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Quaderni di Etn. 8: Romania ’Il canto della terra’

Argomento: Musica

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 20/01/2012 12:48:36

QUADERNI DI ETNOMUSICOLOGIA 8: Romania “Il Canto della Terra”.

(Dal testo omonimo redatto per RSI Radio della Svizzera Italiana a cura di Pietro Bianchi. Articoli stampa per Audio Review n.36 – 1985 e l’Annuario Discografico 1985).

Il nostro Gran Tour ha inizio lì dove il tempo, in un certo momento storico, sembrava essersi fermato e con esso la storia. Si chiamava così il viaggio intrapreso dai grandi viaggiatori del passato, quando viaggiare significava qualcosa di diverso che andare per diporto, a meno che non fosse per il solitario piacere dell’avventura, o in cerca di qualcosa che comunque esulava dall’essere un inviato speciale o aver intrapreso la carriera diplomatica. In quel caso si era quantomeno Console o Ambasciatore incaricato presso un regno o uno stato. Fatto questo che non ha mai riguardato un ricercatore etnico o il musicologo tout-court che si spingeva addentro in luoghi e ambienti sconosciuti. Solitamente era sempre attratto da una cultura pre-esistente che andava a scandagliare con viscerale bramosia di conoscenza più che a salvaguardarla dalla possibile estinzione. Più spesso era qualche acculturato locale che si accollava questa preoccupazione, con l’andare a cercare quelle che erano le “radici della propria terra”, per dire che risaliva alle origini del proprio passato, e non solo quello più vicino a lui, quanto quello dei propri avi; di quelle che erano le tradizioni popolari entro le quali erano vissuti i padri, i nonni, i bisnonni, e che fino a quel momento nessuno aveva mai pensato di dover abbandonare.

Così come accade per la memoria degli uomini, che hanno scritto nel DNA un termine, anche per il tempo che passa e la storia c’è una fine segnata, e questa è contenuta nel superamento del millennio, che, per la Romania è stato l’anno 2000, in cui, finita la dittatura che la teneva schiacciata al suolo, ha trovato una sua rinascenza sociale e culturale, sebbene in modi differenti da regione a regione, inevitabile dal punto di vista geografico e delle diverse realtà etniche che la popolano. Questo perché la Romania è un puzzle di realtà diverse, formato di minoranze, di usi e costumi, di contrasti tra città che guardano al futuro e villaggi sperduti tra le montagne, rappresentativo di un mondo alla ricerca di se stesso, per molti di noi ancora sconosciuto. Oggi, la Romania è parte integrante dell’Unione Europea (Gennaio 2007), ed anche se le cronache dei diversi paesi comunitari si riempiono di talune malefatte, forse dovremmo ricordarci che ciò non riguarda tutta la popolazione, bensì un numero esiguo di sbandati e disadattati frutto di decenni di dura repressione. Ciò non vuol dire che sono scusati per quello che fanno, ma va comunque riconosciuto loro di non aver goduto di quella libertà che concerne alla dignità umana e che permette la crescita della civiltà.

Quello che affronteremo quest’oggi è dunque un viaggio che ha del “turistico”, seppure lo scopo recondito che mi ha spinto in questa ricerca è comunque “musicale”, per quanto non sia svolta, come si dovrebbe “sul campo”, bensì in ambito letterario e discografico, di materiali recuperati sul mercato. Ciononostante essa è frutto di “immagini” raccolte dal vivo, dall’esperienza diretta, tra passato e presente che la Romania che verrà, offre a chi è interessato a scoprirla nelle sue ricche testimonianze d’epoca romana, chiese bizantine, monasteri arroccati, solenni fortezze e chiese affrescate nascoste nella cupa esistenza dei suoi villaggi e il luminoso “capriccio” delle sue città. Un susseguirsi di scenari in cui perdersi come in una “isola” dalla natura bizzarra, ricca di colori: il verde delle foreste, il blu dei suoi cieli, il rosso e il giallo dei costumi, il nero delle gole buie, il cristallo delle acque dei suoi fiumi e dei suoi laghi sparsi come tanti gioielli incastonati nella corona delle sue montagne, forse un tantino kitsch e comunque come in un diadema, a formare un itinerario insolito e travolgente. Un avvincente percorso che va dalla multiforme Bucarest, anche detta “La Parigi dell’Est”, coi suoi spaziosi e frequentati boulevard, alle terre della mitica Transilvania del conte Dracula, al delta del Danubio, fino alla costa bagnata, per un breve tratto, dal Mar Nero. Pur avendo una propria fisionomia storica, culturale ed etnica che la distingue nettamente dagli stati vicini, la Romania non costituisce una unità geografica ben definita a causa della mancanza per larghi tratti di confini naturali, dell’incertezza di quelli linguistici ed etnici, del loro frequente variare nei secoli.

Conoscere la storia di un territorio, la morfologia della sua natura, il clima, la flora delle sue pianure e la fauna dei suoi boschi, le condizioni di vita della sua gente, certo aiuta a comprendere la pur “semplice” vena creativa delle sue tradizioni popolari, a conoscere l’origine dei racconti di fiaba, la derivazione mitologica delle sue leggende. Così come conoscere le “sorgenti” della musica e del canto, permettono di comprendere la creatività dei “Lautari” quei virtuosi tzigani che riscossero molto successo nelle corti europee e presso musicisti colti e studiosi del folklore. L’etnomusicologia si è occupata poco di questa regione che ho appena definito “isola”, perché in effetti di isola si tratta: una stravagante quanto eccentrica isola “narrata e vissuta” in musica dal popolo che l’ha formalizzata, pur dentro schemi originali irripetibili, perché virtuosa. Qui ogni forma musicale è concepita nel virtuosismo: dall’uso che si fa degli strumenti musicali, alla loro fabbricazione; dalle voci naturali tipiche del canto dell’Oltenia, alle danze vorticose della Valacchia e della Transilvania, fino ai ritmi infuocati della Moldavia e del Banato. In ognuna delle regioni che oggi compongono la Romania, le tradizioni sono molto radicate e rispecchiano la popolazione diversa che le abita, seppure è possibile affermare che una linea musicale comune le abbracci tutte, secondo una sorta di reciprocità e interscambiabilità che conferisce ad essa una sorta di uniformità e, in qualche modo, di unicità, riscontrabile e riferibile come ad un'unica entità popolare.

Ma è giunto il tempo di metterci in viaggio, e riprendere il discorso iniziale da dove il tempo storico, in un certo momento, sembra essersi fermato e con esso la storia. Nelle diverse epoche che si sono succedute, la creatività popolare ha svolto un ruolo incontestabile nello sviluppo della cultura romena. Gli storici hanno tuttavia evidenziato come, sotto il segno delle influenze folkloristiche, si collochino due vertici dell’espressività romena moderna: la musica di George Enescu e la scultura di Constantin Brancusi. In questo periodo si incontrano alcuni fra i più alti ingegni delle lettere romene, prosatori e poeti, come: Vasile Alecsandri, Mihail Eminescu, Tudor Arghezi, Jon Creanga e Mihail Sadoveanu, che hanno tratto ispirazione da motivi e canti di ballate della tradizione orale, nonché dalle fiabe e dalle leggende popolari”. Tuttavia va qui necessariamente tenuto conto dello sviluppo relativamente tardivo dei generi letterari più colti, soprattutto la prosa, principale fonte dell’educazione estetica, della cultura spirituale e della formazione della personalità morale riguardo alle arti. Per secoli, in un’epoca in cui non si componevano ancora testi scritti, l’immenso patrimonio della creazione artistica popolare fu affidato alla trasmissione orale: canzoni, ballate, fiabe e brevi storielle allegre sono state tramandate di padre in figlio, da una parte all’altra del paese, adempiendo, in maniera eccellente, alla funzione di guida spirituale di intere generazioni di ascoltatori.

Scrive Sadoveanu (*), uno dei grandi ammiratori e studiosi della letteratura popolare romena:

«Nelle sue pagine mai scritte, fra dolci rime piene di malinconia o di risate burlesche, questa letteratura racchiude in sé tutta la storia di un popolo, con il suo destino di vittorie e di sconfitte, di gioie e di dolori. La nostra storia più antica (..) ci è quasi sconosciuta. Il solo documento antico che in questo modo ci illumina è il canto popolare. (..) Nel dolore e nelle tempeste del nostro nebuloso passato i canti, la ‘dojna’, sono stati fonti di vita e di energia. Finché questo popolo, soffrendo, ha cantato, esso ha dimostrato la volontà di vivere r di vincere (..). Da queste sorgenti di “acqua viva” devono attingere tutti coloro che scrivono e sentono di appartenere a questo popolo e a questa terra».

