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Collana di eBook a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani

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eBook n. 37 :: Misure del timore, di Antonio Spagnuolo
LaRecherche.it [Poesia]

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Data di pubblicazione:
11/03/2010 16:00:00
 
Notizie sull'eBook
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Segnaliamo due recensioni a Misure del timore:

Sergio Spadaro su Oubliettemagazine: leggi
Luigia Sorrentino su RaiNews: leggi
 

# 53 commenti a questo e-book [ scrivi il tuo commento ]

 Michele Ceciliano - 21/02/2011 20:22:00 [ leggi altri commenti di Michele Ceciliano » ]

Il commento di Sandro Montalto, oltre alla sua supponenza, non dice alcunchè che non sia acqua calda.

 Armida Lavagna - 18/08/2010 18:26:00 [ leggi altri commenti di Armida Lavagna » ]

UN’AVVENTURA AL SACCHEGGIO DEI GIORNI
Quindici poesie legate indissolubilmente fra loro, tutte giocate su contrasti che si colgono solo tornando su una serie di versi dopo aver letto la successiva: il passato e il presente, gli spazi aperti e quelli chiusi, le fantasie e le rinunce. Intuiamo un percorso lungo, riflessioni e progetti, ora riletti dal pensiero che è “spasmo che logora e ricompone testimonianze complesse”.

Nel ricordare un passato senza limiti e unità di misura, e spazi aperti dove correre e giocare, il poeta infatti frammenta e logora il suo vissuto: ricordare in questi versi non è rievocare, chiamare in vita i sentimenti e le illusioni, ma consumarle mentre il tempo scorre e si corrode, e “l’estate (…) tramonta lentamente”. Qui, oggi è il timore, qui, oggi il tempo è misurato – frammentato nel ricordo, scandito in un presente definito in ore che si contano, in attimi o stagioni.

Lo scacco è tale che tra passato e presente si apre una profonda dicotomia, evidente nelle scelte lessicali: per il passato miraggi / finzioni / illusioni / arcano / agguato / richiami / giocare. Per il presente rinunce / rovine e affanni / residui / rottami / scorie.

Il rapporto tra queste due dimensioni – giocato a livello spaziale nella contrapposizione aperto/chiuso – è sofferto al punto che per due volte il poeta ricorre alla stessa immagine quasi brutale, una sorta di iterazione intensiva del carpere oraziano: il sommo poeta di allora invitava a cogliere, afferrare l’istante, il poeta di oggi usa torcere per indicare ciò che avrebbe voluto cogliere e non ha colto, trasferendo la sofferenza del rimpianto – fisicamente dolorosa – all’oggetto della sua poesia:

“…glicini appassiti / per quei rami che avresti voluto torcere / al profumo”

“…pronte a distorcere quei meravigliosi colori della favola / custodita per anni tra le tue mani / e le mie ciglia inaridite”.

Altro contrasto è proprio quello tra umido e secco: le ciglia oggi sono inaridite; dell’amore, della sua fisicità urgente, resta un frutto secco, le mura sono di “cemento ingiallito”, e l’attacco subìto nello spazio chiuso di un rifugio, nel “grumo segreto” cui si è ridotto il tempo è quello della ruggine.

Eppure il poeta ha due armi per difendersi: una è quella di chi si dichiara sconfitto, il distacco dell’ironia, che degrada il desiderio a “desiderio riflesso”, che non concede più “abbandoni” giocosi ma che non sa essere immune alle “disattente flessioni” di un attimo improvviso che approfittando di una distrazione del pensiero “tra le crepe dei muri sussurra ancora una promessa” che nuovamente inganna e seduce.

L’altra arma è appunto la poesia, definita con efficacissima immagine “tappeto di muschio”, che in qualche modo attutisce il contatto col mondo, e che rimanda all’umido, polo positivo della coppia oppositiva: umido il rincorrersi nel passato, umido il mondo (come il grembo materno, se a quello allude il cordone) alla luce del desiderio che sempre rinasce, nonostante le dichiarazioni di resa:

“Non sappiamo resistere al tranello che propone / qualche ora sottratta nel sorriso / e che rinnova sguardi vellutati”.

Vellutati. Morbidi come muschio.

Impresa ardua addentrarsi in questi versi e trovare un filo che guidi nel labirinto – luogo della ragione e della insufficienza della ragione, dove ad ogni svolta è riproposto un nuovo inganno - , impresa ardua anche sottrarsi alla desolazione che talvolta incombe su questo spazio chiuso (“Quale continua morte, senza inganni, ecco la vita”), se non fosse per le improvvise aperture che ridanno respiro e speranza, di solito per un breve istante, nella poesia “Mare” invece per un tempo indefinito, dilatato tra vele e arcobaleni, che fa davvero sperare possibile l’”avventura al saccheggio dei giorni”. ARMIDA LAVAGNA



 Giacomo Leronni - 13/07/2010 13:01:00 [ leggi altri commenti di Giacomo Leronni » ]

