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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Mazzacane - cap. 4

di Michele Rotunno
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Pubblicato il 26/04/2011 10:47:18

Nei giorni successivi, per fortuna di Nino, non vi sono altri omaggi. Egli, comunque, continua il suo lavoro di lettura che lo impegna ormai ogni pomeriggio. Dopo i documenti datati passa agli altri. Sempre più spesso s’imbatte in quella “M” puntata e nelle citazioni di quella strana località “la Scannatora”. L’unica cosa chiara è che in quel posto vengono prese, dai tre personaggi noti più il fantomatico M. le vere decisioni circa gli atti amministrativi comunali. Riunioni di partito, Giunte e Consigli comunali sono semplici messinscene per dare una parvenza di legalità al loro operato. Sempre più frequentemente Nino si chiede chi sia quell’M. tanto importante, quasi quanto Mazzacane stesso. Una mattina, in biblioteca, Gibbì gli chiede come va il lavoro ed egli risponde laconico “procede” al che lo attacca risentito.
“Ehi, non ti ho fatto niente, ti ho solo chie..”
“So già dove vuoi andare a parare”
“Santa pazienza come sei intrattabile! Avevi detto che appena organizzato..”
“Gibbì, non ho voglia di discutere. Il lavoro procede come deve. Tutto qua”
“Mi sembri attaccato con gli spilli”
“Ma no, niente di personale, stavo solo sovrappensiero. Tutto qua”
“E’ lecito chiederti cosa t’impensierisce…amico?”
“Ma sì, in fin dei conti potresti anche essermi d’aiuto. Sai cos’è la Scannatora?”
“Perché? Dove l’hai trovata scritta?” chiede guardingo Gibbì.
“Ecco vedi? Per questo che sto sulle mie. Ti offri di aiutarmi, ti faccio una richiesta e tu? Tu mi fai delle domande. Bell’aiuto che mi dai!”
“Non lo so, potrebbe voler dire tante cose..”
“Credo sia una località”
“Non ho mai sentito che ci sia una contrada con questo nome, almeno nel nostro paese”
“E sennò dove, in America, forse?”
Il dialogo tra i due viene interrotto dall’ingresso di un giovane, rimasto a loro insaputa a origliare dietro la porta socchiusa. È Alfredo Volpicella, coetaneo di Nino e figlio di don Ferdinando. Appena entrato si rivolge a Nino in tono ironico.
“Buongiorno a don Nino, nostro esimio scrittore!”
“Buongiorno. Cerchi un libro?”
“Sì, il tuo. Perché non l’hai ancora scritto?”
Gibbì, che intanto si era messo ad armeggiare con la scopa, interviene tra i due.
“Alfrè, questa è una biblioteca, non si fanno chiacchiere inutili e si sta in silenzio”
“E tu che vai cercando? Resta al tuo posto!”
“Questo E’ il mio posto. Non mi sembra, però, che sia il tuo”
“Ma guarda guarda che strafottenza..” a questo punto Nino interviene per calmare le acque.
“Gibbì, per favore..” imperterrito Alfredo continua.
“Ecco, bravo! Così si fa con la plebe. Ma veniamo a noi, come procede il tuo lavoro?”
“Va avanti. Faccio del mio meglio”
“Ma certo! Di questo ne sono sicuro. Solo che potrei esserti d’aiuto in più di una circostanza. Come ben sai mio padre è un intimo amico di Mazzacane..”
“Ti ringrazio ma preferisco fare a meno del tuo aiuto. I documenti sono abbastanza esaurienti”
“Ma i documenti a volte non dicono tutto. Certe cose non sono spiegabili, certe parole non trovano alcun riscontro nella realtà, hanno un doppio senso che solo chi le pensa o le dice conosce”
“Sarebbe a dire?”
“Sarebbe a dire la Scannatora..per esempio”
“Adesso basta! Ti ho già detto che qui si sta in silenzio” irrompe minaccioso Gibbì.
