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’Comunicare il futuro!?’ - 5 Astropolitica

Argomento: Sociologia

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 25/03/2023 16:44:04

4 - L’informazione scientifica nella comunicazione dei nuovi media.
(le conseguenze politiche della colonizzazione di altri pianeti in Harold Dwight Lasswell – “Astropolitica”)

Recita lo slogan: “La comunicazione al servizio della scienza, la scienza al servizio della comunicazione. (?)” Il punto interrogativo aggiunto a questa frase mi è subito sembrato d’uopo all’investigazione approntata in questa tesi, attinente – come vuole essere – alle finalità di una ricerca sulle Sciences Fiction (Sci-Fi). Un fenomeno più letterario che scientifico afferente al ‘metaverso’, qui inteso come spazio tridimensionale che altresì si rivela di una certa presa sull’“opinione pubblica”, la cui affermazione indeterminata, almeno nell’uso recente, sembra influenzare non poco le preferenze discrezionali in fatto di ‘informazione’ e di ‘comunicazione’, per una sorta di evasione necessaria dall’invadenza di una ‘globalizzazione’ che attanaglia.

Se si pensa alla creazione dei 'segni ideografici' che hanno distinto i popoli sumeri ed egizi all’inizio della loro civilizzazione o, allo sconvolgimento che vissero quei primi uomini analfabeti indagati da H.-C. Puech in “I popoli senza scrittura” (1978); e ancora, a quelle prime civiltà alle prese con l’avvento rivoluzionario della ‘stampa’, torna lecito pensare al messaggio esplicito e univoco che la semplice funzione del ‘comunicare’ può dare oggi, all’inizio del XXI secolo, col mettere in evidenza la rivelazione consolidata della nostra esistenza, alla certezza storica di quanto ha prodotto attraverso i millenni la memoria dell’intera umanità.

È quasi impossibile immaginare oggi un mondo senza scrittura, eppure è stato così finché, per una strana combinazione d’astri, gli agenti patogeni del ‘linguaggio’ hanno spinto l’essere antropico ad esprimersi proprio attraverso di essa. Chissà se in un prossimo futuro l’avviata costruzione di un ulteriore ‘medium’ che a noi sembra solo un’arida formulazione algebrica, non possa fornire l’unico linguaggio capace di accomunarci tutti in un solo idioma, riuscendo così a dare alle infinite forme della ‘comunicazione’ quell’univoca scintilla che la scoperta della particella di Dio ha dato alla moderna scienza?

“Ma chi erano questi antropici viventi dell’universo che di così avanzata scienza hanno fatto materia, rendendo reali gli allora inimmaginabili intelletti, dividendo l’ardore dal dolore e scegliendo per il tempo rimasto solo la bellezza? Avverrà mai quella che in un attimo si mostra come l’idea risolutiva, la combinazione perfetta e discriminante, rispetto a tutte quelle maggioritarie?” – si chiede per di più il matematico quantistico R. Maggiani (op.cit.), per poi affermare che “…dev’esserci pur stato un tempo in cui nel cosmo non c’erano cose umane, solo terra e l’inizio di un vasto oceano, ma che sotto il cielo della prima atmosfera ribolliva già una possibilità di vita tra le possibili combinazioni del reale”.

In quanto fonte di conoscenza che ha dato avvio alla capacità di trasmettere ‘informazioni’, l’attuale prerogativa della ‘comunicazione’ afferma l’universalità sorprendente dell’avventura umana, capace di diffondere inoltre alle ‘incognite’ terribili della guerra e alle brutture che ne conseguono (odio razziale, inimicizia sociale ecc.), inesauribili ‘messaggi’ di fondata positività (cooperazione, solidarietà, amicizia, pace), che pur si presentano alla nostra ragione come una sfida continua, alla quale non possiamo sottrarci. Ci sono tre condizioni essenziali all’origine della vita – come hanno evidenziato R. Shapiro e G. Feinberg in “La vita nel cosmo. Guida alle possibilità di vita al di fuori del nostro pianeta” (1985): “…disponibilità di energia (pura), capacità di usare la materia (massa cosmica), disporre di un sistema ordinato sulla misura del tempo (era geologica), abbastanza lungo da permetterci di realizzare la complessità del tutto”.

