Il caffè è freddo. Marco fissa il vapore che non c'è più. Anche la notte scorsa, quel ragazzo è tornato a trovarlo. Ha circa vent'anni, una Lacoste blu e siede immobile su un prato di erba corta, all'ombra di tre faggi. Dietro di lui, il profilo aspro dell'Appennino.
"Dove sei?" chiede Marco nel dormiveglia.
"A Vallambra, oltre il crinale, dove la terra è smossa", risponde lo sconosciuto ogni volta mostrando i denti radi e bianchi.
E' una calda mattina di metà giugno. L'aria è già torrida, carica di un'umidità che toglie il fiato. Poiché quel sogno ricorrente è diventato ossessione, Marco decide di andare una volta per tutte alla ricerca di quel posto.
Prende l'autobus di linea da Piazza Stazione, lasciandosi alle spalle una Firenze afosa e opprimente. Con sé, solo gli occhi vitrei di un azzurro sbiadito e, addosso, una camicia in cotone leggero stropicciata, abbottonata male per la fretta di raggiungere quel luogo che, da circa vent'anni, lo perseguita strappandolo al sonno. Le mani sono affondate nel nulla delle tasche dei jeans che cadono pesanti sulle sneacker polverose e macchiate, testimoni silenziose del suo vagabondare quotidiano da un bancone all'altro, scandito solo dai tanti bicchieri di vino consumati per non pensare.
Il mezzo arranca sui tornanti, superando vecchie case coloniche in pietra abbandonate e fitti boschi cedui finché l'aria che entra dal finestrino, pungendo i polmoni, si fa sempre più fine.
Scende a una fermata deserta. Cammina per un sentiero che i suoi piedi sembrano conoscere a memoria. Oltrepassa i riflessi obliqui del sole che filtrano tra gli alberi e d'un tratto, in mezzo a tre faggi secolari, intravede la radura vista e rivista in sogno: la luce di giugno taglia i rami nello stesso punto esatto di quello dell'incubo.
Ma il ragazzo non c'è.
Si sposta verso il ciglio del burrone che domina la vallata. Guarda in basso e il vetro fragile della sua mente, andando in frantumi, la spalanca. La nebbia dell'alcol che per anni gli aveva permesso di non vedere, si dirada lasciandolo nudo davanti all'atrocità.
Rivive la violenza di quel pomeriggio lontano di giugno, sente il calore del vino cattivo trangugiato di corsa al bar della stazione ancora bruciargli in gola.
Erano arrivati lassù con la sua vecchia macchina. La lite per Francesca era esplosa in un istante, trasformando l'amicizia di una vita in odio cieco.
Marco rivede le proprie mani afferrare Andrea per le spalle, sente il peso del suo corpo che oppone resistenza e poi il vuoto, improvviso, mentre lo spinge con tutta la forza oltre il bordo del precipizio.
Il grido di Andrea viene stroncato dal tonfo sordo contro un sasso appuntito giù nelle rocce.
Poi, nel buio che avanzava, ricorda la fatica disperata di scendere nel dirupo e trascinare il corpo ormai inerte fino nella radura; il rumore stridente del cric preso dal bagagliaio, il ferro che gli piagava i palmi delle mani, il cuore che martellava contro le costole, mentre nascondeva il cadavere sotto uno strato di terra e foglie.
Il giorno seguente la notizia della sparizione del ragazzo era finita su tutta la stampa locale e nazionale:
"Andrea B. non rientra a casa. Nessuno sa dove sia".
Dopo mesi e mesi di ricerche, il caso era stato archiviato come allontanamento volontario.
Marco si asciuga il sudore freddo. Intorno solo il silenzio del bosco a dare finalmente forma a quel maledetto sogno.
Nessuno lo ha mai scoperto, nessuno mai cercherà Andrea qui, riflette.
Si incammina lentamente verso la fermata dell'autobus per tornare a Firenze, alla sua vita solitaria, a quei noiosi e inutili colloqui settimanali con lo psichiatra del Sert per curare il suo alcolismo.
Mentre il mezzo riparte, Marco guarda fuori dal finestrino: sa che stanotte, e ogni notte a venire, Andrea sarà di nuovo lì seduto su quel prato di erba corta, all'ombra di tre faggi, a parlargli con quei suoi denti radi e bianchi- che tanto piacevano a Francesca- custode di un segreto che resterà sepolto, forse per sempre, sotto la terra smossa di Valledambra.
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