[ Nella fotografia, a sinistra Paolo Messina, a destra Marco Scalabrino ]
Paolo Messina
Il Rinnovamento & Rosa Fresca Aulentissima
Avia vintanni quannu mi nnamurai da puisia. Fici a guerra vulannu pi sti mari mari e avennu liggiutu (n tidiscu) u Faust di Goethe e i Reisebilder di Heine, picch mi mprist Heinz, un amicu pilota da Luftwaffe. curiusu, per, c primu antifascista ca ncuntrai fu un picciottu tidiscu e mi dicia: Ohne Freiheit, keine Dichtkunst: senza libirt, nenti puisia. Abbasta, comu marricampai (dicmmiru 1943) cca ceranu lAmiricani e la libert. E fami. A genti, pi manciari, si vinnia tavuli e trispita, fiuramuni i libra: vecchi, sfardati, ammunziddati n terra: e iu piscava dda menzu. Accuss mi capit n manu pi cumminazioni Mallarm (n francisi sta vota), e chi fu: tuttu nsemi iu mi fici scenti di dda frasi di Heinz: da libert dessiri pueti, artisti, patruna di sdirrupari un munnu cun ni piaci e nvintarinni unu a nostru piaciri. Mi mancava per a lingua. U talianu era scumunicatu, grviu o ritoricu, sunava fausu. Anzina a quannu un mi ficiru a canusciri (autunnu, nvernu du 44) na maniata di pueti ca ricitavanu versi n sicilianu ni lAula Gialla du Pulitiama di Palermu. Accuss fu ca ntisi, ma comu si fussi a prima vota, sta lingua siciliana. Pricisa, nova, pi mia, comu savissi nasciutu ora ora. Cos Paolo Messina in Puisia Siciliana e Critica del 1988.
A Palermo, prima che terminasse il 1943, Federico De Maria venne a trovarsi a capo di un nucleo di giovani poeti dialettali: Ugo Ammannato, Miano Conti, Paolo Messina, Nino Orsini, Pietro Tamburello, Gianni Varvaro, e nellOttobre 1944 venne fondata la Societ degli Scrittori e Artisti di Sicilia, che ebbe sede nellAula Gialla del Politeama e in primavera, allaperto, nei giardini della Palazzina Cinese alla Favorita.
Tra la fine del 43 e linizio del 44 scrive ancora Paolo Messina nel saggio la nuova scuola poetica siciliana, del 1985 la guerra continuava, e doveva continuare ancora per un anno. Risaliva la penisola, e in Sicilia per primi avevamo respirato, lacre pungente ciauru della libert, mentre il quadro prospettico del mondo gi mutava radicalmente. Da qui lesigenza di rifondare non solo la societ civile, ma anche il linguaggio. Nel 1946, alla scomparsa di Alessio Di Giovanni, quel primo nucleo di poeti che comprendeva le voci pi impegnate dellIsola prese il nome del Maestro e si denomin appunto Gruppo Alessio Di Giovanni. Occorre per dire che non ci fu un manifesto, n lausilio di un apparato critico, n un riscontro adeguato sulla stampa. Ed enuncia i tre capisaldi programmatici del Gruppo Alessio Di Giovanni:
1. Lelaborazione e ladozione di una koin siciliana;
2. La libert metrica e sintattica a vantaggio della forza espressiva ma in una rigorosa compagine concettuale e musicale (di valori fonici, timbrici e ritmici);
3. Lunit di pensiero, linguaggio e realt (che doveva o avrebbe dovuto garantirci una visione prospettica siciliana della vita e dellarte).
In un articolo su La Sicilia di Catania, datato 3 Aprile 1986, tuttavia specifica: Aldo Grienti, ancora ventenne, non esit a pubblicare sui fogli letterari catanesi Torcia a ventu e La Sorgiva (1946-1947) i primissimi esiti artistici che avrebbero rivoluzionato il modo di poetare in Sicilia. E non inganni la modestia tipografica di quelle pubblicazioni, poich dalle loro pagine provinciali i testi pi significativi dovevano confluire, nel volgere di pochi anni, sulla pi qualificata rivista romana Il Belli, diretta da Mario DellArco e curata da Pier Paolo Pasolini.
Sul versante ionico, nella Catania del 44, il gruppo di cui Salvatore Camilleri era lanimatore: Mario Biondi (nella cui sala da toeletta di via Prefettura si tenevano gli incontri diurni, mentre di sera li attendeva il salotto di Pietro Guido Cesareo, in via Vittorio Emanuele 305), Enzo DAgata, Mario Gori ed altri gi appartenenti allUnione Amici del Dialetto, si ribattezz (dietro suggerimento di Mario Biondi) Trinacrismo, movimento i cui principi vennero illustrati in un articolo di Salvatore Camilleri apparso su Il Manifesto di Bari nel Febbraio 1946.
Il dialetto dichiara Paolo Messina su la nuova scuola poetica siciliana era per noi un modo concreto di rompere con la tradizione letteraria nazionale, per accorciare le distanze dalla verit. Naturalmente, eravamo consapevoli dei rischi dellopzione dialettale, che se da un lato ci portava alla suggestione della pronunzia, dallaltro restringeva alla Sicilia il cerchio della diffusione e della attenzione critica. Ma in compenso ponevamo laccento sullispirazione popolare del nostro fare poesia, che doveva farci cantare con il popolo che per noi era quello siciliano, come siciliano era il nostro punto di vista sulla nuova societ letteraria nazionale. Ed ecco la nozione dellimpegno (che non ammette preciser in altra occasione alcuna dipendenza politica, ma punta direttamente sulluomo e sulla lotta delluomo per uscire da una condizione disumana), impegno inteso allora come partecipazione, anche coi nostri atti di poesia, alla costruzione di una societ libera e giusta, cosciente ormai di potere progredire solo nella pace e nella concordia fra i popoli. Il dialetto riprende sul pezzo in memoria di Aldo Grienti, pubblicato nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero zero di quello che fu leffimero ritorno ad opera di Salvatore Di Marco del po t cuntu non era pi portatore di una cultura subalterna, ma si era innalzato alla ricerca di contenuti (e quindi di forme) su pi vasti orizzonti di pensiero. Sicch la poesia siciliana toccava il punto di non ritorno, aboliva ogni pregiudiziale etnografica, pur restando (linguisticamente) siciliana.
I maestri preferimmo andarceli a cercare altrove e ricordo che si parlava molto della poesia francese, da Baudelaire a Valry, e delle avanguardie europee. Circolava di mano in mano un vecchissimo volumetto delle Fleurs du mal, che credo fosse di Pietro Tamburello, il pi informato allora, fra noi, sulla poesia straniera. Un poeta, noi pensiamo aveva detto tra laltro in museo etnografico (un pezzo del 31 Maggio 1954 non firmato ma, sostiene Salvatore Camilleri, sicuramente di) Pietro Tamburello comunica coi mezzi che egli crede esteticamente pi idonei alla liberazione del canto. Noi vagheggiamo un ideale museo ove riporre definitivamente i tardi epigoni del Meli e dello Scimonelli, i rapsodi dun inverosimile mondo pastorale, i beati menestrelli di una Sicilia convenzionale e manierata e tante brave persone che professano critica letteraria e non sanno distinguere fra la melensa faciloneria dei loro compagni di museo e la consapevolezza di chi affida al linguaggio del focolare i propri sentimenti, il suo pensiero e le sue fantasie, solo per una esigenza spirituale che si pu discutere ma non ignorare. In questo museo delle idee sbagliate non pu mancare quella di chi considera il poeta siciliano un complemento del folklore locale, quasi una curiosit paesana da offrire ai visitatori insieme al carrettino, alla brocchetta e al paladino di Francia impennacchiato.
