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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Un metodo?

Argomento: Letteratura

di Fabrizio Oddi
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Pubblicato il 16/01/2015 16:10:22

Premessa

 

Per  gustare un libro occorre avere una predisposizione particolare dell’animo, raccolta e non distratta, attenta anche se propensa a “sentire” -pur per il tramite- al di là delle parole che si sta leggendo. Capita allora di allontanarsi un attimo per poi ritornare più consapevoli e con uno sguardo più acuto per guardare ancora più in profondità. Lo stesso accade anche nella visione (successiva) di un film o nell’ascolto di una musica o di una canzone.

 

Il leggere (come lo scrivere) è un atto delicatissimo, frutto di stati d'animo, di volontà, di echi di letture (anche di cinema, teatro, televisione, se è per questo), voglia di provare e riprovare: è un fiore delicato da annaffiare continuamente, anche se il bocciolo a volte ci sembra chiuso. Molto gioca anche quel che definiamo intuito o intuizione. Ogni lettore (e scrittore, ognuno in varie misure è anche questo) lo ha. Occorre possedere in una certa misura -per così dire- la "sindrome di Asperger" (cfr. Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson, p. 587).

 

Agevola questa modalità di lettura anche l’attitudine analitica, che porta inevitabilmente a scoprire meandri di approfondimenti e sentieri interpretativi (anche se è pur vero che alla fine dell’analisi si deve poi necessariamente, dovendo fare il punto, procedere alla riorganizzazione e, dunque, alla sintesi di tutto il materiale rinvenuto).

 

Ci si ritrova allora ad andare in profondità, aprendo nuovi spunti e aspetti da esplorare, nuove “porte” interpretative.

 

Anche quando sembra di avere inquadrato il testo, basta rileggere una pagina, una frase, ritornare indietro a quanto letto in precedenza, ed ecco che una nuova luce appare.

 

È un po’ come accade con quei disegni particolari che dànno luogo a illusioni ottiche: gli stereogrammi. Oltre l’immagine piana bidimensionale si genera infatti una visione di profondità, tridimensionale, esattamente come quando ci si incanta a guardare il vuoto.

 

È importante dunque la capacità di trovare associazioni, anche non consuete, che si attiva allo stesso modo per altri tipi di arte (come la musica o il cinema, per ritornare agli esempi già fatti). Si riesce allora a rendere chiaro ciò che a volte riusciamo solo a sentire o intuire, formulare in un modo semplice e limpido ciò che già conosciamo o sappiamo, ma non riusciamo a portare alla luce in modo così evidente. È –facendo certo gli opportuni distinguo- come l’opera dello scultore che vede nel blocco di marmo grezzo la sua creazione finita e deve solo liberarla del materiale “superfluo” che la circonda.

 

Associazione è dunque la nostra “prima parola” da riporre con cura nella “bisaccia” da portare in ogni percorso di lettura: meccanismo (e dono) frutto di uno stato dell’animo e della mente sempre all’erta.

 

 

Letteratura e cinema

 

La “misura” o “cifra” dell’approfondimento dipende certamente dalle letture fatte, dai film visti, dalle musiche ascoltate, dalle opere d’arte conosciute. Così il Cardinale Gianfranco Ravasi, noto e autorevole biblista, nelle sue esposizioni, negli articoli (v. in particolare nel domenicale de “Il Sole-24 Ore”), nelle rubriche televisive dedicate all’approfondimento biblico, nei suoi libri, utilizza di continuo, oltre ai consueti metodi ermeneutici, efficaci riferimenti a tali diverse arti.

 

D’altro canto, per fare l’esempio della pittura (o delle opere d’arte in genere, come le sculture) nel medioevo e in epoche successive gli affreschi dipinti nelle Chiese erano veri e propri libri illustrati che i fedeli (in genere analfabeti) potevano “leggere” per conoscere le Sacre Scritture, le vite dei personaggi biblici, dei santi e gli insegnamenti della Chiesa.

 

Un riferimento importante, denso di prospettive ed associazioni per la letteratura, è –a mio avviso- il cinema.

