Pubblicato il 20/12/2020 15:04:09
Lisbona
Sarei stato viaggiatore a Lisbona, dove ero arrivato con volo diretto da Roma. Nella Rua Nova do Carmo, trovai una camera in un piccolo albergo caratteristico, con i balconi carichi di fiori. Seguendo il buon senso, mi procurai unauto per gli spostamenti in citt e per raggiungere le localit da visitare e fotografare. Noleggiai una Mercedes di medie dimensioni. I giorni furono subito pieni: il Portogallo mi accoglieva con atlantici umori. Spesso, la sera, mangiavo nella Casa do Bacalhau. Affiancata al marciapiedi antistante ledificio bianco e pannellato in azulejati ornamenti, era parcheggiata una vecchia auto Isetta che sembrava in attesa. Il proprietario della pensione mi disse pi volte: ≪Le piace? Una vera auto depoca, se lacquista fa un vero affare. Il prezzo un pocaro, per congruo per una cos originale vettura≫. Ero preso dal fascino dell Isetta non tanto per lauto in s, quanto, piuttosto, per lidea che, con quella, non mi sarei sentito un turista: la mia vanit. Era azzurra, o meglio di uno sbiadito color celestino. I pneumatici erano cerchiati di bianco e il volante era avvolto in una guaina di finta pelle slabbrata e bucherellata, fissata con dei bottoncini di metallo ormai arruginiti. Pi di una volta il proprietario mi aveva offerto la chiave, sorridendo ed esortandomi, con gesti delle mani e della testa, a salire a bordo e provarla. Nel dirlo, apriva la portiera frontale di accesso sulla quale era innestato il volante. Sempre accompagnava il gesto con un sorriso ammiccante. Avessi accettato, lIsetta avrebbe percorso con me, leggera e meccanica, vicoli stretti e gradini precipitanti verso il fiume e il mare lontano, per svoltare infine, prima di altri orizzonti e prima di altra avventura, in penultimi angoli di strade. Non decidevo. Uscendo dallhotel al mattino, mi fermavo a curiosare nella Livreria Portugal, dove entravo varcando una porta di legno verniciata di verde. L avevo acquistato un libro guida di Pessoa e di Lisbona: sfogliando le sue pagine, sarebbe stato facile addentrarmi nella parte vecchia della citt. In un gioco scherzoso e poetico, immaginavo il libro levitante nellaria, quasi guida rarefatta a precedermi. Avrei cercato di raggiungerlo affrettando il passo, per ritrovarlo, di nuovo materia, nelle mie mani in attesa. Il libro e io, nella Rua Nova do Carmo, sul marciapiedi ancora lucido di una pioggia antica che immutata sembrava resistere, quasi a fissare un pensiero e le sue iterate parole, specchio di nuovi e vecchi sogni. Allora poteva accadre che crepuscoli acquosi rigassero di blu, di lilla e di giallo le strade, i cortili, le auto e i tram lenti nel loro arrampicarsi su per le strade in salita. Nellatrio dellalbergo, con annessa caffetteria poco oltre lingresso, conosco due giovani: fratello e sorella, italiani in vacanza. Francesca, mi dice lei, offrendo un sorriso. Biagio, aggiunge lui, ritrosamente. Stringo deciso le mani: audace e nervosa quella di Francesca; molliccia e sfuggente quella di Biagio. da molto che a Lisbona? chiede lei guardandomi negli occhi. Una settimana, rispondo. Ci sediamo e ordiniamo degli aperitivi che avrebbero reso facile ogni successiva confidenzialit. Al tavolo di alluminio, col piano screziato di sfumature grigio satinate, Francesca e Biagio bevono da lunghi bicchieri addobati con fette darancio in precario equilibrio sui bordi e cannucce sporgenti; fissi gli sguardi, quello di Biagio nel vuoto, di Francesca sorridente e forse per me. Si avviano complicit datmosfera, in attesa di parole da pronunciare per sapere di pi. Di fronte al tavolo, attraverso le trasparenza di una vetrina serigrafata con stilizzate bottiglie di