Io soppesa Salvatore Camilleri intendevo rinnovare la poesia dallinterno, per evoluzione spontanea del siciliano, attraverso le fasi ineluttabili del processo di sviluppo linguistico; Paolo Messina pensava di dare subito un taglio netto al passato, e lo diede. Il motivo dei nostri diversi atteggiamenti sta nel fatto che io avevo prima letto Croce e poi i simbolisti, Paolo aveva letto prima i simbolisti, poi Croce. A nostra puisia attesta Paolo Messina in Puisia Siciliana e Critica canci strata picch si liv u tistali di tradizioni pupulari.
Nel 1957 Aldo Grienti e Carmelo Molino furono i curatori della Antologia POETI SICILIANI DOGGI, Reina Editore in Catania. Con introduzione e note critiche di Antonio Corsaro, essa raccoglie, in meticoloso ordine alfabetico, una esigua quanto significativa selezione dei testi di 17 autori: Ugo Ammannato, Saro Bottino, Ignazio Buttitta, Miano Conti, Antonino Cremona, Salvatore Di Marco, Salvatore Di Pietro, Girolamo Ferlito, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Stefania Montalbano, Nino Orsini, Ildebrando Platamia, Pietro Tamburello, Francesco Vaccaielli e Gianni Varvaro. Ma gi prima, nel 1955, con la prefazione di Giovanni Vaccarella, aveva visto la luce a Palermo lAntologia POESIA DIALETTALE DI SICILIA. Protagonisti il Gruppo Alessio Di Giovanni: U. Ammannato, I. Buttitta, M. Conti, Salvatore Equizzi, A. Grienti, P. Messina, C. Molino, N. Orsini e P. Tamburello. Le due sillogi, che ebbero al tempo eco nazionale (il poeta e critico romagnolo Giuseppe Valentini sulla rivista Il Belli fascicolo n2, Luglio 1955 rilev: Il dialetto siciliano fa pensare, delicato e ricco com, al frusciar di una mano giovane su di un arcaico velluto e una recensione a cura di Paolo Messina apparve in data 21 Maggio 1955 su Il Contemporaneo di Roma), sono state antesignane del Rinnovamento della poesia dialettale siciliana.
Oggi la poesia dialettale scrive tra laltro Giovanni Vaccarella nella prefazione a POESIA DIALETTALE DI SICILIA poesia di cose e non di parole, poesia universale e non regionalistica, poesia di consistenza e non di evanescenza. Lontana dal canto spiegato e dalla rimeria patetica, guadagna in scavazione interiore quel che perde in effusione. Le parole mancano di esteriore dolcezza e non sono ricercate n preziose: niente miele e tutta pietra. Il lettore di questa poesia pregato di credere che nei veri poeti loscurit non speculazione, ma risultato di un processo di pene espressive, che porta con s il segreto peso dello sforzo contro il facile, contro lovvio. Perch la poesia non fatta soltanto di spontaneit e di immediatezza, ma di disciplina. La pi autentica poesia dei nostri giorni scritta in una lingua che parte dallo stato primordiale del dialetto per scrostarsi degli orpelli e della patina che i secoli hanno accomunato, per sletteralizzarsi e assumere quella condizione di nudit, che la sigla dei grandi.
I dialettali osserva Antonio Corsaro, in prefazione a POETI SICILIANI DOGGI non sono mai stati estranei alle vicende della cultura nazionale, anche se, disuguale il loro piano di risonanza. Nellambito di una lingua, per dire, ufficiale, che assorbe e trasmette tutte le vibrazioni di unepoca, il dialetto si presenta come una fuga regionale. Ma in un periodo come il nostro che nella poesia ha versato gli stati danimo, lessenza umbratile e segreta dello spirito attraverso un linguaggio puro da ogni intenzione oratoria, i poeti dialettali si trovano nella identica situazione dei loro compagni in lingua, senza che neppure la difficolt del mezzo espressivo costituisca ormai una ragione valida di isolamento. Tanto pi che i nostri lirici in dialetto sono gi arrivati a un tal segno di purezza e a una tale esperienza tecnica da non avere nulla da perdere nel confronto con i lirici in lingua. Anzi, in un certo senso, i dialettali ne vengono avvantaggiati per luso che possono fare di una lingua meno logora, attingendola alle sorgenti che lusura letteraria suole meglio rispettare.
Nel 1959, nel saggio titolato alla ricerca del linguaggio, Salvatore Camilleri considera: Si cerca di restituire alla parola una sua originaria verginit fatta di senso e di suono, di colore e di disegno, ricca di polivalenze. una continua ricerca di esperienze formali, in cui lanalogia gioca la parte principale nel creare situazioni liriche e contatti tra evidenze lontanissime. Qualcosa si fatto veramente poesia, poesia siciliana, cio sentita ed espressa sicilianamente, con immagini siciliane oltre che con parole. Il fatto strano, fuori dalla logica progressione delle cose, che la rivolta nata di colpo, sulle esperienze altrui (italiana, francese etc.) e non sullesperienza siciliana. E puntualizza: La parola, nel contesto poetico, liberata dalle sue incrostazioni, ha perduto parte del suo significato semantico, acquistandone uno meno deciso, legato alla sua posizione, logica e fonica: quello analogico, limmagine si liberata dalloggetto, risolvendosi nel simbolo, senza per mai sganciare la realt dallordine oggettivo, laggettivazione ha subito una stretta e diviene ricerca e approfondimento del lessico, [si tende] a umanizzare gli oggetti, dando ad essi le emozioni degli uomini, a trasfigurare la realt e trascenderla sempre.
Poeti Siciliani Doggi fu il libro asserisce in seguito Camilleri, in prefazione a Poeti Siciliani Contemporanei del 1979 che mise definitivamente una pietra sul passato. Le idee si erano fatta strada, avevano raggiunto i poeti in ogni angolo della Sicilia, anche i pi solitari, i meno propensi a mutar pelle, e li avevano costretti a ragionare; e cos, nellansia polemica del rinnovamento, alleccessivo sperimentalismo formale e al gusto funambolico dei pi avanzati segu labbandono dellottava e del sonetto, divenuti solo strumenti propedeutici; a un pi deciso lavoro sulla parola e sulla metrica segu, da parte anche dei pi retrivi, il rifiuto dei moduli tradizionali. Da questo travaglio, dai pi avanzati che volevano romperla totalmente con il passato, ai moderati che volevano innestare le nuove idee nellalbero della tradizione, nacque la poesia siciliana moderna, anche grazie alla conoscenza che i pi ebbero del simbolismo francese e dellermetismo italiano.