“Che c’è che ti scaldi tanto, amico? Che sei, il suo supervisore forse?”
“Vattene via…per favore” Gibbì trattiene a stento la sua ira.
“E sennò? Oseresti cacciarmi o vuoi che non sappia della Scannatora?”
Sotto gli occhi attoniti di Nino, Gibbì ha una sconcertante reazione. Afferra la scopa e la sbatte con violenza su un tavolo spaccandone il manico di legno in due parti. Quindi, impugnando il moncone come un’arma e puntandolo contro il petto di Alfredo lo minaccia urlando
“Vattene perdio! Fuori di qui o ti..ti..”
Sbiancato in volto Alfredo guadagna velocemente l’uscita. Gibbì, dopo qualche momento di affanno, sbatte per terra il moncone e a sua volta esce ritornando poco dopo con un manico nuovo e mettendosi, scuro in volto, a ripristinare la scopa. Nino è rimasto sconvolto dalla sua furibonda reazione e segue con la gola secca ogni suo metodico movimento finchè, travolto anch’egli da un’ira tardiva, lo investe
“Cosa voleva dire Alfredo? Tu sai della Scannatora. Perché volevi tacermelo? Quale segreto si nasconde dietro di essa?”
Investito dalla raffica di domande Gibbì resta imperturbabile poi, mollando i pezzi della scopa, fa un lungo sospiro, siede quasi accasciato su una sedia e mormora
“Non c’è alcun segreto, credimi. È solo la parte peggiore della tua ricerca, quella che volevo evitarti”
“Parla dunque, dimmi tutto”
“Tieni presente quel piccolo bosco appena fuori il paese? Ebbene nel bel mezzo, a poco più di due miglia Mazzacane possiede un vecchio casolare. Sì è proprio quello nella contrada della chiusa del Monaco. Quella è la Scannatora”
“Non capisco..”
“Eh, non ci vuole poi molto a capire! In quel casolare Mazzacane e compagni tenevano le loro riunioni. È lì che venivano prese tutte le decisioni politiche e amministrative. La chiamavano tra loro la Scannatora perché era lì che andavano ad umiliarsi tutti coloro che chiedevano i favori di Mazzacane e dei suoi compari”
“La scannatora! Ma di preciso cosa vuol dire?”
“la scannatora è il posto dove una volta venivano macellate le pecore. Ovviamente nel gergo dei pastori. Ma tu lo hai trovato scritto in quelle carte?”
“Sì, Mazzacane nei suoi appunti la nomina spesso”
“E che altro?”
“Nomina spesso anche don Cosimo Colasanti, il vecchio farmacista..”
“…un altro porco bastardo…”
“…don Ferdinando, il padre di Alfredo…”
“…puah!..”
“…e un altro che non sono riuscito a individuare. Lo indica sempre con una iniziale”
“E sarebbe?”
“Una Emme puntata e basta. Ma dev’essere un pezzo grosso, uno che conta insomma, perché in più di una occasione si è imposto con estrema facilità, senza la minima opposizione. Nemmeno di Mazzacane”
“Una Emme puntata..no, non mi dice nulla..”
“Dicevi così anche con la Scannatora..”
“Avevo un motivo per non parlare ma adesso…adesso che sai, che motivo avrei per non dirtelo?”
“E che ne so, chi ti capisce è bravo!”