Porto, faceva mostra di s la sagoma dellIsetta, in coerente pendant con la stradina di selci sconnessi. Accanto, il marciapiedi sembrava invitare a un passeggio verso mete usuali di viaggiatorie attrattive, tra ombre e lucori a volte tremolanti sulle sfaccettature con cui la luce del sole tagliava il selciato. Ha visto la torre di Belem? mi chiede Francesca. No, vorrei andare oggi, venite con me? Saliamo sulla Mercedes, Francesca mi siede a fianco, Biagio dietro. In fondo, non sapevo perch li avessi invitati. Partiamo; poi Francesca: Ho dimenticato gli occhiali da sole. Vuole che torniamo indietro? Chiedo, offrendo la mia gentilezza. No, non importa, li indosso pi per moda che per necessit. Biagio siede in silenzio, cadenti le sembianze del volto, contrastanti con occhi di un color acciaio scurito dal tempo. Francesca parla di s e chiede di me: Resta molto tempo in Portogallo? Voglio visitare Lisbona, Coimbra, le cattedrali e le fortezze dei Templari. Le interessano i Templari? Che mestiere fa? Mincuriosisce la loro storia, voglio andare anche a Tomar. Dov? A nord di Lisbona, non lontana. Noi vorremmo esplorare la costa, lAtlantico; viene con noi? A Tomar ci andr dopo. Guardo nello specchietto la faccia di Biagio: inespressiva. Francesca si riavvia i capelli, nervosamente apre e chiude il finestrino. Ha mani piccole, con le unghie tagliate a squadro, il collo abbellito di un ninnolo doro appeso a una catenina e proteso nello scarto dei seni. Vorrei chiedere qualcosa di lei e del fratello, lo far pi tardi, adesso mi dedico a guardare la strada e guidare. Poi chiedo: molto che siete a Lisbona? Due giorni risponde Francesca, Ci fermiamo una settimana. E lei? Ancora qualche giorno. Nel pomeriggio esco da solo a camminare senza meta. In Piazza Dom Pedro mi accomodo in un bar e chiedo un caff. Mi guardo intorno indolente, mi attira un passaggio coperto in lontananza: la luce della piazza impedisce che gli occhi possano scrutarci dentro, forse minoltrer sino a svelare quellombra. Mi alzo e torno verso do Carmo, mi accompagna la brezza che risale salmastra dal mare non lontano. Alle sette bussano alla mia porta, Francesca che mi chiede se voglio uscire per la cena con loro; appuntamento per le otto nellatrio. Scendo qualche minuto prima e il proprietario sinforma se sono ancora interessato allIsetta. Alle otto mi raggiunge Francesca. E Biagio? Le chiedo. Non si sente bene, preferisce restare in camera sperando che il mal di testa gli passi. In auto raggiungiamo le colline a nord. Dalla citt bassa saliva lumidit che condensava in alto, nel cielo notturno, facendo aleggiare un sipario che velava il brillo delle stelle. Parcheggio, troviamo un piccolo ristorante e ci sediamo a un tavolo sistemato allaperto, sul marciapiedi di una stradina in leggera salita. Non so cosa raccontare a questa Francesca che mi aveva chiesto di uscire, di cenare insieme e di passeggiare in citt. Non mi hai parlato delle tue attivit, mi dice guardandomi con occhi quasi inespressivi e che si animavano solo quando si sentiva osservata. abbronzata. Accavalla le gambe mostrando ginocchia perfette. Guardo il suo viso, lattaccatura dei capelli termina con una punta appena accennata al centro della fronte. Non alta, eppure longilinea. Lascolto parlare, replico con dei s o con dei no, penso che potrei essere pi gentile con lei. Intanto ordino un Porto, un gosto di famlia, chiedo. Camminiamo, dopo la cena, per strade percorse da languidi passanti e coppie di turisti sedotti dallaria notturna. Volti maschili a volte ricchi di baffi, volti femminili dalle labbra rosse come per una festa destate. Infila il suo braccio sinistro sotto il mio destro. Avr trentacinque anni, pi