Paolo Messina vi presente con quattro componimenti: ASPETTU DESSIRI IU, RISPIRU DUN CIURI, RBULU, PRIMU DI MAIU. Antonio Corsaro cos si pronuncia: Paolo Messina risolve i problemi di natura pi strettamente sociale scaturirti dalla situazione postbellica e le rivendicazioni di un ambiente mal retribuito in una lirica sofferenza, piena di umana verit. Lesercizio della critica aiuta anche lui a liberare il verso da ogni retorica e conferirgli quellequilibrio che prova di onest estetica. [Egli] fiuta in questa sua terra tutta siciliana la parola schietta, ama innesti imprevedibili, al fatto quotidiano o al costume sovrappone una cultura di buona lega. Ma nella visione, in certa magia di rapporti che la sua sensibilit si conquista il posto migliore.
Il rinnovamento della poesia dialettale siciliana, la stagione tra il 1945 (Abbiamo la data dellinizio del movimento rinnovatore ce la segnala Paolo Messina nel citato pezzo in ricordo di Aldo Grienti quella del Primo raduno di poesia siciliana svoltosi a Catania il 27 Ottobre 1945 e il nome del linnovatore che asserisce nel numero di Gennaio-Febbraio 1989 di Arte e Folklore di Sicilia di Catania Salvatore Camilleri fu Paolo Messina) e la met circa degli anni Cinquanta, stagione allora segnata dal movimento di giovani poeti dialettali palermitani e catanesi fu rinnovamento fondato sui testi e non sugli oziosi proclami, sugli esiti artistici individuali e non su qualche manifesto.
La Storia, assodato, non fatta coi se e coi ma. Ma se alcuni anni dopo, su quelle ceneri evidentemente non ancora del tutto spente, fosse stato portato a compimento, come del resto per qualche tempo nel 1968 fu nellaria, il progetto di una nuova Rivista di cui Paolo Messina era stato incaricato di assumere la direzione, chiss Riportiamo, di seguito, larghi estratti delleditoriale (inedito) del primo numero di KOIN della nuova poesia siciliana, rivista che avrebbe dovuto promuovere studi intorno alla storia e alla critica della poesia siciliana, il cui debutto avrebbe dovuto registrarsi a Palermo, nei mesi di Maggio-Giugno 1969. Appunta Paolo Messina: Intorno agli anni Cinquanta, a cura di un gruppo di poeti dialettali siciliani (il Gruppo Alessio Di Giovanni), usciva un opuscolo fuori commercio contenente alcune liriche aggiornatissime che avrebbero dovuto siglare, nelle intenzioni almeno del prefatore, una svolta in senso letterario di quelle attitudini metriche e velleit federiciane. E poich alcuni di noi fummo del gruppo che, occorre dirlo, non si configur in chiave di omogeneit n di agguerrita faziosit intellettuale, tornando a un simile approdo con il carico di personali e complesse esperienze culturali, traumatizzati dallarida melopea della societ dei consumi, pur affidando quellepisodio ai flutti obliosi dellemerografia locale, non possiamo pi oggi prescindere da un impegno nel presente storico, il che introduce inevitabilmente rischi, azzardi e responsabilit, ma postula innanzitutto laperta condanna di ogni ipocrisia intellettuale e ladozione del poetare come espressione di un pi alto grado di libert. Pu a tutta prima sembrare una richiesta eccessiva per una poesia che la tradizione critica e letteraria continua a definire dialettale nel senso di un suo peculiare carattere di minorit, ma la questione va oggi posta in termini di scelta motivata: o dal bisogno quasi fisiologico di un canto purchessia (e ci sarebbe un ricadere nel cono dombra della tradizione folklorica), oppure dallesigenza di uscire dal soffocante amplesso dello sperimentalismo postosi ormai come unico elemento strutturale della poesia. Esiste unampia copertura di legittimit critica e di formali adesioni letterarie in favore della seconda motivazione: il dialetto come alternativa semantica alla caduta di potenziale espressivo della lingua e della letteratura ufficiali. Lurgenza espressiva del dialetto puro (come negli idiomi dei popoli giovani) tende a capovolgere i rapporti con la lingua illustre e ci appare oggi su posizioni pi autenticamente rivoluzionarie rispetto ai logori, stereotipati moduli dellufficialit letteraria. Ancora meglio se questa urgenza possiamo verificarla nel dialetto siciliano, erede di quel volgare che Dante non reput degno dellonore di preferenza perch non si proferisce senza una certa strascicatezza e che tuttavia prest la sua compatta orditura allesercizio stilistico di Jacopo da Lentini, la sua potenza evocatrice allapprodo veristico del Verga, la sua costante di umanit alla cultura mitteleuropea del Pirandello. Una koin che implichi poeti e poetiche in un discorso o azione comune che, proprio nellhumus di secolari stratificazioni culturali, per la profonda analogia dei fulcri semantici nel mondo contemporaneo, si spoglia di ogni pregiudizio esoterico e riacquista il volto dimenticato delluomo.
Di certo non vi sar sfuggito che, pi volte, abbiamo fatto il nome di Alessio Di Giovanni. dobbligo quindi chiederci, a questo punto: chi era Alessio Di Giovanni?
Alessio Di Giovanni nasce a Cianciana (AG) l11 Ottobre nel 1872. Terminate le scuole elementari, nel 1884 segue la propria famiglia a Palermo, dove avviato alla carriera ecclesiastica. Dopo circa otto anni dolorosi trascorsi alla Cappella Palatina non sentendosi affatto vocato al ministero sacerdotale, abbandona e si dedica al giornalismo. Precipitate le sorti della famiglia il padre, Gaetano (che fu studioso di storia locale e del folklore nonch collaboratore di Giuseppe Pitr), si trasferisce a Noto per intraprendere la professione di notaio; Alessio Di Giovanni continua gli studi. A Noto sposa nel 1895 Caterina Leonardi, comincia a scrivere, a entrare in contatti con riviste, autori ed editori. Dallautunno del 1903 e fino al Settembre 1904, Alessio Di Giovanni gi apprezzato in quellambiente culturale perch il settimanale peloritano il marchesino diretto da Alessio Valore ha pubblicato parecchi suoi lavori abita a Messina, dove andato in cerca di un tozzo di pane e insegna Italiano. In proposito, dalla Corrispondenza Silvio Cucinotta Alessio Di Giovanni, apprendiamo che solamente in data 31 Dicembre 1903 Alessio Di Giovanni ottiene labilitazione definitiva allinsegnamento della lingua italiana nelle Scuole Tecniche, con assegnazione alla Scin di Palermo. Dal 1904 e fino alla morte Alessio Di Giovanni abita, in vari alloggi ed indirizzi, a Palermo, tranne che per le guerre, per le malattie e, naturalmente, per le vacanze estive: Non vedo lora che fuggano questi due mesi di scuola annota Alessio Di Giovanni nella Corrispondenza perch io possa volare di nuovo in Valplatani. Il nome Valplatani venne creato da Alessio Di Giovanni per indicare con un unico termine quella grandiosa distesa di latifondi che, attraversata in parte dal fiume Platani, muove dal Monte delle Rose da un lato e dallaltro dai picchi di Caltabellotta e va a finire al mare di Sciacca.