 

Ed ecco allora che si possono operare accostamenti (come in campo musicale tra musiche o canzoni di autori diversi), ad esempio, tra films visti in epoche differenti rispetto ad un libro letto di recente (Racconto d’inverno di Leonardo Bonetti), tra due film (Il giardino di mezzanotte del 1998 di Willard Carroll, con David Bradley, Greta Scacchi, Joan Plowright, James Wilby, Anthony Way – e dunque il libro di Philippa Pearce del 1958, dall’omonimo titolo, da cui il film è tratto – Tom’s midnight garden - e La casa sul lago del tempo -The lake house, anno 2006, di Alejandro Agresti, con Keanu Reeves, Sandra Bullock e Christopher Plummer); tra libri dello stesso autore (ad es., nel caso di Daniel Pennac, Signori Bambini, da un lato, e i primi tre libri dello stesso autore, tra quelli scritti per ragazzi, della quadrilogia di Kamo, dall’altro); tra due libri (L’eleganza del riccio -L’élégance du hérisson 2006; ora anche un film Il riccio - 2010 - Le hérisson di Mona Achache - 2009 con Josiane Balasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa, Anne Brochet, Ariane Ascaride - ed Estasi culinarie - Une gourmandise, 2000 - di Muriel Barbery, considerata la presenza di un “grandissimo critico gastronomico” e il suo ricordo di un indefinito, mitico sapore, dell’infanzia, perduto nel tempo) e due film (Ratatouille della Walt Disney e Qualcuno sta uccidendo i più grandi cuochi d'Europa di Ted Kotcheff  con il grande protagonista Robert Morley); o tra un libro (La scoperta dell’alba di Walter Veltroni del 2007), da una parte, e (quanto all’aspetto del “deus ex machina” che “scatena” il contatto tra passato e futuro) un film (Frequency di Gregory Hoblit del 2000, con Dennis Quaid e James Caveziel), dall’altra.

 

Gli intrecci possono essere peraltro molteplici e labirintici.

 

Un tema che mi ha sempre affascinato (considerato il mio amore per la fantascienza e il genere fantasy) è quello dei “viaggi nel tempo”. È allora, ad es., indubbia la somiglianza tra La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo di Audrey Niffenegger (The Time Traveler’s Wife, Harvest Books, 2004, Milano, Mondadori, 2006) ora anche film (del 2009 dall’omonimo titolo in inglese di Rober Schwentk, tradotto in italiano con il titolo Un amore all’improvviso), e il successivo libro dello scrittore francese Guillaume Musso Chi ama torna sempre indietro (Seras-tu là?, Paris, XO Éditions, 2006 –  Milano, RCS Libri - 2007 ed. BUR 2009).

 

Inoltre in riferimento al tema del “paradosso del nonno”, che “aleggia” sui due libri citati, vi è una nota espressa di Musso (nel “Prologo”) che rinvia ad un altro testo: Il viaggiatore imprudente di René Barjavel (a p. 6; il libro è del 1943, il titolo in lingua originale è Le voyageur imprudent).

 

In campo letterario, quali esempi di racconti con viaggi nel tempo oltre al classico Il canto di Natale di Charles Dickens(che ha ispirato molte opere cinematografiche e, da ultimo, A Christmas Carol  di Robert Zemeckis del 2009), a La fine dell'eternità di Asimov e al famoso episodio della saga di Henry Potter (Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban) possiamo ancora fare gli esempi di Timeline di Michael Chricton, della trilogia di Hyperversum di Cecilia Randall (Hyperversum, Il falco e il leone e Il cavaliere del tempo) e il romanzo Rabbia, di Chuck Palahniuk.

 

Peraltro in Chi ama torna sempre indietro mi sembra di aver rinvenuto un elemento, in riferimento ad una “corrispondenza” (anche se sui generis nel caso del libro di Musso) tra passato e futuro, che mi ricorda due films, visti qualche tempo fa e già citati: La casa sul lago del tempo  e Frequency.

 

Del resto in ambito cinematografico in tema di viaggi intertemporali sono svariate le pellicole cinematografiche sull’argomento. Così il film del 2006 Déjà vu - Corsa contro il tempo (Déjà Vu) del regista Tony Scott (quello di Nemico pubblico - 1998 - Spy Game – 2001 - Man on Fire - Il fuoco della vendetta – 2004 - Domino 2005), con Denzel Washington, Val Kilmer, Paula Patton, Bruce Greenwood, Adam Goldberg e Jim Caviezel), o L'esercito delle dodici scimmie (Twelve Monkeys del 1995, di Terry Gilliam, con Brad Pitt, Madeleine Stowe, Christopher Plummer, Bruce Willis, Jon Seda).

 

Ugualmente viene “in ballo” il “paradosso”, cui facevo riferimento poc’anzi, nella famosa trilogia di Robert Zemeckis di Ritorno al futuro (con Michael J. Fox e Christopher Lloyd), in una puntata del cartone animato Futurama, creato da Matt Groening, e tra gli altri –a mio avviso- nei films “cult” Il pianeta delle scimmie (Planet of the Apes, del 1968, di Franklin J. Schaffner, con il fantastico Charlton Heston, e con un successivo remake nel 2001 di Tim Burton), e L’uomo che visse nel futuro del 1960, titolo originale The time machine (di George Pal, remake nel 2002 di Simon Wells), tratto dall’omonimo classico della letteratura di fantascienza di H.G. Wells. Aggiungerei anche Kate & Leopold del 2001del regista James Mangold (con Meg Ryan e Hugh Jackman)

 

 

Un metodo

 

Ancora alcune ultime annotazioni introduttive.