Bisognerebbe avere sempre il coraggio di cantarlo, l’amore, anche quando slitta sull’ombra come in questi testi di Spagnuolo. Siamo circondati da libri (anche pregevoli, su cui tutti ci siamo formati) in cui l’amore viene celebrato in tutti i suoi aspetti e le sue forme, ma forse non in tutti i suoi "tempi" e, di conseguenza, poco o nulla sappiamo della passione che arde quando il corpo è debilitato, coperto da cicatrici e abitato da dubbi e rimorsi grandi come cicatrici, livido per il freddo e per il tocco quotidiano del nulla, dopo una lunga complicità con la vita che sembra volerci abbandonare. Poco sappiamo dell’amore in un corpo che denuncia da sé un’età a cui però non vuole arrendersi per estremo, toccante omaggio alla vita che l’ha nutrito e reso forte e combattivo. Le voci che ci abitano al tramonto, dopo un lungo giorno di incontri e scontri, fratture e risanamenti, gioie e ardori presto spenti e poi rinnovatisi, hanno una loro naturale malinconia che, da anni, è consustanziale alla poetica di Spagnuolo, che sa bene che la vita è omaggio e oltraggio, carezza all’altro e fuga, desiderio e cenere, conquista e polvere. Tutto questo è filtrato però da Spagnuolo, in questo come in altri suoi libri, recenti e non solo, attraverso la cifra caratterizzante del sentimento amoroso, cui non ha mai rinunciato negli anni. Tantomeno - ed è questo che colpisce e rassicura, anche, il lettore - vi rinuncia adesso, anche se il prezzo è alto perché la nudità di sé che si offre è maggiore e impietosamente, verso dopo verso, reca la sua immedicabile offesa.
Un’altra cosa per la quale dobbiamo essere grati a Spagnuolo è il suo costante aprire la poesia agli apporti creatori e vivificanti dell’inconscio, come peraltro emerge con acribia nella prefazione di Pomilio e anche in alcuni acuti commenti precedenti. Anche in questo caso si tratta di una linea guida che non sorprende i più attenti fra i conoscitori della sua ampia produzione precedente. Ma comunque l’aspetto va ulteriormente sottolineato perché troppo maggioritaria mi sembra, oggi, quella linea della poesia che poggia i suoi fondamenti sulla rappresentazione il più possibile oggettiva (e scarna, disincarnata direi) del reale, quasi che il reale fosse il dio a cui prostrarsi, da sempre cercato e finalmente trovato e tangibile, dimenticando che siamo anche (e forse soprattutto) pensiero, razionalità e irrazionalità, inconoscibile che cerca di conoscersi, tortuoso e duro percorso di ricerca interiore, che non nega la realtà ma si guarda bene dal ritenere che possa essere assolutizzata come unica materia della poesia.
Così, continuando il suo percorso di gentiluomo d’altri tempi che non teme di affondare le mani nei meandri del corpo ("... ho bisogno / di toccare, palpare, ripetutamente il mio corpo...", "Anche io una vacanza breve / con entrambe le mani nel tuo sesso,...") e della psiche (perché tutto va provato e raggiunto per poter essere poi perso e nuovamente sognato, all’infinito), Spagnuolo si prende il lusso, soffiandolo a tanti giovani e meno giovani compagni di percorso che dovrebbero fare come lui e che invece ristagnano nell’alveo di ciò che più "conviene" scrivere, di essere controcorrente e di seguire pervicacemente la sua strada di assoluto e perdizione, di vittoria e sconfitta, di limite varcato che poi nuovamente ti supera e ti spiazza, di verità e rimorso, di cupa ombra ferita da quel poco di luce riservata agli umani. Agli umani come ai poeti. E, fra i poeti, a quelli migliori, a quelli veri.

 Narda Fattori - 23/05/2010 18:45:00 [ leggi altri commenti di Narda Fattori » ]

Una silloge di una quindicina di poesie che chiude e racchiude un percorso esistenziale e sentimentale ma che non chiude nessuna porta, cestina solo il superfluo, quello che ci ingombra soltanto e ci impedisce di cogliere l’angolo che nasconde le piccole verità che ci consentono un’alba dopo un’altra. Attreverso una scrittura limpita, chiara, letteraria ma forse volutamente demodè, definitivamente lirica, tesa a comunicare arminicamente senza sfoggi di retorica, Spagnuolo si ferma a soccorrere gli istanti che fanno il tempo non una successione lineare di istanti, ma un percorso zigzagante fra un incontro e un altro, un moto dell’anima e un altro, insomma ciò che resta dopo una cernita degli eventi.
E’ una lirica che si abbevera al vaticinuo delle piccole cose comune, non diversamente dall’uomo, piccolo comune essere, ma irripetibile nella sua singolarità.
Non poteva mancare in questa brebe silloge uno sguardo in tralice anche al futuro, alle mete prossime e definitive, ma quietate, indolori, quasi attese con curiosità. Ci sono tanti ricordi, certo: ma quale poeta riuscirebbe a dire qualcosa di significativo se fosse privata della memoria? L’incontro con questi versi che sanno abbassarsi e "intelligere" l’uomo e il mondo, propizia l’esserci in questo tempo e lo starci, inquieti ma vivi, ma dentro.

 Sandro Montalto - 23/05/2010 13:45:00 [ leggi altri commenti di Sandro Montalto » ]

Caro Antonio, come sempre, e come ho avuto modo di rilevare leggendo molti suoi libri e scrivendone, la tua poesia continua ad avere il coraggio di confrontarsi con la vita vera, quotidiana siccome di quotidianità nel bene o nel male vive l’uomo, e continua ad usare una lingua che è preziosa nella misura in cui è urgente capire, crescere, guardare e guardarsi con etica onestà.
Ancora una volta, bravo!

 Vito Russo - 09/05/2010 19:52:00 [ leggi altri commenti di Vito Russo » ]

E’ incredibile come S. in 15 poesie dica così tante cose, lasci al lettore così tante suggestioni, contenuti. S. si aggrappa all’eterno binomio amore-morte, per proporre stavolta altre dicotomie: alto-basso, pieno-vuoto, passato-futuro, materia-memoria, speranza-abbandono, verità-finzione, vecchio-giovane, inizio-fine. Ne emerge, su un piano lessicale più sommesso del solito e con una sintassi che si abbandona talvolta al parlato, un senso di sospensione malinconica, nostalgica, verso il sopravvivere. Abbondano riferimenti come "arcano", "intorpidito", "ombra", "vellutato", "crepe", "incertezza", "tremore", "sussurro", "ruggine", "tramontare", "rottame", "incapace", "scoria", "sospeso", "congedo", "follia", "labirinto",... ma non mancano anche alcuni slanci verso il futuro, la speranza, i progetti. Ma tutto senza una definizione chiara. La sensazione che resta è quella di una leopardiana vaghezza.

 Eugenio Lucrezi - 05/05/2010 11:23:00 [ leggi altri commenti di Eugenio Lucrezi » ]

Eugenio Lucrezi su "Misure del timore" di Antonio Spagnuolo.
Esemplare ed esatta scansione del tempo umano - anche brutale, a tratti ( ma Spagnuolo è un bravo medico, e dunque non è pietoso ) -, questo libro usa la lancetta del verso come un metronomo impassibile, anche rispetto ai turbamenti e al sentimento irrimediabile della perdita vitale che il suo trascorrere comporta.
L’acquisto consiste nella visione, puntualmente tradotta nel verso, degli scenari e delle figure atteggiate nelle posture memorabili perché acutamente percepite, nella dovizia dei particolari e nello strazio aggraziato dell’incontro. E’ sempre uguale a se stesso il presupposto della poesia, che consiste nell’affilare gli strumenti della percezione, nel predisporli al racconto. Che arriva poi come gratuita delizia, e riposa sulla pagina ( stavolta sulla schermo ) in attesa e in ascolto dei lettori, occasione e rinnovo di vita.