A Palermo pubblica le sue opere e nascono i suoi figli (Caterina Leonardi e Alessio Di Giovanni ebbero sette figli, malgrado il proposito di lui di mettere punto dopo il quarto). Non bastassero guerra e malattie ci si mettono anche Il vaiolo [che] allordine del giorno e una terribile epidemia, rispettivamente da lui registrate l8 Dicembre 1911 e il 28 Novembre 1918. Questultima fu la devastante pandemia del 1918-19, nota col nome di febbre spagnola, che provoc nel mondo 15 milioni di decessi.
Esordisce nel 1896 con la silloge Maju sicilianu, cui seguono, tra i lavori pi importanti, Lu fattu di Bbissana e Fatuzzi razziusi, nel 1900 e quindi A lu passu di Giurgenti, 1902, Cristu, 1905, Lu puvireddu amurusu, 1907, Il poema di padre Luca, 1935, Voci del feudo, 1938. Scrive anche opere di teatro dialettale siciliano, tra le quali, Scunciuru, 1908, Gabrieli lu carusu, 1910, e di narrativa dialettale: La morti di lu Patriarca, 1920; La racina di Sant'Antoni, 1939 e, postumo, Lu saracinu.
Assai noto in vita sia in Italia che allestero, collaboratore di numerose riviste e, per inciso, il primo ad avere scritto un romanzo in dialetto siciliano, da ritenere uno dei maggiori poeti siciliani, Alessio Di Giovanni mor a Palermo il 6 dicembre 1946.
Aldo Grienti, che una domenica di Gennaio del 1945 and a far visita al venerabile Maestro e ne pubblic sul periodico catanese Torcia a vento il resoconto, cos lo descrive: Di statura piuttosto bassa, indossava una giacca scura e un berretto chiaro. Sembrava un vecchio turista dalla barbetta bianca che dolcemente si confondeva con il roseo delicato della sua carnagione, gli occhi profondi assenti ma non spenti.
Alla sua scomparsa, per ricollegarci al passo di apertura fornitoci da Paolo Messina, quel primo nucleo di poeti che comprendeva le voci pi impegnate dellIsola prese il nome del Maestro e si denomin Gruppo Alessio Di Giovanni. Occorre per dire che non ci fu un manifesto, n lausilio di un apparato critico, n un riscontro adeguato sulla stampa.
C un solo modo di scrivere il siciliano appunta Paolo Messina ed quello che stiamo sperimentando qui, dopo la lezione di Alessio Di Giovanni, di scrupolo filologico: una scrittura improntata alletimo e alla consuetudine letteraria, e indic nel romanzo dialettale Alessio Di Giovanni La racina di SantAntoni, del 1939, il modello linguistico da adottare. La racina di SantAntoni, opera con la quale Alessio Di Giovanni, dopo la svolta del 1905 in cui come egli am testualmente dire passa dal vernacolo al diletto, supera definitivamente la fase fonografista; fase che pure Di Giovanni pratic soltanto per una breve stagione giovanile e alla quale mai pi fece ritorno.
Il Gruppo si denomin dunque Alessio Di Giovanni, ma non tratt, come lui, delle voci del feudo n dei derelitti di solfara, non profess alcun francescanesimo o sentimento religioso, non si rifece al Verismo ormai posto in archivio, n si riconobbe nel Felibrismo (il movimento promosso da Federico Mistral teso ad impedire lestinzione del provenzale e delle parlate occitane e far sorgere una nuova letteratura, ispirata alla poesia popolare e alla lirica trovadorica) del quale Di Giovanni fu su designazione dello stesso Mistral ambasciatore in Sicilia. La guerra, con tutto il suo funesto bagaglio di rovine, aveva stravolto la realt e, con essa, la letteratura siciliana e la poesia dialettale. Ecco allora lesigenza di porsi in maniera nuova al cospetto di essa e la nascita, nel 1945, su queste basilari premesse, del movimento di rinnovamento della poesia dialettale siciliana, specie come abbiamo visto a Palermo e a Catania.
Composto, osserva Salvatore Di Marco, da poeti di generazioni differenziate, ma tutti animati tutti dal proposito comune di svecchiare, nel linguaggio, nello stile, nei contenuti, la poesia dialettale siciliana, il Gruppo non fu un corpo unico, una orchestra che ha eseguito un identico spartito, una scuola poetica (Giorgio Santangelo parl di nuova scuola poetica siciliana con riferimento alla generazione del 90: Saru Platania, Alessio Di Giovanni, Francesco Trassari, Alessio Valore, Nino Pappalardo e qualche altro) e le esecuzioni furono, piuttosto che concerti, degli assolo, dei recital di singoli virtuosi. La circostanza peraltro testimoniata dagli stessi protagonisti. Pietro Tamburello: sappiamo tutti dove andare, ma non siamo concordi sulla via da seguire, e Paolo Messina, che pure attribuisce al Gruppo Alessio Di Giovanni ladozione di un indirizzo generalizzato sul problema dellunit linguistica siciliana, considera che il Gruppo non si configur in chiave di omogeneit, lunivocit di intenti fu pronunciata con voci diverse. Di Alessio Di Giovanni prosegue avevamo adottato il rigore formale della scrittura e per quanto riguarda le poetiche scegliemmo londa della poesia europea pi avanzata, specie quella francese, con una certa propensione per il surrealismo, la poesia pura e il verso libero.
Il Gruppo allora incarna, nella formulazione allepoca attualizzata, quel poeta nuovo che Alessio Di Giovanni agogna nel suo saggio Saru Platania e la Poesia dialettale in Sicilia del 1896. Ed questo pertanto, in sintesi, il filo che annoda Alessio Di Giovanni e gli esponenti della stagione dellultimo dopoguerra appellata rinnovamento della poesia dialettale siciliana.
Nellarticolo titolato LA CIVILTA DEI CAFFE, proposto nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero ZERO del nuovo Po t cuntu, Salvatore Di Marco registra: Negli anni Cinquanta cera a Palermo, in via Roma quasi allaltezza dellincrocio con il Corso Vittorio Emanuele, uno dei caff Caflish. Al piano superiore, una saletta con sedie e tavolini. Ebbene, in quel luogo e per anni sicuramente dal 1954 al 1958 nella mattinata di tutte le domeniche si riunivano i poeti del Gruppo Alessio Di Giovanni. Frequentatori erano, oltre a chi scrive, Ugo Ammannato, Pietro Tamburello, Miano Conti, Gianni Varvaro e altri. Vi arrivavano spesso Ignazio Buttitta da Bagheria, Elvezio Petix da Casteldaccia, Antonino Cremona da Agrigento, e da Catania Carmelo Molino e Salvatore Di Pietro: insomma, i personaggi pi significativi allora della nuova poesia siciliana. In quegli incontri si leggevano poesie, si parlava del dialetto siciliano, si discuteva di letteratura e di politica.