La sera, esaminati tutti i documenti datati, Nino ottiene la conferma ai suoi sospetti. In pratica alla Scannatora venivano decise le assunzioni presso il Comune, il resto, le riunioni pubbliche del Partito e del Consiglio comunale, era solo una messinscena per dare una parvenza di legalità. Riflettendo, poi, sui fortunati assunti, Nino si chiede in base a quali meriti venivano gratificati. Così prende un foglio su cui ha scritto una lista di nomi e comincia a scorrerla. Metà di quei nomi li conosce bene perché ancora in servizio e gli altri per averli sentiti nominare. Alcuni sono quasi suoi coetanei ma altri prossimi alla pensione. Pochi altri già pensionati . Sorridendo pensa che almeno cinque dei più anziani hanno condiviso la medesima “sfortuna”, quella di avere delle mogli “chiacchierate”. Il pensiero inizialmente lo diverete poi lo fa riflettere:
“Caspita! Ma dell’accalappiacani non si vociferava che la moglie se la “teneva” don Cosimo? E, poi, anche la moglie dell’autista.. quello morto l’anno scorso..anche di lei si diceva avesse una relazione con don Cosimo e, e..ecco qua..il giardiniere. Anche su di lui si sparlava a proposito della moglie. Questa volta c’era di mezzo don Ferdinando e la moglie del messo comunale? Con Mazzacane in persona. E chi altro? Sì, ci sono, la vedova del salariato di don Ferdinando…ma, allora alla Scannatora ci andavano pure a fottere! Hai capito che marpioni!”
Eccitato dalla scoperta si rituffa tra i documenti alla ricerca di appunti più chiarificatori. Rileggendoli più volte ne ricava ben poco, tranne qualche particolare in più circa i nomi degli assunti. Quattro dei nominativi sono seguiti da un numero scritto tra parentesi. E considerato che alcuni sono degli impiegati comunali di origine benestante, sospetta che questi abbiano comprato la loro assunzione e il numero sta a indicare in qualche modo il prezzo pagato.
Stanco, si abbandona sullo schienale della poltrona e fumando riguarda sconsolato e avvilito la massa dei documenti pensando tra sé “Possibile sia tutto qui?” si chiede meravigliato. Con una smorfia desolata fissa i documenti finchè lo sguardo cade sulla busta che custodisce i quadernetti neri strappati a metà e poi conservati.
“Forse lì dentro ci troverò qualcosa di molto importante, ne sono sicuro. Ma se ne parlerà domani, ora sono troppo stanco”
Il mattino dopo, fresco e riposato, Nino si dirige al lavoro. Strada facendo scorge davanti a lui Stefania in compagnia di Manfredi. Stranamente non prova alcuna gelosia, allunga il passo e in pochi secondi li raggiunge. A ridosso della coppia con voce ferma e sicura li saluta.
“Stefania! Salve Manfredi, bella giornata oggi, vero?”
“Ciao Nino! Sei in forma splendente. Manfredi, ci vediamo dopo a scuola, mi fermo con Nino” Congedato il collega lei elargisce un radioso sorriso a Nino dicendogli
“Allora Nino, sei davvero in ottima forma, sai? Devi essere a buon punto col libro!”
“Il libro? Veramente non ho ancora scritto un solo rigo” divertita lei commenta
“Ecco perché sei così allegro allora! Non dirmi che hai rinunciato, non sarebbe da te”
“E se fosse la verità?”
“Non si crederei lo stesso. Piuttosto, è da un po’ di tempo che ti trovo cambiato. Sei diverso, sembri un altro. A volte mi fai senso. Forse ti preferivo com’eri prima, impacciato e spontaneo. Mi facevi una tenerezza..!”
“Allora per te sono peggiorato? Guarda che anche ora sono spontaneo”
“E lo so sì, accidenti! Solo che ora con te devo stare sulla difensiva, sei così sfrontato!”
“Allora stasera usciamo insieme. Andiamo in pizzeria?”
Stefania, ridendo, accetta e Nino, fischiettando euforico, raggiunge la biblioteca e investe Gibbì con la sua euforia.
“Sempre tra i piedi, vecchio, sei ingombrante!”
“Vuoi che ti suono la scopa in testa? Hai bevuto di prima mattina per caso?”
“Bello di papà, ma quando vai in pensione, mai?”
“ E sta fermo con le mani, accidenti, si può sapere che ti prende oggi?”
“Di in po’ Gibbì, quando sei stato assunto in Comune, in che anno? Nel sessanta forse? Hehehe!”
“Ma che diavolo vai cianciando, perché me lo chiedi?”