Avevo prenotato il viaggio per tempo, un viaggio di una settimana appena all’inizio della primavera, sufficiente – mi avevano detto – per vedere quanto sarebbe bastato. Al mio arrivo in aeroporto trovai un giovane accompagnatore, un certo Luca, ben educato e gentile, che mi ha portato fino all’Hotel Central. Lì sono stato accolto con cortesia da Nicolai Farcas, originario di Bucarest, con il quale, insieme ad altri ospiti, mi sono intrattenuto a cena, giusto il tempo per illustrarci quello che sarebbe stato il nostro soggiorno nella capitale e quello che sarebbe stato il viaggio in pullman attraverso le regioni. L’indomani mattina convinco la guida locale (che parlava un buon italiano) a portarmi alla Biblioteca Nazionale dove cercare una qualche pubblicazione sulla ‘dojna’ romena: il bibliotecario (un anziano signore di nome Petri Vargas) ci dice che il materiale da consultare è tantissimo perché, in effetti, un solo trattato non esiste e nessuno dei presenti potrebbe tirare fuori dalla molteplicità delle pubblicazioni ciò che può definire il significato intrinseco e oscuro di una tradizione millenaria. Aggiungendo poi che forse un certo signore che si aggirava in fondo alla sala di sicuro avrebbe potuto darmi informazioni adeguate.

Dubitoso se disturbarlo o meno, decido di presentarmi (con la mia solita faccia tosta) e chiedo quello che avrei voluto sapere sulla ‘dojna’. Di tutto punto questi ci invita a sederci in uno dei tavoli a disposizione ed incomincia a parlare sottovoce in buon italiano:

«Si tratta della varietà di una stessa espressione musicale, anche abbinata al canto, la cui particolarità sta nel penetrare la moltitudine dei sentimenti che invadono lo stato d’animo dell’esecutore; e che, “intima della intimistica morte”, essa è struggente, ieratica, cedevole solo in presenza di una sofferenza incontenibile, capace di farsi amore davanti all’amore, poesia davanti allo spettacolo offerto dalla natura, la cui liricità, s’impone davanti al silenzio che qui tutto circonda».

Ho subito pensato a un prof di musica, anche se il suo nome Constantin sul momento non mi suggeriva gran che, pur avendo egli già dimostrato di avere parecchio da dire. Quindi lo incalzai a parlarmi più estesamente sulla diversità della ‘dojna’musicale da quella cantata.

«Il recitativo lirico innestato nella ‘dojna’ cantata, è per lo più libero e variabile, ciò permette all’interprete di tradurre nella giusta maniera il sentimento che al momento lo anima. Il canto assume allora una caratterizzazione espressamente rituale, che potrebbe dirsi, ieratica, mentre invece la ‘dojna’ puramente strumentale è caratterizzata da una così detta ornamentazione più ricercata di quella vocale. Soprattutto perché quanto si può ricavare da uno strumento, il questo caso il ‘nai’, non si riesce a ricavarlo dalla voce in egual misura. Una forma estremamente espressiva che si vuole scaturita dall’improvvisazione individuale, intuitiva, che favorisce, almeno nei brani strumentali più antichi che si conoscono, un’esecuzione in un certo senso virtuosistica. Non legata ad alcuna speciale occasione o funzione, la ‘dojna’ si presenta come un “canto lungo” che si vuole scaturito, almeno in origine, dai sentimenti che agitavano le pene d’amore della filatrice, come di un velo di consolazione e di bellezza; o forse, che il contadino gettava sulle sofferenze della vita in cui esprimeva, come forma di rivolta contro le dure condizioni della sua grama esistenza. Si tratta dello stesso canto, detto “hora lunga”, a suo tempo individuato da Bela Bartok (*) come melodia lirica pre-esistente sul territorio, certamente di remota origine orientale che, il musicista considerò come la più importante scoperta della sua vasta esperienza folkloristica».

Come primo impatto era niente male – mi dissi. Come del resto amava affermare Pablo Picasso: “Io sono colui che trova”, e quella volta mi sembrò di aver trovato alla grande. Constantin non era un prof qualsiasi, aveva studiato musicologia con il fondatore in Romania della Scuola di Musicologia, la prima riconosciuta ufficialmente, Constantin Brăiloiu, il noto musicologo romeno, curatore di raccolte di musica popolare romena, autore di numerose pubblicazioni e testi sul “folklore musicale” della Romania e dell’area dei Balcani che, a sua volta aspettava di tenere una conferenza sull’argomento, e che questa sarebbe stata in lingua romena, della quale, sono sincero, avevo ed ho tuttora zero conoscenza. Nonostante ciò, (che non era poco), non mi arresi e andai oltre, alla ricerca di materiali sonori da portare con me nel viaggio di ritorno a Milano. Quindi, chiesi a Nicolai di indicarmi un negozio di dischi dove continuare la mia ricerca. Inutile dire che malgrado la mia incredulità trovai alcuni LP straordinariamente interessanti per approfondire la mia conoscenza, pubblicati in Romania dalla House of Culture of Bucharest, con tanto di note in inglese, cosa che in quel tempo non capitava in nessun altro paese, vedi la Grecia o la Jugoslavia, fornite dalla Request Records, haimé senza alcuna data di riferimento. Nonché un secondo album contenente canti d’amore, lamenti pastorali, ballate epiche, ritmi a ballo e filastrocche per giochi, edito dalla Ethnic Folkways Library per il Folklore Institute of the Rumanian People’s Republic, risalente al 1959.

Lo sciogliersi nel canto della ‘dojna’ originaria del Maramures, è evidenziato in questo bell’esempio di ‘dojna’ che, superata una certa rigidità formale nel canto-piano, si presenta in tutta la sua nobiltà e ricchezza tipica delle canzoni più antiche. La canzone evoca il canto di un uccello (anonimo) al quale il cuculo (figura inquietante che appare di frequente), domanda:

«Perché vi lamentate madre mia?/ Piango, canto lamenti funebri/perché ho allevato molti uccellini/ed ora non sono più qui./ Quando le loro ali si sono formate,/se ne sono volati via per il mondo,/ed io, sono rimasta sola …».

Un bottino davvero sorprendente, quanto di meglio per poter approfondire una conoscenza molto vicina all’originale che, certamente in quegli anni corrispondeva alla tradizione, intendo prima dell’arrivo delle sofisticate tecniche successive all’elettrificazione dei suoni. In seguito, dovunque mi sono recato ho acquistato materiali sonori e cartacei per incrementare il mio già proficuo patrimonio musicale relativo a questa ricerca. È così che sono incappato in un altro musicista, questa volta francese, Maurice Cellier (*), ricercatore etnico, studioso del folklore romeno, egli stesso organista, che nelle sue attente note a commento della sua ampia produzione artistica aveva fornito una definizione credibile della ‘dojna’:

«Presa come base fondamentale di tutta la musica dell’area essa presenta una struttura sillabica e melodica dipendente dalle capacità interpretative e virtuosistiche del singolo strumentista che l’esegue o, in qualità di singolo interprete, presta la voce. Il carattere principale della ‘dojna’ sta nell’agibilità della melodia e nel ritmo che permette l’esatta espressione dei sentimenti, di quegli stati d’animo, talvolta favoriti dalla solitudine, vuoi perché l’esecutore (qui inteso come singolo individuo), è animato da un dispiacere d’amore, da una forma di gelosia, o da un amore improvviso, che sia indefinibile oppure ardente, obbedisce al proprio istinto ereditario, e che inconsciamente, si mette a creare, trasformando la sua espressione in opera creativa, vera arte virtuosistica».

Inutile dire che le ‘dojna’, strumentali o cantate che fossero e che una volta fiorivano su tutto il territorio, sono oggi limitate ad alcune zone rurali come la Muntenia e l’Oltenia, per lo più eseguite in forma recitativa improvvisata, con una funzione non dissimile dal ‘blues’afro-americano. La ‘dojna’ è l’unica forma melodica conosciuta dagli abitanti dei villaggi disseminati nelle valli più interne, colma di nostalgia e ansietà, di amarezza e anche di protesta. Le più antiche sono rintracciabili principalmente nella regione dell’Oas. Un tempo sottoposte a una certa rigidità formale, oggi hanno perso molto della nobiltà che le ispirava e, in certo qual senso, quella ricchezza di fondo che le rendeva appassionate e in qualche modo leggendarie. Ma come anche noi sappiamo (perché lo abbiamo appreso), ogni cultura deve le sue funzioni a un fondo mitico o mitologico che sia, e che quando questo viene a mancare, tutto si sgretola nelle fondamenta e si perde la cognizione di ciò che verosimilmente un tempo aveva funzionato da catarsi per la rigenerazione della tradizione che si voleva conservare e che era giusto conservare.