Lultima manifestazione pubblica del Gruppo asserisce Di Marco si svolse presso il Circolo di Cultura di Palermo, diretto da Lucio Lombardo Radice, che promosse un incontro sulle correnti contemporanee della poesia siciliana; correva lanno 1958.
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Rosa Fresca Aulentissima, Poesie Siciliane, volume impresso a Palermo in 300 copie, del 1985:
ventidue testi;
in scrupoloso ordine cronologico, tra il 1945 e il 1955;
senza versione in Italiano, n note n glossario;
nel complesso poco pi di duecento versi;
con accenti tonici per favorirne la lettura.
A LA SICILIA. 1945. un sonetto.
Paolo Messina avr per tutta la vita lunga frequentazione e dimestichezza con il sonetto. Nel suo saggio lessere della poesia del 1990 egli annota: la mia idea del sonetto come limite infinito della poesia, non solo in quanto metafora del poetare, bens e pi propriamente come struttura essenziale di ogni atto di poesia. Idea fondata sulla diretta esperienza, da una parte, e sulla riflessione estetica dallaltra, talch poi comporre un sonetto e intravederne la possibile perfezione poietica (il suo poter essere bello e razionale) diventano un atto solo. Obiezione corrente alla moderna, attuale praticabilit del sonetto quella relativa alla forte restriction mtrique chesso comporta: restrizione che impedirebbe un libero o pi agevole approccio alla poesia. invece proprio la rigorosa determinazione formale, una porta stretta, anzi chiusa, ci che tenta (o dovrebbe tentare) ogni spirito avventuroso, il quale dovr inventarsene la chiave, trovarla nella sua audacia intellettuale e nella sua forza danimo, poich, non appena avr spalancato questa porta, egli sar colto dalle vertigini, trovandosi improvvisamente a sporgersi sugli infiniti paesaggi dellessere della poesia, quando scende a sostanziare le cose, ci che ne conferma il fondamento ontologico. Sicch il limite (la limitazione formale), luomo e il mondo (cio la concezione che luomo ha di s e del suo mondo) si aprono agli interminabili spazi della libert creativa. Non c daltronde assetto poetico pi calcolato che nel sonetto, bello e razionale nella sua struttura inalterabile, eppure aperta a tante audacie interne, equilibrio di techne e di poiesis: un insieme di proposizioni che asseriscono delle implicazioni (tra figure, simboli, metafore) che contengono delle variabili (accenti, rime, assonanze in funzione semantica): definizione che ricalca quella proposta da Bertrand Russell per la matematica. Rinunziare per una presunta emancipazione metrica al sonetto comporta quindi una immediata perdita di intensit e di afflato nei rapporti con lo spirito, che, come avvertiva senza perifrasi Hrderlin, retto da leggi metriche. Lesordio della antologia condensa liricamente le coordinate storiche riporta Orio Poerio dellesperienza che fu alla base della sua formazione: lamore per la Sicilia (dogni senziu / trama amurusa), lappartenenza ad essa (ddocu affunnu / li rdichi), la nascita a nuova vita (nsciu arreri) attraverso la vuci del dialetto (dogni lingua ciuri) e il conseguimento della chiave che apre il mondo: la Poesia.
SPIRANZA. Un speranza fanciulla, libera e spensierata che corre, gioca, canta; e coglie e deposita ai piedi del poeta vrazza chini / di rosi majulini. Ritroviamo in questo secondo sonetto la puntuale applicazione dei precetti sopra enunciati, ma piuttosto che soffermarci su essi, preferiamo registrarne i toni di novit che albergano nel raddoppiamento delle parole omogenee.
Il raddoppiamento scrive Luigi Sorrento in nuove note di sintassi siciliana o la ripetizione di un avverbio (ora ora, rantu rantu) o di un aggettivo (nudu nudu, sulu sulu) comporta di fatto due tipi di superlativo: ora ora pi forte di ora e significa nel momento, nellistante in cui si parla, nudu nudu tutto nudo, assolutamente nudo. I casi di ripetizione di sostantivo (casi casi, strati strati nella nostra ipotesi: celu celu, spini spini) e di verbo (cui veni veni, unni vaju vaju) sono speciali del Siciliano. Strati strati indica unidea generale destensione nello spazio, unidea di movimento in un luogo indeterminato, non precisato, tanto che non pu questa espressione essere seguita da una specificazione, come strati strati di Palermo. Lidea di estensione viene espressa dalla ripetizione del sostantivo, cos originando un caso particolare di complemento di luogo mediante il raddoppiamento di una parola. La ripetizione del verbo si ha con la pura e semplice forma del pronome relativo seguita dal verbo raddoppiato. Cui veni veni intende chiunque venga, tutti quelli che vengono: il raddoppiamento del verbo, quindi, rafforza unidea nel senso che la estende dal meno al pi, la ingrandisce al massimo grado, anzi indefinitamente.
URA CA PASSA. 1947. La rivoluzione (fu proprio Paolo Messina ad adoperare questo termine, mentre Salvatore Camilleri aveva preferito il lemma: rivolta) si compie! Si pubblica a Catania nel 1947 ribadisce il Camilleri diretto da Giovanni Formisano, torcia a ventu, un settimanale con una rubrica di poesia siciliana curata da Aldo Grienti, dove appare la lirica URA CA PASSA, di Paolo Messina, primo e reale esempio di poesia dialettale moderna. E sul MANIFESTO della nuova poesia siciliana, edizione Arte e Folklore di Sicilia, Catania 1989, incalza: URA CA PASSA, del 1947, nata dallermetismo italiano, ma forse pi direttamente dal simbolismo francese, d inizio alla nuova poesia siciliana. Paolo ha 24 anni e si rende subito conto di ci che avvenuto.
In quindici versi liberi Paolo Messina fu il primo ad adottare il verso libero e anche in questo sta la straordinaria novit , stringatissimi, senza rime, nella concreta realizzazione del suo strumento necessario, nelle espressioni autenticamente siciliane, negli efficaci dispositivi analogici, simbolici, metaforici, nelle pregevoli invenzioni, nellaccostamento di suoni, nella coerenza ortografica la felice, originale, lirica formulazione dei principi innovativi teorizzati. E, sbaragliati i vocaboli ricercati, reboanti, artificiosi, bandito ogni traccheggio del verso, cedimento vernacolare, italianismo, epurata la ridondanza di aggettivi, diminutivi, vezzeggiativi le parole quotidiane: chiantu, ura, praj, ciuri, notti, erva. Parole, che nellalchimia del Poeta si animano, acquistano significati che eccedono la loro semplice lettera; parole comuni che nella loro inusitata cifra compongono scenari irrefutabilmente unici, disegnano profili squisitamente singolari, assurgono a raffinato strumento espressivo con cui il Poeta esplicita la propria Weltanschauung, larte afferm Viktor Borisovic klovskij restituisce una visione autentica del mondo. Pregevolissimo nella sua interezza dimensione la sola che consente di carpirne laustera bellezza se ne riportano, solo a mo dimostrativo, taluni sintetici, intensi stralci: iu macquazzinu di tempu, mi ridi la luna / e mi vesti di biancu, portu li giumma / dun abitu dimisu / n contraluci.
