Alle 7,15 di un lunedì di marzo, il Ragioniere Giacomo Porta, dopo essersi assicurato con un leggero strattone che il portone fosse chiuso, come ogni mattina da vent'anni, uscì di casa.
Strinse la maniglia della cartella di cuoio e si incamminò sul marciapiede pulito del centro. Sebbene il vento fosse fresco, l'aria era limpida.
Fu solo a duecento metri da casa che tutto, di colpo, s'incrinò.
Alle sue spalle, un fruscio sommesso, ritmico, lo costrinse a voltarsi: un sacchetto di plastica bianca, logoro e semivuoto, rotolava dietro di lui, sul marciapiede, spinto dal vento. Il Ragioniere, pur provando un moto di fastidio per quel rifiuto urbano abbandonato senza alcun senso civico, riprese comunque il passo.
Non aveva percorso neppure un metro, quando percepì che non solo il fruscio insisteva, ma che l'oggetto ora gli stava letteralmente addosso.
A quel punto, sempre più innervosito, prima accelerò, poi rallentò. Porta non voleva credere ai suoi occhi quando si voltò: il sacchetto lo aveva seguito passo passo nei suoi movimenti, e ora lo aveva quasi attaccato alle scarpe. Quell'oggetto informe, sporco, aveva davvero deciso di farlo impazzire. Imbufalito da quella situazione assurda, Giacomo, in uno scatto d'ira, si chinò per afferrarlo. Avrebbe voluto appallottolarlo, gettarlo una volta per tutte nel primo cestino disponibile, ma quello, come animato da una volontà propria, con un guizzo scattò di lato e lo sorpassò, continuando a rotolare indisturbato verso l'incrocio.
Il Ragioniere, sempre più contrariato, dette un'occhiata all'orologio da polso: erano le 7,25. In vent'anni, mai una volta che fosse arrivato in ritardo in ufficio. Ma la presenza di quello stupido sacchetto che, oltre a sfidare ogni regola della fisica, stava mettendo a dura prova il suo sistema nervoso, aveva acceso in lui una rabbia incontrollabile.
"Al diavolo l'ufficio" pensò.
E senza alcuna esitazione, si ordinò di seguirlo.
Giunto all'incrocio, il sacchetto svoltò veloce a sinistra. Subito dopo, attraversò una seconda strada, passando col semaforo rosso. Giacomo, sempre più fuori di sé, si lanciò in mezzo alle auto le quali, con un concerto di clacson, frenarono bruscamente.
Il respiro di Porta si fece sempre più affannoso finché, arrivato in un vicolo stretto, la cinghia della sua amata cartella si impigliò nello specchietto di un furgone parcheggiato sul marciapiede.
Nonostante amasse quella cartella come si ama la mamma, Giacomo non ci pensò due volte e, mollandone la presa, la lasciò cadere a terra.
Tutta la sua vita ordinata, i documenti, i moduli timbrati, ora non avevano più importanza. L'unica cosa che gli importava davvero era soltanto impossessarsi di quel maledetto sacchetto e dargli finalmente la lezione che si meritava.
Il sacchetto intanto riprese la sua corsa. Il centro elegante lasciò il posto ai viali spogli, poi ai cavalcavia di cemento, fino a quando i palazzi alti non si trasformarono nelle casupole basse e fatiscenti della periferia ovest. Un serpentone lungo di muri scrostati, di cortili esterni ingombri di vecchi pneumatici e lamiere arrugginite.
Ma Giacomo non vide nulla, se non quello stupido sacchetto che nel frattempo continuava il suo percorso a una velocità incredibile.
Il Ragioniere, estratto un fazzoletto inamidato dalla tasca, si asciugò la fronte e guardò in alto: benché fosse ancora marzo, il sole delle undici, battendo forte su quella landa desolata, rendeva l'aria irrespirabile.
Ormai senza fiato, il loden slacciato, i mocassini infangati, si trovò, senza sapere come, davanti a una di quelle tante porte sbiadite tutte uguali. Davanti a lui, il sacchetto, ormai sgonfio, si era finalmente fermato e posato sopra un gradino. Giacomo ansimando gli gridò:
"Alla fine, ti ho preso, maledetto! Ma chi sei, e cosa vuoi da me?"
Ma non fece in tempo a chinarsi che la porta si aprì: ne uscì un giovane in canottiera, con i capelli rasati a zero, lo sguardo torvo e una profonda cicatrice violacea che gli attraversava la guancia sinistra.
Con un gesto rapido e indifferente, il giovane piegò il capo per capire cosa vi fosse sul gradino.
"Cerchi qualcosa?" domandò, con una specie di grugnito.
"Quel... quello è mio!" urlò furioso Porta.
Il giovane si ritrasse ma Giacomo, ormai privo di lucidità, si avventò su di lui.
L'altro non parlò più: in un attimo estrasse dalla tasca dei pantaloni un coltello a scatto e lo affondò nell'addome del Ragioniere.
Le gambe cedettero.
Prima che la vista si appannasse del tutto, Porta guardò in alto per l'ultima volta: il sacchetto, per un colpo improvviso di vento, si era gonfiato nuovamente e volava sopra quei tetti anonimi di periferia, sempre più leggero, sempre più piccolo, in quel cielo pulito e terso di marzo.
Ma era esistito davvero, quel sacchetto?
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