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A trazione poetica seguito da Contro la notte

Poesia

Marco G. Ciaurro
Carmignani Editrice

Recensione di Maurizio Soldini
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Pubblicato il 21/04/2017 12:00:00



La silloge di Marco G. Ciaurro qui presa in considerazione consta di due parti. La prima A trazione poetica e la seconda Contro la notte.

Nell'Avvertenza al Lettore nella prima parte della silloge il poeta mette ab initio in guardia dal fatto che "il libro, come ogni libro, nasce dal lutto e il suo riscatto è nell'amicizia". La parola è la protagonista del libro, parola viva ma ancor più parola morta. Parola detta, dicibile, non detta e indicibile. Parola che nasce e muore con l'individualità personale di ciascun uomo. La parola è necessariamente destinata alla morte. Ecco il lutto. La sua perdita. Ma non è tutto. C'è una possibilità di salvezza. La parola può farsi oltre. Nella misura in cui "trasforma il silenzio in cosa". Si intravede il ruolo della parola resa sacra e durevole in eterno, la poesia, nella misura in cui emerge il ruolo di chi si fa pastore della parola, il poeta. Ma il poeta deve essere sapiente, oltre che saggio, e avere la virtù dell'amicizia. Solo così riesce a portare  "la parola d'amicizia nel delirio e la restituisce al solco, alla verità del Giorno". Ma il poeta è anche maestro quando "lavora nel sogno linguistico, lavora nella parola franca della finzione, nella parola ... dell'essere, cioè nel molteplice ove lo schiudersi dell'individualità si trasforma nella verità del dolore, verità nuda del libro". E quindi "la verità è una maestranza strappata alla Notte [...], parola altra ... che parla nell'accapo, nel frammento e da sola si assegna al silenzio". Poeta, dunque, come amico e maestro, ma vieppiù amico, in quanto ha la capacità di posarsi "nell'essere, ovvero nel neutro in comune della parola condivisa, nella difficile pronuncia condivisa della parola amore".

Nella prima parte della silloge, A trazione poetica, il poeta afferma perentoriamente che in origine c'è la genitorialità da cui scaturisce l'esistenza. Dell'essenza è negato sapere la negazione. "Niente so di niente". Ergo si sa già tutto. E quel tutto è esistenza. L'essere che si fa fuori per tornare al dentro. Il poeta ha questa consapevolezza, dunque: "Niente so di niente/ niente tranne che esisto!". Non si dà conoscenza se non a priori, in una totalità di essere che è previa. E sub specie totius l'essere genera poesia. "Sono l'origine e la fine simultaneamente,/ fino a trarne poesia... ".