PASSAGGI. Na sira (eramu tutti a manciari Risturanti Shangai da Vucciria) ci apprisintai a prima manu dun sunettu ntitulatu Passaggi. Mi taliaru ricorda Paolo Messina in Puisia Siciliana e Critica tutti alluccuti e fu Fidiricu Di Maria (misu a caputavula) ca rumpiu ddu silenziu dicennumi: Ora ci deve spiegare che significa. Paroli tistuali. Ma comu, ci arrispunnivi, propriu vossia mi veni a fari sti discursi? Lautri sa pigghiaru a ridiri. E finiu ca ni mbriacamu. Episodio eloquente che la dice lunga circa la problematicit di interpretazione (della poesia e) di questo terzo sonetto che, peraltro, lenjambement: ariusu / juncu, lenti / nuvuli, e lanastrofe: si passa di salutu umbra, esteticamente connotano.
RISPIRU DUN CIURI. 1948. Secondo esempio di verso libero. Immediatamente dopo ogni grande passo assai difficile ripeterne uno della medesima portata, bissare. La vocazione si consolida; lambizione di tentare strade nuove, pi difficoltose, malsicure, faticose delle vecchie e, a conti fatti, pi avare di riconoscimenti (ma questo forse non importa) persiste. E i risultati non mancano: silenziu / crisciutu supra un jiditu, amuri ca passa / pi na vina di celu, mi sentu / ntra lu pettu / un jardinu di stiddi.
Gli altri, nel frattempo, che fanno? dove vanno? (anche questo non importa: la Poesia, si sa, esercizio solitario e daltronde suffraga il Camilleri nel numero di Gennaio-Febbraio 1989 di Arte e Folklore di Sicilia bisogn aspettare almeno cinque anni prima che altri poeti maturassero quella rivoluzione, formale e strutturale, che era in atto).
PRIMU DI MAIU. 1949. Terzo testo della nuova ouverture in tre anni. Loccasione, la festa (gi tristemente macchiata di sangue a Portella della Ginestra nel 1947) del 1 Maggio. La guerra, con il suo opprimente, irrisolto retaggio di morte, distruzione, sofferenza appena dietro langolo, la sudditanza culturale, sociale, economica da cui decantano la miseria, lingiustizia, il malaffare sempre l a prenderti per la gola, a sgomentarti, a reclutarti. Ci malgrado, quel primo di Maggio 1949 vola sulle ali di un passero nni la manica aperta di lu ventu, pulsa di ricostruenda collettivit, avviluppa, in un vorticoso caleidoscopio, gli uomini li vrazza / turciuti di la fatica / abbrazzati a la terra e le cose li banneri, li roti, li ciminii, li pilastri di li casi, li rimi di li varchi, lrbuli di li bastimenti, li spichi di furmentu.
PARTIRI. 1950. La metafora nella testa (e non nella penna)! Possono apparire adesso il verso libero, il simbolo, lenjambement, lo scavo interiore conquiste scontate, ovvie, abusate. Ma immaginiamo quanti studi ed esitazioni, prove e assidue verifiche, intralci e tentazioni di mollare, allora, per chi ebbe a trovarsi nella esaltante, e al contempo scomoda, sua posizione. Al poeta ebbe a dire Giuseppe Zagarrio compete lo stesso dovere-diritto dello scienziato in laboratorio: quello della ricerca, la pi ampia possibile, la febbrile consapevolezza di essa, la speranza continuamente gratificante di cogliere ed esprimere qualcuna delle spinte che il collettivo inter-soggettivo opera di continuo dalla sua massa corale e anonima. E Paolo Messina ricerca con consapevolezza la parola nuova, sperimenta con tenacia lespressione che implichi compiutezza di forma e contenuto, singegna a che lapplicazione sia autenticamente siciliana: ciuriu lu molu di palummi, nudda lacrima / vagna la corda ca mi va muddannu. E, non ultimo, si prodiga affinch lesito si collochi nella cornice della (sua, perch scelta, voluta da lui) disciplina: la coerenza ortografica del dialetto, il criterio semantico di trascrizione di esso, limpiego delle preposizioni pi gli articoli; cornice, pertanto, entro la quale non possono insistere i segni diacritici (tranne laferesi in: n, na, ntra, nzina), i raddoppiamenti consonantici iniziali, i nessi fonici. La chiusa, nzina ca lu silenziu / mi jetta n coddu / na ghirlanna dacqua, ci impone, nella sua mirabile singolarit, una riflessione. Come fosse vera, la ghirlanda dacqua ci coglie infatti alla sprovvista e quasi ci scansiamo per non esserne bagnati chiunque di noi del resto dimpulso reagirebbe nello stesso modo; ma ancor pi ci strabilia, perch insospettabile, colui/cosa ce la scaraventa addosso: il silenzio. Se URA CA PASSA stato larchetipo, PARTIRI ne stato il degnissimo seguito.
CHRISTUS. Pasqua 1952. CHRISTUS, in maiuscolo, scrive Paolo Messina (come gli Ebrei a tutte lettere maiuscole scrivono JHWH, il tetragramma sacro per Jahv) e considera che di tannu / tu / ddocu arresti / n cruci. Ma la religiosit rimane ritenuta, resta racchiusa nella sfera dellintimo, non spicca il volo (della trascendenza). Il CHRISTUS un uomo che muore, un uomo che finiu di mriri con il conforto di fimmini [chi] vannu e vennu (In the room the women come and go talking of Michelangelo, by Thomas Stearns Eliot) purtannu unguenti, linzola e lamenti, e decisamente terreno il teatro della rappresentazione: arbulu, quartari dacqua, gruppa / ca nuddu chiantu strogghi, sangu spantu. Il dialetto siciliano si riaccosta per un attimo, consummatum est, alle sue origini (a buona parte almeno di esse): il Latino. Nel naturale confronto e dalle valutazioni pi complessive che ne scaturiscono, ci rendiamo conto di quanto la parentela tra i due sia tuttora stretta e di come esso abbia, tutto sommato, assai bene retto lavanzare dei secoli.
BUCH. Cinque endecasillabi non rimati, in cui si rinviene una delle rarissime eccezioni quanto al raddoppiamento iniziale della consonante, quella dellavverbio: cchi. Il buch che un Siciliano offre allamata li cchi bianchi manu di lu munnu non pu che essere di limpi zgari (i fiori bianchi dellarancio simbolo di purezza) e il loro ciauru, profumo, trattenuto nzina a quannu stasira / idda trimannu strogghi lu nastru.
LU CHIANTU. Inizi del 1953. Paolo Messina ha gi (appena) trentanni. Il silenzio (degli addetti ai lavori, della stampa, della critica) assordante! I risultati tranne che nella percezione di pochissimi sodali tardano e cos gli auspicati effetti in ordine alla poesia e, per essa, alla realt, alla questione siciliana, che politica, oltre che sociale, culturale, economica. Ciononostante lufficio continua. LU CHIANTU propone un positivo incipit Cadu nni lu margiu / di lu me chiantu e quindi termini soluzioni, ambienti ancora interessanti, bench gi sperimentati: biancu fazzulettu / di luna, li pampini sasciucanu / lu risinu ...
