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“Tre monologhi. Penna, Morante, Wilcock”, di Elio Pecora [collana Racconti (Teatro)]
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Sottovuoto

Poesia

Marcello Marciani (Biografia)
Morettie&Vitali

Recensione di Gian Piero Stefanoni
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Pubblicato il 22/10/2021 12:00:00

Sempre una gioia poter leggere, perdersi, interrogarsi dentro la poesia di Marcello Marciani, autore fra i più interessanti e intelligenti della nostra scena poetica di cui in più di un’occasione abbiamo avuto modo di poter riportarne la scrittura sempre nel vivo di una lingua, anche nel dialetto della amata Lanciano, ora eversiva ora divertita ora soprattutto mai banale. In quest’ultimo libro il tema, doloroso, affrontato è quello del lutto, o per meglio dire di un’assenza, quello della propria donna scomparsa, che è fra i più cari e affrontati dalla poesia di ogni tempo. A proposito di assenza, allora, non può non venire in mente il pluricitato, famoso, perché terribilmente vero, verso di Attilio Bertolucci: “Assenza,/ più acuta presenza”. Verso che si sposa assai bene col ripercorrere e scrutare di Marciani all’insegna di un percorso, di uno spinoso ma anche insieme dolcissimo memoriale di giorni sedimentato negli anni e riportato nel lenimento cosciente della parola all’interno di una rotazione di cinquantadue sonetti con cui il testo si compone. Un anno, insomma, per dirli tutti certo, seppure in questo caso nel nodo di intreccio con quel tempo di pandemia che di lutti e di scomparse improvvise e in solitudine ha riempito cuori e immagini di un tempo d’oscura dissolvenza. Così, davvero, ci sembra ben indovinata, e magnificamente risolta, la scelta della struttura più nobile della nostra tradizione poetica a dire nella classicità dell’endecasillabo (nel dialogo a tratti dalle viscere con quel frentano lingua dell’anima) tutta l’impotenza di sempre, e del moderno nelle sue illusioni dominanti e giaculatorie, di fronte all’evento principe della condizione umana, la sua mortalità. Così ciò che ci viene restituito è un testo poeticamente ma soprattutto umanamente ricchissimo che la parola ha saputo raccogliere tra le maglie di un Orfeo che ha imparato nel suo doloroso gioco dell’oca a non voltarsi a guardar più se stesso o per meglio dire a guardarsi nuovo dal sé di prima finalmente, forse, proprio perché dalla sua Euridice, dalla sua bardascella deterso nella “spugna del lavacro” (scusandoci per il riferimento al mito ma questo è, questo risuona come da testo XLVIII). Non più la morte dell’altro per dirsi ma progressivamente dire dalla morte dell’altro quel sovvertimento che l’amore nel suo spazio, nel suo innesto ermafrodito, nella sua fragranza ancora incarna “trascendendo il deserto e il suo compianto”. Ma questo è di poi, prima, ancora, da una terra di cielo vedova, lo scompenso, la mancanza d’aria, rimestata cercata scavata da quel mare immenso, infinito di bracciate lontane, nel pieno della vita, dei suoi oggetti, delle sue tracce, animali elementi cose piante che la parola può solo inseguire, ricucire, scuotere nella forza di una struttura come accennato da Marciani rielevata dal cuore di una sapienza che in lui viene dal basso, uomo e artista che sa tutta la dolenza e la maestria di una condizione, di uno sgomento che viene dal limite, da quel vasto presepe dell’altrove che qui chiama e si incarna. Sapienza che non lo fa, non ci fa soli, dunque, in quella dimensione del racconto a dilatarsi e a risalire poi nei riferimenti ad una pandemia che è soprattutto prima dell’anima. Ché questo personalmente tra l’altro chi scrive ha sempre apprezzato in quest’ autore così raffinato, il non sfilare mai nel suo teatro ardente il personale dal collettivo, ma il ridirsi e il dirci ogni volta insieme perché come in questo caso dirci nell’assenza è il ridire ancora nell’evocazione tutto il senso del nostro essere a perdere e a interrogare nella dignità del possibile restare e riacquistare. Da questa considerazione, da questo presupposto allora preferendo non aggiungere nulla alla lettura libera cui caldamente invitiamo, e su cui ancora molto ci sarebbe ancora da dire, andiamo a fermarci augurando al caro Marciani e al testo stesso tutta l’attenzione che merita. Aggiungiamo soltanto la preziosità delle annotazioni metriche sonetto per sonetto di Francesco Paolo Memmo poste ad appendice, interessante e insolita guida ad una scrittura come dicevamo poco comune.


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