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Santa Teresa di Riva

di Emanuele Zeta
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Pubblicato il 30/05/2012 19:50:31

Della parola più lunga
non conosciamo
l'inizio, né come finisce.
Riconosciamo
nel rauco gemito del mare
solo il dolore che a tutti dà la vita.

A Riva
l'acqua è una schietta trasparenza
azzurra, e ci puoi leggere
dentro cosa pensa.
Delle paure, delle passate
delusioni, delle ossessioni,
degli amori sbagliati
ne fa una pietra, milioni,
e prova a liberarsene;
ma ritornano sempre: le stesse pietre,
per milioni d'anni gli stessi pensieri
consumati dalla risacca,
spinti via a poco a poco.

È un moto di tutti i mari:
pietra dopo pietra costruiscono dall'odio,
e per desiderio di purezza, i continenti.
I mari sabbiosi rimuginano
più a lungo, e più d'ogni altro, e su tutto;
non fossero afflitti da se stessi
svelerebbero l'Universo.
Altri paiono non conoscere cura,
e ne hanno poche, o solo una;
ma scoglio, isola, arcipelago
irriducibile e che mai consumeranno.

Non vantino quindi i marinai
giunti a riva la propria padronanza
del navigare; alla malinconia
che il sorriso custodisce
chiedano che vale loro tal disprezzo.

Le pietre di Santa Teresa
stanno in una mano a due o tre;
le più distanti dal mare
sono vittorie sofferte e antiche:
non ha eguali la crudeltà
di chi per gioco ve le ributta dentro.

Sdraiato sul limitare
dell'acqua, mi offrivo
alle onde, che mi spingevano
sulle pietre, e con esse.
Non mi voleva, quel mare,
non quel giorno,
e sull'odiata terra
mi respingeva che mai
mi ha voluto.


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