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Tormentata scelta.

di Serenella Menichetti
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Pubblicato il 05/11/2016 10:48:21

 

TORMENTATA SCELTA

Era già passata una buona mezz'ora da quando Federico seduto sulla sabbia, scrutava l'orizzonte. La forza del suo sguardo perforava la membrana che intercorre tra mare e cielo per andare oltre, fino a spingersi nei meandri dell'inconscio.
Chissà se nell'azzurrità sarebbe riuscito a trovarsi.
Intanto flash ad intermittenza gli giungevano in una sequenza di immagini, che avrebbe potuto sostituire tranquillamente la pubblicità della coppia del mulino bianco.
Affioravano alla superficie della sua coscienza, rimanendo a galla come fette di limone, in acqua tonica.

Lui e Chiara per mano.
Lui e Chiara sorridenti.
Lui e Chiara per sempre

Adesso che per Federico era giunto il momento di guardare il fondo del bicchiere, quelle immagini erano d’impaccio.
Avrebbe voluto capire da dove avesse origine il sapore amaro, che come lento veleno, lo stava uccidendo.
Per lui abituato ad analizzare, scoprire, combinare elementi, il fatto di non riuscire a individuare la sostanza che lo debilitava era di un'assurdità inaudita.
In un passato lontano: di pioggia, di foglie accartocciate, di ombrelli gocciolanti. In una Chiesa Romanica addobbata di edera e bianche gerbere, Chiara e Federico, avevano stabilito il contratto che veniva a suggellare la loro unione.
“Finché morte non vi separi” la minuscola frase, di incredibile potenza, pronunciata da Don Enrico, fu da lui percepita come il fastidioso suono di un’insistente scampanellata.
Ogni volta che incontrava il percorso del ricordo del matrimonio, il senso di soffocamento, ampiamente avvertito quel giorno, riaffiorava. All’epoca egli aveva attribuito quel tedioso disturbo, all’eccessiva quantità di edera, usata per l’addobbo della chiesa. La ricordava, dappertutto: attaccata, all'altare, arrotolata alle panche, sparsa sulle bianche tuniche dei chierichetti, e tra le mani giunte degli invitati. Provava infinita pietà, per le povere gerbere che tentavano di far capolino da tutto quel verde, senza successo. Se la sentiva addosso, percepiva il suo avvilupparsi al corpo, scatenando il lui, disagio e una specie di torpore.
E pensare che Chiara, adorava quel rampicante, tanto da farla piantare in grande quantità nel loro giardino. Quanto avrebbe voluto toglierla, per liberare le bellissime colonne di alabastro, che non riuscivano più a mostrare la loro vera essenza. Ma non si pronunciava, lasciava passivamente che un altro dei suoi desideri inespressi, si aggiungesse alla serie che colmava il pesante zaino, che doveva portarsi appresso.
Forse la storia dell’odio per la povera pianta, aveva lontane radici. Forse quando ancora piccolo, ascoltando sua madre canticchiare una nota canzone degli anni cinquanta “Son qui tra le tue braccia ancor-avvinta come l'edera-son qui respiro il tuo respiro-son l'edera legata al tuo cuor” fu colpito dalla frase che gli faceva immaginare i corpi dei propri genitori che si rotolavano avvinghiati, nel lettone.
Mentre, lui, da solo nel lettino, udiva sua madre piangere sommessamente, zittita dalla voce autoritaria del padre.
Ricorda che avrebbe voluto alzarsi, per correre in soccorso della genitrice. Invece rimaneva fermo nel letto senza muovere un muscolo, per non far sentire.
Si passò una mano sulla fronte, come per scacciare quei ricordi molesti.
Adesso, più che mai, il suo pensiero doveva focalizzarsi sul presente, ma la sua mente continuava a declinare sul passato. Principalmente sulla figura di mamma Clara. Una donna che si era dedicata interamente alla famiglia, tralasciando i propri interessi.
La ricordò, felice in veranda con i capelli ramati che le scendevano sulle spalle, la faccia arrossata e gli occhi di una lucentezza che non aveva mai visto. Davanti a lei una tela, appoggiata ad un cavalletto e la sua mano bianca e affusolata stringere tra le dita un pennello, intinto di colore.
Mostrandogli il grazioso bouquet di fiori che aveva appena dipinto. Poi lo prese in braccio e lo fece girare come mai aveva fatto, fu un attimo di felicità per entrambi.
Di lì a poco entrò suo padre. Dai suoi occhi,in un secondo si sprigionarono lampi che incenerirono, l'insolita, gioiosa atmosfera.
In silenzio come era arrivato, Federico uscì.
Oh, quel suo silenzio! Lo ricordava, come un rumore di vetri infranti, tanto che dovette voltarsi allarmato verso la vetrata della veranda, che immaginava in mille pezzi.
Quella rumorosa eco continuò, a soggiornare nel suo orecchio per molti e molti giorni, ancora.

