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Dino Risi, l’Italia in analisi

Saggio

Alessandro Ticozzi
Sensoinverso Edizioni

Recensione di Roberto R. Corsi
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Pubblicato il 10/02/2017 12:00:00

 

Con questo volume, snello e dunque di agile consultazione, il critico cinematografico mestrino Alessandro Ticozzi prosegue e rende cartaceo il robusto lavoro svolto su riviste e anche in rete (in vari siti, tra cui quartopotere.com) e recentemente (2013-2015) confluito in due corposi tomi dal titolo L’inviato dalla rete (sempre per i tipi della ravennate Sensoinverso). Tomi dei quali il presente Dino Risi costituisce quindi un arricchito spin off, così come le appena precedenti monografie su Arnoldo Foà, Alberto Lattuada, Ugo Tognazzi.

Oltre al citato “gran pregio” della brevità, l’Autore sceglie un taglio e un lessico all purpose, puntando così a fornire uno strumentario utile sia agli esperti che ai catecumeni del cinema di Dino Risi. I primi si gioveranno della capillare rassegna critica, unita a considerazioni autoriali talora anche forti e tranchant (soprattutto nell’ultima fase creativa) ma sempre attente e rispettose per la figura del Maestro. I secondi - a cui vada l’avvertimento di confrontarsi prima, se possibile, con una visione diretta dei film qui trattati, onde evitare lo spoiler, ineludibile per il discorso critico - potranno trovare qui un inquadramento di trama e personaggi e una loro reductio ad unum tematica ed ermeneutica, per quanto possibile.

 

L’Autore, pur ravvisando un picco dell’ispirazione di Risi nella più tarda fase “Arpiniana” di Profumo di donna (1974) e Anima persa (1977), ribadisce - e non può essere altrimenti - l’importanza storico-psicologica dei personaggi dei capolavori degli anni sessanta. Con un’appendice “profetica”: la dualità tra grande capitale e magistratura (Gassman/Tognazzi) ritratta con In nome del popolo italiano (1971), vista come vaticinio (o clamoroso esito psicologico-evolutivo) dello scontro Berlusconi-Di Pietro che avverrà oltre un ventennio più avanti.

Ma, tornando alle caratterizzazioni anni ‘60, è obbligatorio testimoniare come le magistrali prove d’attore di Sordi e ancora di Gassman - rispettivamente Silvio Magnozzi in Una vita difficile (1961) e Bruno Cortona ne Il sorpasso (1962) - vadano oltre il loro valore intrinseco e costituiscano un referto psicologico di un modus Italiano dell’epoca: “tuttologo”, guascone, proveniente dall’immediato dopoguerra e smanioso di cavalcare opportunità e piaceri dell’Italia del boom. Il travagliato personaggio di Sordi è dioscuro del “cialtronismo” di Gassman (peraltro non senza una possibile catarsi alla fine dei rispettivi lungometraggi).

In queste considerazioni, e già a partire dal titolo, trova sublimazione la grande attitudine psicoanalitica di Dino Risi, che del resto gli deriva dagli studi di medicina con specializzazione in psichiatria (non scordiamoci, nonostante la popolare dicotomia psicologo-psichiatra, che quest’ultimo non ammannisce solo pasticche ma ha una componente terapeutica almeno cognitiva). Studi in medicina condivisi e “co-derelitti” col fratello Nelo, che invece sarà regista ma soprattutto grande poeta.

Celebre la frase di Dino riportata in introduzione: “Stanco di curare gente che non guariva, mi sono dato al cinema”. “Settima arte” che evidentemente gli permetteva al meglio di osservare ed enfatizzare senza aspettative taumaturgiche.

In fondo, dopo il boom, la coppia Magnozzi-Cortona ha attraversato con l’Italia, mantenendo immutato il proprio profilo psico-attitudinale, anche il Sessantotto, l’austerity, l’edonismo Craxiano-Reaganiano, il basso impero Berlusconiano e l’attuale infinita stagnazione. Nella quale ultima li ritroviamo oggi, posti dinanzi alla sfida impossibile di riciclarsi in un sistema rottamante, de-uman(esim)izzato, iperspecialistico e sempre più arido e americanizzato. Basti pensare ai ridicoli anglismi con cui vengono sminuzzate le qualifiche professionali nei curriculum o sui social network.

Troviamo tracce di Magnozzi e Cortona nelle tipizzazioni di altri acutissimi osservatori via via succedutisi: penso soprattutto a Flaiano, Arbasino e all’irriverente Labranca di Chaltron Hescon. Ma resta la nostalgica curiosità per come Dino Risi, che ci ha lasciato poco meno di un decennio fa, avrebbe potuto immaginarli in questo secondo decennio del duemila: magari intenti a inventarsi developement strategy consultancies e altre “supercazzole” in ammaregàno sui social, oppure a organizzare gite costiere in auto with benefits per ricche ereditiere dei paesi dalle economie rampanti! In attesa di un nuovo boom che speriamo non si faccia troppo attendere.

 

Coronano il lavoro di Ticozzi la prefazione illustre di Valerio Caprara (noto al pubblico mediatico per essere il critico de Il Mattino e l’ospite fisso di Marzullo il sabato notte) e un’affettuosa intervista, a mo’ di postfazione, ad Alessandra Panaro, la “cognatina” Anna Maria nella trilogia iniziata da Poveri ma belli.

 


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