Viene da chiedersi: Quali / pena nchiui pizzi ed ali al Messina tanto da far s che egli si rivolga al sole e lo ammonisca: dumani lu chiantu / a tia puru tabbinci? Un incidente in itinere, la stanchezza accumulata, la repentina sfiducia nei propri solitari mezzi? O non piuttosto il clima, il contesto di indifferenza, la trama di avversione (un jornu vinni n Palermu na diligazioni di pueti catanisi pi dirimi davanti a lamici ca iu stava ruvinannu a puisia siciliana e ca lavia a finiri) che montava in direzione di quella che appariva essere una fuga (troppo) elitaria?
ZABBARI. Non leggevamo un sonetto (ma sar lultimo della raccolta) dal 1947. Un progetto per, quello del sonetto, solo rimandato. Paolo Messina infatti auspic, con un appassionato intervento del 1989 riportato sul MANIFESTO della nuova poesia siciliana, il ritorno al sonetto che pu ancora oggi educarci alla libert formale, in attesa che il trophaum (cio la sostanza poetica) riacquisti la forma del nuovo, e produsse poi, rispettivamente nel 1990 e nel 2000, il saggio lessere della poesia e il volume, in Italiano, sonetti. La sfida (sostanzialmente solo a se steso e perci eternamente allumanit) quella di dimostrare che non la formula, non tanto la struttura del sonetto era (), ormai, carente, logorata dai secoli, cotta, ma che la crisi era () in chi scrive, che la vena che si prosciugata quella dei poeti, di coloro che ne dovrebbero rinverdire i fasti e lo praticano invece con sufficienza. E allora, bene: la scommessa vinta (bellissima licona lu lentu / suli, come se fosse il sole ve lo figurate! a procedere mestamente e non gi luomo, specie quello darea mediterranea, a causa delle condizioni di calura, spossatezza, lentezza, ora s, che esso determina). La zabbara cadura di nenti evoca una Sicilia di arsura, di brutture ciuri ladiu, di rassegnazione disidderiu stancu che pure esiste. Non solo bellezza, quindi, profumo, passione ma, altres, le tante situazioni senzamuri, cu li centu spini, di solitudini puntuti, silinziusi, trimulenti. E nondimeno da Paolo Messina, dopo URA CA PASSA e PARTIRI, lecito aspettarsi dellaltro, di meglio, di pi.
IL 1953 si chiude con CANZUNA DI LACQUA. Quattordici settenari che prendono in prestito i dettami del sonetto (tranne chiaramente lendecasillabo). lunico prototipo del genere. Se ne apprezza la costanza mai sopita di provare, la visione, una certa magia di rapporti. Ma si intuisce lansimare della salita, il peso di andare avanti senza nessuno come nel ciclismo a tirarti la strada, il confidare nella discesa che sbuchi ritemprante dopo lennesima curva e nella borraccia fresca dacqua; si coglie la strategia di proseguire per piccole (!) tappe, per traguardi raggiungibili che possano condurre dalla sperimentazione alla esecuzione di nuovi significativi esiti. La tentazione quella di mollare un attimo i pedali: (frischizza n contraluci richiama subito alla mente labitu n contraluci di URA CA PASSA) e, francamente, preferiamo ormai quelle altre cose, quelle cose che hanno fatto breccia nei nostri cuori, nei nostri animi, nei nostri gusti: quelle cose che hanno segnato il punto di non ritorno.
TRADIMENTU. del 1954 il segmento pi nutrito (sette testi) della silloge. Assieme con CHRISTUS e, vedremo, col testo che subito appresso segue, una sorta di trittico che attiene alla spiritualit delluomo. Lampanti i riferimenti alle vicende che culminarono nel pi famoso tradimento avvenuto un Venerd che precedette la Pasqua, l in terra di Giudea e al misfatto che si perpetra, come sempre, al cantari / pi la terza / vota di lu gaddu. Si conferma la dimensione privata e terrena (filara dumbri / sipali / jardina nchiusi) della spiritualit sebbene nellaccorta trasfigurazione praticata dal dialetto: un occhiu sulu apertu / e adduma, di n celu / na pinna bianca di palumma.
MADONNA. I toni se non la veste sono quelli della preghiera. La madre di Dio invocata a proteggere stu santu amuri, urdutu / cu manu bianchi, a distendere le sue braccia bianche come ponti nni lu scuru / di la terra. Laggettivo bianco (pressoch nella assenza di ogni altro colore) insieme al sostantivo silenziu quasi il vessillo della poesia di Paolo Messina: bianchi crini, mi vesti di biancu, pi lu sonnu biancu, calici biancu, ali bianchi, li cchi bianchi manu, biancu fazzulettu, lu pettu biancu, na pinna bianca, cinniri bianca. Un recondito anelito di armonia? di pace? di misticismo? Ogni conquista diventa patrimonio comune: se ne appropriano gli altri poeti, ma persino coloro che per primi lhanno raggiunta la reiterano come fosse un bel gioco dei bambini al fine di metabolizzarla, consolidarla, definitivamente acquisirla.
CARRETTU SICILIANU. Inanimato legato di un consorzio umano rurale, arretrato, (apparentemente) folcloristico tuttu roti / cianciani e giumma, il carretto approda, in una sintassi pervasa da talento e da laica pietas, ad arruzzlu baggianu di culura. Ma in questa terra di occhi nivuri / manu tradituri / friddi raccami / petti addumati, la jumenta, la Sicilia personificata, la canzuna / [resa] muta dalle secolari profanazioni, ignominie, angherie subite, supra la munta dura morde il freno e ciara lumbri, nello struggimento di affrancarsi dallamaro giogo di lasti.
MARI GRANNI. In quel ora tentu la chiave del componimento: il sogno recuperato. Il sogno in cui credere e per cui inseguire ancora la vita li vrazza longhi di li strati e, per inconfutabile simbiosi, la Poesia, malgrado li passi chini di gruppa, la frunti / china di silenziu. Un componimento da leggere con dedizione, condiscendenza, riguardo alle pause, allo scopo di assaporarne la liricit, penetrarne i gradi di invenzione, condividerne la felicit di realizzazione. Un convinto plauso a uno tra i testi migliori della silloge, di cui si riportano i versi conclusivi: Di li banchini di li nuvuli / jetta lenzi lu suli / nni lu mari granni di lu munnu. / Ridu dintra mia / ca li potti / vdiri n tempu.