 Franca Catri - 27/04/2010 12:06:00 [ leggi altri commenti di Franca Catri » ]

Caro Antonio,
ancora una volta mi ha raggiunto la tua poesia dal freddo magma del tuo nostalgico esistere. Una ricerca continua di mezzi espressivi sempre nuovi a sondare cose e sentimenti nel dramma di una impossibile conciliazione. Bellissima la copertina che apre un mondo di colori e linee quasi all’ombra mistica di una cattedrale.
Con affetto Franca Catri

 Lucianna Argenttino - 24/04/2010 16:22:00 [ leggi altri commenti di Lucianna Argenttino » ]

Heidegger commentando Holderlin diceva che poetare è misurare e qui Antonio Spagnuolo poetando prende le misure del timore. Il timore è uno ma le possibilità  di misurarlo sono infinite!
L’essenza del poetico sta, dunque, nella presa-di-misura, mediante la quale si compie la misurazione-disposizione dell’essenza umana.
Misura della condizione umana, delle umane inquietudini, aspirazioni, desideri tutto filtrato e reso di nuovo attraverso il suo linguaggio poetico che non stravolge le cose ma ce le ridona con grazia...
Un carissimo saluto, Lucianna Argentino

 Fabia Ghenzovich - 10/04/2010 14:08:00 [ leggi altri commenti di Fabia Ghenzovich » ]

Chiarezza e profondità sono le prime impressioni che mi suscitano le tue poesie in questa raccolta "Misure del timore". Una sofferta passionalità che nasce dal corpo perchè "senza riserve anche il corpo è vinto". La verità di questi versi non lascia dubbi sulla forza evocativa d’una ricerca vitale,fisica e psichica che ci pone di fronte senza riserve alla lotta tra la vita e la morte.

 Roberto Maggiani - 10/04/2010 14:07:00 [ leggi altri commenti di Roberto Maggiani » ]

Vorrei informare sul fatto che il conteggio del libro non procede ad ogni download del file da parte di uno stesso utente, non prima di un dato intervallo temporale, che non permette certo di ottenere 300 visite.

 g.f. - 10/04/2010 13:39:00 [ leggi altri commenti di g.f. » ]

Finiscila di scaricare. Non vedi l’onesto Cara a che livelli é.Non fate i buffoni.

 Liliana Ugolini - 05/04/2010 07:16:00 [ leggi altri commenti di Liliana Ugolini » ]

Liliana Ugolini per " Misure del timore" di Antonio Spagnuolo.
Suggestive le immagini che scaturiscono dalla tua poesia che dice in tonalità di ombre e colori, l’essenza vitale. Eppure il brivido del distacco e dell’ osservazione si fa base di pensiero a sezionarne il senso. A chi legge questo ossimoro dà altalenante percezione e le paure si fanno di tutti nella bellezza d’un dire primordiale e attuale insieme in nuda verità. Si avverte il bisogno d’una risposta dall’altro giacente corpo muto, quasi un fantasma ignaro.

 Tommaso Romano - 02/04/2010 17:44:00 [ leggi altri commenti di Tommaso Romano » ]

caro spagnuolo, "Misure del timore" segna la misura di uno stile,di una professione nella parola che ha il senso del duraturo ,dello scavo in profondita’... grazie tommaso romano . "Thule"

 Ivano Mugnaini - 31/03/2010 12:45:00 [ leggi altri commenti di Ivano Mugnaini » ]

Molto è già stato scritto su "Misure del timore", con passione e competenza, da autori-lettori che stimo. Questo mio commento quindi può aggiungere solo una conferma, per me sempre piacevole: nella poesia di Antonio Spagnuolo c’è una forza evocativa che scardina e ridisegna mappe e confini, anche quando, come in questo caso, esplora i territori minati del tempo e del timore. La misura è senso del ritmo, cadenza, linearità. Questa fase c’è, nel libro, ma è superata, senza forzature, con l’energia di un istinto che esonda sulla spinta di quella che a mio parere è la caratteristica più viva e costantemente vitale della poesia di Spagnuolo: una sensualità profonda che acuisce la capacità di percezione, sia del corpo che della mente, e permette di fare barriera, tramite la parola, ai meandri dei Labirinti, individuali e collettivi, e all’incalzare delle Stagioni. Resta presente, e attuale, la capacità di Spagnuolo di tramutare perfino il dolore, e il timore, in una ricerca, tattile, sanguigna, anche nella meditazione filosofica, di tutto ciò che dà corpo all’esistere. Un caro saluto, Ivano Mugnaini

 Marco Romano - 30/03/2010 09:31:00 [ leggi altri commenti di Marco Romano » ]

Caro Spagnuolo,
ho letto il suo magnifico e-book
"Misure del timore", ulteriore
conferma (se ce ne fosse ancora bisogno)
della grandezza della sua poesia,
la lettura della quale, a chi, come me, sta a cuore la poesia,
è una vera autentica emozione.
Cordiali saluti e complimenti.

Marco Romano

 Giovanni Chiellino - 29/03/2010 13:59:00 [ leggi altri commenti di Giovanni Chiellino » ]

Per un errore non ho completato il mio breve commento per cui lo ripeto intergalmente.
Carissimo Antonio,
sono entrato con timore nell’armoniosa architettura dei tuoi versi e, incantato,ne ho ammirato le volte, la fuga di colonne e arcate, i fasci di luce che illuminano la mente e l’anima. Immagini, suoni, memoria aleggiano nello spazio sontuoso della tua costruzione scritturale. Si aprono infiniti rimandi, infiniti richiami, ci si sente invasi dal tuo alto sentire poetico, dalla tua cultura, dalla fiamma del fuoco creativo:
"Come vedi si contano le ore, una fantasia
che giorno dopo giorno leviga le ginocchia
al ripetersi delle innocenti memorie,
il desiderio riflesso di nuove finzioni
per quella lunga attesa nella quale
più viva e intensa è la paura che cinge".
In sei versi si condensano il magico e il tragico dell’umana avventura.

 null - 29/03/2010 11:55:00 [ leggi altri commenti di null » ]

Carissimo Antonio,
sono entrato con timore nell’armoniosa architettura dei tuoi versi e, incantato, ne ho ammirato le volte, la fuga di colonne e archi, i fasci di luce che illuminano l’anima e la mente. Immagini, suoni, memorie aleggiano nello spazio della tua costruzione, si aprono a infiniti rimandi, a infiniti richiami. Ci si sente invasi dal tuo alto sentire poetico, dalla tua cultura, dalla fiamma del fuoco creativo:
"Come vedi si contano le ore, una fantasia
che giorno dopo giorno leviga le ginocchia
al ripetersi delle innocenti memorie
il desiderio riflesso di nuove finzioni
per quella lunga attesa nella quale
più viva e intensa è la paura che ginge

 null - 29/03/2010 10:56:00 [ leggi altri commenti di null » ]

I miei complimenti per il successo della nuova veste che non avevo avutomodo di conoscere.