“Caro mio, non immagini cosa ho scoperto. Lo sai che una dozzina di impiegati del comune sono cornuti contenti? Lo sai a cosa serviva la scannatora, eh?”
“Non mi dire che..? povero babbeo! E l’hai scoperto solo ora? Se me l’avessi chiesto te l’avrei detto io, a parte che lo sa tutto il paese”
“Come, come? Tu lo sapevi? Figlio di buona donna! E perché non me l’hai detto?”
“E perché non me l’hai chiesto? Io ti ho chiesto più di una volta a che punto stavi con i documenti ma tu stavi abbottonato neanche se custodissi i segreti del vaticano. E poi, in vita mia non ho mai fatto il ruffiano, io”
“Allora dimmi chi è Emme?”
“Non lo so!”
“E dovrei crederti?”
“Certo! A parte il fatto che non te lo direi comunque. A un ingrato come te…pfui!”
“Perché non me lo diresti?”
“Perché fin’ora non hai mai chiesto “per piacere”, hai sempre preteso. E chi sei, il Papa?”
“Ti odio!”
“Vuoi sapere chi è Emme?”
“Si”
“Non te lo dico, scoprilo da solo se ti riesce”
Il battibecco tra i due avviene senza alcun astio perché Nino crede alla sincerità di Gibbì. Il loro è stato semmai un reciproco sfottò. Più tardi i due riprendono seriamente l’argomento e Nino si confida con l’amico
“Non lo so, Gibbì, non riesco a provare ribrezzo per il modo di agire di Mazzacane e gli altri. So che è sbagliato il loro comportamento ma, non so, è come se tutta la faccenda mi divertisse”
“Invece non è per nulla divertente. Tu, Nino, sei giovane e certe cose non puoi capirle, non le hai vissute in prima persona. Pensa invece a quei poveracci..”
“Mi fanno pena, niente di più. In fondo l’hanno voluto. Voluto loro, o almeno l’hanno accettato”
“Non te ne faccio una colpa se non riesci a capirlo. Le cose non stanno come pensi tu”
“Cioè? Fammi capire allora!”
“Vedi, quasi tutti quei fortunati cornuti, come li chiami tu, a parte un paio,ebbene erano emigrati, chi a Milano, chi a Torino, chi in Svizzera e uno anche in Argentina. Avevano lasciato in paese mogli e figli. Sai per loro, all’epoca, era un rischio avere il marito lontano. In passato era successo più di una volta che il distacco fosse diventato definitivo. Quando un uomo si trova catapultato in un mondo nuovo è facile che si disorienti, che trovi una nuova compagna e che si faccia una nuova famiglia, dimenticandosi di quella lasciata in paese. E allora le mogli, non tutte per carità, hanno pensato bene di trovare per i mariti un posto sicuro qui in paese. Guarda che quelle che hanno sfruttato la lontananza per scopi sessuali sono rimaste puttane per sempre ed erano ben contente di avere il marito lontano. Quelle che l’hanno fatto per calcolo e convenienza sono riuscite nell’intento di sistemarli. Certo è che se ci fosse stato il lavoro qui, tutto questo non sarebbe mai successo. Inoltre, se spulci bene tra le tue carte vedrai che quelli che hanno pagato in moneta contante avevano le mogli brutte o i parenti forti”
“Era una piaga sociale allora?”
“L’emigrazione era una piaga, quella sì che lo è stata, non il resto”
“Non capisco con quale criterio si scieglievano il santo protettore. Che io ricordi né don Cosimo né don Ferdinando erano delle bellezze”
“Eh, caro il mio ingenuo! Non erano loro a scegliere né ad essere scelte. Quei due porconi facevano come i pescatori che gettano le reti e poi le ritirano con i pesci impigliati. Loro le adocchiavano tutte, senza alcuna preferenza, tanto sapevano che alcune di loro avrebbero corrisposto. Bastava solo aspettare. Non fare quella faccia, ti meraviglia tanto? Eh, Nino mio, la vita? Puah, è solo una schifezza!”

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