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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Franca Alaimo

Argomento: Intervista

Testo proposto da LaRecherche.it

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Pubblicato il 04/02/2010 16:49:51

[ Intervista a cura di Roberto Maggiani ]



DOMANDA.
Come ti presenteresti a persone che non ti conoscono? Chi è Franca Alaimo?

RISPOSTA.
Se le persone fossero i lettori della mia poesia, direi loro di spingere bene il loro sguardo dentro le sue zone di luce come quelle di buio per capire chi sono. Come ogni umana creatura, sono un miscuglio delle due cose. E avrei pudore, come sempre, di svelare al di fuori dei versi, un’esperienza biografica attraversata da traumi, lutti, eventi “miracolosi”, grazia ed errore. Una vita intensa e dolorosa come la mia è diventata, tuttavia, la materia ruvida e scintillante che la poesia, frequentata e scritta fin dall’infanzia, ha rielaborato e rielabora costantemente, insistendo sulle mie figure mentali più tenaci, come la morte, l’abbandono, il dolore, sorrette da un sentimento religioso della vita (nonostante) che danno loro come compagne di viaggio le altre opposte figure della rinascita, dell’amore, della gioia. In ogni caso, mi percepisco come un flusso d’energia amorosa che si abbandona a quello emanato dalle altre creature che mi attorniano, nella convinzione che tutti siamo immersi nel Tutto.

DOMANDA.
Ci tratteggi la tua storia di scrittrice? Gli incontri importanti, la tua formazione, le tue pubblicazioni, ma soprattutto perché hai iniziato a scrivere e in particolare poesia?


RISPOSTA.
La mia mamma adottiva era una maestra mancata ed io sono stata la sua prima ed unica alunna, fin da quando fui in grado di intendere. Così, mentre si stava attorno alla tavola con gli altri familiari, ognuno intento alle sue occupazioni, lei recitava a memoria i canti di Dante, le poesie del Pascoli e del Carducci e anche qualche testo in francese. Vivevo, insomma, dati i tempi miseri, di tanta poesia e scarso companatico. Scribacchiavo, anche, di nascosto versi, ma senza mai farglieli leggere, temendo di deluderla. Sono venuta allo scoperto per caso, nel 1989, quando un mio amico pensò di far conoscere i miei versi a Nat Scammacca, un rappresentante dell’Antigruppo siciliano, che in quel momento consumava un itinerario molto interessante di protesta contro l’editoria dominante, sposando la tesi di una poesia per tutti, recitata nelle fabbriche e nelle piazze, anticipando, così, il fenomeno della spettacolarizzazione dell’evento-poesia, che diverrà così tipico nella società americana. Benché per vocazione estranea a tale atteggiamento, ebbi in questo modo la possibilità di conoscere tanti poeti siciliani, di leggerli e farmi leggere. Pietro Terminelli, autore di versi lunghissimi, ideologici, sanguigni, mi volle accanto a sé come redattrice della rivista “L’involucro”, dove pubblicavano autori fortemente impegnati, che “violentavano” il linguaggio per fare uscire la poesia dalle secche della rassegnazione.
La partecipazione, più tardi, come redattrice, alla rivista “Spiritualità e Letteratura”, diretta dall’amico e poeta Tommaso Romano e stampata a Palermo, ma diffusa su territorio nazionale, mi fornì l’opportunità di confrontarmi con molti tra i più importanti poeti e scrittori, italiani e non: Luzi, Bonaviri, Loi, Squarotti, Spaziani, J. Rosa Pita, Lanuzza, Bettarini, Lenisa, Russell, Flaminien, Pazzi, Carifi, Ruffilli, e tantissimi altri, (vorrei nominarli tutti, ma come potrei!) con molti dei quali è nato un solido rapporto amicale.
Ho pubblicato fino ad oggi dieci libri di poesia, quattro saggi su altrettanti autori della letteratura contemporanea, scritto centinaia tra recensioni e prefazioni, tradotto alcune poesie di Russell, ed, infine, ho al mio attivo anche un breve romanzo.
L’ultima parte della domanda mi chiede perché abbia scelto proprio il genere letterario della poesia. La risposta sta nella fame che ho sempre avuto, che ho, di una comunicazione più profonda e più libera di quella che caratterizza le conversazioni quotidiane, in cui tutto viene solo sfiorato e pronunciato secondo luoghi comuni sia mentali che verbali.


DOMANDA.
Che cosa è la poesia per te?