Ma se davvero abitiamo in uno ‘spazio espanso’ senza dimensione alcuna, dove il nostro essere si fa partecipe del presente, allora chissà se un giorno non lontano, saremo davvero partecipi di quel ‘futuro cibernetico’ che fin qui abbiamo solo sognato e che, seppure in parte, dovremo alla ‘quiescenza’ (inerzia, quiete), così come è stata tramandata dal vegliardo maestro cinese di scrittura Lu Ji che abbiamo appreso in “L’arte della scrittura” (2002) in cui si apprende, nel segno distensivo della 'pace quantica’, la forza in cui tutte le cose prendono forma: “Dal non essere nasce l’essere, dal silenzio, posto al centro dell’universo, lo scienziato poeta contempla l’enigma dell’esistenza” – egli scrive.

È dunque dal nostro attuale ‘non essere’ che estrapoliamo il nostro essere partecipi del presente? Forse sì, se vogliamo che esista davvero la possibilità (fiducia, aspettativa, desiderio) che un giorno, oltrepassata la soglia dell’esperienza del pensiero immaginativo sull’onda delle emozioni, potremo spingerci all’incontro con l’altro (abitante dello spazio alieno), e abbandonare definitivamente la ‘solitudine cosmica’ in cui finora abbiamo dimorato: “…acciò necessita costituire una sorta di ‘equivalente tecnologico dell’analisi matematica’, scrive V. Tosi in “Il linguaggio delle immagini in movimento” (2006), che ci aiuti ad attuare la trasformazione ‘dal quantitativo al qualitativo’, dall’ ‘analogico al digitale’, nel modo che più recentemente ha celebrato la ‘matematizzazione’ della scienza”.

Ciò che si individua è un approdo alla ‘comunicazione glocal’ (resilienza, slow-living, sostenibilità ambientale ecc.), verosimilmente realizzata in ‘rete’ dallo strapotere delle immagini ‘statiche e/o in movimento’: (carta stampata, cartellonistica, light-art, videogiochi, docu-film ecc.), che se da un lato condiziona in maniera determinante il mondo della comunicazione e dell’informazione, mettendo in seria difficoltà quelli che sono stati finora i processi pacati della ‘differenziazione’ e dell’‘integrazione’; dall’altro, con il moto vorticoso della dinamicità pubblicitaria, (successioni visive, aggressività grafica, affermazione invasiva del linguaggio) si verifica uno stravolgimento delle strategie di mercato preminenti che, in qualche modo, non lascia spazio al processo cognitivo della ‘mente’ (riflessivo), di assorbire l’insieme esorbitante delle notificazioni globalizzate con l’umana velocità intuitiva di apprendimento.

Dacché la percezione di un ‘vuoto conoscitivo’ (paura del nulla), ancora una volta generato – si è detto – dalla mancanza di una ‘governance’ che regoli la consistenza e l’affidabilità della ‘comunicazione scientifica’ sui media, altresì luogo di esplorazione e scoperta della scienza illuminata che la contempla (aeronautica, astronomica, cosmonautica ecc.). Ecco come una ‘convinzione mediatica’ strategica (status manageriale di profitto politico-economico), si trasforma in una ‘assenza totale di convinzione’ nel rapporto conoscitivo con il pensiero ‘astrofisico’ contemporaneo. Nondimeno, nell’immaginario collettivo, la prospettiva di una disciplina siffatta non riesce a stare al passo con le dinamiche più evolute, rilevate dai sistemi avanzati dell’integralismo scientifico (nichilismo?), in ragione del fatto che lo studio del cosmo è priorità della ‘scienza ufficiale’, per lo più riservata alle ‘entourage’ governative e finanziarie private.

Ne consegue che la ‘percezione visiva come attività conoscitiva’ del cosmo da parte della comunità quiescente, è pressoché rivolta verso quel surrogato scientifico più comunemente definito ‘fantascienza’, in cui le galassie sono considerate per lo più provincie dell’esclusiva investigazione letteraria e cinematografica. Ci si sofferma raramente a riflettere sul ruolo strategico dello spazio extra-atmosferico, ma si tratta di una sottovalutazione, ancor più che lo ‘spazio cosmico’ (Cyberspazio) ha assunto oggi un’importanza strategica cruciale, dal momento che la società umana è sempre più dipendente dai segnali che vengono trasmessi attraverso la complessa ‘rete dei satelliti’ che vorticano intorno al globo.