Cordialmente Pina Ricca

 Rossella Tempesta - 25/03/2010 21:06:00 [ leggi altri commenti di Rossella Tempesta » ]

Carissimo Antonio, sei, da vero Maestro, sempre un passo avanti. L’idea di pubblicare questo tuo libro in forma di e-book rispecchia in pieno la Poesia in esso contenuta: nei tuoi versi leggo infatti una riflessione profonda ma tuttaltro che arresa. Tu vai sempre avanti, avanti ancora, e testimoni che nessuna decadenza ti corrode e ritraendo con sottile ma ironica malinconia qualche sfacelo del presente, tu già ti slanci verso il prossimo futuro.Sei un modello assolutamente da seguire, ed io inseguirò, anche se col fiato corto, le tue geniali evoluzioni, rischiarandomi al lume intelligente della tua Poesia. Rossella Tempesta

 alfonso lentini - 25/03/2010 09:45:00 [ leggi altri commenti di alfonso lentini » ]

Caro Antonio, solo ora riesco a trovare il tempo per analizzare, saggiare e assaporare il tuo “Misure del timore”. E’ stata un’esperienza di lettura che mi ha fatto navigare nel magma della tua "recherche" di poeta e di uomo (dove convivono, sovrapposte, la ricerca nel tessuto della scrittura e, più proustianamente, quella nel tessuto della memoria). Ho individuato filamenti di senso che, pur andando oltre la parola compiuta e dirigendosi verso i piani del presemantico, mi hanno immesso nel solco di un percorso che è anche scavo memoriale, immersione nei labirinti dell’inconscio, racconto d’amore, folla di voci, colloquio attraverso il quale, come dice benissimo Pomilio, “rare volte la non significanza ed impronunziabilità del vivere e la correlativa angoscia hanno trovato pronunzia più radicale”. Pronuncia che è anche progetto di ridefinizione, tentativo di recintare la vita entro contorni che a mio avviso sono ben rappresentati da questi versi chiave della raccolta: “Quale continua morte, senza inganni, / ecco la vita, / come un supporto ricco di fantasie ed illusioni / che rimandano a fine”: il gioco è in sostanza “abitare l’assedio” e insinuare “qualche verità, a volte incerta nel verso”, narrare la fine attraverso i mille inizi di una metrica tellurica e insieme dolcemente sospesa fra eros e tanatos.
Grazie di avermi coinvolto in questo gioco!
Alfonso Lentini

 Nevio N igro: 24/III/2010 - 24/03/2010 15:03:00 [ leggi altri commenti di Nevio N igro: 24/III/2010 » ]

I giorni vanno/ da un quando a un quando/ cullati dal canto /
melodioso,/ carnale,/ affascinante sempre,/ di Antonio.
Sua è la stagione/ del canto,/ la profondita azzurra/ del pensiero,/
che fa tristi/ o felici,/ la terra,la donna,il patire/
nel passare dei giorni/ che non vincono/ il cuore.

A proposito del libro di A.Spagnuolo MISURE DEL TIMORE

 Pasquale Mesolella - 24/03/2010 13:59:00 [ leggi altri commenti di Pasquale Mesolella » ]

la sottile vena di tristezza o di nostalgia che avvolge il tuo verso, lo permea di una freschezza e di una vivacità da renderlo veramente gradito,anche se spesso dietro alle semplici parole si nasconde un significato molto più profondo e che va oltre.
Mi rispecchio molto nei tuoi versi. Auguri!

 Sandro Gros-Pietro - 24/03/2010 10:21:00 [ leggi altri commenti di Sandro Gros-Pietro » ]

C’è la tenuta architettonica di un alveare di significati metaforici e congiunti che compongono la rete dei collegamenti tra spunti e realizzazioni poetiche, come se il tempo fosse un’esalazione eversiva e drammatica della mente, al centro il crogiolo dell’eros, qualche illecebra, ma anche la fede della continua rinascita dell’utopia: uno spettacolo per una mente raffinata

sandro gros-pietro

 Giorgio Linguaglossa - 20/03/2010 09:53:00 [ leggi altri commenti di Giorgio Linguaglossa » ]

"Misure del timore" non si discosta dalla linea di ricerca recente di Antonio Spagnuolo. Il poeta napoletano esperisce, contemporaneamente, due binari: il binario pregrammaticale, quello grammaticale e, l’ultimo, il post-grammaticale; fermo restando la struttura metrica "libera", il mero calcolo sillabico. È qui che si avverte il declino della struttura metrica tardo novecentesca con quel tipico crogiuolo stilistico dove vengono a fusione i rastremati istituti stilistici novecenteschi. È grazie alla distassia che la poesia di Antonio Spagnuolo vive e sopravvive in mezzo al mare aperto dal vulnus della rottura del vaso di Pandora del serbatoio metrico tardo novecentesco.

Giorgio Linguaglossa

 Carla Bertola - 19/03/2010 17:59:00 [ leggi altri commenti di Carla Bertola » ]

Caro Antonio, ho letto con grande interesse il tuo nuovo libro, assaporando la tua scrittura che ancora una volta ti conferma tra i migliori poeti italiani attuali.
Un abbraccio, Carla

 Sebastiano Martelli - 19/03/2010 16:37:00 [ leggi altri commenti di Sebastiano Martelli » ]

Ho letto la sua ultima produzione poetica e ancora una volta sono attratto dalla contaminazione che vi ritrovo con il linguaggio scientifico (medico in particolare). Mi pare una linea che non ha molti seguaci nell’affollato campo dei poeti, ed è oltremodo valida.
Con i più cordiali saluti.
Sebastiano Martelli - (Università di Salerno)

 Vanda Guaraglia - 19/03/2010 16:34:00 [ leggi altri commenti di Vanda Guaraglia » ]

Ciao, sono Vanda Guaraglia e volevo dirti che il tuo libro mi è piaciuto molto, per la verità era da tanto che non leggevo un libro di poesia che mi piacesse....grazie!