Può risultare altrettanto strano parlare qui di mitologia, quanto invece risulterà deduttivo nel parlare degli strumenti usati nell’esecuzione delle ‘dojna’ che ritroviamo in molte fiabe e leggende romene, nonché in molte testimonianze storiche e culturali trasmesse per lungo tempo solo nella forma orale, e in seguito trascritte ed entrate nella lingua e la letteratura ufficiali del paese. Si pensi che i primi prodotti letterari sono in paleoslavo o, per meglio dire, in una fase arcaica del medio-bulgaro. La prime opere scritte in romeno, risalenti agli albori del XVI sec., sono di carattere religioso, come è rivelato da un attento esame linguistico, per lo più traduzioni della Sacra Scrittura, e fanno la loro apparizione nella regione montuosa Maramures. In Transilvania invece, accanto alla lingua slava della Chiesa ortodossa, la convivenza con gli ungheresi cattolici romani, stanziali sul territorio, portò a suo tempo come lingua di cultura il latino, da cui i dialetti da esso derivati, rappresentano una continuazione nella sua versione parlata. Come si è detto la mancanza di confini fisici ben marcati hanno portato in Romania popolazioni etniche provenienti dai paesi limitrofi come la Bulgaria, l’Ungheria, l’Ucraina, la Jugoslavia; mentre gli ebrei e i Rom (zingari) sono sparsi un po’ dovunque nel paese ai quali non è fatto divieto di poter usare la propria lingua e la loro religione.

Come sempre mi capita, ogni volta mi perdo per la strada, tante sono le cose che rintraccio e di cui vorrei parlare, ed anche Nicolai a più riprese mi ha richiamato all’ordine perché facevo perdere tempo prezioso negli spostamenti da un luogo a un altro. In breve, dopo Arad ci siamo spostati a Timisoara nella regione del Banato, con visita della città a piedi come dopo cena e quindi pernottamento all’Hotel Continental. La notte al Café Europa ho assistito a un concerto Jazz dove la contaminazione con la musica locale era evidente, di una mistura a momenti contrastante, tuttavia interessante per valutare in che misura il passato interagisce col nuovo e quali sono i rapporti di interscambio, come lontana eco di un tempo che torna, ora a destare, ora a cullare, lo spirito lasso di un’antica deità mitologica: Pan. Va qui ricordato che il dio Pan era presente nei rituali arcaici di fertilità, come divinità riconosciuta dalle genti montane, dai pastori e dai cacciatori del passato. I suoi svaghi preferiti, oltre ad allevare api e capre, conosceva l’arte della profezia, e prendeva parte alle veglie delle Ninfe montane, con le quali si vantava di essersi accoppiato più volte. Ancor più vantava di aver sedotto le Menadi ubriache di Dioniso. In una certa occasione inoltre aveva inseguito la casta Siringa fuggente dal Monte Liceo fino al fiume Ladone, dov’ella nel frattempo si era trasformata in giunco lacustre. Pan non riuscendo a distinguerla tra i tanti che crescevano sulla riva, ne recise a caso e con essi fabbricò il suo famoso strumento: ‘sirinx’, con il quale prese a deliziarsi nelle lunghe ore d’ozio passate a pascolare gli armenti.

La leggenda vuole che alla ‘siringa’ costruita da Pan fossero attribuiti poteri magici che la sua natura aveva riposto nelle piccole canne col quale era fabbricato e il cui utilizzo, riversatosi poi nella tradizione di molti popoli, era definitivamente stato accolto nell’archeologia musicale in quanto di intima e seducente rispondenza al mito. Conservato nella forma e nell’uso più antico lo strumento prende il nome orientale di ‘nai’ o ‘flauto di Pan’ che si voglia, presso le genti dell’odierna Romania che, in debito all’oscuro mito, appellano l’inconfondibile melodia che da esso si ricava, con un termine intraducibile: ‘dojna’. Numerose sono le leggende fiorite e verosimilmente riprese di avvenimenti mitologici riconducibili alla mitologia greca e latina, scaturite dall’incontro di tradizioni autoctone con miti universali entrati nei racconti e nelle fiabe romene che hanno il fascino senza tempo delle vecchie storie narrate accanto al fuoco, che nelle sere più lunghe si popolavano di streghe cattive e di fate infinitamente buone, di re cialtroni e cavalieri senza timore, a che la voce flautata del narratore da una parvenza di beltà racchiudendole in un mondo di biechi incantesimi e folli amori, che non è soltanto espressione del talento creativo del popolo romeno e lontana testimonianza dei suoi costumi più antichi, ma specchio dell’eterno sogno di cui l’uomo insegue, instancabile, il filo. È così che troviamo “Il diavolo con la roccia in spalla” novello Prometeo; “Possàga” (*) che ricalca la storia di Orfeo ed Euridice così come altre ricalcano figure e avvenimenti biblici. Leggiamola qui di seguito, (solo le parti riferite al folklore musicale):

«Si racconta che in tempi molto lontani le fanciulle delle montagne non si lasciavano mai lusingare da canti ingannevoli. Ascoltavano solo la voce del loro cuore e tenevano conto dei consigli dei loro vecchi. (..) Possàga figlia del vecchio Vissalòm, era una pastorella, portava le pecorelle a pascolare nelle radure. Il suo ‘corno lungo’ (e la ‘buccina’) da pastora suonava dolcemente come il cinguettio degli usignoli e tanto a lungo da farsi sentire in tutti i pesi dei dintorni. (..) Possàga era bella e ci sapeva fare in casa. Molti la desideravano come moglie, ma fra questi ce n’era uno più bello, forte e ben fatto il suo nome era Vidru. (..) Era alto come un abete, snello e molto forte, ma non sapeva né suonare né cantare. Sapeva solo fischiare e fischiava tanto forte quando partiva per la caccia, da far risonare le montagne. Sapeva anche gridare bene i versi (1) quando ballava ‘la tzarina’ o ‘l’abrudeana’ (2). Ma cantare con voce dolce e intonata non sapeva proprio. E Possàga che era innamorata di lui aveva però fatto giuramento di voler sposare solo chi sapeva cantare come lei. Intanto arrivarono tempi sempre più duri per i motzi (montanari), che scendevano nelle miniere per guadagnarsi il pane estraendo l’oro dal cuore della montagna. Corbàn, il servo dell’Imperatore, s’impossessò di un numero sempre più grande di miniere e i montanari furono costretti a scavare l’oro solo per lui, sotto la minaccia delle armi imperiali. (..) Possàga allora diventò triste e le spuntarono le lacrime. Vagava per le montagne e cantava, cantava ricordando le sofferenze sempre più grandi dei minatori. Quando all’improvviso le venne incontro una donna coi capelli che sembravano di seta, lunghi fino a toccargli le caviglie, e con un bel vestito impreziosito da fiori freschi e foglie verdi. La Fata Buona delle Montagne le si avvicinò, posò la sua mano bianca e sottile sulla sua spalla e le chiese di suonare il ‘corno lungo’ per lei. Possàga portò lo strumento alle labbra e vi soffiò dentro una sola volta. Il suono che venne fuori era, all’inizio, come il mormorio del vento in mezzo all’erba quando sta per arrivare la pioggia in una giornata afosa d’estate. Poi il suono divenne più lungo e straziante, come il lamento delle madri che piangeva noci figli schiacciati sotto i sassi (della frana), che aveva colpito le miniere di Corbàn. La voce del corno lungo risuonava sempre più forte, come le rocce che rotolano giù dalla montagna in primavera o come le voci adirate dei montanari, quando, sulle cime, si accendono le fiaccole della rivolta. Il canto del corno lungo si alzava sempre più forte e più straziante e Possàga, che amava il canto più d’ogni altra cosa, era come scolpita nella pietra, mentre sulle guance della Fata Buona delle Montagne scendevano lacrime amare, e presa dalla commozione prestò a Possàga la sua bacchetta d’oro».

Questo è però solo l’antefatto, la fiaba si dilunga in sorprendenti accadimenti che parlano di un amore impossibile, di un anello fatato, di una ‘foglia’ di faggio che, poggiata sulle labbra emette suoni meravigliosi e tanto dolci da lenire ogni dolore; ed anche di una Megera cattiva e del suono di una ‘cetra’ stregata di cui s’innamorerà Possàga:

«Il suono delle note lontane diventò canzone e la cetra suonava così bene che la ragazza dovette riconoscere di non aver mai sentito prima di allora note tanto dolci, che il cuore le cominciò a battere così forte da sentirsi sciogliersi per amore …».

Il seguito è facilmente riconducibile alle antiche fiabe dove il bene vince sul male, ma questa volta il finale ha un risvolto amaro che vede Vidru affranto dal dolore vagare senza meta sulle rive del fiume dall’acqua limpida che piange la morte della sua adorata Possàga che la Megera cattiva ha trasformata in pietra:

«E Vidru, presa la ‘foglia’ fatata incominciò a suonare. E suonò, suonò … ».

