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Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Omero

di Sophia de Mello Breyner Andresen (Biografia)

Proposta di Roberto Maggiani »

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Pubblicato il 24/08/2022 09:44:52

Quando ero piccola, a volte passava sulla spiaggia un vecchio matto e vagabondo che chiamavano Bzio.
Bzio era come un monumento manuelino: tutto in lui ricordava cose marittime. La sua barba bianca e ondulata era uguale a unonda di schiuma. Le grosse vene blu delle sue gambe erano uguali alle cime di una nave. Il suo corpo pareva un albero maestro e la sua andatura ondeggiava come quella di un marinaio o di una barca. I suoi occhi, come il mare stesso, ora erano azzurri, ora grigi, ora verdi, e a volte li ho visti perfino viola. E portava sempre nella mano destra due conchiglie. Erano di quelle conchiglie bianche e grosse con cerchi brunastri, semitonde e semi-triangolari, che hanno un foro allapice della parte triangolare.
Bzio passava un filo attraverso dei fori, legando cos le due conchiglie luna allaltra, in modo da formare con esse delle nacchere. Ed era con queste nacchere che scandiva il ritmo dei suoi lunghi discorsi cadenzati, solitari e misteriosi come poesie.
Bzio appariva in lontananza. Si vedeva crescere dai confini delle spiagge e delle strade. Allinizio si pensava che fosse un albero o una roccia distante. Ma quando si avvicinava si vedeva che era Bzio. Nella mano sinistra portava un grosso legno che fungeva da bastone ed era il suo sostegno nelle lunghe passeggiate e la sua difesa contro i cani rabbiosi delle ville. A questo bastone era attaccato un sacco di stoffa, dentro il quale teneva i pezzi di pane che gli davano e le monetine. La borsa era di calic rattoppato e cos sbiadita che era quasi diventata bianca.
Bzio arrivava di giorno, circondato di luce e di vento, e due passi davanti a lui veniva il suo cane, che era vecchio, biancastro e sporco, con il pelo folto, riccio e lungo e il muso nero. Veniva da oltre le strade col sole in faccia e le ombre tremolanti delle foglie dei platani nelle mani. Si fermava davanti a una porta e cantava la sua lunga melodia, ritmata dal suono delle sue nacchere di conchiglie. La porta si apriva e appariva una domestica in grembiule bianco, che gli porgeva un pezzo di pane e diceva:
- Vattene, Buzio.
E Bzio, lentamente, toglieva il sacco dal suo bastone, scioglieva le corde, apriva il sacco e riponeva il pane. Poi di nuovo proseguiva. Si fermava sotto una veranda cantando, alto e diritto, mentre il cane annusava dintorno. E dalla veranda qualcuno si chinava in fretta, cos in fretta che il suo viso nemmeno si vedeva, e gli lanciava una monetina e diceva:
- Vattene, Buzio.
E Bzio lentamente cos lentamente che ogni suo gesto si vedeva toglieva il sacco dal bastone, scioglieva i lacci, apriva il sacco, riponeva la monetina, e di nuovo lo chiudeva, lo legava e lo appendeva. E proseguiva con il suo cane.
Cerano molti poveri nel paese che apparivano il sabato in greggi brunastri e tragici, e che chiedevano lelemosina alle porte e facevano pena. Erano ciechi, zoppi, sordi e matti, erano tisici che sputavano sangue sui loro cenci, erano mamme magre di bambini quasi verdi, erano vecchie incurvate e piangenti con le gambe incredibilmente gonfie, erano ragazzini che mostravano piaghe, braccia storte, mani tagliate, lacrime e disgrazia. E sopra il gregge aleggiava un mormorio inquieto di gemiti, denunce, preghiere e lamenti. Ma Bzio appariva solo, non si sapeva in che giorno della settimana, era alto e dritto, ricordava il mare e i pini, non aveva nessuna ferita e non faceva pena. Avere pena di lui sarebbe come avere pena di un platano o di un fiume, o del vento. In lui sembrava abolita la barriera che separa luomo dalla natura.