 Fortunata Della Porta - 19/03/2010 09:30:00 [ leggi altri commenti di Fortunata Della Porta » ]

La silloge si gioca sul contrappunto tra ieri e oggi, amore che ancora seduce e memoria dell’eros, fascino della luce e solitudine delle tenebre, partecipazione all’accadere e timore-paura del domani (lemmi ben reiterati), tutto, insomma, giocato sul filo dell’antinomia, che coincide col flusso della vita, la quale contiene in sé la terrificante contraddizione di ammaliarci con i suoi tranelli, che per qualche tempo ci strappano un sorriso, e di precipitare continuamente nella fine.
Tale arcano si iscrive giorno dopo giorno sulla pelle.
Spagnuolo non si assiepa in un’osservazione distaccata della corrente vitale, ma se ne sta in mezzo, ne sente stupefatto, mesto o sbigottito il peso su di sé, in una continua oscillazione tra un polo e l’altro e così durante l’assedio, può già presagire tra le crepe dei muri…ancora una promessa.
Al destino tragico non si ribella; talora si domanda persino se questa perversione dell’essere non si debba considerarla con ironia, anche se la preoccupazione per l’ignoto, quando ci sarà la caduta, il castigo affaticato in congedo, patina le pagine quasi tutte.
Del resto, a soffermarci sul titolo dell’opera, già all’esordio il termine timore fa capolino, quasi che i 15 testi dell’opera siano in toto la declinazione della sua angoscia esistenziale.
È un libro tragico.
Sappiamo che la ruggine ci attacca/come il filo del nulla in una cava di gesso, dice il poeta: poesia, dunque, delle forze che non sostengono, dell’amore che è diventato quasi solo memoria, dei fuochi che la cenere del tempo ha coperto. Il lavoro dei versi quasi sempre si impiglia di reminiscenza o di un lessico collegato alla consunzione (morte, ultimo, giorni che fuggono, rottami, inaridito…)
Lo specchio della mente riflette il passato riproponendone l’incanto, ma, ora che il corpo non ha la medesima vigoria, allora non è possibile ripristinarlo se non attraverso le nebbie e il sale.
Si diceva che la consapevolezza lucida di un viaggio quasi concluso copre tutta la silloge di un’amara malinconia, ben sorretta dal frequente endecasillabo che ha sempre cadenza di nenia triste e antica e quindi a ragione si può affermare che Misure del timore rappresenta un canto unico, un poemetto, raccordato dal contenuto, dal ritmo e dal riproporsi dei medesimi stilemi nella versificazione.
La rigorosa architettura formale rimanda ad una classicità che non contiene grida e disperazione, piuttosto un’accettazione acre quanto dignitosa, uno stare ai patti fino all’ultimo, aspettando accanto alla vecchia stufa l’ultimo bagliore che il giorno porterà.
Non si tratta dell’oraziano carpe diem, un edonistico invito a godere perché del doman non v’è certezza, ma l’abito della ragione che indica il cerchio inesorabile che si stringe sempre più, al quale non si sfugge.
Ma, in fondo, solo dell’amore il poeta sente nostalgia. A un tu amato, Spagnuolo si rivolge spesso, dichiarando il continuo desiderio della tua carne, oppure per ricordare: correvamo col tuo nastro al vento…. con entrambe le mani nel tuo sesso…l’aria ti accarezza…
In Labirinti mi sembra di leggere una nota di disappunto più marcata nel cercare invano quel conforto che l’amore un tempo gli ha dato, ora che i passi delle opportunità si affrettano al declino.
Non è però un libro sulla morte, grande tabù delle società occidentali. Il poeta non si rapporta in maniera dubbiosa, problematica o da credente con l’incognita che ci attende oltre la fine. L’attenzione è al suo io, che continua a fluttuare di emozioni, in grado di creargli intorno, appunto come in uno specchio, l’illusione di un continuo ritorno del già stato.

Fortuna Della Porta Roma, 18 marzo 2010



 Maria Musik - 18/03/2010 20:41:00 [ leggi altri commenti di Maria Musik » ]

Scortese (anonimo?... forse non tanto!) g.f.
le ricordo che questo è un luogo dove c’è libertà di commento e d’opinione ma non di dileggio.
Tanto più se lei è chi io penso, visto che nulla ha pubblicato su questo sito (non so altrove e non mi interessa) ma lo stesso vale se lei è un nostro scrittore che qui non intende palesarsi, lasci che parlino i poeti anche là dove noi tacciamo. Se l’altrui competenza la infastidisce tanto, dispieghi il suo pensiero e le sue motivazioni altrimenti taccia.
Maria Musik Redazione de larecherche

 g.f. - 18/03/2010 16:37:00 [ leggi altri commenti di g.f. » ]

Va bene che siete entrati voi poeti ’famosi’ ma a chi volete darla a bere con tutto quel cliccare, siete ridicoli e patetici alla vostra età...

 Enrico Fagnano - 17/03/2010 21:39:00 [ leggi altri commenti di Enrico Fagnano » ]

Poesie che partono dal profondo e che colpiscono nel profondo. C’è un dolore sommesso nelle cose della vita, è dappertutto attorno a noi. Fa parte dell’esistenza stessa e non possiamo non prenderne atto. Con il tempo però riusciamo ad abituarci (come a tutto il resto) e cominciamo a sentirlo come una necessità. E’ così che poco per volta possiamo metabolizzarlo e imparare a conviverci: nella migliore delle ipotesi riusciremo addirittura a sopportarlo serenamente.

 Eugenio Nastasi - 17/03/2010 10:25:00 [ leggi altri commenti di Eugenio Nastasi » ]

Nell’intenso procedere di immagini e pulsioni, non sempre volutamente sorvegliate, Antonio Spagnuolo, in "Misure del timore", consegna ai suoi (non distratti) lettori la qualità poetica tutta sua di rendere presente e passato, storia e cronaca in prospettiva densa e stratificata. "Dovevamo saperlo che l’amore/ brucia la vita e fa volare il tempo" scriveva Cardarelli e il Nostro solfeggia uno spartito in cui riscatta l’apparente-inesorabile impasse tra il fuoco dell’eros e il gelo dell’inarrestabile scorrere del tempo con un inesausto ricambio fra realtà e memoria.
L’intonazione dei 15 frammenti, che compongono questo poemetto, si avvolge tra simboli e guaine realistiche, in un’aura persino magica, e non c’è parola che non perviene al nostro ascolto quasi attraverso una cassa di risonanza, per cui il piano delle vibrazioni dal limite di una naturalità discorsiva conduce a quello della polivalenza semantica:"...Hai l’ultima confidenza con le mie parole/ per lasciare le corde degli estremi".
Non c’è memoria o malinconia che frastorni troppo il nitore del sentimento e degli oggetti messi in campo dal solido almanaccare dei versi anche quando pare intravedere zone di ombra in evocazioni già in sè compiute:"... Ci sarà ancora un’antica promessa/ che spezzerà le trappole".
Col suo appuntare analogie, visioni, eventi, tensioni emotive, Spagnuolo esorcizza "il senso del crepitare" e "la ruggine che attacca come filo del nulla" toccando risultati stilistici vivi e vitali e asseverando quel che Pavese altra volta scriveva: "le cose si scoprono, ’si battezzano’ soltanto attraverso i ricordi che se ne hanno". Eugenio Nastasi

 Adam Vaccaro - 16/03/2010 10:21:00 [ leggi altri commenti di Adam Vaccaro » ]