 

I libri a noi cari, sono divenuti, divengono e diverranno parte di quel che oggi siamo, di quel che saremo domani –e mutandone la prospettiva e lo sguardo- di quel che eravamo ieri: ritengo infatti che ogni lettura “rilasci” in noi (nella nostra mente, nel nostro cuore), in misura più o meno ampia, anche se non ce ne accorgiamo, “memorie” (per così dire), che permangono in modo indelebile (sia pure per dire solo che il libro di quell’autore, con quell’argomento, di quel genere, non ci piaceva): è un po’ come il senso dell’odorato; in realtà funziona perché singole particelle di materia giungono al nostro naso.

 

I libri, la lettura (come il cinema, come le varie manifestazioni dell’arte), sono poi un ottimo antidoto per non essere “plagiati” dai mass media, un vaccino di buone letture che ci rende immuni da “virus” e “batteri” mediatici. Ciò in modo da non essere limitati solo all’immagine, all’apparenza, alla parola-spot, all’ipse dixit.

 

Ci difendiamo così, rafforzando il nostro “priming” da ogni artificio connesso con la PNL (Programmazione Neuro Linguistica) che viene utilizzata non solo nella pubblicità, ma anche nei vari tipi di comunicazione sui mass media.

 

Veniamo ora al cuore del discorso.

 

Il “metodo”, per così dire, di cui cerco di tratteggiare i contorni, senza certo pretendere di delineare un vero e proprio sistema scientifico di lettura dei testi, consiste in un’attività istintiva, non “premeditata”. Non bisogna abbandonare il piacere della lettura, facendosi prendere dal desiderio di analizzare il testo. Si parte dall’ “interno” del testo, non dall’esterno.

 

Quando trovo una frase (o più frasi) che mi colpiscono, che colgono il cuore, a mio avviso, di quel discorso che si va svolgendo, di quel capitolo (talora di tutto il libro), lascio una piccola traccia nella pagina (un segnalibro, un pezzetto di carta, un pezzetto di giornale…).

 

In una fase successiva – generalmente alla fine della lettura del libro, ma non sempre - trascrivo a mano o su di un file il testo o talvolta, per comodità, utilizzo una fotocopia della pagina (o delle pagine), in modo poi da poter usare la matita, la matita bicolore, la penna, l’evidenziatore giallo, sottolineando quel passo o quei passi, e talora poter “appuntare” un concetto o un pensiero (altrimenti in genere scritto su mille foglietti volanti poi raggruppati in seguito).

 

Tale “usanza” risale al periodo del ginnasio (erano gli anni ’70), quando riempivo dei quadernetti con i fogli a spirale di citazioni, commenti, recensioni, ritagli di articoli, titoli di libri, di riviste, di film, di poesie, o riportavo brani, o versi o intere poesie di autori che mi avevano colpito: il tutto a mo’ di Zibaldone (un po’ come il grande poeta). E quei quadernetti sono ancora con me, a parlarmi di quelle letture, di quell’autore, pieni di messaggi che dal passato ancora mi svelano se ho voglia di ascoltare, messaggi lasciati (inconsapevolmente) anche per il futuro, per quello che sarei diventato.

 

La mia professoressa di italiano delle medie (e lo stesso cantautore Fabrizio De Andrè) usava invece “postillare” il libro al margine (come i “glossatori” medioevali).

 

Le frasi una volta trascritte – o evidenziate in pagine fotocopiate-  vanno come a comporre un disegno, che può anche diventare un complesso mosaico, se si vuole sviluppare un’analisi di tutto il libro. Infatti una volta data “forma” a ciò che ci ha colpito, le frasi parlano –per così dire- da sole e rimandano spesso ad altre frasi: cominciano infatti a svelare un discorso più profondo e intimo, proprio dell’autore e del testo che ha voluto creare.

