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Il parco è uno specchio

di Alessandra Ponticelli Conti
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Pubblicato il 23/05/2026 15:54:59

 Il cielo sopra la periferia aveva il colore del cemento umido. Nel parco c'erano solo panchine di ferro con la vernice scrostata e un'aiuola di terra battuta, dove due gatti si muovevano a scatti tra le sterpaglie ingiallite dal freddo.

 

Le due donne sedevano ai lati opposti della stessa panchina. Entrambe indossavano un piumino di fattura cinese, un pullover a collo alto, jeans scoloriti e sneakers bianche.

Avevano i capelli legati nello stesso modo, una coda bassa e disordinata.

 

"Pioverà prima di sera", disse la prima, lo sguardo fisso davanti a sé.

"Sì", rispose l'altra. "L'aria sa già di pioggia."

Si voltarono a guardarsi nello stesso istante.

"Mi chiamo Marta", mormorò la prima.

L'altra accennò un sorriso. "Anche io."

"Ma veramente?"

 

Il rumore del traffico arrivava da lontano, attutito dalla nebbia. A un tratto la prima Marta ricominciò a parlare. Le parole uscirono prima a fatica, poi con un flusso improvviso, come l'argine d'un torrente che cede.

 

"Mio marito se n'è andato. Ha fatto le valigie per un'altra." 

La seconda Marta girò la testa di pochi centimetri. "E ora vivi sola?"

"Mio figlio, quindici anni, è rimasto con me. Sai, parla poco, e quelle rare volte che mi parla, non so se mi vede. A giorni mi sembra d'essere un fantasma. E poi c'è quel maledetto ufficio... sempre le stesse carte, sempre le stesse parole dette e ridette."

L'altra Marta non rispose, fissava i gatti tra le sterpaglie.

"Quell'ombra nera ogni sera, capisci? La voglia di farla finita. Solo per smettere di sentire la morte dentro."

 

La seconda Marta si guardò le scarpe. C'era una macchia di sugo di pomodoro nella punta della gomma bianca."

"Io , invece, ho ancora un marito", disse, e la voce sembrava venire da molto lontano.

"Ma non so cosa sia peggio. La mia vita è un tran tran tra i bisogni dei figli e le medicine da far prendere a mia madre malata. Il mio matrimonio è finito da tempo. Hai presente un elettrodomestico? Ecco, io sono questo: un elettrodomestico sempre in funzione per gli altri."

"Amiche?"

"Sì, una, ma non la vedo mai. Magari potessi tornare una volta al mare. Conosci Cattolica? Ecco, io sono nata lì. E anche lei."

 

Caddero le prime gocce, pesanti, lasciando cerchi scuri sulla terra dell'aiuola. Nessuna delle due cercò l'ombrello nelle borse. Rimasero immobili, a guardarsi come ci si guarda in uno specchio.

 

La prima Marta tirò fuori il telefono, lo schermo illuminò il pallore del pomeriggio.

"C'è un treno per Cattolica, tra un'ora." 

La seconda Marta guardò le gocce d'acqua che cominciavano a bagnare il tessuto sintetico del suo piumino.

Si alzò di scatto. I gatti, spaventati dal rumore dei passi, sparirono dietro un muretto di cemento.

"Andiamo", disse.

 

Il riflesso del finestrino tagliava a metà le luci della carrozza semivuota. Sedevano l'una di fronte all'altra, condividendo un panino avvolto nella carta stagnola, in un tempo che adesso faceva meno paura.

 

A un tratto, oltre il vetro scuro, la linea della terra si interruppe. Tra le sagome degli oleandri e delle prime case della costa apparve, in un guizzo improvviso, una distesa grigia. La distesa grigia del mare, man mano sempre più vicino.

 

 

 

 


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