Sappiamo altresì che dallo spazio satellitare fluiscono i dati, le immagini e le informazioni che sorreggono l’impalcatura economico-finanziaria e sociopolitica del mondo, ed anche che esse possono offrire importanti vantaggi negli ambiti più disparati: dalle telecomunicazioni a distanza all’intelligence operativa, dal posizionamento astronomico alla navigazione di precisione, fino al comando e al controllo delle operazioni di difesa riservate all’uso esclusivo degli apparati militari. Anche qui la struttura giuridica che regola l’uso dello spazio entrato nel diritto internazionale è di fatto, ancora fondamentalmente ancorata al “Trattato sulle norme per l’esplorazione e l’utilizzazione da parte degli Stati, dello spazio extra-atmosferico, compresi la Luna e gli altri corpi celesti” – ratificato e depositato dall’Assemblea Federale Svizzera nel 1969, in presenza di un’alta rappresentanza di Stati sovrani.

Tuttavia, pur essendo stato dichiarato “patrimonio comune dell’umanità”, il Cyberspazio rimane uno ‘spazio franco’ (aperto, libero ma vago), navighiamo nel campo dell’immateriale, carente di norme specifiche che regolano i rapporti ufficiali tra gli Stati. Ma entriamo qui in un campo ‘altro’ che ha molto interessato il pensiero di H. D. Lasswell, teorico della comunicazione e ricercatore politico americano, membro della Scuola di Sociologia di Chicago, il quale in “Enciclopedia di Scienze Sociali” (1998), sostiene che: “Le democrazie hanno bisogno della propaganda per poter tenere i cittadini disinformati in accordo con ciò che la classe specializzata ha deciso essere nel loro miglior interesse”.

Ciò nonostante, il “Modello Lasswell” va ricordato per la definizione della teoria, ‘suggestionata sembra dalla filosofia freudiana’, apparsa in “Politics: Who Gets What, When, How” (1936), (“chi dice cosa a chi attraverso quale canale con quale effetto”). La cui ‘propaganda mediatica’, invero si sofferma sull’analisi della colonizzazione di altri pianeti e solo in seguito applicata alla politica americana dopo la seconda guerra mondiale, come modello di sviluppo del ‘behaviorismo’, poi divulgato in "Propaganda in the World War” (1927), un approccio sistematico al ‘comportamentismo cognitivo’ afferente alla comprensione del comportamento negli esseri umani e negli animali.
Nondimeno il “Modello Lasswell” fornisce qui – in ispecie all’economia di questa tesi – un più ampio spettro della ‘comunicazione’ preposta a svolgere tre funzioni sociali della massima importanza, relative a: “ sorveglianza”, che offre ai ‘consumatori’ del dei media informazioni su ciò che sta accadendo intorno a loro (attualità); “correlazione”, riferita all'interpretazione e alla spiegazione da parte dei media di specifici eventi (cronaca, avvenimenti ecc.); “trasmissione” allorché i media trasmettono idee sociali e patrimonio culturale (eredità) alle generazioni successive di consumatori. Ciò al solo scopo di analizzare l’impatto e la credibilità che la ‘propaganda mediatica’, a fronte di una strategica ‘comunicazione di massa’ potrebbe avere sulle informazioni diffuse dalla tanto auspicata ‘governance’ di riferimento (imprese, aziende, governi e quant’altro), in cui l'entità comunicante sia intenzionata a influenzare il destinatario attraverso la messaggistica propagandistica, considerata ancor oggi un valido strumento di persuasione.

In termini generali, è quanto constatiamo oggigiorno nella formulata ‘comunicazione liminale’ (soglia di percezione) che possiamo anche definire ‘interstiziale’, cioè che si interpone tra gli elementi cellulari connettivi della comunicazione. Si tratta di un’esperienza ‘between’ (fra/ tra) che di solito si colloca in posizione marginale, o meglio ‘fra’ quegli interstizi della conoscenza, sintomatici e rivelatori, di cui raramente le scienze sociali hanno approfondito la ricerca. Un approccio se vogliamo inconsueto quanto innovativo che, paradossalmente riporta la ricerca sui valori dominanti e su quelli emergenti presenti oggi sui cosiddetti canali ‘social’ in evoluzione.

Ma veniamo alle possibili conseguenze della ‘colonizzazione’ elaborata da Lasswell, dove per ‘altri pianeti’ è ipotizzabile un riferimento più ampio di quello cui ci porta a pensare la nostra mente, bensì vista nella (impropria) ‘accezione’ di mondi possibili, dove il ‘metaverso’ apre alla frontiera del Cyberspazio e alle sue molteplici attività interattive, per offrire agli utenti un'esperienza immersiva in ambiente multidimensionale che combina virtualità e realtà insieme (interattività nei giochi, costruzione e ricostruzione di spazi, recupero dinamico di strutture ecc.). Quanto per l’appunto, accade nelle teorie di ultima generazione, come sostenuto da L. Paccagnella nel suo saggio “Sociologia della comunicazione nell’era digitale” (2020) in cui: “…il Cyberspazio rappresenta un elemento di novità forte e ben congegnato, utile a dare una dimensione più esaustiva a proposito della ‘rete’ in quanto luogo virtuale da vivere.