Carissimo, ho letto il tuo e-book e mi ha commosso la tua rinnovata sapienza, l’interminata rincorsa di gioia, la cura e l’amore per la vita che viene articolata tra disincanti e incanti indomiti di questi versi così immersi nella carne, così irraggiungibile e metafisica...
marzo 2010 - Adam Vaccaro

 Enrico Castrovilli - 15/03/2010 19:11:00 [ leggi altri commenti di Enrico Castrovilli » ]

Per cogliere in questa silloge il faticato cammino esistenziale di Antonio Spagnuolo, attraversato da dubbi, ripensamenti e a volte di scelte vagamente funerarie, bisogna non solo analizzare ciò che le parole offerte alla poesia dicono con voce sommessa, ma registrare gli slanci repentini e le oscure perplessità dettate dall’angoscia tra volontà di agire e un cauto esplorare le situazioni. Ne nasce una parola forse inadatta a rendere o meglio a trasformare il nostro mondo, ma inflitta profondamente nell’esperienza come un pungolo vitale, diventa un opprtuno richiamo per la coscienza comune.
Enrico Castrovilli

 leopoldo attolico - 15/03/2010 18:14:00 [ leggi altri commenti di leopoldo attolico » ]


La "stagione" di Antonio, che qui leggiamo, non è certamente quella dei capelli bianchi con relativo corollario di saputissima retorica di circostanza. Ciò che poteva tradursi in un epicedio variatamente elegiaco è, al contrario, rappresentato con una cifra sorprendentemente "neutra" ancorché vitale ed espressiva, capace di costituirsi come ricchezza e non come perdita rispetto "alla "stagione" che declina e alle sue verosimili istanze.
Credo sia questo l’aspetto più vistoso e apprezzabile della silloge, ennesima testimonianza di una scrittura capace di riscattare il dato autobiografico e le sue pulsioni con una parola più preoccupata di dire che di dirsi; certamente fedele alla vita e al suo ascolto .

leopoldo attolico

 Annamaria Ferramosca - 15/03/2010 17:15:00 [ leggi altri commenti di Annamaria Ferramosca » ]

"-15 testi, questi di Misure del timore di Antonio Spagnuolo, che testi-moniano ancora una volta l’efficacia della parola poetica come pharmakon. Qui al fine di elaborare una dimensione umana universale, ardua e lunga e tortuosa, quale è quella dell’inflessibilità del tempo.
Spagnuolo sa operare, attraverso il suo percorso poetico nei meandri della psiche - proprio quella che mai si disgiunge dal suo mitico omologo amore - una sorta di pratica della salvezza da quel salto che noi tutti intravvediamo dopo qualche cronogiro di boa.
Si configura così una poesia quasi rituale della ricerca di senso in prossimità – presunta - del limite, che però veste la forma , a tratti ironica, di un basculare quotidiano tra una quasi rabbiosa consapevolezza dell’abisso e un calmo ricorso alla memoria. Ma si offre anche un’inaspettata - a sprazzi – progettualità( non sappiamo resistere al tranello che propone… e che rinnova sguardi vellutati”) intessuta di lucidità e insieme nebbia onirica.
E per qualsiasi lettore è consolante vedere quali stratagemmi un poeta sa mettere in atto per affrontare una stagione che già si alleggerisce se essa “somiglia sempre più all’ironia”. Assecondando nel ritmo di versi, spesso ipermetri, il respiro del pensiero che si sofferma sui particolari del ricordo o si frange in versi brevi seguendo inattesi varchi come “vortici selvatici”, Spagnuolo esorcizza la paura ripercorrendo le “innocenti memorie”. Privilegiando quelle dell’incontro d’amore, naturale ricorrente simbolo di continua rinascita.
Ma può accadere che il poeta invochi perfino un dio che lenisca la spasmo lancinante dell’attesa. O che affidi alla donna - quasi una consegna – “l’ultima confidenza…per lasciare le corde degli estremi”, per ritornare subito dopo, con riconquistata vitalità, all’invito ad osare ancora, a ripetere quella “fiaba immaginata” dell’incontro, capace di rettificare le curve di ogni sospeso labirinto.

15 marzo 2010 Annamaria Ferramosca

 Mariella Bettarini - 15/03/2010 17:12:00 [ leggi altri commenti di Mariella Bettarini » ]

Grazie per la notizia e dell’invito alla lettura, che farò con molto piacere. Intanto, complimenti e un carissimo augurio da parte di Mariella B.

 Mariella Bettarini - 15/03/2010 17:12:00 [ leggi altri commenti di Mariella Bettarini » ]

Grazie per la notizia e dell’invito alla lettura, che farò con molto piacere. Intanto, complimenti e un carissimo augurio da parte di Mariella B.

 Antonio De Marchi-Gherini - 15/03/2010 12:07:00 [ leggi altri commenti di Antonio De Marchi-Gherini » ]

Tutti buoni e acuti i commenti, va da sé che una certa età il problema morte si palesa nell’ambito quotidiano come un presenza di famiglia e allora é bene esorcizzarla in qualche modo.
Nulla di nuovo sotto il sole, dannazione e condanna dell’uomo é essere cosciente che si é esseri umani e si muore.
Detto questo é difficile contenere un vulcano in continua eruzione com’é Antonio Spagnuolo.
Da ventisei anni, ormai, lo conosco e lo pedino, come direbbe l’amico Nastasi,e ho scritto più volte su di lui anche se celato, nelle sue biografie, alla voce altri.
La natura del suo poetare é il corpo, la fisicità , ma una fisicità metafisica, infinitamente sfaccettata. Sciorina a getto continuo un ininterrotto velo di immagini simbolo. Ma a ben guardare, più che velo Antonio é una sorgente a zampillo perpetuo, con un’ energia e una vitalità che gli fanno onore, ora che è prossimo agli ottanta, sorgente, dicevo, che scaturisce dal sottofondo della coscienza e dalla natura stessa, anche se rappresa nel tu e io, cioé una natura che pare abitata solo da esseri umani e dove l’interscambio fra ’spiriti’ é una continua e logorante guerra di posizione per cercare di far coincidere quei punti di contatto con l’altro/a senza i quali il Nostro si sentirebbe perso.
Il contatto e l’affinità elettiva con l’interlocutore deve rimanere, ferma, stabile, incrollabile, aldilà del tempo e dello spazio. Ecco una poesia che, pur in mezzo a timori e tremori, si alimenta d’ infinito.
A volte il tempo, marrano, sembra averla vinta e mena fendenti impietosi sull’essere e le cose e lascia sul campo sanguinanti, ma il poeta, pur nella maliconica ripresa, ritrova quello scatto vitalistico che lo riscatta:i veri poeti non muoiono mai!
Per quello che concerne il suo dettato poetico fiumi d’inchiostro sono corsi, nelle opere più recenti in poesia, come dicevo sopra, é insieme fisico e metafisico ,Spagnuolo prende , poi lascia. La sua fiducia nella parola a volte catacresi é tanta e si risolve in una felice commistione lessicale.
Il risultato é quello di una poesia colta, la metrica non gli crea grandi problemi sebbene non manchi di sapienza.
Le fonti culturali del poeta sono innumerevoli ma bene assimilate.Tuttavia cercare le fonti di Spagnuolo sarebbe come cercare un ago in un pagliaio. Tanta é la passione che lo travolge nell’empito necessitante di raccontarsi e di racconre la vita e, in questo libro, pure la morte.