RISPOSTA.
Mi riallaccio a quanto detto poco fa. La poesia è uno spazio in cui il poeta denuda il linguaggio delle sue vesti logore e sbiadite, spingendolo ad esplorare i territori più difficili dell’inconscio, dell’immaginazione, e a ripercorrere, vestito di altri simboli e significati, quelli della realtà, per conoscerla meglio, per rifare l’unità fra spirito e materia. Il linguaggio viene così restituito alla comunicazione profonda, rinnovando continuamente sé stesso. Quanto a me, essa ha costituito anche uno strumento terapeutico, che mi ha permesso di stare in equilibrio, attraverso la rielaborazione “musicale” delle dissonanze personali e sociali. Non voglio affatto affermare che la poesia sia una comoda via di fuga; al contrario mettere in evidenza come, pur guardando diritta negli occhi la realtà, essa costituisca uno dei pochi strumenti capaci di renderla tollerabile, anzi degna d’amore perfino nei suoi lati più oscuri e crudeli.


DOMANDA.
Sei una scrittrice, ma prima di tutto una lettrice. Quali sono gli autori e i testi sui quali ti sei formata e ti formi, e che hanno influenzato e influenzano la tua scrittura?

RISPOSTA.
Sono una lettrice onnivora, perché sono una persona curiosa, e soprattutto perché tutto il territorio della letteratura mi sembra una riserva di caccia dov’è possibile imbattersi, per un’improvvisa grazia, in “esemplari” di straordinaria bellezza. Antichi e moderni, a qualsiasi nazionalità appartengano, i poeti mi piacciono tutti. In un’altra intervista ho parlato della poesia come una sorta di coro polifonico, i cui cantori innalzano note di diverso timbro e colore, che si fondono in una sola armonia. Ma certo, poi ci sono quelli preferiti: tra le donne Saffo, Stampa, Dickinson, Pizernik, Plath, Pozzi, Cvtaeva, Campo, Merini, Lenisa; tra gli uomini i poeti della classicità, soprattutto Virgilio ed Orazio, quelli del Dolce Stil Novo, Dante e Petrarca e Leopardi, e poi Donne, Rilke e un po’ tutti i poeti dello straordinario secolo appena trascorso, e ancora, tra i moderni, non italiani, Eliot, Pound, Pessoa, Merton; e, tra i contemporanei, Loi, Luzi, Bonnefoy, Russell, Gherardini e tanti, tanti altri. Ma non posso trascurare le emozioni che mi hanno dato i grandi romanzieri; trovo che specialmente le donne abbiano una pronuncia quasi vicina alla poesia; parlo della Woolf, in particolare, della Yourcenauer, della Morrison, della Campo e di molte altre. E poi ci sono gli autori giapponesi da Basho in poi, magnifici, raffinatissimi sia nella poesia che nella prosa. Non credo, tuttavia, di potere considerare nessuno quale maestro. Li amo perché sono diversi, ma desidero essere me stessa. E, allo stesso tempo, penso che mi siano stati tutti maestri, così come lo siamo sempre gli uni agli altri. Voglio, però, ricordare i libri che mi sono stati maestri di spiritualità: il Vangelo, prima di tutto, e poi quelli, per nominarne alcuni, di Guenòn, Eliade, Panunzio, i mistici sufi, San Juan de La cruz, le mistiche italiane.
Infine, credo che la sonorità e la limpidezza del dettato mi siano giunte dal mondo classico, nella conoscenza del quale mi sono specializzata nel corso dei miei studi.


DOMANDA.
In una recensione di Antonio Spagnuolo al tuo “Corpo Musico”, Ed. Il Bisonte, 2007, apparsa sulla rivista “Vico Acitillo”, egli afferma: “Si percepisce in queste pagine un sentimento preponderante che attanaglia l’autrice e la pone in un certo contrasto con il linguaggio incoerente e sprovveduto della contemporaneità”. Ci puoi dire qualcosa al riguardo? Inoltre, che cosa caratterizza la tua scrittura poetica, rispetto ai poeti tuoi contemporanei? Quali sono il filo conduttore e l’aria ispiratrice che fin dai primi versi ti accompagnano? E come si è evoluto il tuo scrivere dalla prima raccolta del 1989, “Impossibile luna”, Antigruppo siciliano, al tuo ultimo “Amori, amore”, Ed. La lampada di Aladino?