 

L’analisi arriva, se del caso, se lo merita lo scrittore (il regista e lo sceneggiatore nel caso di un film) in seconda lettura (con una nuova proiezione), finita la prima, ormai capito lo sviluppo della storia narrata nel libro (la trama del film). Un atteggiamento leggermente distaccato e distante dal libro consente allora di vedere meglio “l’ordito” nascosto, la “tridimensionalità”, che sfuggiva nello spazio piano sul quale si è costretti dalla prima lettura del libro (o dalla prima visione del film)

 

Si attua allora una scomposizione e una frammentazione del testo e poi una sua ricomposizione, con associazioni delle frasi e delle loro singole componenti (soggetti, predicati, complementi, sostantivi, aggetti, verbi, parti variabili del discorso) nelle varie parti del libro, arricchite anche con elementi extratestuali, come accennavo in precedenza.

 

È un’operazione che si svolge a “tratti”, generalmente in momenti diversi della giornata e in giorni diversi, ma anche talora –avendo tempo e ispirazione- di continuo, nel luogo anche fisico dove si accendono luci inattese; spesso facendo tutt’altro (in metropolitana, sull’autobus, camminando, vedendo un film). È come un meccanismo automatico sempre acceso, che funziona grazie ad associazioni. E “associazione” è la parola chiave.

 

La mente lasciata libera continua in sottofondo a lavorare sul testo (sul film), quasi inconsciamente e all’improvviso scopre nuovi legami, intrecci, connessioni.

È come quando ci si addormenta pensando ad un problema geometrico e matematico e durante il sogno si scopre la soluzione. Come mi è veramente successo (in questo caso me ne sono accorto, probabilmente altre volte la soluzione è stata inconsapevole) durante il periodo in cui frequentavo la scuola media per un problema geometrico (mi sembra che riguardasse il teorema di Pitagora), sul quale c’eravamo arrovellati con un mio compagno di classe: inutilmente. E invece nel sonno, come d’incanto, la soluzione era lì, semplice e chiara, a portata di mano: bastava solo ricordarla al risveglio, com’è in effetti avvenuto. Altre volte non mi è riuscito (che si trattasse di un problema, di un testo di letteratura, di una poesia…).

 

È simile ad uno stato di trance – come dicevo in precedenza - proprio come avviene guardando nel vuoto, o scrutando uno stereogramma, e vedendo tutt’altro da quel che è immediatamente visibile nel testo (o nella proiezione di un film).

 

Capita allora di collegare la prima pagina all’ultima, di saltare da un capitolo all’altro, di trovare associazioni continue, che si intrecciano le une con le altre, svelando la paziente tessitura, la ragnatela, abilmente ricamata dall’autore.

 

Quando ciò avviene si assapora l’intima essenza del libro e si acquisisce uno “stato” di percezione diverso (ricorda un po’ il libro di genere fantastico Flatlandia, scritto da Edwin Abbott Abbott). E come l’abitante di un ipotetico universo bidimensionale, che entra in contatto con un altro essere facente parte di una realtà tridimensionale, scopriamo un mondo a più dimensioni.

 

Avevo prima fatto riferimento al primo elemento (da riporre nella nostra –ipotetica- bisaccia lungo il nostro –lungo o breve che sia- cammino per le pagine del nostro libro) che ritengo essenziale: quello dell’associazione.

 

Da quanto detto mi sentirei di introdurre un ulteriore elemento importante. La parola associazione va infatti messa in correlazione con un’altra: risonanza.

 

Con uno sguardo “prospettico” si può infatti, grazie al “risuonare” delle parole in noi già “associate”, “vedere” nell’insieme –dopo il preliminare (e quasi inconsapevole lavoro di selezione di frasi e parole) ciò che è celato (spesso si tratta di “parole chiave”), “tracce” di cui è disseminato il testo (talora neanche volontariamente da parte dell’autore, perché il testo con la “creazione” acquista vita propria e autonoma).

 

Ogni “traccia”, oltreché da sé stessa, dalla sua “sostanza linguistica”, prende luce allora da un’altra, da una frase, da una pagina, in un percorso in avanti e a ritroso nel testo e “apre” sicuramente ad una comprensione “superiore”, che consente di accedere a “strati” più profondi e intimi del libro, fino al suo “cuore”: in un cammino a spirale che, una volta avviato, sembra non avere fine, in questo “risuonare” continuo nella mente, questo “ruminare” “rabbinico”, per così dire, della parola, e di tutte le sue componenti.

 

Si passa talora ad un’intuizione, passo a volte successivo –che indica il passaggio dall’analisi alla sintesi, che può condurre anche ad un seguente approfondimento del testo, in avanti e indietro, sulla scia di questa “illuminazione”.

 

Accanto a questa “tipologia” di sintesi frutto di “intuizione” (a volte insieme a volte al posto di questa) si pone un’altra specie di sintesi, cui avevo fatto accenno all’inizio: si tratta del momento in cui si vuole fare “il punto” della “situazione” e si verifica il passaggio dall’analisi, precedentemente svolta, alla necessaria (con la sua riorganizzazione) sintesi di tutto il materiale fino ad allora elaborato.

