la Zollosa era una specie di strega malvista da mezzo paese, (Zellosa, in dialetto vuol dire irascibile) e pertanto non si prevedevano rappresaglie paterne.
Pochi passi più in là la incontrammo che chiamava la gallina “Pio, pio, pio,pio! Avete visto la mia gallina grigia?” chiese a tutti e noi a brontolare di No. Ma non eravamo arrivati nemmeno alle prime case del paese che la sentimmo urlare a perdifiato e lanciare anatema contro di tutti minacciandoci di ogni divina maledizione. La fuga a quel punto divenne inevitabile.
Ore venti, ritorno a casa. Apro l’uscio e vedo mio padre di spalle alla finestra che impugna il mio righello di legno, sottomarca della Martini, da sessanta centimetri lordi, e lo fa battere sul palmo dell’altra mano, delicatamente e ritmicamente.
“Ciao pà, che c’è?” chiesi fingendo di non capire.
“Perché, cosa dovrebbe esserci?” il righello continuava a battere minaccioso.
“Che vuoi fare col mio righello?” chiesi inutilmente speranzoso.
“Tu cosa pensi voglia fare?” pac-pac-pac il ritmo era incessante.
“Papà che ho fatto adesso? Mi fa ancora male!” affermai con le mani sulle natiche.
“Io con te non so come fare, sembra che le mazzate non facciano effetto”
“Non è vero pà, tu te la prendi sempre con me, anche quando non ho fatto niente”
“Sei fortunato che la gallina era di Teresa la Zellosa”
“Sì, è vero pà, quella nessuno la può vedere” ed io, come un cretino gli spiattellai quello che ancora non sapeva ma che sospettava solamente.
“Ah, quindi tu non hai fatto niente?” solo allora mi accorsi della mia stupidaggine e cercai di correre ai ripari. Allargai le braccia e completai l’opera d’autodistruzione.
“Non sono stato io a strozzarla” dissi euforico pensando di cavarmela.
“Te l’ho detto, sei fortunato che la gallina era di quella strega, ma con te devo cambiare atteggiamento. Da lunedì vieni con me sul cantiere, non farai niente, ma almeno ti alzerai all’alba ed io ti terrò d’occhio tutta la giornata”
“Sì, papà, promesso, vengo con te al cantiere” affermai euforico. Se quella era la punizione ebbene l’accettavo senza tentennamenti. Tranne la sveglia alle cinque del mattino, per il resto era una pacchia, poi lui sarebbe stato impegnato tutto il santo giorno a dirigere lavori e maestranze che non si sarebbe occupato di me.
Risollevato nello spirito mi avviai fieramente verso la mia stanza passandogli, però, proprio davanti. Allora ..Pac! Ecco il righello.
“Ma papà! Perché adesso, accidenti mi fa ancora male dall’altra volta!”
“Così lunedì non ti fai scappare il sonno! Te lo ricorderai, vero? Sveglia alle cinque”
Accidenti e come me lo sarei dimenticato, con un colpo aveva preso tutte e due le natiche! E ancora non mi era passato il ricordo del vasaio!
Ah, per la cronaca, all’epoca feci una scoperta: non è vero che i gatti hanno nove vite, le galline ne hanno una in più. Quella stramaledetta il giorno dopo andava ancora razzolando disinvoltamente.

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