RISPOSTA.
Penso che la sperimentazione poetica si sia spinta dagli anni ’60 in poi in direzioni spesso forzate e troppo cerebrali. Non mi piace una poesia che sia solo specchio di un eventuale disastro epocale. Trovo che, in questo modo, rinunci al suo ruolo essenziale di capire comunque e preparare il nuovo, il diverso, trasformandosi da strumento attivo di rinnovamento a registrazione passiva, senza scopo. Levi leggeva la poesia sempre “fermentante” di Dante agli internati dei campi di concentramento, diffondendo semi di luce e di speranza nella più disperata delle condizioni umane. Questo lievito vivo della poesia non deve mai mancare. Per questo la poesia deve dire qualcosa, e non può servirsi, quindi, di un linguaggio incoerente e sprovveduto, come dice Spagnolo, qual è, per esempio, quello della politica contemporanea. Ma non credo, ovviamente, di essere l’unica a pensare queste cose. Per fortuna, siamo in tanti, davvero! Se devo, poi trovare un filo conduttore che leghi le varie sillogi poetiche, direi che è la fede nell’uomo e nella vita, e soprattutto l’accettazione e del dolore e della gioia come mezzi di conoscenza e di iniziazione alla sapienza. Non so se ci sia stata un’evoluzione; ho cominciato a pubblicare da adulta; penso piuttosto di avere scelto varie forme espressive per il gusto di provare nuovi modi di dire. Così, per esempio, gli ultimi due libri, pur essendo stati scritti quasi contemporaneamente, adottano linguaggi diversi.


DOMANDA.
Come avviene il tuo processo di scrittura, in particolare in versi? In quali ore e luoghi, con quali modalità? Scrivi di getto oppure rivedi i tuoi testi, sia nella forma che nei contenuti?

RISPOSTA.
Il più delle volte, la poesia mi visita nelle ore notturne, quando gli altri, a casa, tacciono, addormentati. Il silenzio è infatti la condizione più opportuna per ascoltare sé stessi, per accogliere le parole che germogliano dal profondo. Ma mi capita spesso di “sentire” qualche incipit ( è importantissimo fare risuonare dentro di sé il primo verso! ) nei posti più disparati; per questo porto sempre con me un taccuino e una penna con cui prendere nota di quanto visita la mia mente. Anche la composizione non ha una regola fissa; a volte scrivo tutto il testo di getto, in modo quasi frenetico, quasi inconsapevole; altre volte fatico a completare certi testi che sembrano rivelarsi e nascondersi allo stesso tempo. Il lavoro di revisione mi sembra sempre necessario e non in tempi immediati. Va creato un po’ di distanza, in modo da essere giudici il più possibile imparziali. Contenuto e forma costituiscono per me un tutt’uno per cui se la forma non convince, anche il contenuto risulta debole.


DOMANDA.
Se tu dovessi dare indicazioni introduttive in un corso di scrittura poetica quali punti toccheresti? A livello pratico, quali sono gli indicatori che utilizzi nel valutare, se così ci è permesso dire, un testo poetico? Quali sono, a tuo avviso, le caratteristiche di una buona poesia?

RISPOSTA.
E’ difficile insegnare a scrivere poesia. I corsi di scrittura, che da qualche tempo fioriscono dappertutto, a me sembrano tempo perso. Meglio sarebbe insegnare a leggere, a cominciare dalla scuola. Ed ovviamente non è detto che un lettore forte possa essere un buon scrittore; viceversa è invece doveroso. Tuttavia, immagino, che possano esserci degli indicatori, sebbene, fino adesso, ( e lo sto proprio dicendo a me stessa mentre scrivo questa risposta ) non abbia giudicato la poesia degli altri secondo degli indicatori. Se c’è poesia in un testo, avviene qualcosa dentro di me, una trasformazione. Però mi chiedi, caro Roberto, in vista di una prossima rubrica sulla tua rivista, di formularne qualcuno, ed allora sto appunto pensando quali possano essere e come nel catalogo biblico procedo per negazione: in un testo poetico sono da bandire sciattezza, volgarità, incongruenze, stecche sonore, furti d’imitazione, approssimazione, improvvisazione. Un bel testo è quello che mette in moto ragione, sentimento, spirito, memoria, sogno. Che crea una dimensione diversa in cui tutti, però, si riconoscono. Una bella poesia è quella che prepara la lingua del futuro. Che ti fa dire : è davvero bella! Che senti il bisogno di rileggere e, forse, anche di memorizzare, capacità oggi perduta e però tanto essenziale alla poesia.


