ER MOSTRO DE MERGELLINA
Era ‘na sera d’agosto, una de quelle sere in cui la città l’estate pare nun vole finì mai. Solo che, in quell’anno Mergellina nun era più soltanto la solita passeggiata sul mare. Er lungomare era diventato parte della città virtuale : torri di vetro salivano verso il cielo, ponti sospesi collegavano i palazzi, taxi volanti scivolavano nell’aria , sotto l’asfalto correvano treni magnetici diretti alle colonie sotterranee . Le antiche facciate dei palazzi erano state restaurate con proiezioni di luce, mentre il Golfo era attraversato da piattaforme galleggianti, vari laboratori marini .
Mergellina brillava tutta de luci intelligenti, co’ le lampare autonome, le insegne olografiche, le macchine senza conducente e er mare lucido che rifletteva ogni cosa come uno specchio rotto.
Sopra ar lungomare quella sera camminava ‘na comitiva de robot amici . Erano modelli vecchi e nuovi: uno c’aveva quattro gambe magnetiche, ‘n antro pareva ‘na lavatrice co’ le braccia telescopiche, e ‘na femmina androide, chiamata Mariolina, portava ancora un vestito sintetico rosso che cambiava colore a seconda delle sue emozioni.
Ciccio, il suo fidanzato invece, era un robot basso co’ la testa tondeggiante, due occhi azzurri e un vecchio processore militare che ogni tanto se bloccava proprio nei momenti meno opportuni.
«A ragà», disse Ciccio, guardando le torri riflesse nel mare, «ma quanto è bella sta città ?»
«Confermo», rispose un robot amico. Una città ideale per robot come noi.
«Aho, nun me rovina’ la poesia.»
Mariolina sorrise.
«La città è cambiata parecchio dall’ultima volta che sei stato qui?»
«Io qui in questa città c’e so’ sempre stato.»
«Ciccio, tu sei stato disattivato per quarantadue anni dentro un deposito ferroviario.»
«Dettagli. Gli ingegneri m’ha riattivato subito dopo la costruzione di Mariolina .»
Aho che vuoi dire ,siamo stati fatti per stare sempre insieme.
Intanto mentre discutevano sopra de loro, un’enorme dispositivo , provvisto d’intelligenza urbana controllava il traffico, regolava le maree artificiali e proiettava sulle nuvole le previsioni del tempo. I palazzi parlavano tra loro. I lampioni riconoscevano i passanti. Le strade cambiavano configurazione durante la notte per favorire il trasporto delle merci.
Poi er mare cominciò a ribolli’.Prima piano. Poi forte. Le boe intelligenti lanciarono un allarme. Le piattaforme galleggianti se sollevarono. Improvvisamente una crepa luminosa s’aprì sulla superficie del Golfo. Da sotto l’acqua uscì una cosa che pareva venuta da un incubo. Era un mostro marino alieno , alto quanto un palazzo de cinque piani. C’aveva quattro zampe d’acciaio, un corpo coperto de placche arrugginite e una testa senza occhi, illuminata da due fessure rosse. Sulla schiena portava antenne spezzate e tubi da cui usciva vapore verde.
I suoi movimenti facevano tremà le fondamenta delle piattaforme.
Ma che diavolo è quello?
La gente scappò.
I sistemi di sicurezza chiusero le strade. I marciapiedi se trasformarono in rampe d’emergenza. I droni civili evacuarono i turisti verso le torri più alte.
Qualcuno mollò le buste della spesa. Qualcun altro s’arrampicò sopra una macchina autonoma che, indignata, continuava a ripete’:
«Per favore, scendere dal cofano.»
Un vecchio gridò:
«È ‘a fine d’’o munno!»
«Ma quale fine der monno, nonno! Corri!»
I robot intervennero immediatamente.
Ciccio aprì due pannelli sulle braccia e tirò fuori piccoli cannoni a impulsi.
«Mo’ je faccio vede io!»
Cominciò a sparare. PUM! PUM!
I proiettili d’energia rimbalzarono sulla corazza der mostro e finirono contro uno scudo atmosferico.
«A Ciccìo», disse Mariolina, «forse nun je stai facendo proprio niente.»
«L’avevo capito pure io.»
«Allora perché continui?»
«Per dignità.»
Mariolina aprì le mani. Dalle dita partirono fili di luce che si collegarono alla rete della città.
«Sto cercando di capire da dove viene.»
«E?»
«Non è registrato in nessun archivio.»
«Quindi è abusivo.»
«È molto peggio.»
«Ha parcheggiato male?»
Il mostro ruggì. Il suono attraversò il Golfo e fece spegne’ per qualche secondo tutte le insegne olografiche.