Il cosiddetto ‘corno lungo’ che prende qui il nome di ‘trimbita’ è una varietà del ‘corno delle alpi’ ed è tipico della Transilvania, il cui suono è usato per emettere segnali diretti ai pastori: partenza, raduno o spostamento degli armenti; come richiamo per diversi animali e come segnale di pericolo. Altri segnali riguardano l’annuncio per i morti o per risvegliare la primavera, e sono detti di natura rituale. Un altro strumento è detto ‘caval’ tipico dell’area pastorale della Munténia, sorta di flauto a cinque fori il cui uso è simile al flauto greco di omerica memoria. L’altro strumento citato, la ‘foglia’ di faggio o anche di pero, è suonato tenendo la foglia con le mani tra le labbra, ed è entrato a far parte della tradizione popolare sulla scia delle leggende che lo legano a quel “canto della terra” che in ogni parte del mondo si leva a onorare i doni della natura.

Può sembrare incredibile tuttavia come, in questa breve ricostruzione, vi siano presenti tanti elementi musicali legati al folklore da restarne meravigliati: strumenti, danze, canti, le abitudini popolari romene di gridare versi durante i balli, inoltre a quelli che possono essere i riscontri economici di un territorio, la vita campestre, il duro lavoro della miniera, la possibilità di eventi catastrofici, la ribellione come simbolo di coraggio, ecc. Tutto questo però può non avere importanza, l’importante sta nel fatto che all’interno di esse, rimanipolate, adattate ad uso e consumo di qualcuno, ritroviamo le usanze e i costumi della gente: la povertà e la ricchezza, l’onestà e la rettitudine anteposte all’immoralità e alla slealtà, la giustizia e l’imparzialità, ma anche i sentimenti, le emozioni, gli amori, la gioia e il piacere che sono all’inizio e alla fine d’ognuna di queste brevi, forse piccole “storie”, che pure fanno grande un popolo ricco delle proprie tradizioni.

Nelle leggende, così come nelle credenze e nella letteratura (più tarda), si notano infatti sovrapposizioni e influssi romani, bizantini, slavi, cristiani, ecc. sull’antico patrimonio dei Daci, una popolazione indoeuropea storicamente stanziata nell'area a nord del basso corso del Danubio che da loro ha preso il nome (Dacia, corrispondente grossomodo alle odierne Romania e Moldavia). Ancora oggi molto sviluppata è qui la credenza nel diavolo, al tempo stesso antagonista e collaboratore di Dio, con potere notturno, capacità di incarnarsi in vari animali e di rendere gli esseri umani, ossessi; diffuso è pure il timore delle streghe e dei licantropi. Quella riportata qui di seguito è una delle tante versioni della leggenda conosciuta in tutta l’area dei Balcani, col titolo: “Come il Diavolo aiutò Dio a creare il mondo”, come fu narrata a Vladislav Kornel (*) da un narratore ignoto ungherese, sul finire dell’Ottocento:

«Quando sulla terra o nell’universo non c’era nient’altro che un’immensa quantità d’acqua, Dio decise di creare il mondo, ma non sapeva come fare. Seccato per la sua goffaggine, e in modo particolare dal fatto che non aveva neppure un fratello o un amico che gli potesse dare un buon consiglio, gettò nelle acque il bastone che utilizzava per pascolare le nuvole. Come il bastone cadde nell’acqua, immediatamente ne spuntò un albero gigantesco, le cui radici erano piantate in chissà quali profondità: su uno dei suoi rami sedeva il Diavolo, che allora era ancora bianco, come gli esseri umani creati da Dio. “Caro piccolo Dio! Mio caro fratello!” disse sorridendo il Diavolo. “Mi dispiace davvero per te. Non hai né fratelli né amici. Vuol dire che io sarò per te fratello e amico”. “OH, niente affatto” rispose Dio. “Non mi puoi essere fratello; nessuno può essere mio fratello. Ma sii mio amico”. Nove giorni dopo questo dialogo, quando Dio non aveva ancora creato il mondo, né sapeva ancora come procedere, si accorse, durante una passeggiata, che il Diavolo non nutriva sentimenti poi troppo amichevoli nei suoi confronti. Il Diavolo, che non era stupido, capiì che Dio non si fidava di lui e allora gli disse: “Caro fratello, ti sei accorto anche tu che noi due non siamo fatti proprio l’uno per l’altro? Allora, per favore, abbi la compiacenza di creare qualcun altro, così saremo in tre”. “È facile dire ‘Creane un altro’”, gli rispose Dio molto tristemente. “Crealo tu se la sai tanto lunga”. “Ma io non ne sono capace”, strillò il Diavolo. “Avrei creato un mondo bello e grande già molto tempo fa ma, caro fratello, a che cosa mi servono tutte queste buone intenzioni se non so come metterle in pratica?”. “Bene allora”, disse Dio sovrappensiero e grattandosi la testa come se cercasse di ricordarsi qualcosa. “Creerò questo mondo, e tu mi aiuterai. Presto dunque, e non perdiamo altro tempo: tuffati sott’acqua e portami una manciata di sabbia dal fondo, per farci la terra”. “Davvero?”, fece il Diavolo che sembrava sinceramente sorpreso. “E come farai? Non riesco davvero a capirlo”. “Quando pronuncerò il mio nome, la sabbia si trasformerà, diventando il globo”, gli spiegò Dio. “Ma ora fai presto: portami la sabbia”. Il Diavolo si tuffò dicendo a se stesso: “Oh, non sarò così stupido da permettere che il mondo sia creato da qualcun altro. Lo farò da solo pronunciando il mio nome”. Quando il Diavolo arrivò in fondo al mare, afferrò della sabbia con entrambe le mani: ma quando pronunciò il suo nome fu costretto a lasciarla cadere perché la sabbia gli bruciò le mani. Tornato su, il Diavolo disse a Dio che non aveva trovato la sabbia. “Vai di nuovo a cercarla e portami ciò che ti ho chiesto”. Per nove giorni il Diavolo insisté che non riusciva a trovare la sabbia, il che era una bugia bella e buona visto che proprio con quella sabbia del mare continuava a cercare di creare il mondo. ma, tutte le volte che prendeva la sabbia nelle sue mani e pronunciava il suo nome, si scottava. La sabbia, poi, diventava sempre più calda e lo bruciava tanto che un giorno tornò su nero come il carbone. Quando Dio lo vide conciato in quel modo gli disse: “Vedo che sei diventato tutto nero e che non sei stato un buon amico. Fai presto ora: portami della sabbia dal fondo e non pronunciare più il tuo nome, altrimenti la sabbia ti consumerà”. Il Diavolo si tuffò e finalmente obbedì all’ordine. Dio prese la sabbia, pronunciò il Suo nome, e creò il mondo, che piacque molto al Diavolo. “Bene”, disse sedendosi all’ombra di un grand’albero. “Io vivrò sotto quest’albero e tu, caro fratello, puoi andarti a cercare un altro alloggio”. Tutta questa impudenza, però, alla fine fece arrabbiare Dio che gli gridò: “Ah, furfante! Aspetta solo un attimo e te lo insegno a stare al mondo. vattene immediatamente!”.In quello stesso istante, uscì dal bosco un bue immenso, infilzò il Diavolo con le sue corna e se lo portò via per il mondo. la paura e il dolore fecero gridare il Diavolo così forte che tutte le foglie caddero dall’albero e si trasformarono in essere umani. E fu così che il Signore creò il mondo e gli uomini che lo abitano con l’aiuto del Diavolo» (*).

Crogiuolo di culture diverse che affrancano sostanzialmente due concetti ‘Oriente’ e ‘Occidente’ un tempo ben distinti, che hanno trovato nei Balcani e soprattutto in Romania, il loro punto focale, vuoi scaturito dall’incontro di genti provenienti da popolazioni diverse, vuoi per la concreta interazione avvenuta, come è stato detto, delle forme della cultura che le ha trasformate in un tutt’uno che rende difficile, oggi, distinguerle, e del tutto inutile. Se non per curiosità di conservazione di ciò che ogni singola cultura ha preso o lasciato all’interno dell’altra. Acciò l’uso degli strumenti in musica o della voce nel canto, fungono da testimoni, o meglio rappresentano le testimonianze di questa interazione. Come distinguere un Rom che canta una litania russo-ortodossa, o un Lautaro che suona il violino alla maniera zingara? In quale riquadro inserire nell’ambito della musicologia la ‘cetra’ o la ‘siringa’, o addirittura la ‘foglia di faggio’, in Oriente o in Occidente? Trovare certe risposte oggi non ha molto senso, perché seguire ogni singola traccia migratoria di uno strumento o di una forma di canto, sulla scia delle grandi migrazioni dei popoli, è arduo, anche se non impossibile. Ne è un resoconto il mio libro “Musica Zingara: testimonianze della cultura europea” (*), frutto di ben cinque anni di lavoro svolto con dura fatica per mettere insieme “i pezzi” di una cultura che ho dovuto ricostruire dalle fondamenta, nel quale ho cercato di dare corpo a una tradizione inesistente e tuttavia radicata sul territorio, basata sul coinvolgimento dei popoli, di cui però sfuggivano i termini e si conoscevano solo gli estremi opposti: l’Oriente e l’Occidente.