DOMANDA.
Vi sono case editrici che, approfittando del desiderio di molti di vedere stampate le proprie opere, pubblicano qualunque testo, anche scadente, dietro compenso. Che cosa ne pensi di questo atteggiamento? Secondo te è necessario arrivare alla pubblicazione su carta stampata per essere annoverati tra gli scrittori?

RISPOSTA.
Questo atteggiamento è estremamente colpevole, perché confonde i lettori sulla natura e la qualità dell’arte poetica. Lo scriverla è ovviamente, un diritto di tutti; il guaio è, come una volta mi disse il noto critico Barberi-Squarotti, che tutti si sentono poeti dopo avere pubblicato un libro. Certo, anch’io, tranne che in pochi casi, mi sono autofinanziata. Purtroppo non ci sono case editrici, come accade in altre parti d’Europa, che finanzino i poeti, scommettendo anche su quelli ancora poco noti. Non ricordo chi abbia detto, ma sono senz’altro d’accordo con lui, che la misura della civiltà di un popolo sta nell’importanza sociale e culturale che essa attribuisce alla poesia.
E’ necessario arrivare alla carta stampata per essere annoverati tra gli scrittori? Non so. Ma il libro è un oggetto ineliminabile. Si tocca, si porta con sé, si odora, si sfoglia, si sottolinea, si perde, si strappa, si ritrova, si rilegge. Fa parte delle cose che servono ad esistere. E soprattutto invecchia ed ingiallisce, dando anch’esso la misura del tempo, segnando i ritmi del nostro vivere. Tant’è che la prima cosa che faccio quando leggo qualche bel testo sul video del computer, è quella di stamparla e di tenerla con me, fra le altre. Però pubblicare on-line è una bella opportunità; si raggiunge un gran numero di lettori, senza alleggerire il portafogli. Infatti, un altro brutto “vezzo” delle case editrici è quello di stampare il libro e non procedere alla distribuzione.


DOMANDA.
Perché non si legge poesia? E’ una tendenza italiana o anche all’estero è così? Perché tanti lettori trovano difficile la poesia? Che cosa ne pensi? Qual è la responsabilità dei poeti (se di responsabilità si può parlare); quale quella degli editori; quale quella dei lettori e, non ultima, quella dei librai e dei mezzi di informazione?

RISPOSTA.
Credo di avere risposto precedentemente ad alcune di queste domande in modo implicito od esplicito. L’Italia è uno di quei paesi che non si cura dei suoi poeti e, quindi, se ne deduce, visto quanto detto prima, che si trova in piena crisi di civiltà. In altri paesi i poeti sono più in vista, vengono sentiti come necessari al farsi della cultura e della società; penso ai paesi slavi, ad altri dell’America Latina, forse per le diverse condizioni storiche che li caratterizzano.
I lettori trovano difficile la poesia perché non sono educati a leggerla. E, tuttavia, mi sembra, questa, una delle affermazioni che servono da alibi all’editoria. Penso ad una rivista come Poesia che vende migliaia di copie! Penso a dei recital di poesie affollatissimi. Ad una poetessa come Alda Merini, conosciuta da tutti, anche perché trasformata in un personaggio mediatico. Alle letture dantesche di Benigni. Ritengo, insomma, che il pubblico abbia bisogno di ascoltare poesia, purché vera e bella.
Quanto ai librai, ti dico soltanto che la libreria Mondadori, a Palermo, che si estende su cinque piani molto ampi, dedica ai libri di poesia un minuscolo scaffale, dove stanno appena, in tutto, una cinquantina di titoli, la maggior parte dei quali rimandano ad autori classici.


DOMANDA.
Ti occupi di critica letteraria. Ci piacerebbe che ci raccontassi di più su questo “mestiere”.