 Gianfrancesco Chinellato - 14/03/2010 20:46:00 [ leggi altri commenti di Gianfrancesco Chinellato » ]

Carissimo Antonio,
i tuoi versi sono particolarmente interessanti. La forma è lineare, concreta. Il contenuto psicologico e allo stesso tempo filosofico. Ci troviamo in una poesia molto nuova dal punto di vista della creatività. L’impegno è notevole, lascia una traccia notevole a tutti noi che scriviamo testi poetici...

 Elio Andriuoli - 14/03/2010 20:44:00 [ leggi altri commenti di Elio Andriuoli » ]

Da sempre Antonio Spagnuolo fa forza sul linguaggio al fine di sortire nuovi validissimi effetti per il suo poetare. Ciò accade anche in questo suo recente e-book, "Misure del timore", apparso su Internet, con una preziosa prefazione di Mario Pomilio. E come sempre in Spagnuolo c’è qui lo scavo psicologico, la discesa nei recessi dell’io, per trovare le segrete verità che vi sono racchiuse; il che non esclude tuttavia il colloquio con i propri simili e in particolare con un’interlocutrice che a tratti riaffiora e che rappresenta l’altro da sé con cui è necessario misurarsi. Né manca la lotta col tempo (o con Dio?), che assedia e ferisce o anche conforta, ma che da sempre suggerisce all’uomo delle alte parole. Una prova sicuramente riuscita di un poeta ormai molto noto.

 Franca Alaimo - 14/03/2010 18:29:00 [ leggi altri commenti di Franca Alaimo » ]

Questi testi che compongono l’e-book di Spagnuolo sembrano tanti specchi che moltiplicano impietosamente l’immagine di un corpo vecchio che si guarda con desolazione. Siamo abituati a certi binomi topici della letteratura, come Amore e Morte, come Eros e Giovinezza. In questo libro Spagnuolo li riprende creando nuovi congiungimenti tra Amore e sentimento del Tempo come percezione del disinganno e tra Eros e percezione della Senilità come limite del desiderio ed della fantasia, ricordando molto da vicino il lamento del poeta Ibico che, ormai avanti negli anni, teme l’assalto d’Amore "come cavallo che giovane vinse /tante volte alle corse, /adeso di malavoglia entra in gara / coi rapidi carri"; ed, in generale, l’atteggiamento del sentimento amoroso nell’età classica per quella coincidenza totale fra felicità e sessualità, prima che quest’ultima venisse in qualche modo sottomessa alle esigenze dello spirito, dopo la diffusione del Cristianesimo.
E’, infatti, raro trovare, oggi, dei testi che mettano in primo piano il decadimento fisico non come soggetto di riflessioni metafisiche, ma tout court come cosa in sè, come accadimento che distorce il proprio modo di sentirsi, di porsi con l’altro, in questo caso, con la propria donna. La quale non sembra patire gli stessi problemi del suo uomo, pronta com’è a sorrisi ed inviti, che, facendo affiorare le memorie di altri giorni pieni d’ardore, genera nel poeta timore e tremore, che sono probabilmente avvertiti, a prescindere, di fronte al diverso potere erotico femminile.
La centralità del corpo (dei corpi) in questa poesia è fortemente dichiarata dal poeta, quando scrive che ha "bisogno / di toccare, palpare/ ripetutamente" il suo corpo per "decidere ancora" la sua "sopravvivenza", mettendoci di fronte alla sua convinzione che la vita si spende e si esaurisce tutta qui, nella dimensione temporale, senza speranza di ulteriori promesse.
Per tutto quello che ho detto, questo libro mi sembra uno dei più amari e sconsolati tra quelli che trattano il tema della vecchiezza, forse vicino, per restare tra i poeti contemporanei, a quel "Living Death" (che ebbi l’onore di tradurre) del grande poeta Peter Russell.

 salvatore violante - 13/03/2010 15:58:00 [ leggi altri commenti di salvatore violante » ]

Poesia della Senilità ricca di lucide suggestioni. Dove galleggia il rimpianto dei piaceri vissuti da un corpo che dà sempre meno risposte. Poesia del decadimento dove la pelle può diventare segno del mistero della vita che mistero non è, ma, senza inganni, una morte continua ( pag. 4). Ecco una delle misure del timore: lo sfacimento del corpo, dato oggettivo inequivocabile anche di fronte agli inganni che le illusioni cercano di proporre in qualche attimo distratto che tra le crepe dei muri sussurra ancora una promessa (pag.5). Con la struggente memoria che propone ricordi, per capire quanta letizia sia possibile nel silenzio dei giorni (pag.6). Un tempo vegliavo il tuo sorriso inquieto,/ perché sapevi di mandorle e la passione nel sogno/ era ancora un agguato da decifrare (pag. 11). Poesia dell’inconscio che si alimenta frammentandosi ed alimenta frammenti come rimbalzi dalla profondità di un pozzo. Poesia che misura il timore della perdita di vitalità con la perdita della carica erotica che alimenta ancora struggenti ricordi. “Nei ricordi lo specchio porge pieghe/ impresse spesso dalla malinconia/ alle tinture del sesso/. La tua voce, che discopre cadenze, è nell’assurdo calcolo del letto,/ nel luogo dei marosi,/ nel segreto stordire dell’assurdo/. L’approccio urla una fiaba immaginata,/ brevemente confusa ad un solfeggio (pag.17). Misura del timore è anche il tremore, quel guizzo smerigliato per farsi sogno nei sapori del tempo (pag.18). Tremore come tremito ma anche come vibrazioni che dal profondo schizzano in superficie. Poesia diinquietante bellezza.