Poi le torri della città entrarono in modalità difesa.
Dai tetti partirono droni corazzati. Le piattaforme marine aprirono bocche di fuoco. I ponti sospesi si richiusero come scudi e una barriera azzurra si sollevò davanti ar lungomare.
Arrivò l’esercito: carri a onde laser , droni pesanti, elicotteri a decollo verticale e soldati con armature neurali si schierarono lungo via Caracciolo.
Intanto, ar municipio , er sindaco ricevette la notizia.
«Pronto?»
«Sindaco, abbiamo un’emergenza a Mergellina.»
«Che è successo?»
«È uscito un mostro alieno dal mare.»
Silenzio.
«Un che?»
«Un mostro, signor sindaco.»
«Voglio sapere tutto. Altezza, peso, armamento, origine, perché sta a Mergellina e soprattutto chi gli ha dato er permesso de parcheggia’ là.»
«Signor sindaco, sta distruggendo le piattaforme energetiche.»
«Sto scherzando. Ma voglio essere informato, cosa sta succedendo . Voglio sapè ogni cosa. Avverto il consiglio comunale intanto dichiaro Mergellina zona interdetta al traffico cittadino.
A Palazzo Donn’Anna, però, tutto d’un tratto qualcosa de ancora più strano stava per accadere . Le finestre tremarono. Una luce azzurra attraversò le sale vuote, passò tra i muri e scese fino alle fondamenta sommerse. E, in mezzo alla polvere e alle ombre, comparve un cavaliere. Coperto d’una corazza scura, co’ un mantello strappato e una spada lunga quanto un uomo. La corazza, però, non era fatta soltanto de ferro: sotto le placche correvano circuiti luminosi, e sul petto brillava un simbolo che nessun archivio della città riuscì a riconosce’. Nessuno seppe mai dire da dove venisse e chi fosse .
Il cavaliere guardò verso er mare. Vide er mostro. Sguainò la spada. La lama emise un suono acuto, come una nota musicale. E senza dì una parola corse giù verso la battaglia. In quel momento, da qualche parte, cominciò a sentirsi una musica blues. Triste. Dolce. Pareva che er mare stesso , stesse cantando attraverso i vecchi altoparlanti delle boe.
Il cavaliere arrivò davanti ar mostro proprio mentre i cannoni dell’esercito aprivano er fuoco.
«Fermatevi!» gridò Ciccio.
«Ma chi è quello?» domandò Mariolina.
«Nun lo so.»
«È umano?»
«Nun me pare.»
«Allora che è?»
«Uno che c’ha un’arma più grossa della nostra.»
Il cavaliere alzò la spada.
Il mostro ruggì.
E s’avventò contro de lui.
La strada tremò. Le torri attivarono i sistemi antisismici. I droni si disposero in formazione e cominciarono a colpire le articolazioni del mostro.
Ciccio e Mariolina si unirono alla battaglia.
«A ragà, puntate alle giunture!» ordinò il militare.
«E se nun c’ha giunture?» chiese Ciccio.
«Allora puntate a qualcosa che pare importante.»
Mariolina si sollevò da terra grazie ai propulsori nascosti nei piedi. Il vestito rosso diventò una corazza luminosa. Dai suoi polsi partirono lame di plasma che tagliarono i cavi sulla schiena del mostro.
Ciccio si agganciò a una delle zampe e cominciò a scalare la corazza.
«Ciccì, che stai facendo?»
«Cerco er pulsante de spegnimento!»
«È un mostro alieno, no un robot !»
«Pure i mostri c’hanno un pulsante, da qualche parte!»
Intanto, lontano dalla battaglia, la notte continuava a luccicare come se niente fosse. Mariolina ripensò quella volta in cui s’era fatta convincere da Ciccio ad appartarsi e se n’erano annati in macchina, parcheggiata sopra una strada tranquilla, lontano da occhi indiscreti. La macchina era una vecchia vettura autonoma restaurata, con i vetri oscurati e un motore a fusione compatta che ronzava piano. La città quella sera brillava oltre i vetri. Le torri cambiavano colore. I taxi volanti passavano tra i palazzi. Sul mare, le piattaforme mandavano segnali verso lo spazio. Quella sera dopo che furono stati insieme, Mariolina rimase qualche secondo in silenzio.
Poi disse:
«Ciccì, adesso damme quello che m’hai promesso.»
«Promesso?»
«I cinquanta crediti.»
Ciccio guardò er cruscotto.
«Ah, quelli.»
«Sì, quelli.»
«Nun te pago.»
Mariolina lo fissò.
«Come sarebbe a dì?»