RISPOSTA.
Ho cominciato a scrivere critica letteraria per accontentare qualche amico che mi chiedeva di parlare del suo libro. Poco a poco è diventata un’occupazione che prende una buona parte del mio tempo libero. Diciamo che ho imparato a fare il critico con lo scrivere pezzi critici. È un esercizio che evita una lettura superficiale dei testi poetici e che mette a nudo l’officina di ogni autore, il suo modo di procedere, i suoi stilemi. Costituisce , quindi, un utile confronto e un modo per crescere come poeti, rendendo naturali quelli che prima avrebbero potuto apparire soltanto artifici della tecnica. Padroneggiare, infatti, gli strumenti rende più libero il poeta di re-inventarli e, se è il caso, anche di trasgredirli. Sono solita leggere un libro sei-sette volte almeno, in modo da afferrarne i nuclei fondamentali e parlarne senza tenere le sue pagine aperte. Procedo, infatti, secondo una lettura a strati: la forma, i contenuti, i simboli, le figure dominanti, il confronto intertestuale e così via. L’ultima lettura ingloba tutte le precedenti.
Penso, tuttavia, che oggi non esista più una critica che sappia selezionare. Per fortuna- dicono molti. Io non ne sarei sicura. E’ vero che spesso i critici di un tempo hanno preso solenni cantonate, ma è anche vero che i veri capolavori sono egualmente riusciti ad affermarsi. In ogni caso l’autore veniva discusso e, dunque, pubblicizzato e letto.
Meglio dell’appiattimento e del mare magnum di oggi. E’ tanto vero che nemmeno i pareri favorevoli di grandi critici riescono a dare più visibilità ad un autore.


DOMANDA.
Quali sono i tuoi attuali impegni letterari che cosa ti appassiona di più?

RISPOSTA.
Sto dedicandomi alla scrittura di un romanzo in cui la autobiografia si mescola all’invenzione, come credo avvenga quasi sempre. Su questo stesso sito, LaRecherche.it, sarà edito a Maggio il mio primo libro di poesia on-line. Parteciperò ad una iniziativa sulla composizione di una poesia plurima, cioè a più mani, ideata dallo scrittore sperimentale Antonino Conciliano. Sto occupandomi della Pizarnik in vista di un convegno di studi a lei dedicato, che si terrà proprio a Palermo in questo mese di Febbraio, grazie all’interessamento dello scrittore Arturo Donati. E, ovviamente, scrivo recensioni e prefazioni ai libri che mi giungono in lettura.
La mia prima passione è leggere e scrivere versi; quando lo faccio mi sento “a casa mia”, libera ed intera. Mi piace anche disegnare e dedicarmi alla cura dei fiori.


DOMANDA.
A quando la tua prossima raccolta di poesie o altra pubblicazione?

RISPOSTA.
Se ti riferisci a pubblicazione cartacea, devo rispondere che non lo so. Ho almeno tre sillogi pronte; una di sole sette poesie dovrebbe uscire gratuitamente per il Bisonte, corredato dai disegni dei ragazzi dell’Accademia, proprio quest’anno. Un libricino raffinato, in tiratura limitata.


DOMANDA.
Hai qualcosa da dire agli autori che pubblicano i loro testi su LaRecherche.it? Che cosa pensi, più in generale, della libera scrittura in rete?

RISPOSTA.
Che si tratta di autori abbastanza “puri”, perché sanno benissimo di non potere ricavare alcun guadagno da una pubblicazione su rivista on-line. Nello stesso tempo sono “giustamente” ambiziosi, perché desiderano farsi conoscere. Se si scrive è perché si cerca di rendere communis la propria opera. E quindi voglio raccomandare loro di continuare ad essere puri e giustamente ambiziosi, e di non stancarsi mai di leggere e imparare. La scrittura in rete è una forma moderna che va accettata ed incoraggiata purché eviti il chiacchiericcio. Ce n’è già troppo in giro.


DOMANDA.
Vuoi aggiungere qualcosa? C’è una domanda che non ti hanno mai posto e alla quale vorresti invece dare una risposta?

RISPOSTA.
Vorrei che mi chiedessero se ho sacrificato qualcosa per scrivere poesia. Risponderei che il poeta, in generale, deve rinunciare, in buona parte alla “vita”. Egli ha bisogno, infatti, della solitudine, per interrogare la vita. E aggiungerei che, sacrificandola, per paradosso, la vive più intensamente e la comprende più a fondo, acquisendo la straordinaria capacità di sapere anche ciò che non ha direttamente sperimentato e di guardare gli eventi più sconcertanti e crudeli senza perdere la fiducia nell’umanità. Aggiungo, infine, che il mio sogno è la Biblioteca universale di Borges. Ma sono certa che con i nuovi mezzi tecnologici sarà, prima o poi, realizzata. La poesia non potrà mai scomparire. Se accadrà, vorrà dire che l’uomo è già morto.
Naturalmente voglio anche ringraziare te, Roberto, e gli altri redattori della rivista La Recherche per avermi dato la possibilità di raccontarmi a tutti i suoi lettori.


Grazie a te Franca.

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