Era quindi necessario, per armonizzare gli opposti di due culture diverse arrivarea una loro integrazione, cioè a formulare un incontro, anche ipotetico, delle due diverse culture che infine si focalizzano in Romania appunto, in ragione della composizione variegata della popolazione. Esempio unico acculturante, di tanti generi musicali come parte di un insieme più vasto, erroneamente creduto all'inizio di appartenenza di questo o quel mondo diversificato come solitamente esso viene rappresentato sia per quanto riguarda la concezione culturale dell'Oriente, ha sempre prevalso un approccio globale che ne riconosce i diversi livelli di manifestazione, sia nel campo delle arti visive (oggettiva), sia nel campo della musica (poetico-lirica), che in letteraria (scrittura, verbalizzazione) che hanno assunto valore in ambito fisico, cioè emotivo, mentale e spirituale, come in quello  dell'equilibrio e dell' “armonia” tra le diverse componenti che ne formano la cultura. La più antica cultura orientale, dedita soprattutto a conoscere le energie che compongono e pervadono la realtà, si è sviluppata a partire dal fruire nell’organismo umano dell’energia che lo pervade, studiando percorsi alternativi delle diverse filosofie rivolte ad un principio assoluto, per cui le diverse concezioni sono riconducibili a una intelligenza universale che riconosce alla vita, nella sua duplice manifestazione materiale e spirituale, di essere parte di un insieme più vasto che porta all’annullamento della individualità. Intelligenza che permette di attribuire un valore altissimo alla propria esistenza e di viverla quindi ancora più intensamente.

Così, se l’interesse “orientale” si è in particolar modo concentrato sulla dimensione interiore, riconoscendo la componente spirituale non solo come parte integrante dell’essere umano, addirittura come la sua vera natura, tanto più l’interesse “occidentale”, si è mosso sulle linee della materialità della vita nel viverla ancor più intensamente. Per così dire, la cultura occidentale ha approfondito la conoscenza della realtà, per cui le facoltà razionali sono state le principali strumentazioni di indagine e di conquista che hanno favorito lo sviluppo tecnologico e scientifico che ben conosciamo e che hanno permesso di raggiungere elevatissimi livelli di conoscenza delle leggi che regolano il mondo della materia. La tendenza all’analisi, alla frammentazione, alla classificazione, che caratterizzano lo spirito della cultura occidentale, hanno però favorito lo sviluppo di un atteggiamento fortemente dualistico in cui esiste una dicotomia tra mente e corpo, tra materia e spirito che si riflette in tutti i campi. Una volta riconosciuta questa bipolarità si può ben capire la ragione della fortissima attrazione reciproca che si è manifestata all’inizio della nuova era verso cui ci stiamo dirigendo con l’integrazione e l’armonizzazione degli opposti, che avviene parallelamente in Oriente quanto in Occidente. Ecco, tutto questo ad esempio, in Romania è già avvenuto da secoli, e tutto quello che noi oggi riscontriamo come facente parte di una unica cultura, trova la sua originalità nella commistione delle culture.

Tralasciamo quindi le filosofie e torniamo alla ricerca che da queste pagine prende l’avvio, sulla falsariga di un “diario di viaggio” anomalo per via delle divagazioni letterarie cui ogni volta mi spingo per diletto ed anche per una sorta di tendenza a rendere partecipi gli altri dei miei stessi interessi di ricercatore e delle mie emozioni di viaggiatore. L’itinerario prosegue verso Sibiu con visita al centro storico; un insieme di elementi gotici, bastioni e torri, case signorili e palazzi in stile barocco austro-ungarico. Molto interessante è la sosta al villaggio di Biertan, patrocinato dall’UNESCO con la visita della chiesa fortificata risalente al 1468. Il viaggio riprende in direzione di Sighisoara la cui Città Alta d’epoca feudale è la meglio conservata della Transilvania. Ma è a Bran che visitiamo il sinistro castello del conte Dracula (che brivido!), per poi fare ritorno a Bucarest. Torno a far visita alla Biblioteca Nazionale dove il signor Petri mi permette di scandagliare nei documenti sonori che occupano una parte davvero esigua.

La musica popolare, che di fatto qui appartiene alla tradizione orale trasmessa da generazioni, si presenta diversificata a più strati, il più antico dei quali trova il proprio corrispettivo in modelli dell’area turco-orientale d’epoca ottomana, sebbene sono riscontrabili alcuni arcaismi propri della musica occidentale, soprattutto nella struttura formale, nello stretto legame con le funzioni fondamentali della vita contadina, agricola e stagionale, di cui conserva una certa ritualità che stenta a scomparire. Ne è un tipico esempio “Foaie verde maghiran” (la foglia verde) la ‘dojna’ cantata, in uso ancora oggi in alcuni villaggi della Moldavia come esorcismo per liberare le forze nascoste della natura:

«Foglia verde sbocciata a Maggio/guardo al sole che nasce/e vedo arrivare la primavera./La riconosco dall’arrivo delle farfalle allegre/ e dalle api operose,/dalle giovani foglie verdi/e dal canto del cuculo,/ed anche dalle grida del contadino/intento al suo lavoro…».

L’interprete di questo brano è un’anziana donna (Maria Lataretu zingara del villaggio Negresti nella regione dell’Oas), la quale, di tanto in tanto, intervalla il canto rifacendo il verso del cuculo, che si dice appartenente a questa specifica canzone che occupa uno spazio preferenziale fra i canti più antichi per la sua liricità. Si tratta di un relitto dell’antica cultura pastorale improvvisato su un tema che fa da base, caratterizzato da una struttura libera e variabile che permette all’interprete di tradurre nella giusta maniera il sentimento espresso nel momento che lo anima. In un’altra versione sul finire del testo è detto:

«Cuculo dai modi sgraziati,/è forse in pena la tua voce?/ Perché canti al mio dolce cuore di morte?».

Quando la festa della primavera giunge alle porte, si fanno i preparativi per accoglierla, che, in alcune regioni, consiste in atti propiziatori per accattivarsi gli spiriti del bene e della fecondità con l’intrecciare ghirlande di fiori. Soprattutto, si da inizio ai festeggiamenti che in alcune regioni come la Valacchia e in Oltenia assumono l’aspetto di una spensierata sagra paesana coronata da almeno un banchetto di nozze. Fatto questo che nella vita comunitaria di un villaggio, ad esempio, occupa un posto di rilievo. È questa l’occasione per fare musica, cantare e ballare all’aria aperta nelle aie e nelle piazze, vera e propria occasione per rinverdire la tradizione. Interessante è la visione di un video (girato in Super8) di anonimo, che riprende una di queste feste in cui sono visibili alcuni strumenti tipici, quali: ‘taragot’, ‘cimbalum’, ‘nai’, ‘cetra’, ‘oboe’, ‘drimba’ (scacciapensieri), ‘vioara’ (violino), ‘tilinca’ (flauto della Moldavia senza becco né fori), e altri più conosciuti come i sassofoni, la cornetta, la viola da gamba, la fisarmonica, trombe e tromboni ecc. Straordinariamente, oltre al ‘cimbalo’ suonato con le bacchette, non si trova notizia di particolari percussioni. Tuttavia alcuni degli strumenti menzionati, hanno contribuito in modo determinante a far conoscere la musica romena oltre i suoi confini geografici, dovuto anche alle genti Rom che li hanno portati con sé nelle escursioni del loro essere nomadi. E dei Lautari che hanno dato forma alle così dette ‘bande musicali’ vere e proprie ensemble itineranti che abbiamo apprezzato in tante occasioni, più o meno famose, come quella del mitico Barbu Lautaru (in disc.), di Yoska Nemeth (in disc.), Fanfare Ciocarlia (in disc.), Taraf de Haidukus (in disc.), Ensemble Tulnicarese (in disc.) e, non in ultima, quella formata da Goran Bregovic (in disc.) apprezzata in Europa e nel resto del mondo.