ASPETTU DESSIRI IU. Il dado tratto! MARI GRANNI ne stato il testo seme, lanticipazione: la vuci aperta di questo riprende la aperta vuci di quello, lastrachi di la sira riecheggiano li banchini di li nuvuli. Ma qui la consegna vissuta con la certezza del (futuro) compimento, lattesa, aspettu, solamente in ordine alla circostanza, nel convulso nostro vivere, in cui ritrovare s stesso, ricongiungersi metafisicamente, integralmente a s stesso, essiri iu, giacch quel tempo di scriviri nni la manu addummisciuta / di lu silenziu / lura ca di sempri / va sunannu pi mia / a lu roggiu addumatu di la luna assiomatico, solo da venire. Anzi, nella lirica attuazione, esso gi scoccato. ASPETTU DESSIRI IU la consacrazione di Paolo Messina. Se pure egli non dovesse (come di fatto avverr nel giro di pochi mesi) pi scrivere poesia siciliana, URA CA PASSA, RISPIRU DUN CIURI, PARTIRI, MARI GRANNI, ASPETTU DESSIRI IU e, presto, AUTUNNU contraddistingueranno indelebilmente la stagione di Paolo Messina Poeta.
PISCI RUSSI. Il 1954 va in archivio con una divinazione: ju puru / ci dissi addiu / a lu chiaru lippu di la vuci.
Siamo agli sgoccioli; Paolo Messina lo avverte. Sappiamo adesso che (con IL MURO DI SILENZIO, nel 1959) un altro grande interesse prevarr: il Teatro. da recepire, questo testo, anche in tale ottica? E se s, perch? Perch questo abbandono? I risultati individuali abbiamo appurato vengono. E allora? Allora ci non basta. Non basta pi. Carmina non dant panem, si sa; ma neanche, nel nostro caso, gratificazione (la pubblica sintende), quella della grande critica (il VannAnt, nel 1957, pur avendo egli colto il segno del mutamento, la modernit di quegli esiti stilistici e formali, definir neteroi smaniosi cio di novit e riforme i nuovi poeti suoi conterranei) e persino i compagni di processione (eccettuati quelli di nicchia) mostrano resistenza, diffidenza, ostilit, non riescono (come la volpe delluva di Fedro) ad afferrare e cercano dunque di fare calare il silenzio, di ricondurre al minimo i progressi altrui. Era () difficile condividere lintimo tumulto di Paolo Messina, secondarne lurgenza a volere essere innovativo, lanelito a volere creare poesia siciliana con spirito, propositi, espressioni, situazioni, estetica siciliani?
CANZUNA DAMURI. Ma, Vuci, ca mi cusi / un sonnu sapituri, cusimi un lettu / a lenti ncimi cu li to capiddi / cgghimi tuttu / nni lu to jiditali. Un accorato esseoesse alla poesia, con la quale a breve si consumer il distacco, ma dal cui ventre fecondo stanno pure gi scaturendo, nel solco del Rinnovamento, le cose migliori di poeti quali Ugo Ammannato, Miano Conti, Antonino Cremona, Aldo Grienti, Carmelo Molino, Nino Orsini, Pietro Tamburello, Gianni Varvaro.
ARBULU. Il 1955 segna con le tre ultime poesie la fine, per espressa sua volont, della parabola pubblica del Poeta Paolo Messina. Lu virdi vinu e sdivaca ndira docchi, due nuove invenzioni.
AUTUNNU. Il canto del cigno; un vero altro masterpiece! C da leggerlo e abbandonarvisi, lasciarsi, senza resistenza alcuna, vincere dallestro evocativo, sedurre dalla lirica mestizia, sorprendere dalla crudezza introspettiva. Il suo confessarsi senza nomu e senza facci / comu mi piaci essiri, ci coinvolge emotivamente, ci trascina nei meandri di quel nichilismo senza volu di banneri / n lustru di cannili e ce ne rende toto corde partecipi. Ma egli sente, percepisce (noi sappiamo) che la palumma bianca della Poesia e quegli sbardi di pampini lo porteranno, un giorno, luntanu.
VERSI PI LA LIBIRTA. Ammanittati li morti la sintesi creativa e provocatoria dun componimento forte, prorompente impegno etico-sociale.
Ultima pagina di Paolo Messina idonea, in chiusura, a farci rimarcare che nellintero corpus della silloge sono totalmente assenti gli interni, le relazioni umane dirette: tutto ambientato nella Natura, che il poeta elegge a luogo dove il suo stato danimo si trasfigura e assurge a globo trasparente dentro e attraverso il quale ogni cosa esiste e trova la sua ragion dessere.
C tutto Paolo Messina in questi ventidue componimenti? in questi poco pi di duecento versi? C da giurare di no! Come pure facile assai profetare che non dellintera sua produzione si tratta quanto di una drastica selezione. E nondimeno, tant.
Il fatto che non le avesse pubblicate prima in una raccolta organica sottintende levenienza che altre prove sarebbero potute arrivare? E se no, perch non pubblicarle allora?
E ancora, nel 1985, trentanni dopo, perch le ha rese pubbliche? Dobbiamo, beninteso, essergliene riconoscenti, perch queste testimonianze, per la cultura, per la poesia, per la storia siciliane, assolutamente non andavano perdute, ma perch fare trascorrere un cos lungo lasso di tempo? Gli animi si erano, forse, placati su tutte le querelles che hanno accompagnato quel tratto del nostro passato? Era unicamente giunto il momento adatto per divulgare quei suoi esiti? Il pubblico, le coscienze, la critica della Poesia erano finalmente, nel 1985, maturi, formati, acconci a ricevere, ad elaborare, a suffragare quella esperienza? Comunque sia ...
Per chi volesse ulteriormente approfondire, volesse ancora scrafuniari, proponiamo il raffronto tra i testi: ASPETTU DESSIRI IU, RISPIRU DUN CIURI, PRIMU DI MAIU, nella versione del 1957 dellantologia Poeti Siciliani Doggi e nella stesura (a noi pi vicina nel tempo) del 1985 di Rosa Fresca Aulentissima. Calaciu diventa, ora, calici, vagnau, ciminija e fatija rispettivamente vagn, ciminia e fatica, li funnamenta di li cit mutano in li funnamenti di lu munnu. Ma sono in ASPETTU DESSIRI IU i riadattamenti pi rilevanti: ca maspetti diventa ca mafferri, scompare laggettivo lijata che appesantiva il sostantivo vuci, e jsannu li vrazza diviene pi jisari li vrazza, lu dammusu di lu celu semplicemente lu celu e tre versi vengono contratti in uno: stanchi di sti nliti.
Smania di novit e riforme? O non invece lassillo dei veri poeti di non considerare mai del tutto licenziata la propria opera, di tendere ad una costante opera di revisione alla luce di emendate sensibilit, accresciute conoscenze, sempre nuovi fermenti, di compiere una incessante auto-analisi stilistica ed ideologica al fine di sgriciari la pirfizioni?
Paolo Messina, Palermo 1923 - 2011, agognava la terra promessa, e lha vista, lha raggiunta, lha calpestata. Ma egli e dopo di lui pochissimi altri lha solo lambita, sfiorata. E quella un continente smisurato, le cui vastit, meraviglie, i cui orizzonti danno le vertigini, i cui tesori inebrianti e inesplorati sono tuttora disponibili a chi, con umilt, purezza danimo, amore sapr coglierli.
Quando il nuovo star-gate?
Marco Scalabrino
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