-Da quel momento in poi, ho sempre visto mia madre con i capelli raccolti e lo sguardo spento- pensò guardando il mare. -Che ancora mi chiedo, se fosse veramente lei, la donna spensierata che dipingeva felice.
Non glielo chiesi mai.
Ma quello scampolo di felicità, mi rimase per sempre attaccato alla pelle, come una spilla preziosa.

Comunque, che la mia fosse una famiglia esemplare, non ci pioveva.
Ai tempi, non c'era persona che la pensasse diversamente.
- I De Ferraris ? due modelli genitoriali irreprensibili, assolutamente da imitare-strombazzava la maestra Bigongiali con la sua voce chioccia.
-Grandi portatori di valori -ribadiva Don Ugo.
-Certo un'eredità importante per la prole-concludeva il maresciallo Davini.
Quando poi in casa capitava gente nuova, si approdava sempre al momento del debutto:
Mamma Clara apriva il sipario dell'orgoglio e iniziava, con il medesimo copione:
Ormai la frase le rotolava dalla bocca con una facilità sorprendente, da fare invidia all'assistente vocale del mio computer.
-Mia figlia Francesca, si è laureata con cento dieci e lode alla Bocconi. Subito dopo è arrivato il matrimonio con il suo professore di Fisica. Nel giro di due anni, due figli meravigliosi.
Abitano in un lussuoso attico a Milano, zona Tortona ed hanno una villa a Limone.
Mio figlio Federico si è laureato in chimica, vincitore di concorso a cattedra, insegna all'università degli studi di Bergamo. Sposato con Chiara, sua amica da sempre e figlia di un noto primario.
Adesso hanno uno splendore di figlia, Ginevra: diciotto anni, studentessa eccellente.
A questo punto si introduceva lui: Mario De Ferraris- che fregandosi animatamente le mani concludeva il programma con- -Cara gente – E' tangibile che chi semina vento raccoglie tempesta!- Chi invece, bene semina, raccoglie sempre buoni frutti! E noi, non per vantarci, credetemi, ma è evidente quanto la nostra semina sia stata eccellente!

Ed io, io che padre sono stato per Ginevra?
Federico non sapeva darsi una risposta. O forse una l'aveva: Era stato senza dubbio, un padre assente. Impegni con l'Università e impegni con il secondo lavoro gli impedivano di dedicarsi maggiormente alla famiglia.
Certo a Chiara andava il plauso di aver sopperito anche al ruolo di padre nei confronti della piccola Ginevra e questo senza mai lamentarsi.
In verità nessuno si era mai lamentato delle sue assenze.
Era evidente che Chiara e Ginevra sembravano felici anche senza di lui.
-Certo che sono felici Federico- rispondeva Bruno,
per loro l’unica presenza importante è quella del tuo considerevole stipendio.

Federico si era quasi dimenticato dell'appuntamento con Bruno, suo socio da circa dieci anni.
Guardò l'orologio, erano le 18,30 di lì a poco, sarebbe sicuramente sopraggiunto.
E lui avrebbe dovuto fornirgli quella risposta, che da tempo gli doveva.
Questa volta Bruno gli aveva dato l'ultimatum:-Dopo cinque anni che ci incontriamo clandestinamente, adesso è arrivato il momento della scelta.
“Io o la tua famiglia!”
Se avesse scelto Bruno, gli amici e i parenti cosa avrebbero pensato?
E sua moglie?
E Ginevra?
Avrebbero capito, che lui per la prima volta nella sua vita, aveva incontrato l'amore?
Per Bruno, vissuto in una famiglia aperta, era tutto molto più semplice. Bruno aveva avuto dei genitori che gli avevano dato la possibilità di crescita personale.
Gli avevano regalato la libertà di guardare il mondo, senza bende.
Gli avevano permesso di sviluppare la propria individualità.
Forse era stato per questo che l'aveva subito ammirato, ed in seguito amato.
Con lui aveva ritrovato la sua dignità individuale. Adesso non si sentiva più la pedina da muovere a piacimento.
Adesso avrebbe fatto la sua scelta in autonomia.
Urgeva farlo, cercando di ferire meno persone possibili.
Federico questo se lo ripeteva spesso.
-Soprattutto non devi far del male a te stesso. Sarebbe importante che tu ti amassi, almeno un poco.- Consigliava invece Bruno.

In un batter d'occhio, davanti a lui, lontano, laggiù all'orizzonte, dove il sole in amplesso di luce si tuffa nel mare, distinse il volto di mamma Clara.
Quello vero, quello felice. Il volto che lei, aveva sempre dovuto nascondere da una maschera.
Allora accadde un piccolo miracolo, la sua ansia si sciolse, sparendo tra i flutti.
Federico, si sentì finalmente libero, capace di prendere in mano la propria individualità, per collocarla nel luogo, dove non sarebbe più stata violata.
Proprio per questo scelse di stare con Bruno.

Serenella Menichetti

 


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