Per tornare alla ripresa filmica, è l’arrivo di una di queste ‘ensemble’ a dare ad essa l’irrefrenabile vitalità che la distingue da tante altre che si possono vedere in Europa e che trasforma la comune allegria in una festa di colori (costumi, nastri, corpetti, acconciature e gioielli), e fornisce l’occasione per i giovani di mettersi in mostra con l’esibirsi, ad esempio, nelle danze o dare modo di apprezzarne la voce nei canti. Festa alla quale ognuno è invitato a intervenire (straniero o turista che sia), meglio ancora se conoscitore di qualche particolare canzone o in grado di suonare uno strumento. Ma chi sono questi Lautari? – ci si chiede sempre ad ogni loro apparizione. E solitamente il loro arrivo in un villaggio porta, per così dire, quel brio in più di felicità che segna poi il ‘ritmo’ della festosità comune. Con il nome di Lautari, anche detti Boemi, Tzigani, Magiari ed altro, rapprendano una genìa di suonatori, per lo più di origine tzigana, un tempo girovaghi, che vivono oggi perfettamente integrati non solo in Romania bensì in tutta l’area dei Balcani, dalla Jugoslavia alla Macedonia, dalla Bulgaria e dall’Ungheria. Di loro va considerato il fatto che non sono una razza, come potrebbe lasciar intendere l’uso che si fa del loro nome, bensì rapsodi che hanno raccolto la preziosa eredità di un passato mitico della musica, legato alla leggendaria figura del trovatore, poeta e musicista di medievale memoria, il cui patrimonio folkloristico è tale da superare in numero qualsiasi raccolta esistente.

Ai Lautari si deve l’introduzione nella musica popolare l’uso accelerato, alla maniera zingara, del ritmo e l’aver mantenuto in vita il gusto musicale abbinato all’uso degli strumenti; l’autenticità del loro repertorio, siano essi tzigani o no, va abbinata inoltre, la geniale versatilità, le fioriture strumentali, le singolari interpretazioni soliste e vocali. Musicisti nati, nel senso di doti naturali o acquisite senza studio della musica, sempre danno una interpretazione inconfondibile ai brani che eseguono, composto di ornamenti melodici su una base ritmica spesso indiavolata, che mai travisa il libero andare della melodia, anzi, dandole profondità sonora, eleganza e disinvoltura, calore e verve. Il loro stile esotico, anche detto “barbarico” dagli occidentali, è dovuto principalmente dal modo zingaro, assai vicino al sistema cromatico orientale del ‘bhairava’ indù, al quale le loro melodie sono istintivamente adattate; e, se mi si lascia passare l’accostamento, molto vicino al modo di “cantare” arabo andaluso (gitano), forse derivato dal loro leggendario passaggio attraverso l’Egitto, prima del loro stanziare nelle lande montagnose dell’Europa Centrale. Oggi non si conoscono le diversificazioni tra i gruppi “professionisti” e le più famose “bande tzigane” che un tempo erano erano di sola estrazione popolare, poiché entrambi si sono fusi a farmare una unica realtà musicale. In Transilvania, ad esempio, i contadini preferiscono cantare le loro canzoni tipiche e lasciare ai suonatori zingari di suonare i ritmi-a-ballo.

Ciò a conferma del profondo legame fra la musica prettamente etnica con quella probabilmente d’importazione che i gruppi zingari hanno trasferito sa altre aree di contaminazione e liberate dagli schemi più arcaici. Tuttavia, ad un osservatore attento non possono sfuggire, ad esempio, nelle danze, figurazioni e movenze orientali o nel canto, una certa frequentazione con la salmodia ebraica, qui traformata ad uso magico-contadino, con la quale pure sono venuti a contatto nell’ambito di una convivenza prolungata. In occasione della festa, fanno la loro apparizione folti gruppi in costume tradizionale, diversi per ogni regione, a far da cornice all’intrecciarsi delle danze, in attesa che venga approntato il banchetto degli sposi. È allora che i Lautari danno fiato agli ottoni, strusciano le corde dei violini, pigiano i tasti delle fisarmoniche e pigiano i piedi sulla terra battuta dell’aia o sul mattonato della piazza, mentre i partecipanti (tutti) impazzano nella ‘hora’ prevalentemente eseguita da suonatori zingari. Questa danza che - si dice – “chiama amore”. quello della ‘hora’ è un ballo che si diceva “galeotto” per via che forniva a circa la metà delle coppie romene della campagna, l’occasione di incontrarsi, conoscersi e frequentarsi.

È così che, ancora oggi, la danza collettiva continua a essere vivissima, e offre un pretesto d’incontro, e non sono fra i giovani. Oltre alla ‘hora’ si ballano la ‘sirba’ o la ‘facioreasca’ oppure il ‘joc’, ritenute tra le danze più piroettanti e allegre della Romania festosa. Famose per la loro bellezza e varietà, le danze romene vengono solitamente eseguite in colonna, quelle formate da soli uomini: i danzatori, disposti in una lunga fila, pongono le mani alla vita dell’altro che gli sta accanto, e insieme eseguono passi complicati, spostandosi ora da un lato, ora dall’altro, a ritmo incalzante, dal nome ‘briul’, anche detta “danza della cintura” per il modo di tenersi per la cintola dei danzatori. Altre sono la ‘hategana’, danzate in coppia o in circolo dalle donne, e la più conosciuta di tutte, la ‘czarda’, della quale ancora si disputa l’origine con l’Ungheria. Gioiosa e trascinante, fu introdotta nella musica colta 8dell’operetta) verso la fine dell’Ottocento da compositori di rilievi, fra i quali figurano Bartok, Lizst, Kodaly, Monti, spesso eseguita da vere e proprie orchestre.

Lo svolgersi di queste danze nell’antichità e dei riti che talvolta le accompagnavano, variava secondo le regioni, in alcune delle quali si faceva uso di maschere, cosiddette rituali, per la funzione che esse avevano, secondo la tipologia, di essere propedeutiche o iniziatiche. Alcune di esse, ad esempio, rappresentavano animali e verosimilmente (quasi in tutte le popolazioni dedite alla caccia), servivano a mimetizzarsi nell’animale da cacciare; oppure indossate a scopo benefico al fine di accogliere lo spirito e la forza dell’animale cacciato o da cacciare. Tipica della Transilvania è una danza mascherata detta “del cavallino” il cui significato magico è andato smarrito, tuttavia è ancora oggi in uso per il tipico accompagnamento che la distingue e detto “a strigaturi” per l’uso che hanno i danzatori di declamare versi, ai quali fanno eco le voci dell’assemblea. In altri casi, come nel gobbo, nella vecchia o nel fabbro, le maschere riproponevano i personaggi popolari le cui caratteristiche s’imponevano all’evidenza per essere tenutarie di influssi magico-rituali cui si doveva rispetto o anche, riverenziale timore.

L’interesse suscitato dai virtuosi romeni attorno alle antiche ‘dojna’, ha reso possibile il loro definitivo riconoscimento all’interno della grande musica. allo stesso tempo ha elevato alcuni strumenti tipici come il ‘nai’ (flauto di Pan), e il ‘cembalo’ all’altezza degli altri strumenti nell’orchestrazione musicale di molti compositori e strumentisti romeni, depositari delle antiche melopee e conoscitori virtuosi delle musiche che le accompagnano. L’estrema facilità di assimilazione e memorizzazione musicale, ha permesso alle popolazioni di quest’area geografica di estendere il dominio della cultura orale, ai più complessi canti epici sia mitici o storici, divenuti assai rari, erano un tempo narrati o cantati sulla falsariga della ballata su melodie proprie eseguite da contadini-menestrelli più o meno specializzati in un dato ciclo; mentre i poemi lirici, venivano per lo più cantati sulle forma melodica della ‘dojna’. Si rende qui necessario parlare anche di queste “ballate” più o meno epiche e leggendarie che pure sono parte integrante del patrimonio culturale dell’odierna Romania. In esse venivano messe in risalto le gesta eroiche o le peculiarità della vita di personaggi come, ad esempio, del bandito benvoluto dal popolo, che lotta contro i potenti e l’ingiustizia riservata solitamente ai poveri; oppure l’eroe popolare che affronta le cieche forze delle tenebre e fa la guerra ai nemici, invasori delle terre appartenute ai padri. Queste ballate normalmente, portano il nome dell’eroe come, ad esempio, “Porvitazo ardito cavaliere”, “Alexandru Tiberiu”, “Ilincuta Sandrului”, solo per citarne alcune tra le più conosciute. In quest’ultima si narra la storia di una ragazza coraggiosa la quale, catturata dai Turchi, si getta nel Danubio piuttosto che lasciarsi usurpare della propria giovinezza dagli invasori.