o meno; Biagio certo pi anziano. Un canto risuona in fondo alla via. Andiamo?! Propone. Entriamo in un cortile circondato su tre lati da un porticato con grandi arcate sorrette da colonne sottili. Al centro, unanziana cantante celebra la sera ormai tarda con un tristissimo fado in tonalit minore. Una sola chitarra accompagna la voce che si affanna a spiritualizzare il senso di un incerto futuro. Girando gli occhi pi che la testa, guardo ancora Francesca, in piedi accanto a me; forse bella, certo ha modi sensuali. Non ho voglia di sapere altro di lei, rimando a domani. Ero venuto a Lisbona per viaggiare e per fotografare la citt, le case e i paesaggi, invece mi aggiro tra fioche luci notturne. Il Fado suggerisce nuove malinconie, mai prima provate. Lei, la cantante, immobile nel grande cortile, avr forse settantanni ma la voce limpida e forte. Ieraticamente, evita pleonastici gesti; le braccia restano abbandonate lungo il corpo etereo. Ha il viso scavato, le labra truccate con un rossetto aggressivo e capelli bianchi legati sulla nuca, tesi sulle orecchie. Il chitarrista si avvicina, porge il cappello, riceve qualche moneta per il conforto della notte in arrivo. Torniamo in auto e intuisco lo sguardo di Francesca; vorrebbe forse ascoltare qualche parola da me, mi chiede se pu fumare, rispondo che s. Lattimo l, pronto a recuperare latmosfera del fado: unintimit che si nasconde e si svela in attesa di un gesto, di unimperfezione che renda seducente il momento. Torniamo in Rua do Carmo; il silenzio dellatrio si adagia sulla penombra con eufonica assonanza. Saliamo la scala, una guida rossa bordata di blu e fissata ai gradini con barrette di ottone, attutisce il rumore dei passi. Il corridoio deserto permette di prolungare la stretta di mano, lasciando che il tempo scivoli impalpabile su parole che non hanno motivo per essere pronunciate. Chiusi la porta della stanza dietro di noi. Disse solo: Spogliami tu.
Nel dormiveglia notturno guardo lorologio di plastica appoggiato sul comodino: le quattro. Allungo il braccio, Francesca andata via, sar ormai nella sua stanza. Mi rigiro nel letto, tirando il lenzuolo sul corpo nudo e umido di sudore freddo. Non so nulla di questa donna; forse pi giovane di come il corpo si mostrato e di come parlava di s. Torno al mio sonno, sordo a ogni domanda.
Mi svegliai per la luce diffusa dalla persiana solo accostata. La mattina doveva essersi gi inoltrata nel giorno. Ero solo e rimasi per un poin uno stato di dormiveglia. Le dieci e mi alzo. Nel piccolo bagno, mi dedico alla cura di me. Torno in camera, inizio a vestirmi, poi esco. Camminando nel corridoio, ho limpressione mi manchi qualcosa: s, portafoglio e documenti. Torno in camera, cerco, non trovo neanche la macchina fotografica, penso: Francesca. Incalzato da preoccupato istinto, salgo al piano superiore e busso alla sua porta, senza ottenere risposta. Nellatrio chiedo di Biagio e Francesca al proprietario dellalbergo. Francesca? sinforma. Ma s, la signorina e suo fratello, siamo usciti insieme ieri. Ah, la signora Ilde Alborelli e il marito. Perplessit lascia spazio allinterpretazione dei fatti. Sono usciti? Sono partiti questa mattina alle sei, come da programma, credo avessero un aereo alle otto; ha deciso poi per lIsetta? Torno in camera e faccio linventario: mi mancano tremila euro, carnet di assegni, carte di credito, documenti e la macchina fotografica. Tra rabbia e rancore, si fa strada un sorriso dironia. Per le circostanze impreviste, per le ombre ingannevoli di una stanza di notte, per il letto disfatto, per le parole che furono taciute perch non debordassero in impudenti clich.
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