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Il mio secondo amore

di Francesco Rossi
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Pubblicato il 15/07/2019 14:06:35


Riguardo a quella che è stata la mia adolescenza, il senso dell'amore è stato un sentimento frammentato; non poteva essere diversamente. Questo impulso, per quanto indeciso, in alcuni fra cui il sottoscritto si è manifestato precocemente.
Era un dolce tepore che non ardeva, ma sano amore.
Con il passare degli anni l'esperienza che accompagna la vita, ci fa ricordare i momenti passati che emergono dalle profondità, dove erano arenate.
Chi ha fortuna di riuscire a mettere in sintonia la mente con il cuore, comprende che la storia degli affetti comincia da quel punto di partenza che non è altro che l'adolescenza.
I primi amori o i primi affetti provati non si dimenticano mai.
Una foto in bianco e nero è stata uno dei miei primi amori.
Per niente strano questo ricordo, anche se qualche benpensante orienterebbe il pensiero verso altre cose. Più concrete. Spesso mi ritrovo a pensare a riflettere sulle sensazioni che provo quando raggiungo una vetta sui monti. Cammino sul sentiero in salita lentamente e gioisco nell'osservare il panorama.
Varco il punto centrale della scena che per fortuna è immortalato nella fotografia. Quando mi fermo volgo lo sguardo indietro e spesso mi sembra che tutto sia cambiato perché varia la veduta a secondo l'ora e il punto di osservazione.
Pensando a quella foto in bianco e nero, ricordo che ne ero innamorato. Solo con l'avanzare degli anni l'ho compreso; in quel periodo adolescenziale non lo intendevo.
Frequentavo la parrocchia di San Bartolomeo della Ginestra, ero grassoccio, balbuziente, mangiavo con appetito formidabile, giocavo, ridevo come un matto, studiavo poco, anzi, credo che non lavorassi per niente, il mio cervello funzionava solo in funzione dei miei impulsi.
Non ero un ragazzino sveglio come tanti altri che eccellevano nelle competizioni, ero amico degli svaghi, ma vivevo solo fisicamente, ignoravo il resto e non m’importava essere nella parte ultima del gruppo. L’età adolescenziale coincideva con gli anni 1969, 1970; in quel trascorso il clima che si respirava in parrocchia a S Bartolomeo della Ginestra, non era per nulla opprimente, anzi, molti giovani si adoperavano per organizzare il tempo libero all'insegna del gioco e della spensieratezza.
Cambiava tutto nella giornata del sabato pomeriggio.
La partitella a calcio nel campetto parrocchiale, in terra battuta, era interrotta quasi con veemenza dal reverendo che ci invitava, ma chiamarlo invito forse non rende l'idea, a seguirlo nell'oratorio.
Distribuiva caramelle e programmava i turni per il nostro compito di chierichetti nella giornata festiva della domenica. Ricordo che volava pure qualche ceffone a chi protestava per l'interruzione della partitella; desideroso di riprenderla dal punto in cui era stata interrotta.
Poi, una volta che ci erano stati assegnati i compiti da svolgere la domenica non era finita, ci intratteneva con racconti peraltro bellissimi sulla vita di Gesù.
Per mio conto devo ammettere che erano momenti magici non tanto perché mi affascinavano quelle storie che erano imbellettate di misticismo ma, perché coincidevano spesso con le ore che dovevo dedicare allo studio il sabato nell’orario pomeridiano, e, quando nel tardo pomeriggio rientravo a casa, costruivo la scusa per il ritardo.
Ammetto che per alcuni il comportamento spesso sfiorava l'azzardo. E, rischio fu quando un sabato nel bel mezzo dell'incontro nell'oratorio, il prete fu interrotto dalla perpetua, annunciandogli che era richiesta la sua presenza al capezzale di un parrocchiano per ricevere l'estrema unzione.
Ci affidò ai catechisti che avevano raggiunto la maggiore età e indossato il suo copricapo uscì a passo spedito per svolgere la sua funzione.
Trascorsi cinque minuti, tutti fuori.
Alcuni a giocare a calcio altri a biliardino.
Io e altri due scavezzacolli, senza nessuna ragione particolare, solo per il gusto di infrangere il proibito ci intrufolammo con molta attenzione in canonica. Dovevamo stare attenti.
Era permesso entrare solo alla presenza del prete. Mentre i miei due amici curiosavano, tra i mobili il mio sguardo fu catturato da una foto posata su una pila di libri impolverati. Raffigurava una bambina che poteva avere la mia età. La figura mi piaceva un sacco e, quando entravo in canonica, la individuavo all'istante per poterla guardare.
Mi piaceva quel sorriso, e se i miei amici guardavano la foto, provavo un senso di stizza.
Quel brutto sentimento che si avvicinava alla rabbia non era altro che la gelosia. Tante altre volte nel corso degli anni l'ho provato e ho dedotto che già in quella fase adolescenziale della mia vita ero innamorato.
Sarà perché la gelosia arriva dopo l'amore o subentra quando realizzi qualcosa di tuo e, il timore che ti sia portato via prende il sopravento.
Non ero in grado di trovare una spiegazione razionale da dare a quel turbinio di emozioni e, durante la settimana pensavo alla giornata in cui avrei visto la foto. Il mio rendimento scolastico era pari a zero, fantasticavo e progettavo;
sapevo bene che questi piani sarebbero coincisi con la fine delle mie giornate in parrocchia.
Una domenica mattina mi presento in canonica per prepararmi a indossare l'abito da chierichetto per la messa centrale, ma lo sguardo si perdeva su quel mucchio impilato di libri dove in bella mostra, quasi volesse sfidarmi c'era l'oggetto del mio desiderio.
Il cuore mi batteva forte, e senza guardarmi intorno rischiai il tutto per tutto, presi la foto e la infilai in tasca con fatica perché avevo già indossato la cotta da chierico. Rubai.
E sono certo che se il reverendo mi avesse osservato il viso, se ne sarebbe sicuramente accorto.
Ero in uno stato di agitazione totale, tanto che nel servire la messa, rovesciai per terra il contenuto delle ampolle, inciampai nel tappeto posto al centro dell'altare finendo per terra. Ricordo ancora oggi l'espressione contrariata sul viso del prete.
Riuscii a trovare la tranquillità quando tornai a casa.
Mio padre che non era uno sprovveduto si accorse che era cambiato un qualcosa nel mio modo di essere, lo diede a vedere solo marginalmente, ero io che non riuscivo a nascondere l'emozione. Mettevo la mano in tasca e accarezzavo la foto con le dita come si liscia una persona cara.
Non ero un bambino ingegnoso ma riuscii a sistemare in qualche modo la foto in un foglio.
La sera quando era l'orario stabilito per andare a dormire tiravo fuori dal cassetto del comodino la foto e baciavo il volto che era immortalato nella fotografia. Sciocchezze da bambini diranno i più ma è tra queste stupidaggini che sbatte il cuore. Con queste cretinate ho cominciato e proseguito per un buon periodo e mi rammarico di non riuscire più a essere bambino in quella maniera. Quanti baci a quel viso immortalato gli ho dato quando non poteva osservarmi nessuno. Girando per il paese osservavo le mie coetanee per scorgerne le somiglianze ma le fattezze di quel bel viso non avevano riscontri nella realtà.
A scuola non seguivo nessun tipo di spiegazione, vivevo nel mio mondo fatto di fantasie e fantasticherie che quel volto mi suscitava.
A soffrirne non era tanto il mio cervello che aveva le risorse per sopperire alle disattenzioni quanto il desiderio che sfociava in erezioni spontanee.