Già nella prima composizione, A trazione poetica, c'è la sensazione di avere a fronte dei versi caratterizzati da una poesia pensante che si nutre di un solido pensiero poetante. Protagonista la parola. Il logos. Il segno. Il nome. E "nominare è dire che il vuoto/ passa dalla parola alla parola", parola svuotata del pieno per donargli suono e segno, la sua corporeità. Come l'esistenza che incarna essenza in esistenza. La vita dell'uomo è coacervo di sensazioni, di ragionamenti, di razionalità e irrazionalità, di bene e male, di bello e di brutto e tutto si realizza nell'alfa e nell'omega spazio-temporale del qui e ora, ma anche di un oltre, che si fanno e sono parola. L'ontologia del logos. L'essere della parola che eterna il pieno nel vuoto dell'assenza futura del corpo, che ha dato segno e suono al verbo rendendolo eterno. La totalità e l'infinito abbracciano il biologico e lo psicologico. Soprattutto lo spirituale che libera. Ma nell'esistere entrano le cose, gli oggetti, gli spazi, i luoghi, con la determinazione che implementa il rammemorare nell'atto creativo-poietico. E danno senso all' "Essere che si confonde nella sua stessa coscienza". E la coscienza ha valenza di incoscienza... Si sogna. Ma il rischio è che "la vista sbatte su un muro difronte/ non su un artificio della mente". La nostra interiorità è come un mare di onde che non sappiamo ben discernere. "Il modo di conoscersi è ascoltarti e perdersi". Per avere in mano la parola soltanto per il nostro breve passaggio terreno. Per scriverne i silenzi, le indecisioni, le sue follie, in cerca di felicità e di senso, che possiamo comprendere solo in virtù della nostra infelicità e dell'insensatezza. E alla fine "se c'è una divinità è nel linguaggio./ Ecco la fine apostatica, ribelle, felice e inenarrabile di una storia infelice". L'ossimoro della "gioiosa tristezza" è il senso della valenza del tempo interno a cui va data la primazia rispetto al tempo esterno "per lasciarsi travolgere nel silenzio profondo" per carpire l'essenza del "bere un caffè nella rilevazione dell'istante" che ci fa cogliere nel fondo senza fondo (fondo della tazzina del caffè a mo’ di metafora) la ciclicità ripetitiva del mistero. O della vanitas vanitatum (Qoèlet)? Soprattutto se "la verità più semplice è che dentro l'essere ci sia l'ombra" (Spettri di Derrida). Ecco il postmoderno. L'elogio della logica dell'illogicità orfica. E il dialogo del poeta si fa serrato in un dialogo fitto che si affida ora ai versi ora a una mirabile prosa poetica in dialogo con una miriade di filosofi, poeti, critici, semiologi, teologi, linguisti, intellettuali tout court, che qui sarebbe impossibile citare per intero, ma che vengono rimandati alla lettura diretta dei testi. Testi che lavorano nella profondità "sul linguaggio e sull'animo umano multiforme" alla ricerca di un sodalizio amichevole sempre più amichevole con tutti gli interlocutori, per quanto in Sull'essenza dell'amicizia il poeta dica: "La forza dello spirito non risponde della nostra anima debole che nella lealtà si dispiega talora in rosa talaltra in ossidiana". Con un ritorno continuo, quasi ossessivo alla parola e sulla parola. "Parola è l'essenziale, il segno". Ma non la parola asseverativa, apodittica. Bensì la parola che entra in dialogo e che in testo e contesto del pensiero poetante implica la domanda piuttosto che la risposta. Non per niente, Marco Ciaurro, che è estremamente convinto di una poesia radicata nella filosofia, e viceversa, ha una volta affermato con netta determinazione che "la scrittura autentica è abitata dalla domanda".