 

Anche in tal caso, mediante tale operazione - più razionale che intuitiva – si può avere qualche “illuminazione” e scoprire aspetti prima non “percepiti”.

 

Allora viene spontaneo ritornare sui nostri passi, ad una rilettura del testo, se non altro per verificare di aver avuto l’impressione giusta, scoprendo talvolta altri “sentieri” di comprensione del testo. Si può pervenire dunque, anche per tale altro percorso, ad una “sintesi” stavolta “intuitiva” che può dar corso ad una nuova analisi, e così via.

 

Si tratta di un circuito “virtuoso” che da una prima lettura con le nostre “tracce (fogliettini vari) e appunti (a margine, su foglietti, sottolineature…) di viaggio” ci conduce, attraverso l’analisi, l’associazione, la risonanza, la sintesi “intuitiva” e/o la sintesi “razionale”, per poi riprendere, eventualmente, il percorso dell’analisi, letteralmente ad uno “scavo” del testo indubbiamente ogni volta più profondo e interiore.

 

E il percorso allora diviene più chiaro, intelligibile, e spesso da “incerto” appare ora (se abbiamo avuto cura di riporre quegli elementi nella nostra “sporta” di viaggio intrapreso nell’universo della parola) più “luminoso”: una o più scoperte, un disvelamento, che non possono non arricchirci intimamente nel nostro essere, inevitabilmente cambiandoci nell’ora e adesso ma anche nel passato, o meglio nella comprensione più profonda di esso, e nel nostro futuro.

 

Certo senza accostarmi e fare un paragone con l’irraggiungibile esempio, con un’esperienza tanto profonda e sublime, tuttavia mi sembra che potrebbe farsi un accostamento al metodo della “lectio divina” utilizzato dai Padri della Chiesa per la lettura della Bibbia. Per noi moderni tale particolare lettura è agevolata dai rimandi ai passi biblici del Nuovo e del Vecchio Testamento contenuti a margine nell’immancabile e irrinunciabile “Bibbia di Gerusalemme”, sia nella versione completa che in quella “pocket” da viaggio, che mi segue da anni (dal 1982).

 

In verità, tale approccio, l’ho in effetti sperimentato, qualche tempo fa, per cui è sempre immanente, e basta poco perché vi sia un’osmosi tra “sacro” e “profano”. Rinvio per un sintetico sguardo a tale metodo di lettura esperienziale all’appendice Come fare la lectio divina in famiglia (pp. 67-88: vedi pure rimandi bibliografici nell’altra sezione dell’appendice Per approfondire la conoscenza della Bibbia in famiglia, pp. 89-92) da me curata nel libro di Claudio e Laura Gentili Per star bene in famiglia (Ed. Fiordaliso, 1998).

 

Ad ogni modo, la lettura rimane sempre un’esperienza personale e autonoma e non può (tranne il caso certo che sia effettuata a motivo del proprio lavoro) prescindere dalla libertà.

 

In conclusione, non può che tornare pienamente valido allora il decalogo del nostro amico Daniel Pennac (Come un romanzo, Milano, Feltrinelli, 1993, ed. orig. 1992, Comme un roman, Paris, Gallimard), con i suoi diritti imprescrittibili del lettore (p. 116):

 

  1)     Il diritto di non leggere.

  2)     Il diritto di saltare le pagine.

  3)     Il diritto di non finire un libro.

  4)     Il diritto di rileggere.

  5)     Il diritto di leggere qualsiasi cosa.

  6)     Il diritto al bovarismo.

  7)     Il diritto di leggere ovunque.

  8)     Il diritto di spizzicare.

  9)     Il diritto di leggere a voce alta.

10)     Il diritto di tacere.

 

Mi congedo citando un brevissimo testo.

 

L'ho trascritto una mattina, dopo aver accompagnato a scuola i miei figlioli (allora frequentavano il primo la quarta, la seconda la seconda elementare), scorgendolo in un cartellone ben visibile per gli alunni, ma anche per tutti coloro -come me- che si sono ritrovati in quel luogo, quasi in un cammino a ritroso, per così dire, nel tempo, a percorrere quei corridoi "scolastici".

 

Il testo recita così:

 

"Leggere

 

Ogni progresso viene dalla lettura

 

e dalla meditazione.

 

Le cose che non sappiamo

 

le impariamo leggendo.

 

Le cose che abbiamo imparato

 

le conserviamo meditando.

 

                  Antica sentenza"

 

 

Non mi rimane che augurare a tutti …buone letture.


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