L'anno scolastico era giunto al termine, i risultati ottenuti a malapena soddisfacenti, ma questo a me bastava e avanzava, non m’ importava eccellere.
Le condizioni economiche della mia famiglia in quegli anni erano tali da non poter permettersi una vacanza.
Fortunatamente, oltre alla parrocchia c'era il comune che metteva a disposizione delle famiglie che lo richiedevano per i loro figli un soggiorno di due settimane in una colonia estiva situata in val d'Ayas una delle più belle e colorite valli alpine della val d'Aosta. Ero felice di trascorrere il mio primo periodo di vacanza assieme a tanti miei coetanei. Lontano dalle protezioni famigliari, ma questo senso di liberta, non durò a lungo.
Ricordo che mia madre che in modo preciso, scrupoloso leggeva la distinta che le era stata consegnata per quanto riguardava l'abbigliamento che doveva essere portato.
Io avevo solo due pensieri: la voglia di partire e trovare un nascondiglio per quella foto che a tutti i costi doveva seguirmi in quella mia prima uscita adolescenziale fuori dalle sottane e protezioni domestiche.
Non fu una bella esperienza, quella che doveva essere una vacanza all’ insegna della spensieratezza si era trasformata in un incubo non tanto per un fatto di nostalgia, perché quella sensazione di abbandono mi era venuta due giorni dopo l’arrivo nella colonia estiva. Le nostre accompagnatrici erano donne adulte e, vivevano quel loro ruolo come un lavoro, non gli interessava assolutamente il nostro stato d'animo di bambini, ma il tutto doveva svolgersi come da programma. Non esistevano, fantasia, coinvolgimento, affezione.
Un programma monotono: sveglia alle sette e trenta, doccia e si badi bene che la nostra intimità non era rispettata.
L’addetta ci veniva a controllare mentre facevamo la doccia e se la mano si fermava più del dovuto nelle parti migliori del nostro corpo, sonori rimproveri.
Io che ero uno che si soffermava spesso su quella parte del corpo ero aspramente rimproverato e definito un porcellino, tanto che mi affibbiarono il sopranome di “ Jimmy”, lo ricorderete con certezza uno dei tre porcellini. Non era questo che mi turbava.
Era quel modo di procedere che rasentava in maniera maniacale la metodicità che mi rendeva la permanenza pesante.
Tutto era programmato: sveglia, doccia, colazione e poi tutti in fila come soldatini in attesa che ci fossero indicate le attività mattutine.
Fu proprio nel momento in cui ci trovavamo allineati nel cortile che mi venne alla mente la fotografia.
Nella frenesia del vestirmi, sotto l'occhio vigile della signorina, avevo dimenticato la foto sotto alle lenzuola. Ricordo ancora oggi quella mattina.
Nel cortile l’ aria era pungente, si faceva sentire particolarmente nelle parti scoperte del nostro corpo, le gambe.
Avevo l’angoscia e trattenevo a stento le lacrime.
In cuor mio speravo che il mio fosse stato l’ ultimo letto da sistemare e con quella speranza chiesi il permesso di poter andare in camerata a prendere il fazzoletto; permesso accordato, non senza suscitare
l’ilarità dei miei compagni, alimentata dal sarcasmo della signorina.
Raggiunsi la camerata, entrai, il letto era stato fatto, frugai tra le lenzuola che erano state sistemate di tutto punto. Niente.
La foto era sparita. Era sparito il mio secondo amore. Il primo è quello che mai si potrà dimenticare ed è quello che si prova verso i nostri genitori che ci hanno donato la vita. Non sono mai riuscito nel corso della mia giovinezza a scoprire chi fosse quella ragazzina. Solo dopo molti anni seppi che la foto era il ritratto della nipote del prete che tante volte mi aveva confessato ammonendomi dal non commettere atti impuri. Sapesse il prete quanti di questi atti sono stati suscitati dalla fotografia della sua nipotina.

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