 Fabiano Braccini - 13/03/2010 15:15:00 [ leggi altri commenti di Fabiano Braccini » ]

Poesia di sostanza, in prevalenza di impianto didascalito ma che mai scende a fraseggi prosastici per volare invece su livelli lirici di notevole effetto e risultato.
L’utilizzo di endecasillabi alternati e/o sovrapposti ad altri timbri metrici, è sempre funzionale alla descrizione delle sensazioni che il Poeta di volta in volta racconta con una cadenza poetica costantemente efficace e attrattiva.
Molti versi arrivano a emozionare toccando corde che ogni persona sensibile ha qui modo di sentir vibrare.
Non conoscevo i lavori di Antonio Spagnuolo ma ora so che siamo al cospetto di un ottimo, sensibile Autore.
Ad maiora,
fabiano braccini

 Giorgio Anastasia - 12/03/2010 22:03:00 [ leggi altri commenti di Giorgio Anastasia » ]

La poesia del maestro e amico Antonio rende sempre più credibile la realtà. Se ogni giorno cerchiamo la misura della felicità o di un qualcosa che ci rendi almeno felici ci si accorge immediatamente che c’è una sola misura quella che si muove tra la certezza e la speranza. La certezza che la felicità se esiste non appartiene a questo mondo. La speranza che nella nostra esistenza ci sia sempre una sorpresa, un’accidente, un’inerzia, un caso, un "prurito statistico" che ci allontani dai timori. Grazie Antonio per tutte le parole che ci regali e chi ci legano al nostro inconscio, alla nostra realtà e alle nostre paure e alle nostre speranze.

Giorgio Anastasia

 LaRecherche.it - 12/03/2010 16:51:00 [ leggi altri commenti di LaRecherche.it » ]

Si legga anche la recensione di Vincenzo Aiello: Più stupore (della fine) che timore »

 Stelvio Di Spigno - 12/03/2010 13:44:00 [ leggi altri commenti di Stelvio Di Spigno » ]

Pur conoscendo buona parte della poesia di Antonio Spagnuolo, maestro e mentore di tanti giovani poeti napoletani e non solo, rimango ancora una volta stupito dall’ulteriore passo avanti fatto da "Misure del timore" rispetto all’ultimo libro di poesia pubblicato due anni fa. Spagnuolo è stato uno dei pochi poeti che, pur essendo partiti da una griglia "conformista", quella della neoavanguardia, comune a molti poeti (meglio, epigoni) della sua generazione, è riuscito a ri-forgiarsi un linguaggio nuovo, nitido e personale, quindi riconoscibile e originale. La sua poesia, dopo questa svolta - registrata ed entrata nella Storia della Letteratura Italiana per merito di Asor Rosa - ha proseguito ed è scesa sempre più profondamente nelle ragioni dell’uomo e del poeta, ossia fino a una "misura del timore" che rappresenta la qualità problematica di questo libro. Dopo lo sgomento e la perentorietà annichilente delle poesie di "Fugacità del tempo", ecco un altro avanzamento nell’inconscio e nella paura, che è la dimensione più presente nella sfera umana. Oggi, con "Misure del timore", il dato negativo e la parte in ombra dell’esistenza vengono addirittura tematizzate e date come titolo al suo lavoro. La "misura" di quel grande problema che è vivere la scoprirà singolarmente il lettore, ogni lettore. Ma non ho mai letto poesie dell’autore così lucide, raziocionanti, esplicative, eppure ancora fedeli a quel "fare poesia" che Spagnuolo non rinnegherà mai. Oggi, il grande poeta napoletano, con la sua umiltà e la sua infaticabile energia creativa (testimoniata da decine di pubblicazioni non solo poetiche) rivive le sue esperienze e rimaneggia il suo stile senza più stupirsi della serietà, persino dell’annichilimento presente nelle cose. Dopo aver indagato l’ambiguità del tempo, il suo scorrere "a tradimento", quello che colpisce in questa raccolta è l’ammissione viva, candida, amabile, della propria debolezza. Il vacillare di fronte a una figura femminile, o di fronte alla natura, o di fornte alla conoscenza, sempre più zoppa e inadeguata (per questo la dimensione dell’arcano è così minacciosa), non conta in quanto differenza di situazioni o stati d’animo, ma in quanto fedeltà a una vita che vuole ancora dimostrare di aver vissuto troppo poco per sapere difendersi da ciò che turba l’animo di ogni essere umano. Leggete questo libro e incontrate questo autore, sul quale va detta anche un’altra cosa, forse superflua, ma per me preminente. Chi ha avuto la fortuna di incontrare questo poeta ha visto un uomo mite, di una signorilità senza tempo, disponibile e amichevole, accogliente e ospitale come i grandi signori sanno essere. Ecco, forse è proprio la signorilità e la disponibilità che mancano alla nostra poesia di oggi, ai suoi maneggi, al suo mondo, alla sua realtà declinante. Signorilità e disponibilità che vengono sempre alla luce nei suoi versi, che non potrebbero essere diversi da quello che sono, come non può cambiarsi la seta in lino, dalla sera alla mattina. E’ una questione di natura. Di misura. La misura di tutte le creature poetiche di Antonio Spagnuolo. Stelvio Di Spigno

 Loredana Savelli - 12/03/2010 11:13:00 [ leggi altri commenti di Loredana Savelli » ]

La poesia "Mare", col suo titolo così scoperto, aggiunge una sensibilità finissima a tutte le sensibilità che da ogni tempo il mare ha saputo e voluto evocare. Mi ci sono persa. Ho cominciato da questa, ciascuna poesia della raccolta merita un luogo e un tempo dell’anima precisi.

 Ayres Cenni - 12/03/2010 10:15:00 [ leggi altri commenti di Ayres Cenni » ]

Scrittura incisiva che rifugge dagli aggettivi e da parole barocche per scendere alle radici delle emozioni umane sottolineandone un anelito metafisico, in cui il poeta fra l’altro "chiede un salmo" in risposta ai suoi interrogativi.

 Lucianna Argenttino - 12/03/2010 10:05:00 [ leggi altri commenti di Lucianna Argenttino » ]

Una poesia che mi sembra aggrappata alla vita attraverso il filtro di uno sguardo che ha il movimento delle maree, un movimento dolce e sensuale, forte e appassionato. E la passione si sente tra la parola e la vita che Antonio Spagnuolo racconta e ci dona a piene mani. Grazie e complimenti vivissimi. Lucianna Argentino

 Anonimo - 11/03/2010 23:52:00 [ leggi altri commenti di Anonimo » ]

ciro vitello ha scritto in turco?

 ciro vitiello - 11/03/2010 21:03:00 [ leggi altri commenti di ciro vitiello » ]

la riflessività psichica sta a energia vitalistica della scrittura di S., da circa un ventennio. Ora tuttavia egli si piega sulle induzioni finalistiche dell’esistenza, dismisurata tra illusioni attese (stupore contro timore).