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Taccuino nero

Poesia

Nadia Agustoni
Le voci della Luna

Recensione di Alessandro Franci
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Pubblicato il 08/01/2010 12:00:00

Il Taccuino nero di Nadia Agustoni edizioni Le Voci della Luna, 2009, prefazione di Francesco Marotta , suddiviso (anche se il termine sembra improprio) in tre parti e unappendice: Fabbrica, Paesaggio lombardo e voci, Frammenti; questultima sezione preceduta da: Appendice, costituita da una sola poesia. La tripartizione del Taccuino potrebbe in apparenza ingannare, anche se ha una precisa logica nelleconomia del contesto. Il solido legame che si instaura tra la fabbrica e il paesaggio e le sue voci, nel panorama sia fisico come antropico suggerisce, innegabilmente, continuit nei rapporti tra il territorio e chi lo abita e lo scambio di valori e ricchezze. Ricchezze o anche miserie sia materiali, sia di relazioni e dinamiche umane. Vi per giustamente lesigenza, nellautrice, di rendere visibile questo amalgama, separandone i componenti.
Lultima parte del libro, Frammenti, in prosa; e viene proposta con una certa difficolt, si legge nelle note. La prosa del Taccuino, invece, sembra come il chiarimento ultimo e complementare, che non lascia scampo interpretativo ad un insieme n cosmico, n atomizzato; piuttosto riaffermato da uno stile pulito e alto, preciso e toccante ancorch depurato da nostalgie o rimpianti. Il tutto espresso da una lingua originaria, come si legge nella bella prefazione di Francesco Marotta.
Fabbrica, ci avvisa nelle note Nadia Agustoni: racconta la realt del lavoro sul piano esteriore ed interiore. Volendo potremmo cercare unanalogia con l en plein air impressionista, dove il tocco evocativo del colore lascia il posto al linguaggio altrettanto evocativo. Sia il titolo della prima sezione, (Fabbrica) sia il senso reso dalle poesie che la compongono, sembra custodito nel titolo della poesia a pag. 33: i fatti spogli. Non la fabbrica della classe operaia, quindi. La classe operaia, infatti, non va pi in paradiso, si legge a pag. 36. La fabbrica quella dei fatti spogli, appunto. Il finale della poesia di pag. 33 chiarisce bene le intenzioni di Nadia Agustoni espresse nelle note, e sigilla in maniera emblematica il significato che ovunque nella prima sezione del Taccuino presente: Larcheologia industriale ricostruir/ il gesto intero della vita,/ ma non la brama del gesto,/ non il morso della carne, il contemplare/ lo spazio.
Nellarcheologia industriale dellautrice c la ferraglia pag.19, una danza meccanica pag.22, lusura pag.23, chili di ferro pag.34, ruggine pag. 40. Il richiamo forte, elegante e asciutto. Un en plein air traslato dalla tela alla pagina, dove lapparente distacco un vissuto intellettuale (interno nelle intenzioni di Agustoni) e materiale (esterno sempre per lautrice).
Anche nella parte centrale (Paesaggio lombardo e voci) si potrebbe ugualmente tornare con la mente a certe rappresentazioni impressionistiche, ma forse una pi vasta visione dinsieme ci tradirebbe: qui il paesaggio lombardo con tutta la sua ampiezza a caratterizzare unimmagine molto netta, nitida. Non solo nella sempre scabra e accurata poetica di Nadia Agustoni, ma anche nei flashback che spesso sincuneano tra verso e verso, richiamando semmai proprio quella archeologia che, prima industriale, qui si fa rurale, del paesaggio, del ricordo di esso, o delle voci che ancora restano. Vi infatti, a questo punto del Taccuino, una pi viva attenzione, forse, a quelle voci che si odono nel paesaggio e che sono intime, interiori, che sono, come si legge a pag. 68 una feritoia con vista sul tempo.
Lo stesso stile privo di enfasi, restituito alla sua essenzialit emerge, forse in modo evidente, nella prosa della terza sezione (Frammenti). cos sobrio ci che Agustoni riesce a dire nelle ultime pagine del libro, che sembra se ne voglia deresponsabilizzare, lasciando al fatto, al significato, tutto il palcoscenico disponibile. Questo, tuttavia, sintuisce il frutto maturo di un atto letterario di raro valore.
Anche quando la memoria estrae dal tempo i giornalini i mestieri (quelli che non ci sono pi) le figurine siamo noi lettori che prendiamo contatto con le cose, come ci accorgessimo un istante dopo che ci stato possibile solo tramite il testo. Lautrice scompare e riappare in quella nebbia di pag. 109.
Per certi aspetti legati allo stile, possono venire in mente i sillabari di Parise, ma lapparente marginalit dei temi e il modo in cui sono trattati, rammentano La vita materiale della Duras. Questi accostamenti per non devono fuorviare il lettore sulla schiettezza di uno stile autonomo e sicuro nelle intenzioni descrittive come in quelle meramente letterarie.

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