Nella seconda parte della silloge, Contro la notte, si assiste alla presa in carico nell'orizzonte del pensiero poetante del libro, coacervo dei segni-parola che il poeta ha distillato e inciso sulla pagina, che parla nel silenzio e del silenzio e dice a lettere di fuoco la sua "verità artigianale". Libro-spartito che ha gettato e getta le fondamenta di un qualche Umanesimo musicando il "suo pianto segreto" vibrando sul nulla, nota chiave del dolore, la "prima sillaba stampata nell'etere...". Il nulla è analogabile alla notte, al sonno notturno, al dormire, che, per quanto fisiologicamente indispensabile, sembra togliere vita. Ma nel silenzio della notte "una parola vigile ci allerta". Ci induce alla fiducia nel linguaggio, a comunicare e a sentire con l'altro, guardandolo in faccia. Ecco l'Umanesimo. E in questa fattispecie "la poesia è uno stato di veglia particolare, essa è un vegliare incantato sulla paura della notte". E nella poesia c'è la possibilità di affidarsi alla parola e al dire salvifici che affondano pudicamente in una verità importante. Esistenza e morte circuitano viziosamente speranza e lutto (Freud) là dove si dà il pensiero che centralizza la conversazione di quell'ente errante che è l'uomo, tra conscio e inconscio, alla ricerca di sensazioni, fino a comprendere che "abbracciare la caducità è ... poesia", quel linguaggio che, traslitterandosi oltre il tempo, si fa, da umana, visione divina (teoria). E in questo, dice Ciaurro, "c'è un'irritazione lucida, limpida e genuina che nasce rileggendo i romantici "Inni alla notte" di Novalis. Non v'è felicità ultraterrena, sostiene il poeta sulla scia del pensiero antimetafisico, e allora "è necessario scrivere riscrivendo nell'oltre scrittorio". Stare nel margine, nella sottrazione del "gesto scrittorio". E in quel margine cogliere il minimo di analisi dell'uomo tenendosi fuori dal trascendente. Ma non solo il trascendente va eluso. Anche altro. Passato futuro storia geografia linguaggio. Per stare nel tempo "proprio". E qui aprirsi alla mutacità della parola che appartiene né a me né a te e quindi si fa 'essenziale' al di là dell'esistenza. E lo scrivere è appunto "parola essenziale". "La poesia può e allora 'deve significare' nel gesto". A evitare l'indicibilità dell'interiorità solipsistica, la passività della meditazione contemplante che sfocia nel " Nulla, fine di ogni promessa di presente e futura 'escatologia' ". Il pensiero deve prendere atto di ineludibili responsabilità e impegno. Perché è necessario vegliare sulla 'parola', anche se dormire sembrerebbe preferibile. Perché come conclude Ciaurro "la parola [sia essa] religiosa o umoristica, è il sacro che avvicina gli esseri e conduce alla via dell'uomo". Contro la notte è una palinodia della Notte romantica per tornare alla notte della realtà. È qui che l'uomo e in particolare il poeta nella dialettica di essere e nulla, io e altro e anche Altro, si gioca la faccia nella ricerca della propria, anche se non individualistica e non solipsistica, autenticità nel pensare e forgiare poieticamente la parola come Essere che travalica l'ente facendosi segno dell'essenza. Poesia certamente non facile quella di Marco Ciaurro. Poesia al di là degli scontatismi di scuola e tradizione, poesia che va comunque colta nella sua originalità, nella misura in cui si affida ad uno stile e a un significante, che modulano nel significato il senso della volontà di aprirsi in primis al dialogo serrato con una miriade di altre voci, poetiche, filosofiche, teologiche, religiose, etc. per dare luogo a quel gesto che è regesto delle gesta dell'umano vivere registrato poeticamente. Come si evince dalla poesia dedicata a uno dei maggiori poeti del Novecento, Paul Celan, che a mio parere tocca il vertice non solo stilistico, ma di significato dell'intera silloge, poesia con la quale intendo concludere questo mio intervento interlocutorio sulla scrittura di Marco Ciaurro. Interlocutorio perché la complessità del dire di Ciaurro implica che sia necessario riprendere più volte la lettura dei suoi versi e della sua prosa poetica per mettersi in ascolto del sacro, che emana ad ogni ripresa di lettura di questo piccolo ma assai intenso libro, che non posso non consigliare di leggere. Anche perché chi mi conosce sa quanto per me sia importante il legame che deve esserci tra poesia e filosofia e tra filosofia e poesia, in ottemperanza a quel filone di scuola, che privilegia quella poesia dalla quale emerga il filo rosso di un pensiero poetante, o di una poesia pensante che dir si voglia, che in campo letterario ha visto tra gli altri Leopardi e in campo filosofico Heidegger.

 

                                                        

                                                      A Paul Celan

VII

 

Alcuni versi sono ferri
inchiodati nella nostra carne,
sono conficcati nella nostra paura
spirituale, carnale della parola.
Nelle membrane bizantine
della memoria ci parlano…
il Linguaggio è una buccia,
una cucitura.
Talora sdrucita.
Ma il linguaggio è
un omaggio misterioso alla vita,
un tributo allo scarto che conduce
nella vita col pensiero.
Il pensiero è una medicina amara
all’esistenza misera e sovrana
del nostro scabro Aufhebung,
del nostro brullo sublimare,
intontire, incantare.
Alcuni versi sono stigmate
che portano la ferita dentro.

 

 

 

 


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