A proposito del Danubio, questo grande fiume che scende dai Balcani e che qui sfocia in un grande delta nel Mar Nero, una delle regioni più suggestive della Romania patrocinata dall’UNESCO che, richiede di diritto una narrazione particolareggiata. Arriviamo a Tulcea e guarda caso in un albergo che si chiama proprio Delta, bello e accogliente. Dopo cena Nicolai ci riserva una sorpresa: la narrazione accompagnata dalla visione di un filmato di quella che sarà la nostra escursione nell’area danubiana a partire dall’indomani mattina con piroscafo e annessa visita al locale Museo del Delta. «Qui vivono almeno 1200 specie di alberi e piante, colonie di pellicani, centinaia di specie di pesci, dislocati in un autentico labirinto acquatico e floreale in cui ci si può perdere se non si conoscono bene le molteplici vie d’acqua. La navigazione fluviale è sospesa soltanto durante i forti geli invernali e i primi disgeli» - ci rassicura Nicolai - aggiungendo poi, ovviamente scherzando, che essendo in primavera inoltrata, il rischio vero semmai lo affronteremo al confine con la Jugoslavia, lì dove il fiume s’infossa nelle note gole dette “Porte di Ferro”, ma che questa volta ci risparmierà, soprattutto e “solo” perché, non è previsto nel nostro itinerario.

Una beltà per gli occhi e talmente interessante che riflettendoci su, senza una presentazione adeguata, saremmo rimasti nell’ignoranza di chi intraprende il solito viaggio turistico beandosi solo in ciò che appare in superficie. Dopo la prima colazione in hotel, partenza attraverso il Danubio, per la zona della Moldavia in direzione Galati/Braila. All’arrivo visita panoramica della città con la Chiesa dei Tre Gerarchi, capolavoro dell’architettura ortodosso-romena, la Cattedrale Metropolitana dalle forme tardo-rinascimentali e il Palazzo della Cultura, cui fa seguito una discreta cena con piatti tipici e pesce del Danubio. Non so voi cosa pensiate ma una visita al Palazzo della Cultura da parte mia era doveroso farla. Qui trovo molti scaffali con tomi polverosi e tantissimo materiale riferito al folklore, pezzi manifatturieri come attrezzi fuori uso, cassapanche e madie, tessuti e merletti, oreficeria varia interessanti sotto l’aspetto della ripetizione di una tradizione artigianale mai venuta meno. Ciò nonostante, come si dice, chi cerca trova, tra le varie pubblicazioni in lingua, trovo un libretto di canzoni popolari che il buon Nicolai lesto traduce. «Si tratta – egli dice – di alcune ‘cintec’ popolari molto diffuse su tutto il territorio nazionale, d’appartenenza alla cultura zingara della Transilvania»:

«Lancio il mio cavallo all’alba/e il mio sudore sulla gualdrappa./ Passo i giunchi del fiume/credendo che sono spade./metto il bavaglio alla mia bocca/di discreto miele e grazia./Senza sapere che dimenticasti/di indicarmi la tua casa».

«Per i tuoi neri occhi/lasciai la dolce madre/perché erano dolci e neri/e mi sono piaciuti./Per la tua faccia bianca/ho sofferto assai,/perché era bianca e dolce/ e mi è piaciuta».

Come già detto in precedenza, affiancano queste canzoni popolari pezzi strumentali d’accompagnamento il cui virtuosismo è subordinato all’improvvisazione degli esecutori che, in alcuni esempi, raggiunge tale levatura musicale da non poter essere ripreso da alcun manuale d’insegnamento. Come scrive Vasile Tomescu (*) studioso e insegnante del folklore romeno:

«I Lautari romeni sono più virtuosi che creatori, assimilatori di tecniche intrinseche al loro operato di strumentisti di qualsiasi manuale, per il loro imporre allo strumento il loro gusto “virile” ricco di colorature. Non in ultimo, per certi “effetti” scaturiti dalla loro maestria e conoscenza del proprio strumento, al quale, indubbiamente hanno apportato alcune modifiche, come ad esempio, l’aggiunta di canne extra alle venti che solitamente formano lo strumento originale, così come potrebbero aver incrementato i registri bassi in parte carenti nello strumento arcaico, cioè il flauto di Pan. Del resto, la matrice etnica della musica romena presenta alcune rare influenze turco-arabe verosimilmente importate dalle tribù nomadi che hanno trovato stanziamento nella regione. Va considerato inoltre che qui la tradizione è fino ad oggi salvaguardata dalla condizione socio-culturale, alla quotidianità, come all’alternanza delle stagioni e della vita proletaria e contadina. Una fonte questa, alla quale Bela Bartok ha attinto più abbondantemente che altrove, poiché rappresentativa di tutta l’area carpato-danubiana e della quale il maestro parlava come di “ombelico musicale”», (l’isola da me ipotizzata fin dall’inizio).

È dunque nel clima tipico dell’orchestrazione ‘lautareasca’ che meglio si esprime la tradizione romena, abitualmente composta da uno o più violini, una o due ‘cobza’ (sorta di liuto arcaico ormai sostituito dalla chitarra), un ‘timbalo’ (tamburello), uno o due ‘nai’, un ‘cimpoi’ (piccola cornamusa dotata di un dispositivo per l’effetto “staccato”). Ma altri strumenti di fattura moderna, sono ormai entrati nell’ensemble della come il violoncello (bass e double bass, sassofono (alto e basso) e altri ottoni che solo in alcuni casi fanno la loro apparizione nella “banda lautereasca” formata da autentici lautari. Il ‘cymbalum’ di cui non si conosce l’epoca e il popolo che lo vide nascere, fece la sua prima apparizione in Europa al seguito delle Crociate del XII secolo. In uso prima in Italia e in Francia, passò in seguito in Germania poi in Inghilterra dove sembra abbia acquisito la tipica forma trapezoidale dalla primitiva forma triangolare. Si compone essenzialmente di una tavola armonica in forma di trapezio isoscele, sulla quale sono tese trasversalmente delle forti corde metalliche, da tre a cinque per ogni nota, tenute da caviglie analoghe a quelle del piano, che si fanno vibrare per mezzo di due percussori la cui estremità è circondata di stoppa che l’esecutore deve manovrare agilmente per ottenere i disegni più complicati e gli accordi smaltati. A questo strumento è legato il nome di Gheorghe Radulesco (in disc.), nativo della Valacchia, ed è solo nell’ascoltare la sua musica che è possibile farsi un’idea precisa della particolarità sonora di questo strumento uguale a nessun altro. Dotato di autentico talento musicale virtuosistico, Radulesco offre alla musica il carattere improvvisato della sua fantasia d’esecutore che, liberata da ogni scolastica intrusione, da forza e originalità all’esecuzione.

Tuttavia è il ‘nai’ ad essere ritenuto lo strumento romeno per eccellenza, dovuto anche all’utilizzo che se ne fa come strumento solista. Fànicà Lucà (in disc.) è indubbiamente il maestro assoluto di questo strumento, riconosciuto come il primo grande innovatore e maestro che portò lo strumento all’attenzione internazionale e colui che diede ad esso “il dono della parola”, un nuovo afflato di vita dopo un lungo silenzio dei secoli. Simon Stanciu (in disc.) e Gheorghe Zamfir (in disc.) sono oggi considerati i più rappresentativi interpreti del suo insegnamento. Il più istintivo Stanciu si distingue per il brio tzigano che da alle sue interpretazioni, le più complesse e le più rapide in assoluto, che riesce a ottenere in grazia delle sua tecnica personalissima data dal suono dovuto al posizionamento inusuale delle sue labbra. Autentico virtuoso dello strumento, Zamfir ha elevato il ‘nai’ al repertorio professionale, con l’adattamento di melodie secolari  recuperate in aree dimenticate e rappresentative del paese. Custode geloso del segreto che Pan aveva nascosto nelle piccole canne, Gheorghe Zamfir esprime nel suono del ‘nai’ tutta la natura musicale dell’uomo e della terra che l’accoglie, le sue gioie, le sue aspirazioni, ma anche le sue sofferenze, le sue pene:

«Il ‘nai’ – ha egli detto – non è uno strumento del passato, né uno strumento del futuro, è lo strumento stesso del tempo, riferito cioè a quel tempo mitico che non si è mai arrestato, e che trova nella ‘dojna’ romena la propria diversità, una ricchezza unica nel suo genere, la ragione stessa di essere “vera musica”».

Gheorghe Zamfir insieme a Marcel Cellier inoltre hanno firmato le musiche di film di grande successo: "Picnic at Hanging Rock" (in disc.), e "The Light of Experience" (in disc.). Zanfir è anche autore di una "Messe pour la Paix" (in disc.) con la partecipazione de l'Orchestre Symponique de la Radio-Télévision Roumaine, diretta da Paul Popescu, e il Choeur Madrigal diretto da Marin Constantin, salutata quale evento mondiale del 1975, e che segnato l'ingresso del 'Flauto di Pan' nella grande orchestra.