«Ho cambiato idea.»
«Ciccì, guarda che te posso stacca’ er paraurti co’ ‘na mano.»
«Vabbè, nun t’arrabbià.»
«Tu sei un androide senza onore.»
«So’ un androide con problemi economici.»
Mentre ricordava quei momenti le isole, in mezzo ar Golfo, sembravano battere come un cuore lontano. Capri brillava all’orizzonte. Le onde prendevano la luce della luna e la spezzavano in mille frammenti.
Er mostro, ferito, cominciò a ritirasse. Provò a scappa’ verso Capri.Ma i robot lo inseguirono. L’esercito restò indietro, impegnato a contenere le onde e a proteggere le piattaforme energetiche.
Solo Ciccio e Mariolina continuarono imperterriti a rincorrere il mostro . E insieme a loro correva er cavaliere . I robot da combattimento volavano sopra de loro, formando una scorta luminosa. I droni lanciavano impulsi contro il mostro, mentre Mariolina coordinava l’attacco attraverso la rete della città.
Ciccio guidava una piccola navetta rubata al municipio.
«A ragà, teneteve forte!»
«Questa navetta non è autorizzata al decollo», disse la voce automatica.
«E manco er mostro era autorizzato a uscì dal mare!»
La navetta sfrecciò sopra er Golfo.
Er mostro entrò nell’acqua.
Un’ombra gigantesca sotto la superficie.
I sensori della città lo persero.
Poi riemerse vicino a una piattaforma orbitale collegata alla rete lunare. Le sue antenne si accesero e un impulso nero attraversò il cielo.
«Sta cercando de collegasse alla rete!» gridò Mariolina.
«E che succede se c’e riesce?» domandò Ciccillo.
«Potrebbe prendere il controllo della città .»
«Dell’intera metropoli ?»
«E delle colonie lunari.»
«Allora è proprio ambizioso.»
Più che ambizioso credo stia cercando aiuto.
Il cavaliere saltò dalla navetta.
La sua spada brillò sotto la luna.
Ciccio e Mariolina aprirono il fuoco.
Una raffica de luce attraversò er Golfo. I droni robotici si disposero intorno al mostro e scaricarono tutta la loro energia sulle placche arrugginite. Er mostro emise un suono profondo, quasi un lamento. Poi la spada der cavaliere penetrò nella corazza. La lama entrò nel nucleo centrale cerebrale . Tutto diventò silenzioso. Il mostro rimase immobile. Le sue luci rosse lampeggiarono una volta. Due volte. Poi si spensero. E lentamente sprofondò. Per qualche secondo nessuno parlò.
I robot rimasero sospesi sopra l’acqua. La città, collegata ai loro sensori, osservava il Golfo attraverso milioni de telecamere.
Poi Ciccio disse:
«Oh, finalmente.»
Mariolina guardò er mare.
«Secondo te è morto?»
Il cavaliere rimase a fissare l’acqua.
La musica blues continuava, dolce e malinconica.
«No», disse. Era la prima volta che lo sentivano parlare.
«Come no?!»
Il cavaliere si voltò verso la città.
«Er mare nun ammazza mai i mostri. Se li porta solo via.»
«E allora che famo?» chiese Ciccio.
Il cavaliere guardò la città ipertecnologica, le torri, i droni, le piattaforme e le antiche pietre di Palazzo Donn’Anna.
«Aspettamo.»
Poi fece un passo verso l’ombra del palazzo. La sua corazza si dissolse in una nube di particelle azzurre. E sparì.
Le luci della città continuarono a luccica’.
La metropoli tornò a respirà. I droni ripresero a sorvegliare il Golfo. Le piattaforme riaccesero i motori. I taxi volanti tornarono sulle loro rotte. Le torri ricominciarono a cambiare colore mentre il sindaco saputo dello scampato pericolo dichiarò l’emergenza conclusa.
Ma sotto la superficie, molto più in profondità delle vecchie fondamenta e delle centrali marine, qualcosa si mosse. Un occhio rosso s’accese nel buio.
Ciccio e Mariolina lo videro sui loro sensori.
«Ciccì», disse lei.
«Che c’è?»
«Credo che il mostro non fosse solo.»
Ciccio guardò er mare.
«E quanti erano?»
Dal Golfo arrivò un rumore basso.
Poi un altro.
Poi centinaia.
Le isole, in mezzo ar Golfo, continuarono a batte come un cuore.
La metropoli rimase illuminata, enorme e viva, sospesa tra il passato e il futuro. Perché l’estate, quella notte, era ancora viva. E sotto la città ipertecnologica, il mare stava preparando la prossima guerra.
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