Mentre il ‘telefono’ e la ‘posta’ di stampo tradizionale permettevano un tempo di avere rapporti e contatti perlopiù tra persone che già si conoscevano, l’utilizzo di Internet permette di ‘conoscere’ una moltitudine di persone nuove. Diventa così possibile frequentare zone particolari della ‘rete’, dall’equivalente virtuale delle antiche ‘agora’, all’odierna piazza, con i suoi bar, i supermercati, e altri luoghi esclusivi, in cui è facilitato l’incontri che più corrisponde agli interessi personali, in fatto di gusto, di punti di vista, ragioni sociali e quant’altro. È forse questa una delle ragioni fondanti per cui il mondo del Web ha avuto così successo e fortuna, visto che forum, blog, social network e chat, consentono di mantenere vecchi legami e crearne di nuovi con persone che vivono e lavorano in luoghi distanti.

Ma il ‘fisico artificiale’ che si nasconde in ognuno di noi, non si è fermato all’apprendimento automatico delle opportunità offerte dal Web, si è spinto ‘oltre’. Viaggiando nel Cyberspazio ha misurato l’evoluzione degli strumenti di ‘comunicazione digitale’ (reti di computer, piattaforme virtuali) in senso marcatamente sociale e comunicativo, in grado di svolgere sia le funzioni normalmente attribuite ai mass-media tradizionali come la posta o il telefono, sia quelle dei mezzi di comunicazione più avanzati. La storia dei mezzi di comunicazione ci insegna che la televisione non ha sostituito la radio, così come l’ipertesto non ha fatto scomparire il libro stampato. Diciamo che si è creata una certa convivenza tra i differenti media, il più delle volte incestuosa e promiscua, ma non c’è stata una vera sostituzione, bensì un affiancamento che ha innescato vigorosi processi di trasformazione e di convergenza come quelli cui assistiamo.

Come anticipato dal sociologo M. McLuhan in “Il Medium è il messaggio” (1968), “…stiamo vivendo una ‘rimediazione’, cioè l’assunzione di un ‘medium’ come contenuto di un altro ‘medium’ applicato alle realtà virtuali odierne. Abbiamo visto come le caratteristiche elencate rendano il confine tra vecchi e nuovi media piuttosto sfumato e incerto. Essendo inoltre passato l’elemento di reale novità, si preferisce più spesso parlare genericamente di media digitali. È innegabile come oggi molti professionisti online siano diventati dei ‘creator’ digitali per continuare a promuovere il grande accrescimento di richieste per i vari ‘tutorial’, i corsi in video e contenuti di vario genere, incluso l’intrattenimento.

Tutto ciò sembra essere in linea a livello tecnologico con il resto d’Europa e con quanto avviene nel resto del mondo, cioè l’utilizzo di materiali audio-visivi con cui possiamo ribadire e sottolineare le nostre passioni e non solo. In prosieguo già si ravvisa l’ascesa dei ‘robot scienziati’ come “machine che pensano da sole, che forniscono assistenza matematica, che si sostituiscono all’operosità dei lavoratori in moltissimi campi di applicazione”. Il tutto volto a irrobustire e delineare le nostre competenze al fine di acquisirne di nuove, onde finora sembra sia valsa la pena l’aver valicata la ‘soglia’ del liminare, pur sempre riaffermando, se ce ne fosse bisogno, come tutto ciò risponde a una caratteristica consolidata e tuttavia ancora realizzabile del nostro vivere quotidiano.

La domanda sorge spontanea: Saremo mai in grado di fare dell’Intelligenza Artificiale una ‘macchina’ umana?
“Un giorno avranno dei segreti, un giorno avranno dei sogni?” – si chiede I. Asimov in “Io Robot” (2004).

“Macchine dotate di intelligenza di livello umano sono ormai all’orizzonte – scrive Christof Koch in “Le Scienze” (2020). Tuttavia, non è ancora chiaro se macchine del genere saranno effettivamente dotate di coscienza. Perché è improbabile che siano in grado di produrre sensazioni coscienti come quelle in assoluto più sofisticate del nostro cervello”.

L’altra opzione è ‘desiderare’ di cambiare mondo, ove ‘sidera’ in astronomia prende luogo di stelle.

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