Ma ecco che il suono del ‘nai’ si allontana da noi con l’allontanarsi della nostra imbarcazione di ritorno a Tulcea per poi a bordo del pullman, fare ritorno a Bucarest. Il nostro viaggio finisce qui, con Nicolai che raccoglie i nostri saluti e le speranze di rivederci un giorno. Il cielo già scolora nella sera. L’indomani la primavera sboccerà aprirà le porte all’estate. Per il viaggiatore che abbia la fortuna di assistere a una festa popolare e soprattutto a un corteo nuziale, segnerà un momento di piena gioia e felicità totale. Dopo ci penserà la vita a distrarci dalla felicità ritrovata, di quando bastava poco per sentirsi felici, una banda lautearasca, le danze della tradizione, i canti spontanei. La Romania vi aspetta per regalarvi un sorriso e un incontro veritiero con “il canto della terra” spontaneo e geloso dei propri tesori.


Note:
(*) Mihail Sadoveanu was a Romanian novelist, short story writer, journalist and political figure, One of the most prolific Romanian-language writers, he is remembered mostly for his historical and adventure novels, as well as for his nature writing. An author whose career spanned five decades, early associate of the traditionalist magazine Sămănătorul, before becoming known as a Realist writer and an adherent to the Poporanist current represented by Viaţa Românească journal. His books, critically acclaimed for their vision of age-old solitude and natural abundance, are generally set in the historical region of Moldavia, building on themes from Romania's medieval and early modern history. Among them are Neamul Şoimăreştilor ("The Şoimăreşti Family"), Fraţii Jderi ("The Jderi Brothers") and Zodia Cancerului ("Under the Sign of the Crab"). With Venea o moară pe Siret... ("A Mill Was Floating down the Siret..."), Baltagul ("The Hatchet") and some other works of fiction, Sadoveanu extends his fresco to contemporary history and adapts his style to the psychological novel, Naturalism and Social realism. A founding member of the Romanian Writers' Society and later President of the Romanian Writers' Union, Sadoveanu was also a member of the Romanian Academy since 1921 and a recipient of the Lenin Peace Prize for 1961. He was also Grand Master of the Romanian Freemasonry during the 1930s. The father of Profira and Paul-Mihu Sadoveanu, who also pursued careers as writers, he was the brother-in-law of literary critic Izabela Sadoveanu-Evan.

(*) Constantin Brăiloiu – Musicologo romeno, curatore di raccolte e studî sui canti natalizi (colinde), nuziali, e sui lamenti funebri (bocete). Noto per aver elaborato una moderna teoria del ritmo popolare e delle strutture musicali popolari e aver dotato l’etnomusicologia di una solida base metodologica, in cui i punti salienti sono il costante riferimento alle rivelazioni fonografiche dirette e l'impiego di strumenti d’indagine musicali, linguistici e sociologici. Il suo metodo consisteva nel prendere la prima versione ascoltata di un canto e nello scriverla su un rigo, mettendo, poi, sotto solo le varianti delle nuove versioni. A trascrizione ultimata notò che esistono “logiche di variazione” e concluse affermando che se ci sono variazioni negli stessi punti, c’è una libertà esecutiva regolamentata. Nel 1920 fondò, unitamente ad altri compositori rumeni, la Societatea Compozitorilor Român , (SCR, società dei compositori rumeni), della quale è stato il segretario generale dal 1926 al 1943. Nel 1928 fondò Arhiva de folklore (Archivio del folklore) divenuto presto uno degli archivi di musica etnica più importanti del mondo in quel periodo. Nel 1943 emigrò a Ginevra dove costituì Les Archives internationales de musique populaire, del quale è stato direttore dal 1944 fino alla sua morte.
Sotto l'egida dell'UNESCO, curò inoltre una collana universale di musica popolare, in dischi: “Sirba De La Cetate” Joue Tzigane! (LP, Comp) Fontana; “Bate Murgul Din Picior” con George Folescu - Recital (LP, Mono) - Electrecord; “Baietas Din Tirgu-Jiu” - Joue Tzigane! (LP, Comp) Fontana; “Cîntări Din Lada De Zestre” - (CD, Album) Jurnalul Naţional, Intercont Music; “The Traditional Folk Music Band: I. Oltenia” - Electrecord, Institutul de Cercetări Etnologice şi Dialectologice. Pubblicazioni:«Problèmes d'ethnomusicologie » - Genève: Minkoff Reprint (1973). «Children's rhythms» - In Lloyd, Problems of Ethnomusicology. Cambridge University Press (1984). «Musical folklore» - In: Lloyd, Problems of Ethnomusicology. Cambridge University Press (1984). «Opere 6. Prima Parte. Introducere, classificare» - note de Emilia Comişel. Bucureşti: Editura Muzicală (1998).

(*) Maurice Cellier, musicologo e organista è il curatore della collana “Universo del folklore” – ARION.

(*) Vladislav Kornel - “Possàga” in “Fiabe e leggende Romene” a cura di Petre Ispirescu e Alexandru Mitru – Edizioni Studio Tesi – Pordenone Italy 1986.

(*) Giorgio Mancinelli, ricercatore etnico e autore di articoli e libri sulla musica nel mondo - “Musica Zingara: testimonianze della cultura europea”– MEF Firenze Atheneum 2006.

(*) Vasile Tomescu, doctor în muzicologie al Universităţii Sorbona din Paris, doctor honoris causa al Universităţii Naţionale de Muzică din Bucureşti, personalitate proeminentă a ştiinţei muzicale contemporane, 80 de ani de la naştere.

Bibliografia.

The Larousse Encyclopedia of Music – by Geoffrey Hindley – Hamlyn 1978.
“Ancient and Oriental Music” in The Hystory of Music in Sound – Oxford University Press – His master’s Voice – London 1957.
Dizionario Enciclopedico Treccani - vedi alla voce Romania.
“Romania” in Meridiani Anno XIX – Editoriale Domus n.147.
“Rumanian Songs and Dances” from Archive of the Folklore Institute of the Rumanian people’s Republic – Ethnic Folkways Library – NYC 1960.
“I miti greci” - Robert Graves – Longanesi 1979.
“Storie e Fiabe Zingare” a cura di Diane Tong – Guanda 1990.
“Fiabe e leggende Romene” a cura di Petre Ispirescu e Alexandru Mitru – Edizioni Studio Tesi – Pordenone Italy 1986.
“Musica Zingara: testimonianze etniche della cultura europea” – Giorgio Mancinelli - MEF Firenze Atheneum 2006. (Premio per la Saggistica Italiana l’Autore).

Discografia (consigliata).

“Rumania” – in Musical Atlas - UNESCO Collection/EMI Odeon by Alain Danielou - LP 064-18120.
“Cantati Romaneste-Dansati Romaneste” – Request records Inc. LP SRLP 8113.
“Rumanian Songs and Dances” – Ethnic Folkways Library – LP FE 4387.
“Flauti Rumeni” n.1, n.2 con Gheorghe Zamfir – ARION - LP FARN 1014.
“Flauto di Pan e organo” – Gheorghe Zamfir e Marcel Cellier – Ducale – LP FD332.
“La dojna rumena” – Gheorghe Zamfir – Ducale – LP FD333.
“Il cymbalum rumeno” – Gheorghe Radulesco – ARION LP FARN 1057.
“Musiche nuziali e di feste rumene” – ARION – LP FARN 1104.
“I virtuosi rumeni” – ARION – LP FARN FD335.
“Musiche tzigane” – ARION – LP FARN FD1061.
“Il flauto tzigano” – con Gheorghe Radulesco – ARION – LP FARN 1022.
“Toute la musique Tzigane” con Yoska nemeth – Musidisc 4LP – CCV2519.
“Gypsy Music from the Heart of Europe” – Bratsch – CD World Network.
“Wild sounds from Transylvania, Wallachia & Moldavia” – D. Farcas, T. Mociu, Taraf de haudikus, Fanfare Ciocarlia – CD World Network.
“Road of the Gypsies” – CD World Network.
“Flute de Pan et Reveries” - Gheorghe Zamfir – CD Electrecord – CD 12540.
“Pan Pipes” – Gheorghe Zamfir – CD Music Club 05803.
“Tales and Songs from Weddings and Funerals” – Goran Bregovic – CD Universal 063 079-2.
“Ederlezi” – Goran Bregovic – CD Mercury 558 350-2.
“Violons Tziganes” – (Hungary) – Sàndor Déki Lakatos – HMplus CD 3903027.

Colonne sonore:

Gheorghe Zamfir - "Picnic at Hanging Rock" - Epic - LP EPC 81780
Gheorghe Zamfir - "The Light of Experience" - Epic - LP EPC 81638
Gheorghe Zamfir - Messe pour la Paix" - Philips LP 9101069
Goran Bregovic - "Underground" - Polygram /Mercury CD 5289102
Goran Bregovic - "Les Temps des Gitans" - Mercury  CD 842764-2


(*) Si ringrazia Boscolo Travels per l'organizzazione e la perfetta funzionalità del Tour e dei suoi Tour Operator.






























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