Bzio non possedeva niente, come un albero non possiede niente. Viveva con la terra che era lui stesso. La terra era sua madre e sua moglie, sua casa e sua compagnia, suo letto, suo alimento, suo destino e sua vita. I suoi piedi nudi sembravano ascoltare il suolo che calpestavano.
Ed cos che lho visto apparire quella sera in cui giocavo da sola in giardino. La nostra casa stava sulla spiaggia. La parte davanti, rivolta verso il mare, aveva un giardino di sabbia. Nella parte dietro, rivolta a est, cera un piccolo giardino agreste e non curato, con il terreno ricoperto di piccole pietre sparse, che rotolavano sotto i passi, un pozzo, due alberi e qualche cespuglio arruffato dal vento e bruciato dal sole.
Bzio, che arriv dal lato di dietro, apr il cancello di legno, che rimase a oscillare, e attravers il giardino, passando senza vedermi. Si ferm davanti alla porta di servizio e al suono delle sue nacchere di conchiglie si mise a cantare. Quindi aspett un po di tempo. Poi la porta si apr e dal suo angolo buio apparve un grembiule.
Visto da fuori, linterno della casa sembrava misterioso, scuro e luminoso. E la domestica porse del pane e disse:
- Vattene, Buzio.
Poi chiuse la porta. E Bzio, senza fretta, lentamente, come disegnando nella luce ogni suo gesto, tir le corde, apr il sacco, torn a legare il sacco, lappese al bastone e prosegu col suo cane. Poi fece il giro della casa, per uscire di fronte, dalla parte del mare.
Cos decisi di seguirlo. Attravers il giardino di sabbia ricoperto di salici piangenti e gigli di mare e cammin tra le dune. Quando raggiunse il punto in cui inizia la curva della baia, si ferm. L era un luogo gi selvaggio e deserto, lontano da case e strade.
Io, che lavevo seguito da lontano, mi avvicinai nascosta nelle ondulazioni della duna e mi inginocchiai dietro un monticello tra le erbe alte, trasparenti e secche. Non volevo che Bzio mi vedesse, perch volevo vederlo senza di me, da solo.
Era poco prima del tramonto e ogni tanto passava una brezza leggera. Dallalto della duna si vedeva la sera tutta come un enorme fiore trasparente, aperto e esteso fino ai confini dellorizzonte. La luce ritagliava a una a una tutte le incavature della sabbia. Lodore nudo della salsedine, profumo pulito del mare senza putrefazione e senza cadaveri, penetrava ogni cosa. E per tutta la lunghezza della spiaggia, da nord a sud, a perdita docchio, la bassa marea mostrava le sue rocce scure ricoperte di buccine e alghe verdi che ritagliavano le acque. E dietro di esse, si infrangevano incessantemente, bianche e arrotolate e srotolate, tre file di onde che, continuamente disfatte, continuamente si ri-innalzavano.
Dallalto della duna Bzio stava con la sera. Il sole si posava sulle sue mani, il sole si posava sul suo viso e sulle sue spalle. Rimase in silenzio per un po, poi lentamente cominci a parlare. Capii che parlava con il mare, poich lo guardava di fronte e gli tendeva le mani aperte, con i palmi a conchiglia rivolti verso lalto. Era un lungo discorso chiaro, irrazionale e nebuloso che sembrava, con la luce, ritagliare e disegnare tutte le cose. Non posso ripetere le sue parole: non le ho memorizzate e questo successo molti anni fa. E inoltre non compresi bene quello che disse. E alcune parole non le ho nemmeno udite, perch il vento veloce gliele strappava di bocca. Ma ricordo che erano parole modulate come un canto, parole quasi visibili che occupavano gli spazi dellaria con la loro forma, la loro densit e il loro peso. Parole che chiamavano le cose, che erano il nome delle cose. Parole brillanti come le squame di un pesce, parole grandi e deserte come spiagge. E le sue parole riunivano i resti dispersi della gioia della terra. Egli li invocava, li mostrava, li nominava: vento, freschezza delle acque, oro del sole, silenzio e splendore delle stelle.


Sophia de Mello Breyner Andresen, Homero, in Contos Exemplares, Assrio e Alvim.
Traduzione dal portoghese di Roberto Maggiani.

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